Nella scena semivuota di Fellini Radioshow spicca un frigo verde. Ad esso gli attori attingono, trovandovi solo acqua e altri modesti generi di conforto; quelli più gratificanti, come salatini e pizzette, se li vanno a prendere con rapide incursioni fra uno sketch e l’altro. Perché gli attori, in radio, mangiano, e non solo, ma a volte arredano il tavolo nel quale sono confinati con effetti personali: oggettini scaramantici e piccoli attrezzi per la cura del corpo, oltre, naturalmente, ai vari supporti informatici. Nella penombra del tavolo si svolge una piccola vita quotidiana; non sempre il pubblico la nota, ed è logico, perché la loro attenzione è rivolta agli attori al microfono, ma quell’abitare quasi fra le quinte è un sommesso continuum che dà il suo piccolo apporto subliminale allo spettacolo. Ancora per due repliche.
Ieri sera, dopo la prima, la compagnia non è andata alla Stazione (ferroviaria). A dire il vero, sono già molti anni che non ci si va più, ed è un peccato, le compagnie contemporanee non sanno che cosa si sono perse in tutti questi anni. Il tragitto dalla trattoria alla stazione era emozionante: più che altro il tragitto stesso, direi, perché l’esito della trasmissione non era quasi mai pari alle attese. Alla stazione ci si andava, dopo la trattoria, per comprare il giornale con la recensione fresca di stampa che usciva poco dopo la mezzanotte. Sì, perché il critico era venuto scrupolosamente alla generale, e ogni volta ci si premurava di avvertirlo (a mezze parole, o tramite un mediatore, perché i critici si trinceravano dietro un silenzio gelido per non far sospettare chissà quali connivenze) che quella prova era stata proprio sbiadita rispetto alla sera precedente; per di più, c’era stato qualche inconveniente tecnico che aveva falsato tutto. Il critico veniva alla generale e aveva un giorno per scrivere il pezzo, perché la recensione doveva esserci. E infatti c’era, anche se spesso gli attori mugugnavano perché erano gratificati di parole brevissime, e a volte nemmeno di quelle; ma come le fallaci sorprese della uova di Pasqua non incrinano la Resurrezione, così la recensione loffia non incrinava il rito della Mezzanotte alla Stazione. Tornando alla prima di ieri, dopo la Trattoria (che non è stata ancora abolita) ci siamo salutati senza pellegrinaggi e senza attese; lo spettacolo ce lo eravamo raccontati a cena, cronisti, ma non critici, di noi stessi. Ci siamo detti che era andato proprio bene e che il pubblico si era molto divertito. Credo che sia vero, da stasera potete verificare voi stessi perché si replica.
Interpreti: Francesco Benedetto, Eleni Molos, Anna Montalenti, Gianluigi Pizzetti, drammaturgia e regia: Alberto Gozzi
Per il giovane Federico la radio fu una sorta di una nave scuola, una signora generosa che svezzò ragazzo accontentandosi delle prestazioni acerbe di un autore alle prime armi con la scrittura. Da quell’apprendistato nacquero un centinaio di sketch, trasmissioncine semplici, avrebbe detto Fellini che amava i diminutivi (un vezzo linguistico sia romagnolo che emiliano), storielline, battutine, molto simili ai raccontini che il giovane aspirante regista buttava giù con la mano sinistra per il giornale satirico “Marc’Aurelio” alla fine degli anni Trenta, mentre con la destra sfornava disegni, beffardi, surreali e anche un po’ sensuali. Il piccolo cosmo che Fellini allestisce nello studio radiofonico rispecchia un’Italia modesta, nella quale il Fascismo agisce, come sfondo opaco e sordo, nell’angustia delle stanze che sanno di umido e nella mestizia dei rapporti umani, pervasi di una quieta rassegnazione a una logica di classe (i portinai, le cameriere, ciascuno nel posticino che la sorte e il Regime ha loro assegnato). All’interno di questo piccolo mondo il giovane Fellini piazza, se non proprio delle mine, almeno delle castagnole: certamente non per destabilizzare il Sistema (non ci pensano nemmeno), ma per creare qualche sussulto nel fluire di giorni sempre troppo uguali l’uno all’altro. Gli strumenti che usa Federico sono quelli portati come spore dall’air du temps: il paradosso (quello alto di Achille Campanile, ma anche quello stradaiolo della barzelletta); la crudeltà dei comici (da Petrolini a Totò, che Fellini molto amava); l’acidula malignità che si manifesta nei ritratti di Maccari e nelle vignette di Giuseppe Novello, amoroso fustigatore di una ridicola borghesia; le incursioni in un mondo parallelo che caratterizzano il Realismo magico di Bontempelli; il demenziale disperato dell’avanspettacolo, che nasce dall’ansia della risata a tutti i costi, pena la sopravvivenza: o ridere o morire. La radio è un mezzo povero, e come tutti i poveri è anche fragile, ne eravamo consapevoli quando abbiamo deciso di portare questi sketch in palcoscenico corredati del nudo apparato radiofonico (i copioni e i microfoni, nient’altro, più le musiche, naturalmente, che sono parte integrante del discorso), anziché affrontare una riscrittura teatrale. La scommessa è che questa nudità, lungi dal voler proporsi come candore, riveli la vitalità di questi testi semplici e chiassosi come il rosso di un naso finto sulla punta del naso di un attore di prosa.
