Il video della domenica. MICHAEL VARNUM, GIRL MISTAKES PROSTITUTE FOR CLOWN

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Questo corto è l’ennesima variazione di un  meccanismo elementare, caro alla pochade e alla farsa: lo scambio di persona o di indirizzo. In un irresistibile atto unico di Georges Feydeau, un giovane e sprovveduto provinciale, arriva a Parigi in cerca di una cocotte pronto uso, ma per sbaglio s’infila nel portone di una distinta famiglia la cui figliola sta aspettando il nuovo maestro di pianoforte. Da questo scambio d’indirizzo,  gli innumerevoli equivoci: la giovane che si dichiara desiderosa di imparare la tecnica delle mani; il compenso per ogni prestazione che dovrà essere stabilito dalla mamma (“Ah, perché sua madre è a conoscenza della sua intenzione?” “E’ assolutamente d’accordo, anzi è lei che decide le tariffe”), ecc.
Nel nostro caso, a sbagliare indirizzo è una call girl invitata a rallegrare un compleanno. Ma il festeggiato è a sorpresa.

Foto storiche (e non). “In estasi al museo”.

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Fotografia di David Seymour, Galleria Borghese, Roma

1955. Il collezionista e critico d’arte Bernard Berenson in muto colloquio con la statua di Antonio Canova rappresentante Paolina Borghese.

turistanudo2014. Uffizi. Un giovane spagnolo, integralmente nudo, in muta adorazione della Venere di Botticelli.

il 22 ottobre teatri aperti. Un fiume di generosità

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Dunque, il prossimo 22 ottobre, e tutti i 22 ottobre che verranno, per sempre, insomma – analogamente alla Befana, alla Giornata delPi Greco e a quella del Gatto, si andrà a teatro gratis.
“Si tratterà”, ha spiegato il direttore generale dello spettacolo dal vivo del Mibact Ninni Cutaia, “di una vera e propria giornata di festa, con eventi programmati per tutto il giorno, dagli spettacoli al mattino per le scuole alle visite guidate per far conoscere le meraviglie dei tanti bellissimi teatri italiani, agli spettacoli serali, che saranno di tutti i generi, dalla prosa all’opera alla danza. Una grande giornata di apertura e una grande generosità da parte dei teatri.”
Si pensa, insomma, di ripetere per il teatro la grande operazione di dieci anni fa, quando si decise di vincere la disaffezione alla lettura, “Una testa, un libro”: come tutti sapete, ogni 13 marzo i cittadini entrano festosamente in libreria e scelgono un libro gratis (ma uno solo), gentilmente offerto dalla generosità degli editori e dei librai. Sono 30 milioni di libri omaggio ogni anno, 300 milioni da quel primo 13 marzo. All’inizio, “Una testa, un libro” incontrò qualche resistenza perché la generosità stentava a mettersi in moto, ma infine gli operatori del settore furono toccati dalla nobiltà del progetto e in pochi anni gli italiani conquistarono quel primo posto nella classifica dei lettori che tutta l’Europa c’invidia. Per dare un’idea, nella Repubblica Ceca e in Russia, che ci seguono al secondo e al terzo posto, le ore dedicate alla lettura sono poco più di sette la settimana, mentre in Italia abbiamo superato le venticinque (più di tre ore al giorno); qualcuno ipotizza che se l’annuale omaggio di libri fosse portato a due,  supereremmo agevolmente le trenta ore.
E’ probabile che la giornata del teatro produca effetti simili. La mattina del 22 ottobre, dopo quindici giorni di indispensabile bombardamento mediatico, i risvegli degli italiani saranno percorsi da una leggera, euforica febbre: “Tu a che ora vai a teatro?”, “Dipende. Se riesco a ottenere un permesso, alle 18 vado a vedere Bekannte Gesichter, gemischte Gefühledi Botho Strauss, che è proprio vicino al mio ufficio.” “Che cos’è?” “Non lo so, non sono mai stato a teatro, ma è gratis”. “Ah, beh…” ” E comunque stasera, alle 21, mi vedo Ma non andartene in giro tutta nuda.” “E’ in italiano?” “Sembra di sì.” “Per cominciare mi sembra meglio. Anch’io non sono mai andato a teatro, magari vengo con te.” È il più è praticamente fatto.
Se l’operazione “teatri aperti” funzionerà come “Una testa, un libro”, passeremo dagli attuali 8 milioni e 600mila spettatori annui (del teatro di prosa) a 43 milioni abbondanti. Probabilmente gli spazi esistenti non basteranno più e si dovrà costruirne dei nuovi, ma il Ministero ha già fatto sapere che non ci sarà nessun aggravio di spesa per lo Stato: è noto infatti che la generosità delle imprese di costruzione non è inferiore a quella dei teatranti; interpellate informalmente, la Saipem, l’Ansaldo, la Todini e molte altre ditte importanti si sono dichiarate disponibili a costruire teatri a costo zero – anzi, sembra che la prospettiva le diverta: “Tanto per uscire dalla solita routine, sempre ponti, condomini, grattacieli… Finalmente qualcosa di diverso”.
L’operazione potrebbe provocare un altro risultato, solo apparentemente secondario: si spera che questo virtuoso vortice che investirà l’attività teatrale del nostro Paese faccia tramontare le cene con spettacolo (o, viceversa, gli spettacoli col contorno di mangiatori chiassosi e un po’ bevuti) alle quali ricorrono alcune formazioni teatrali per tirare avanti. Ma è solo una speranza; può darsi che invece gli spettatori, ormai trasformati irrimediabilmente in commensali, se ne infischino dei teatri aperti e reclamino a gran voce che siano resi gratuiti i ristoranti e le trattorie: non una volta all’anno, ma ogni sabato sera. 

