FRANCO BUFFONI, QUALCOSA RESTERA’. SU OMOSESSUALITA’ E LETTERATURA (da “Le parole e le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=27349

“Che cosa delimita i confini di una presunta letteratura omosessuale, ci possiamo chiedere. La vita erotica, presunta o dichiarata, di chi scrive? I temi trattati?”

Il video della domenica. Giorgio Strehler in prova. L’OPERA DA TRE SOLDI

 

Magnetico, dominatore, debordante, tirannico, instancabile fino alla distruzione di sé e degli altri, dominato da un narcisismo incontenibile, su Giorgio Strehler si è indubbiamente detto e scritto di tutto, ma è altrettanto indubbio che pochi hanno saputo costruire l’azione scenica come lui: con la sua fisicità che lo spingeva a sostituirsi all’attore in ogni momento, e non solo per mostrargli un gesto e un ritmo ma anche per diventare egli stesso attore: surrettiziamente, si potrebbe dire perché, come molti grandi registi Strehler, quando ha recitato in prima persona non è mai stato un bravo attore. Era semplicemente straordinario nel far recitare gli altri. In questo breve video, il maestro, esaurita la sua performance, lascia la scena a Gianni Santuccio e a Milva, impegnati nel famoso “Tango Ballade”, di Kurt Weill.

Buon 1° maggio (a)

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Alexandre Séon (1855-1917)

Sono così bianche le viole
del pensiero cresciute in
seno alla loro primavera e
messe poi a giacere negli
esatti giacigli della sera.

Anna Cascella, in “Nuovi poeti italiani !”, Einaudi

 

Il video della domenica. PER FARE UN POEMA DADAISTA. 3′

E’ un’alternativa agli innumerevoli video che insegnano come piegare le t-shirt o come riutilizzare i contenitori delle uova o le lattine di Coca cola. Il breve video mette in pratica le istruzioni contenute in Dada manifesto sull’amore debole e l’amore amaro, che Tristan Tzara lesse a Parigi, alla galleria Povolozky il 9 dicembre del 1920 e che pubblicò l’anno seguente.
E’ un gioco forse ozioso, ma gratificante, come spiega lo stesso Tzara al termine delle istruzioni, che qui riportiamo.

Prendete un giornale
Prendete delle forbici
Scegliete sul giornale un articolo lungo quanto intendete debba essere il vostro poema
Ritagliate l’articolo
Quindi ritagliate accuratamente ogni parola di cui è composto l’articolo e mettetelo in una borsa
Agitate un poco
Disponete ogni frammento uno dopo l’altro nell’ordine in cui si trova nella borsa
Copiate scrupolosamente.
Il poema vi assomiglierà.
Ed eccovi trasformati in uno scrittore assolutamente originale e di affascinante sensibilità, ancorché incompreso dal volgo.

 

Radiospazio, piccola storia di un blog

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Quando questo blog è nato, i numeri non erano certo la sua prima preoccupazione. Anzi, all’inizio non doveva essere nemmeno un blog, ma un sito piuttosto statico, una vetrina (non importava se con un filo di polvere) nella quale esporre l’archivio di Radiospazio teatro. A disposizione di chi? Non era chiaro. Qualcuno diceva: di un eventuale impresario interessato ai nostri spettacoli. Ma era un’ingenuità fanciullesca alla quale nessuno credeva; tutti sapevamo che gli spettacoli non circolano (non vengono comprati, per dirla schiettamente) perché un direttore di teatro, navigando in rete, s’imbatte nel sito di una compagnia che per caso lo incuriosisce.
A parte le dichiarazioni di facciata, le vere ragioni erano probabilmente altre, più irrazionali e quindi meno confessabili; forse il desiderio di sottrarre gli spettacoli al loro destino naturale, che è l’oblio, e di conservare insieme alle loro piccole mummie allineate sugli scaffali del sito il profumo o almeno il senso di un lavoro collettivo che aveva preso forma a dispetto di ogni ragionevole previsione. Comunque, il sito di Radiospazio nacque ma ebbe una vita breve perché fu subito chiaro che le nostre competenze informatiche erano sconsolanti e non potevamo certo permetterci un webmaster.
Ripiegammo quindi sulla più modesta formula del blog fatto in casa, mimetizzandoci fra i tanti diaristi pubblici e fra i poeti del web. Ben presto ci trovammo di fronte a una contraddizione tanto spiacevole quanto insanabile: per ragioni che sarebbe troppo lungo raccontare (diciamo di programmazione), alla compagnia di Radiospazio, si presentò la prospettiva di lunghi mesi inattivi: il blog, strumento di comunicazione e di dialogo (con non si sa quale pubblico) ci apparve improvvisamente come una barchetta che non aveva senso calare in acqua nemmeno per la cerimonia inaugurale. O la si lasciava lì sulla spiaggia a marcire, o ci si imbarcava senza una rotta, in attesa che l’attività teatrale riprendesse. Così facemmo predisponendoci a una lunga, forse lunghissima fase di intrattenimento (come un prologo spropositato) e forse a un naufragio, che sarebbe stato comunque meglio di una inerte attesa, lì sulla riva, a guardare i velieri che filavano via disinvolti. Dopo qualche mese di navigazione in compagnia di pochissimi amici, il blog incominciò a crescere. La rotta era sempre bizzarra e a volte un po’ umorale, ma evidentemente le persone incuriosite dal frammentario erano più di quante pensassimo. Oggi sono (siete) in diecimila a seguire Radiospazio, che è una testata sempre più scollegata dalla sua ragione originaria. (Ma siamo tutti un po’ scollegati, e forzatamente, direi).