Durante le registrazioni radiofoniche, capitava che il regista si intrattenesse col tecnico per qualche problema tecnico. In quei momenti di pausa, alzando la testa, si potevano vedere gli attori che confabulavano fra loro a microfoni spenti, così che lo studio di registrazione veniva chiamato confidenzialmente “L’acquario”. Erano pause sonnolente, durante le quali gli attori si scambiavano confidenze, soprattutto riguardanti le fatturemle scritture e i rimborsi – ed è un vero peccato che nessuno abbia registrato quel chiacchiericcio, perché qualche sociologo dello spettacolo avrebbe potuto lavorare con profitto sul un materiale così spontaneo.
Ma durante la registrazione i pesci si rianimavano, e non solo perché riacquistavano la parola, ma soprattutto, direi, perché intorno alla parola si costruiva una gestualità tanto pittoresca quanto vana. La parola richiamava inevitabilmente il gesto, ed era un fiorire di inchini, di occhi sgranati, di sorrisi sardonici che nessuno avrebbe mai visto: un teatro a tutto tondo, ma fruito nella sua pienezza da soli sei spettatori (il regista, il tecnico e l’assistente musicale). La teatralizzazione della radio non si limitava alla mimica: talvolta, qualche attore particolarmente ispirato, improvvisava accessori e costumi di scena: chi indossava occhiali inesistenti, chi cappelli, chi turbanti, chi, addirittura, un naso finto – e se la trasmissione si svolgeva durante il carnevale le teatralizzazioni dei più temperamentosi superavano l’immaginabile.
Qualcosa del genere può accadere anche durante il Fellini Radioshow. L’acquario si è rotto e le luci si sono accese sul buio della radio.
Ultime ore di prove. Si ripercorre lo spettacolo spezzettandolo in frammenti anche molto minuti. A volte ci si perde in analisi troppo minuziose e tutto sommato inutili. Gli attori ne risentono.
Nella poetica fellinana, il sogno gioca un ruolo importante; in Otto e mezzo (la scena dell’harem) e in Boccaccio 70 (la gigantesca Anitona che perseguita il fobico Peppino De Fllippo) la componente onirica si sviluppa intorno all’ossessione della donna, ma in tutta l’opera di Fellini il sogno agisce anche in modo meno dirompente, come un grimaldello che forza ambienti troppo angusti liberando linguaggio e pensiero. Anche in un contesto giocoso e con un piede nell’avanspettacolo come quello di Fellini Radioshow il sogno si affaccia, inaspettato e con una fisionomia sorprendente.
Quando si trattò di trovare un titolo a questo trittico di spettacoli, non fu impresa semplice. Per quanto mi riguarda, i titoli sono un supplizio che volentieri eviterei: nell’elaborazione di un titolo urgono esigenze comunicative che finiscono per essere non poco inibenti per chi deve sbrigare l’incombenza: il titolo deve essere unificante dei tre spettacoli; il titolo deve fare riferimento a un certa visione del Novecento, ma senza essere pedante; il titolo deve essere allusivo (non si sa mai bene a che cosa); il titolo non deve far dire al pubblico: “Ma che roba è questo trittico?”. Me la cavai, infine, facendo ricorso al concetto di travestimento mutuandolo da Edoardo Sanguineti, che lo riferisce non solo al teatro ma alla riscrittura in generale; sul momento, questo titolo mi parve una di quelle soluzioni che se la cavano con una certa svelta eleganza, come le composizioni di orchidee che si mandano alle padrone di casa (“Con le orchidee non si sbaglia mai”, dice il fioraio).