P.S. In un articolo pubblicato su teatroecritica.net (molto più serio di questo, da non perdere), Andrea Pocosgnich pone alcune domande al Ministro, fra le quali questa: “Ci sarà un bando per i teatri privati o chiederete a tutti di trasformasi in volontari per un giorno? Non sarebbe una novità.” Già.

 

Il video della domenica. ANDREA COSENTINO, SCENEGGIATO#1

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 Il gioco del comico con lo scheletro del televisore è antico quanto il televisore stesso, ma liquidarlo subito con un “già visto” è un atteggiamento snobistico alquanto riprovevole (e poi le variazioni sul tema sono un metagenere che può dare piaceri inaspettati, soprattutto quando il comico ha un volto triste e feroce come quello di Cosentino).

Dell’allegra abominazione. La Bibbia secondo Scilipoti.

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Scrivere del senatore Scilipoti con la pretesa di aggiungere qualcosa di nuovo o di moderatamente originale è inutile e impossibile: il personaggio è ormai entrato nel museo del nostro folklore dove conduce un’esistenza tranquilla. Ma a volte le sue performance sono irresistibili e non si può non cedere alla tentazione di accendere uno spot su di lui. Questo monologo ci restituisce un interprete, se possibile, migliorato, animato da una consapevolezza nuova, come se avesse scoperto che la vera vis comica (la sua personale) risiede nell’elocutio, cioè nella formulazione linguistica delle idee. In questo caso il senatore si affida a un copione di solida tradizione come la Bibbia, sulla quale intesse irresistibili variazioni conquistando un lusinghiero 8/10 di gradimento.

RONALD D. LAING, MALINCONICHE NOTTI

la donna di plasticaProfeta dell’antipsichiatria e scrittore sottile, Ronald D. Laing conta un certo numero di appassionati fra i nostri lettori, ai quali proponiamo questo ritratto in versi di un soggetto (non si sa quanto) patologico, da leggere in controluce – in questi giorni dominati dalle pulsazioni di una sessualità che non trova le parole, i tormenti del bambolomane insonne sembrano ritagliarsi un significativo posticino.