 

 

NUNZIO LA FAUCI, NON C’E’ ITALIANO CHE NON SIA PROVINCIALE (da Le parole e le cose)

 

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http://www.doppiozero.com/materiali/non-ce-italiano-che-non-sia-un-provinciale

25 aprile. PRIMO LEVI, PARTIGIA

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Partigia

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non è mai finita.

CHRISTINE ANGOT, L’INCESTO

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“L’incesto e la merda”

In questo breve romanzo di Christine Angot, il titolo svela fin da subito l’argomento nella narrazione: l’incesto. Un tema tabù. La scrittrice stessa ne è consapevole; tanto da definirsi, a testo finito, come una grossa merda. “L’incesto è davvero il libro nel quale mi presento come una grossa merda, ogni scrittore deve farlo, almeno una volta, poi si vedrà”. Ma perché questo epiteto? Basta leggere le prime pagine per averne un’idea. Il lettore viene immediatamente travolto in un vortice di nomi, eventi e relazioni nel quale fatica a trovare un filo conduttore. La Angot parla in prima persona, un io narrante colto in flusso di pensiero; apparentemente senza logica. Un altro tabù: il disagio psichico. La confusione manifesta; la confusione e la sua esposizione. Da qui, il passo è breve: psicopatica = emarginazione sociale (convenzionalmente approvata) = colpevole; quindi merda. In questa scrittura delirante è importante non perdersi; tutto ha un significato. L’incesto e la merda. L’incesto e il senso di colpa. Uno dei primi compiti di uno psicoterapeuta è quello di rendere consapevole il bambino/ragazzo molestato del torto che ha subito, e per arrivare a questo obiettivo deve liberarlo dal senso di colpa che lo attanaglia. Non è un caso, infatti, che buona parte delle vittime non denuncino i propri carnefici, proprio in quanto convinti di essere state loro stesse la causa dell’abuso. Aspetto, questo, che ritroviamo pienamente nel libro dell’Angot. Un po’ come se, definendosi una grossa merda, la scrittrice dicesse: “sono stata molestata da mio padre, ma in fondo mi piaceva. Provavo piacere. Piacere fisico, ma non solo. Questo rapporto mi rendeva importante ai suoi occhi, nei quali mi specchiavo. Sono stata io a portare avanti (provocare?) questa relazione. Tant’è che, persino quando la notizia è arrivata alle orecchie di mia madre, ho continuato a cercare quella figura che tanto desideravo, della quale ero gelosa e che, “a modo suo” mi amava: mio padre”. In questo romanzo, anche la punteggiatura, nella sua discontinuità, è significativa. Talvolta è quasi del tutto assente, altre volte, al contrario, impone un ritmo che scandisce parola per parola; in altre, invece, segue un andamento coerente con le convenzioni grammaticali. Ne consegue una musicalità che porta il lettore a sentire le diverse voci del personaggio; non stupisce, infatti, ad un certo momento, domandarsi chi stia parlando… attraverso la sua bocca. La figlia abusata? La ragazza molesta? Il padre? Un io che lotta per la propria libertà? Non è sempre possibile dare una risposta, ma è evidente che la vera vittima la si riconosce perché “porta in sé i tratti del carnefice”. Difatti, la stessa protagonista, nella relazione con la compagna, mette in atto tutta una serie di atteggiamenti e parole che la rendono insopportabile. La Angot è stata vittima, ma dal proprio carnefice ha imparato a torturare. Attraverso i suoi atti, la donna non spezza quella catena che la condanna alla ripetitività; che è poi l’incubo principale del soggetto abusato. Fortunatamente però, come già in precedenza accennato, in questo malsano gioco di volti e di voci, emerge anche la trentanovenne che ha intrapreso – da tempo – un percorso psicanalitico al fine di riconoscersi come un individuo che è stato manipolato e reso schiavo. La donna ha una figlia, Léonore, che ama molto. Anche se la Angot non lo dice esplicitamente, è possibile supporre che sia proprio in questa relazione sana “madre-figlia” che la vittima riesca, fortunatamente, a trovare la forza di porsi davanti ad uno specchio. Vede i propri lividi, ne sente il dolore e l’amarezza. Ripercorre gli eventi che l’hanno portata alla follia, tentando così di rompere le catene che la inchiodano in un presente vorticoso.

