“Nel 1968 il regista e poeta Pier Paolo Pasolini è in procinto di girare il suo nuovo film: Medea. La Medea dell’intellettuale friulano si ispira alla storia della sacerdotessa originaria della Colchide le cui gesta furono inscenate dal drammaturgo greco Euripide, ma Pasolini intende utilizzare la storia di Medea per raccontare una tragedia moderna: il terzo mondo, primordiale e legato ai suoi riti ancestrali, che incontra il cinismo della civiltà occidentale.”
“La convivenza con sé stessi è, secondo Galimberti, quella più difficile: il tempo libero dal lavoro che dovrebbe essere quello da dedicare all’incontro con sé stessi viene dedicato invece alla distrazione, perché la convivenza con se stessi è diventata una cosa difficile. La controprova per esempio è il declino della psicanalisi che fa conoscere sé stessi e oggi nessuno ha il tempo per questo. Forse non siamo nemmeno interessati a sapere chi siamo.”
“Sebbene Il Bel Paese sia opera in effetti di formato piuttosto grande (ha un diametro di tre metri), non sorprenderà a questo punto che sia a tutti gli effetti un’Italia in miniatura, come quella compiaciutamente stereotipata che dal 1970 intitola un parco a tema di Rimini, quella fatta intrecciare da Cattelan sul tappeto circolare posto al piano terra del Castello di Rivoli (in modo che i visitatori debbano, per accedervi, calpestarne l’icona): che riproduce infatti l’etichetta del formaggio omonimo, brevettato nel 1906 da Egidio Galbani” …………………
Si era sempre raccomandato, forse l’aveva anche lasciato scritto: «Per le esequie, non state a spendere, sono soldi buttati. Fate una cerimonia stringata, semplice, e soprattutto intima; se c’è una cosa che non sopporto sono i dolenti abusivi, quelli che s’infilano nei funerali per dividere a scrocco la torta del dolore altrui.» L’avevano preso in parola. Oltre al prete, c’erano quattro amici che si erano offerti volontari per la bara (ed era già un bel risparmio), un fratello inutile col quale non si vedevano da dieci anni (però era sembrato brutto non dirgli niente), la vedova e la cognata (che avrebbe potuto anche starsene a casa, ma pazienza). Insomma, non si poteva lamentare, le sue volontà erano state rispettate, o meglio lo sarebbero state se all’ultimo momento non fosse comparso Samuel che, con la sua discrezione sempre così irritante, si era messo in fondo al piccolo corteo. Samuel era l’amico spirituale di sua moglie e, in quanto tale, aveva causato numerosi piccoli screzi, anzi, a ripensarci si poteva dire che aveva prima corroso e poi avvelenato del tutto il matrimonio, perché un amico spirituale è più difficile da gestire di un amante. Le sue piccole attenzioni, i suoi calembour che la facevano ridere, gli innocenti segreti che i due si scambiavano a mezza voce (alla luce del sole, del tutto innocenti) erano altrettante torture quotidiane, ma di quelle raffinate e inattaccabili. Affrontare la cosa di petto, neanche parlarne: a questionare su una faccenda spirituale c’è sempre da passare per paranoide, forse addirittura per empio, perché tutto ciò che attiene allo spirito gode di una sacrale immunità. Non restava che tacere, ed era stato un silenzio di svariati anni che adesso finalmente andava a confluire in un silenzio definitivo. Rimaneva un ultimo, raccapricciante pensiero: e se la moglie avesse avuto la bella pensata di affidare a Samuel la stesura dell’epitaffio? Poche e spirituali parole con le quali avrebbe dovuto convivere per sempre.
Nell’accavallarsi delle notizie, non ricordo chi ha scritto: “Sicuramente, anche negli anni scorsi, andando a spulciare negli stand, qualche editore più o meno fascista lo si sarebbe trovato”. E’ probabile, ma oggi le cose sono molto diversa: l’editore Altavista è Casa Pound, e i legami fra Salvini e Casa Pound sono ufficiali: non si limitano alla pubblicazione del suo libro con l’editore fascista, ed è superfluo ricordare gli innumerevoli rapporti fra il ministro e questi fascisti dichiarati del secondo millennio. E’ evidente che la pubblicazione (e la conseguente partecipazione al Salone del libro) rientrano nella campagna elettorale di Salvini, il quale ha fatto quella mossa che nel gioco degli scacchi si chiama “gli occhialini”: mettere il cavallo nella condizione di mangiare inevitabilmente uno o un altro pezzo dell’avversario. Ecco dunque gli occhialini: se il Salone avesse accettato Altaforza, i fascisti avrebbero fatto il loro ingresso a vele spiegate, come è avvenuto (altro che andare a spulciare fra gli stand per trovarli); se decideva di non affittare lo spazio espositivo i fascisti sarebbero insorti contro la Sinistra illiberale e discriminatoria (l’editore fascista Polacchi ha già impugnato la strisciolina dell”unico Voltaire che tutti trovano nei Baci Peugina). Gli occhialini sono una trappola semplice ma senza scampo. Poteva il Salone rifiutare lo stand ad Altaforza? Teoricamente no, ma nella situazione contingente sì. Poniamo che un’emittente abbia deciso di organizzare e di riprendere una manifestazione sportiva, e che la sua deontologia preveda di non trasmettere pubblicità di sigarette. Una delle squadre chiede di partecipare ma sulle sue magliette campeggia la scritta “Marlboro”. L’emittente metterà la società sportiva di fronte a una scelta: o cambiate maglietta o non partecipate. Poiché non si poteva chiedere ad Altaforza di cambiare maglietta (il fascismo è la ragione costitutiva di questa casa editrice), non restava che rispondere: il Salone non può svolgere, nemmeno indirettamente, campagna elettorale.
Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. Ogni cosa rappresenta una minaccia per il giovane: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra i grandi. È duro imparare la propria parte nel mondo. Ma a cosa assomigliava il nostro mondo? Sembrava il caos che i greci collocavano all’origine dell’universo fra le nebbie della creazione, con la sola differenza che noi credevamo di scorgervi il principio della fine, di una vera fine, e non di quella che prelude al principio di un principio. Davanti alle sue estenuanti metamorfosi, delle quali un numero minimo di testimoni si sforzava di trovare la chiave, si poteva soltanto osservare che la confusione portava alla morte naturale di quanto esisteva. Tutto assomigliava a quel disordine che conclude le malattie; già prima della morte, che s’incarica di rendere invisibili tutti i corpi, l’unità della carne si fraziona, e ogni parte di questa moltiplicazione tira per il suo verso: la cosa finisce con la putrefazione che non ammette speranza di risorgere.
Il fare teatro è praticamente uguale al non farlo. Tutto è talmente rapido e aleatorio e irrilevante che finisce quasi subito, o al massimo entro qualche giorno, qualche settimana, in un magazzino irreperibile; se qualcuno ha annotato l’indirizzo, deve aver gettato via il biglietto. In questo luogo senza nome gli spettacoli archiviati formano un unico, informe accaduto. La fotografia ne è, in qualche modo, la rappresentazione iconica. È stata scattata durante le prove di uno spettacolo non più identificabile – e dire che è piuttosto recente. È la testimonianza di una pausa cristallizzata, destinata a non terminare: l’unica durata su cui si può fare affidamento.
Tutto comincia una sera di novembre del lontano 1936,
Alberto Moravia ed Elsa Morante si incontrano a Roma, in una birreria a Piazza
Santi Apostoli per merito di Giuseppe Capogrossi…………
Come
fare propaganda elettorale senza rischiare di venire accusati di
nazifascismo? Perché diciamocela chiaramente: in questo
periodo una delle accuse che con maggiore frequenza si sta muovendo a una parte
politica è quella di promuovere ideali nazifascisti.Senza voler entrare nel
merito di queste accuse perché ognuno dei lettori potrà farsi o si sarà già
fatta un’idea in perfetta autonomia, oggi vi
vogliamo presentare gli undici punti elaborati da Goebbels per fare una
perfetta propaganda elettorale. Chi
era Joseph Goebbels? Era uno dei massimi gerarchi nazisti, dal
1933 al 1945 ricoprì il ruolo di Ministro della Propaganda,
incarico che portò avanti con tale competenza che, dopo la morte di Hitler, fu
addirittura scelto come Cancelliere del Reich. Incarico che ricoprì, per ovvie
ragioni, solo per pochissimi giorni. Non vogliamo sostenere una somiglianza
completa dell’attuale modo di fare propaganda elettorale con la strategia
individuata da Goebbels ma invitare semmai a riflettere
su come alcuni di questi punti possano risultare ancora di profonda attualità e
su come forse sia essenziale cominciare a declinare diversamente il nostro modo
di portare avanti una campagna elettorale.
1. Principio della semplificazione e del nemico unico È necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.
2. Principio del metodo del contagio Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue “gravissime” condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che – anzi – gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli… un monumento. A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide “ad ignominia”, collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:
Lo avrai camerata Kesselring il monumento che pretendi da noi italiani ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio non colla terra dei cimiteri dove i nostri compagni giovinetti riposano in serenità non colla neve inviolata delle montagne che per due inverni ti sfidarono non colla primavera di queste valli che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati più duro d’ogni macigno soltanto con la roccia di questo patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci ritroverai morti e vivi collo stesso impegno popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre RESISTENZA