Ero scontento
delle ragazze a pagamento
così ne inventai una meccanica

potevo accenderla
potevo spegnerla

con lei mi sentivo
molto volitivo
ma ora di notte son tanto malinconico

era soprattutto di plastica
con una bella pancia elastica
e il tono di voce monotono elettronico

aveva una graziosa fessura
che adopravo con disinvoltura

la trattavo con molta indifferenza
per evitare una  mia dipendenza
ma  ora di notte son tanto malinconico

io l’avevo costruita
e io l’avrei demolita
se non rispondeva all’apparecchio telefonico

un brutto giorno il cuore le ho spezzato
e il pezzo di ricambio l’ho perduto

e ora che lei m’ha detto addio
in pezzi ci sono andato io
e così di notte son tanto malinconico

Ronald D. Laing, Mi ami?, Einaudi, Traduzione Floriana Bossi

Il video della domenica. KJ ADAMES, IDENTITY, 5′

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Le maschere, al cinema (quelle di cartone), le ammetterei soltanto per le sequenze delle rapine – quando il sorriso stereotipato crea un gradevole contrasto con la violenza dell’azione. In altri casi, la maschera rischia di condurre a un pirandellismo da filodrammatica che è quasi sempre fasullo come una finta lezione di filosofia. Tuttavia. Sì, tuttavia questo video è ben costruito, nella sua retorica (e al fervore sempre un po’ entusiastica degli americani un tocco di pirandellismo lo si può anche concedere).

DINO BUZZATI, LO SCARAFAGGIO. Audio di Radiospazio


Schermata 2016-02-05 alle 18.40.26https://soundcloud.com/radiospazio-570062609/buzzati-lo-scarafaggio

Non sarà un’espressione criticamente irreprensibile, ma viene da dire che nei migliori racconti di Buzzati si realizza (si materializza?) un qualche cosa di esterno al racconto stesso, un ingranaggio collocato all’ultimo piano di un grattacielo senza fine e governante, di lassù, la narrazione. Buzzati ama i grattacieli e, di conseguenza, le vertigini; basti pensare ai due racconti I sette piani (da cui fu tratto il film di Tognazzi “Il fischio al naso”) e a Ragazza che precipita; nel primo, il protagonista, un gaudente borghese, ricoverato per un banale accertamento, è costretto a scendere piano dopo piano fino alla sezione per malati terminali; nel secondo, una ragazza si lancia con entusiasmo da un grattacielo e la durata del suo precipitare coincide con quella della sua stessa vita (come dire: vivere è un cadere graziosamente imbellettato, che va perdendo il trucco via via). Nel racconto che vi proponiamo nella realizzazione di Radiospazio, la vertigine, se si potesse dire, si espande orizzontalmente. Intorno al corpicino di uno scarafaggio schiacciato nel buio della notte si intesse una ragnatela di segni solo apparentemente incongrui: la soluzione giunge, come in un thriller, ma metafisico, con l’ultima frase. L’audio è tratto dal nostro spettacolo buzzatiano Qualcuno o qualcosa sta salendo le scale, del 2013. Gli attori sono Roberto Accornero ed Eleni Molos, davvero bravi.