Sono passati svariati mesi dall’elaborazione del titolo (i titoli si preparano molto per tempo, come le collezioni di moda); ieri me lo sono ritrovato sulla locandina appena stampata e ho pensato che il concetto di travestimento, scelto a freddo, trovava un riscontro piuttosto preciso in questo lavoro su Fellini; lo pensavo mentre provavamo uno sketch nel quale un cliente, preceduto dal suono di un campanellino, entra in un negozio per comprare un cappello nuovo: una situazione tanto lontana nel tempo da apparire meravigliosamente artefatta. E in un attimo di allucinazione tipica delle prove mi è sembrato di veder spuntare sui visi innocenti e contemporanei degli attori un paio di nasi finti: altro che travestimento, si stava sfiorando la maschera, le parole come maschera. Oggi lo dirò agli attori, anche se mancano solo cinque giorni al debutto.
Gli attori di tre quarti, in un gioco di ti vedo e non ti vedo. Dal 1° novembre saranno visibilissimi. La radio si trasforma in teatro e si prende la rivincita sul buio.
Si sta affacciando, in questi giorni di prove, un curioso animaletto che non si era rilvelato (non lo avevo colto) durante il lavoro preliminare su questi testi di Fellini: il comico quotidiano. La creatura è sgusciante, e cerca di nascondersi dietro la sagoma massiccia del Comico tout court, con cui è imparentato. La sua natura ombrosa gli fa prediligere gli ambienti più banali, come i soggiorni della piccola borghesia, le botteghe artigiane, i negozi, nei quali esplode imprevedibile per giungere in poche battute a un demenziale un po’ crudele.
La scena di Fellini Radioshow rappresenta uno studio radiofonico dei giorni nostri ripensato nella dimensione essenziale, sintetica del teatro – per dirla sinceramente: uno spazio vuoto nel quale cinque microfoni spuntano come funghi sottili, più una piccola postazione a vista ove operano il regista (gli attacchi musicali sono a vista, come nella radio in diretta) e l’assistente (impegnata alla console con i molti mixaggi al volo); completano il più che sobrio allestimento un tavolone sul quale gli attori spandono la loro noia quando non sono impegnati al microfono e un distributore di bibite. Come recita il luogo comune, la radio è un mezzo povero, ma soprattutto duttile: qui la convenzione (propria anche al teatro) si sposa con una malandrina illusione, come accade nella prima scena dello spettacolo: “Sul mare viola avanza una piccolissima zattera e sulla zattera, stracciato, lacero, sfinito c’è il Presentatore. Quando egli vede l’isoletta, prende a saltare dalla gioia…” e dalla regia sale una musica esotica, che pare proprio di stare in una cartolina degli anni Cinquanta, tipo “Piacenza, se ci fosse il mare”, con tanto di palme e di ragazze hawaiane sottintese. Ma la navigazione nelle acque del kitsch dura solo qualche battuta perché un attimo dopo si affaccia un personaggio munito di fucile che si è infiltrato abusivamente nello studio radiofonico. Il fucile spara canzonette e parole in libertà. La tremolante narrazione vien meno. La radio mostra il suo volto casuale e pasticcione (per non dire goliardico), che Fellini plasma con esuberanza divertendosi a irridere l’incanto che egli stesso ha creato.
A dispetto della componente radiofonica dichiarata nel titolo, lo spettacolo è teatro mascherato da radio.
Prima di approdare al cinema, che era il suo obiettivo, il giovane Federico dovette fare, come si usava un tempo, una canonica gavetta. Che per la verità non fu né lunga né faticosa. Approdato a Roma da Rimini, il diciannovenne Federico trova lavoro, nel 1939, al “Marc’Aurelio”, una rivista satirica che sarebbe stata l’incubatrice, oltre a Fellini, di molti personaggi di spicco del cinema italiano, da Ettore Scola a Age e Scarpelli, da Castellano e Pipolo a Cesare Zavattini. Dal giornalismo alla radio il passo è breve. Al “Marc’Aurelio”, Federico scrive raccontini e sforna disegni sensuali, un po’ grotteschi è un po’ autoironici; sono le caratteristiche dei suoi sketch radiofonici (che non sono pochi, una novantina circa, scritti nei primi anni Quaranta), ai quali l’autore aggiunge una piccola dose di quel realismo magico che Massimo Bontempelli aveva messi in circolo in quegli anni. La radio è un’ottima palestra: il suo tessuto aleatorio, che vive di voci e di suono, non è condizionato dal macchinoso e costoso apparato della produzione cinematografica. Ma il cinema non è lontano, e certamente Federico, mentre gioca nella palestra della radio, matura i germi di quella poetica che presto realizzerà sullo schermo. (Come a volte capita alle introduzioni, questo post è un po’ ingessato; presto entreremo nel merito del nostro Fellini Radioshow).