Luca Perrone

La chiamo Marie, lei si chiama Marie-Christine. Ieri, il mio psicanalista: Chi le ha dato il suo nome? In Christine allusione al Christ (Cristo). Gli parlavo della mia missione salvatrice, salvare gli altri, far scoppiare le loro abitudini “salvavita”, che si salvino con me o tramite loro stessi. Qui le ha dato il suo nome, «mio Dio!» ho detto. Iniziavo a comprendere. Suo padre o sua madre? Mio Dio. Mia madre mi avrebbe voluto chiamare Marie-Christine. Mio padre ha detto: niente Marie. Mi sono sposata ed in seguito separata. Un marito, vitelli, vacche, maiali, o una Marie. Nessun marito, nessun padre, nessun uomo, nessun salvavita, tutte queste pentole, la cugina Nadine, NC, odio è, la compagna, che gli si sono agganciate. Sono stata ieri a trovarla e la chiamavo «tesoro mio». Quando era piccola, era nella sua stanza che c’era la cassaforte. I diamanti di sua madre, i contanti. In una piccola cintura sul ventre per acquistare un appartamento. Un venditore di diamanti a Parigi, prendere appuntamento, stimare i diamanti. Una casa grande casa per noi due grazie a loro. «Li dovresti vendere», gli diceva ND. Sua cugina aveva fatto la conoscenza di un venditore di diamanti. Lei mi aveva reso i libri dei conti di suo padre. Mi sarei dovuta chiamare anch’io Marie-Christine, in una di quelle famiglie, che gettavano il denaro dalle finestre, che la domestica raccoglieva ai piedi delle vigne. Il frutto del lavoro. Dei quadri ai muri. Léonore, amore mio, oro mio. Oggi sono nella mia camera, seduta a tavola, quella verde, il tavolo da gioco, sul quale scrivo. Dalla finestra percepisco il giardino, i lauri, le palme, la magnolia. Al fondo del giardino, mio padre guarda la strada di Clermont, che costeggia il giardino. Tesoro mio, amore mio, mio oro. Léonore. Mia Léonore, tesoro mio. Tesoro mio, mio oro. Nessuna Marie, nessun matrimonio, niente oro. La cassaforte era nella sua stanza. All’epoca i medici erano pagati in contanti. Suo padre dava i soldi a sua madre, che li deponeva con i gioielli e gli oggetti di valore nella cassaforte tutte le sere. Questa casa mi fa esplodere, è stata costruita da mio nonno, medico a Canet, lui stesso figlio di un medico, così di seguito per generazioni.

Christine Angot, L’Inceste, Stock, Traduzione Luca Perrone

Il video della domenica: un corto di FEDERICO FELLINI, AGENZIA MATRIMONIALE (1953)

È il 1953. Fellini ha alle spalle una discreta attività di sceneggiatore e un esordio nella regia (Luci della ribalta, insieme ad Alberto Lattuada). Zavattini gli offre la possibilità di dirigere da solo un episodio dei sei che compongono, L’amore in città. Gli altri registi sono Antonioni, Lattuada, Lizzani, Maselli, Dino Risi.
Per Zavattini, creatore del progetto, gli episodi del film dovrebbero essere altrettanti tasselli della poetica neorealista che si sta decantando: la prostituzione, il suicidio, le squallide balere della periferia romana, la storia di una madre indigente, incerta se cedere in adozione la sua creatura, il gallismo degli italiani.
Fellini decide di rispettare lo spirito della commissione, ma apporta una piccola, sostanziale modifica: introduce nell’inchiesta sulle agenzie matrimoniali un elemento surreale, il matrimonio di una ragazza povera con un ricco licantropo. In questo corto, Fellni, all’inizio della sua attività di regista, crea un alter ego che anticipa di qualche anno il Mastroianni della Dolce vita: è Antonio Cifariello, un altro bello del cinema italiano, al quale affida il ruolo del giornalista che conduce l’inchiesta.
Sulla contraddizione fra “stile neorealistico” e taglio surreale del soggetto, scriverà Fellini: “Poiché Zavattini mi dava quest’opportunità, stabilii di girare un cortometraggio nello stile più neorealistico possibile con una storia che in nessun caso poteva essere vera, neanche neo-vera. Pensavo: Cosa farebbero James Whale e Tod Browning se dovessero girare Frankenstein o Dracula in stile neorealistico? E così nacque Agenzia matrimoniale.”
Zavattini non apprezzò.

GILDA POLICASTRO, LA PIU’ AMATA DAGLI ITAIANI (da “Le parole e le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?paged=2

“Una volta Arbasino disse che giudicare i libri a seconda del gradimento popolare sarebbe stato come valutare McDonald il miglior ristorante al mondo perché il più frequentato…”