Le pause dei bravi figlioli. LO SPOT DI SKY/MAMMA

Schermata 2016-01-28 alle 12.23.54https://www.youtube.com/watch?v=x-pnrvjRbzw

Quando s’incontra un ragazzo come questo, si è indotti a pensare che non tutto andrà per il peggio. Certo, il momento che il giovanotto sta attraversando non è dei migliori ma siamo sicuri che se la caverà: è evidente che la moglie  lo ha lasciato a tre mesi dal matrimonio, subito dopo aver montato le ultime tendine, e per ragioni che lui non ha ancora ben compreso: per questo passa le serate sepolto in casa guardando i talent e chiedendosi dove ha sbagliato (nella vita). Il ragazzo è di buoni sentimenti, lo dimostra la sua sollecitudine con la mamma che gli telefona ogni due ore; qualcuno la chiamerebbe ipocrisia, invece si tratta di una galante menzogna che accontenta tutti e due (“Stavo per chiamarti”). Sì, fin da piccolo era un compiuto gentiluomo in miniatura, le amiche della mamma si scioglievano ai suoi complimenti, articolati come quei ricami che le sorelle maggiori cucivano sulle lenzuola del corredo: “Oggi sembra che il vento si sia divertito a giocare coi suoi capelli”, diceva alla voluminosa signora Bonnard che compariva, ansimante e scarmigliata, al quarto piano. Durante i tè con le amiche della mamma, il piccolo gentiluomo era al centro dell’attenzione: del che si compiaceva, anche se ogni tanto avrebbe voluto andarsene a giocare in camera sua, ma la vanità era più forte. Oggi, grazie a My Sky Pausa, riesce a conciliare il suo torpore di vedovo con la galanteria; terminata la telefonata con la mamma, non importa quanto lunga, egli s’immergerà nuovamente nel flusso televisivo nel punto in cui l’aveva lasciato: “The winner is…” La tristezza abita ancora i suoi occhi di sposo abbandonato, ma si consola pensando che non poteva gestire il suo abbandono meglio di così.

DINO BUZZATI, LO SCARAFAGGIO. Audio Radiospazio 6′

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https://www.spreaker.com/user/7897121/buzzati-lo-scarafaggio

Non sarà un’espressione criticamente irreprensibile, ma viene da dire che nei migliori racconti di Buzzati si realizza (si materializza?)  un qualche cosa di esterno al racconto stesso, un ingranaggio collocato all’ultimo piano di un grattacielo senza fine, che governa di lassù la narrazione. Buzzati ama i grattacieli e, di conseguenza, le vertigini (o viceversa, le due cose sono interdipendenti); basti pensare a Il fischio al naso e a Ragazza che precipita: nel primo racconto, il protagonista, ricoverato al primo piano per un banalissimo fastidio, viene fatto salire da un piano all’altro di una clinica, e nella salita tutto diventa nebuloso e indecifrabile; nel secondo, una ragazza si lancia con entusiasmo da un grattacielo e la durata della sua caduta coincide con quella della sua stessa vita (come dire: la vita è una caduta graziosamente imbellettata, che va perdendo il trucco via via). In questo racconto la vertigine, se si potesse dire, si espande orizzontalmente. Intorno al corpicino di uno scarafaggio schiacciato nel buio della notte si intesse una ragnatela di segni solo apparentemente incongrui; la soluzione giunge, come in un thriller (ma metafisico) con l’ultima frase.
L’audio è tratto dal nostro spettacolo su Buzzati
Qualcuno o qualcosa sta salendo le scale, del 2013. Gli attori sono Roberto Accornero ed Eleni Molos, davvero bravi.

Intervista di A.G. con Primo Levi

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https://soundcloud.com/radiospazio-570062609/intervista-a-primo-levi_19-4-1

Era il 1968, credo, quando Corrado Guerzoni, allora direttore generale della radiofonia, decise di varare una trasmissione particolarmente impegnativa intitolata Lo specchio del cielo: sul sentimento della trascendenza, disse, così come lo vivevano alcuni personaggi della nostra cultura. Gli risposi che le mie frequentazioni con la trascendenza erano scarse, anche se non escludevo che col tempo sarebbero migliorate – quella risposta fra il laico e il  guascone si sarebbe rivelata una mezza profezia, comunque Guerzoni non la raccolse, anzi gli parve che un profano fosse il miglior antidoto a una certa compunzione che, invece, avrebbe condizionato un praticante la trascendenza. La strategia del direttore era scaltra ma non so se abbia funzionato: io penso che una certa compunzione mi abbia colto a mia insaputa: senz’altro si affaccia nella sigla della trasmissione (Il concerto per violoncello e orchestra di Dvorak) e forse serpeggia qua e là nelle domande. Comunque Primo Levi è da ascoltare perché lui, compunto non lo è mai. Il nostro dialogo durò più di due ore, tutte registrate in uno studio della rai di Torino. Il montato è di cinquantacinque minuti. Il mio rimpianto: non aver tenuto gli scarti che contenevano racconti, divagazioni e divertenti osservazioni su cosa significhi scrivere al computer (Levi e Umberto Eco furono i primi letterati italiani a usarlo in modo massiccio). La fretta di montare la trasmissione e la mia scarsa lungimiranza m’impedirono di capire che quel Primo Levi privato era uno splendido autoritratto, destinato a rimanere solo nella mia memoria.

Chiaroscuri Novecento. Giorgio Morandi fermo sull’angolo: perplesso

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Non avrei mai pensato che un uomo così grande avesse potuto passare gran parte della sua vita in uno studio tanto piccolo. Lo scoprii molti anni dopo la sua morte, quel minuscolo studio che in pochi metri quadrati racchiudeva bottiglie, colori, cavalletti e un piccolo letto singolo, dal quale probabilmente spuntavano, la notte, i lunghi piedi dell’uomo grande; quel bric à brac era stato ricostruito con i pezzi originali dal Comune di Bologna nell’ambito di una mostra su Giorgio Morandi. Le stanze intime dei Grandi Trapassati sono impregnate di assenza, come suggeriscono i custodi compunti: “Questo era il tavolo del Maestro”, “A questo pianoforte sedeva…”. Invece, in quello sgabuzzino gli oggetti non comunicano né distacco né cordoglio: stanno bene, possono permettersi il lusso di essere semplici oggetti, la loro sublimazione è già avvenuta sulle tele del loro padrone. 

Negli anni Cinquanta, mi capitava di incontrarlo spesso, Morandi, a Bologna, all’incrocio fra Strada Maggiore, dove abitavo, e via Fondazza, dove abitava lui. Su quell’angolo sostava a lungo come  perplesso sulla direzione da prendere e durante quella sospensione temporale stazionava davanti a un negozietto di scarpe e pantofole impolverate, esposte in vetrinette di legno giallino che sembravano recuperate dalla demolizione di povere culle proletarie. Davanti a quella vetrina il Maestro sostava, e giacché sostava, fingeva di guardare: certo non aveva intenzione di comprare pantofole, ma gli piaceva indugiare nell’incertezza di quel crocevia che, pur collocato a pochi metri da casa, gli offriva fantasiose prospettive di fuga. Questa sosta era per me, bambino, tanto indecifrabile quanto affascinante e, non visto, me la gustavo tutta, fino a quando il Maestro se ne tornava nella sua Fondazza 36.

Chiaroscuri ‘900 (V). Un futurista fuori sede: Fortunato Depero a New York

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Fortunato Depero, New York e tunnel, 1930

Circola un’aria sottile di commedia all’italiana in questa paginetta degli anni Trenta: in anticipo di qualche decennio, ma il taglio è quello. Invece di Alberto Sordi e consorte sono di scena Fortunato Depero e la moglie, catapultati dalla piccola Italia fascista alla Grande Mela. E in un salotto elegante, in un turbine di abiti lunghi e impeccabili, mentre i nostri due italiani sono vestiti alla meglio. L’abito di lui è scuro ma da passeggio, certo non da ricevimento; quanto alla signora, indossa un abito “bleu” più adatto alla spiaggia di Riccione (scoperta e amata, proprio in quegli anni, da Mussolini) che a un salotto esclusivo di New York. Un leggero strato di Futurismo ricopre la scrittura, ma la sostanza è quella del bozzetto non privo di qualche compiacimento. La mise inadeguata dei due italiani viene notata, qualcuno mormora, altri lascia cadere una battuta ironica, ma c’è una certa fierezza in questo reportage, e per contrasto con gli eccessi americani (taxi enormi, così come le acconciature delle signore) riaffiora l’essenzialità di quelle trattorie (a volte un po’ lugubri, sempre austere) nelle quali si facevano ritrarre i futuristi impomatati, per non parlare poi delle serate con Marinetti e gli altri, così sapientemente disordinate! Si affaccia, in definitiva, e per assenza, la Provincia, come un marchio che contraddistingue il prodotto genuino.

Trillo di telefono, trr… trr… Hallò, hallò, pronto, pronto, pronto, con chi parlo? Con… Con Madame Withman? Oh, come va? Come?… Sì, sì, sì, va bene signora grazie, dunque intesi, per questa sera, un invito familiare, non un ricevimento, grazie, arrivederci alle nove.
Marciapiedi infuocati.
Tassì, giallo, di proporzioni nuovayorkesi.
Si svolta ad un angolo, mentre la favola della folla e dei marciapiedi cala e risale su di un piano inclinato. Le macchine si sovrappongono, si accavallano e sorvolano.
Eccoci alla 67ma strada, all’esatto numero indicatoci. Davanti, una lunga teoria di automobili di lusso ferme. Ai, ai, ai, temo un tradimento. Altro che invito familiare, temo un ricevimento in grande stile.
Ci guardiamo in faccia con mia moglie titubanti. Desiderio comune di ritornare sui nostri passi poiché io indosso un abito scuro da passeggio e Rosetta un abito bleu a lunghe maniche. Breve sosta e confabulazione riflessiva. Il ritorno sarebbe lungo e giunti fin qui conviene rimanere. Entriamo, affrontiamo, andrà come Iddio vorrà.
L’ondata di sfarzo ci investe. Raffiche di cristallo e violenza di decoltè, vampe di carne e rasoiate di nerissimo smoking lucenti ed impeccabili con lo sparato che abbaglia e lo stile diplomatico che predomina.
Le capigliature femminili troneggiano come castelli dorati, come vampe solenni. Improvviso silenzio alla nostra umile apparizione e per un attimo ebbi la sensazione e il desiderio di sprofondare dentro un improvviso ed arcano trabocchetto, avrei voluto scomparire. Molti occhi ci guardano sorpresi ed interrogativi, incuriositi di questi due incauti e spesati simboli di modestia, di questi due distratti rappresentanti dell’arte in abito da passeggio.
Sui tavoli molto champagne e risate negli specchi che luccicano dentro lussuose cornici d’oro. I calici tintinnano e le luci sfavillano… un famoso violinista fa commuovere le corde e i cuori e un attore maligno (lo sorprendo) commenta ironico la nostra involontaria modesta parvenza, e quasi stonata presenza…
Splendori, inchini, violini, presentazioni e coppe… spalle… ciprie e molto fumo… e troppa luce di pupille e di lampade, di scarpe laccate e di gioielli impertinenti… Ronzii, tintinnii, voci sussurrate, risate fendenti, frantumi di commenti… e l’industriale tale, e il diplomatico tal altro… L’artista insigne X, il tenore Y… L’affascinante attrice Z… L’attore di Broadway… Il prestigiatore N N… Le sue figliole… suo marito… onoratissimo… Il violinista Corti e la sua signora… Il milionario Sempronio… qui presente… Il banchiere Caio… la sua madama… la duchessa bulgara… la principessa russa… la nipote del Kaiser, lì presso quel paralume gigantesco assieme alla pittrice… e giù, giù, e via via di seguito, fino alle due di notte…
E poi, mezz’ora di treno elevato sconquassante, fino alla 23ma tappa, fino all’albergo di Transito del 464 West, mia prima stazione della “Via Crucis americana”.

Fortunato Depero, Un futurista a New York, Edizioni del Grifo