Galleria. In silenzio

Si era sempre raccomandato, forse l’aveva anche lasciato scritto: «Per le esequie, non state a spendere, sono soldi buttati. Fate una cerimonia stringata, semplice, e soprattutto intima; se c’è una cosa che non sopporto sono i dolenti abusivi, quelli che s’infilano nei funerali per dividere a scrocco la torta del dolore altrui.» L’avevano preso in parola. Oltre al prete, c’erano quattro amici che si erano offerti volontari per la bara (ed era già un bel risparmio), un fratello inutile col quale non si vedevano da dieci anni (però era sembrato brutto non dirgli niente), la vedova e la cognata (che avrebbe potuto anche starsene a casa, ma pazienza). Insomma, non si poteva lamentare, le sue volontà erano state rispettate, o meglio lo sarebbero state se all’ultimo momento non fosse comparso Samuel che, con la sua discrezione sempre così irritante, si era messo in fondo al piccolo corteo. Samuel era l’amico spirituale di sua moglie e, in quanto tale, aveva causato numerosi piccoli screzi, anzi, a ripensarci si poteva dire che aveva prima corroso e poi avvelenato del tutto il matrimonio, perché un amico spirituale è più difficile da gestire di un amante. Le sue piccole attenzioni, i suoi calembour che la facevano ridere, gli innocenti segreti che i due si scambiavano a mezza voce (alla luce del sole, del tutto innocenti) erano altrettante torture quotidiane, ma di quelle raffinate e inattaccabili. Affrontare la cosa di petto, neanche parlarne: a questionare su una faccenda spirituale c’è sempre da passare per paranoide, forse addirittura per empio, perché tutto ciò che attiene allo spirito gode di una sacrale immunità. Non restava che tacere, ed era stato un silenzio di svariati anni che adesso finalmente andava a confluire in un silenzio definitivo. Rimaneva un ultimo, raccapricciante pensiero: e se la moglie avesse avuto la bella pensata di affidare a Samuel la stesura dell’epitaffio? Poche e spirituali parole con le quali avrebbe dovuto convivere per sempre.

Salone del libro di Torino. La mossa del cavallo

Nell’accavallarsi delle notizie, non ricordo chi ha scritto: “Sicuramente, anche negli anni scorsi, andando a spulciare negli stand, qualche editore più o meno fascista lo si sarebbe trovato”. E’ probabile, ma oggi le cose sono molto diversa: l’editore Altavista è Casa Pound, e i legami fra Salvini e Casa Pound sono ufficiali: non si limitano alla pubblicazione del suo libro con l’editore fascista, ed è superfluo ricordare gli innumerevoli rapporti fra il ministro e questi fascisti dichiarati del secondo millennio. E’ evidente che la pubblicazione (e la conseguente partecipazione al Salone del libro) rientrano nella campagna elettorale di Salvini, il quale ha fatto quella mossa che nel gioco degli scacchi si chiama “gli occhialini”: mettere il cavallo nella condizione di mangiare inevitabilmente uno o un altro pezzo dell’avversario. Ecco dunque gli occhialini: se il Salone avesse accettato Altaforza, i fascisti avrebbero fatto il loro ingresso a vele spiegate, come è avvenuto (altro che andare a spulciare fra gli stand per trovarli); se decideva di non affittare lo spazio espositivo i fascisti sarebbero insorti contro la Sinistra illiberale e discriminatoria (l’editore fascista Polacchi ha già impugnato la strisciolina dell”unico Voltaire che tutti trovano nei Baci Peugina). Gli occhialini sono una trappola semplice ma senza scampo. Poteva il Salone rifiutare lo stand ad Altaforza? Teoricamente no, ma nella situazione contingente sì. Poniamo che un’emittente abbia deciso di organizzare e di riprendere una manifestazione sportiva, e che la sua deontologia preveda di non trasmettere pubblicità di sigarette. Una delle squadre chiede di partecipare ma sulle sue magliette campeggia la scritta “Marlboro”. L’emittente metterà la società sportiva di fronte a una scelta: o cambiate maglietta o non partecipate. Poiché non si poteva chiedere ad Altaforza di cambiare maglietta (il fascismo è la ragione costitutiva di questa casa editrice), non restava che rispondere: il Salone non può svolgere, nemmeno indirettamente, campagna elettorale. 

Le figurine di Radiospazio. Vent’anni

Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.
Ogni cosa rappresenta una minaccia per il giovane: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra i grandi. È duro imparare la propria parte nel mondo.
Ma a cosa assomigliava il nostro mondo? Sembrava il caos che i greci collocavano all’origine dell’universo fra le nebbie della creazione, con la sola differenza che noi credevamo di scorgervi il principio della fine, di una vera fine, e non di quella che prelude al principio di un principio. Davanti alle sue estenuanti metamorfosi, delle quali un numero minimo di testimoni si sforzava di trovare la chiave, si poteva soltanto osservare che la confusione portava alla morte naturale di quanto esisteva. Tutto assomigliava a quel disordine che conclude le malattie; già prima della morte, che s’incarica di rendere invisibili tutti i corpi, l’unità della carne si fraziona, e ogni parte di questa moltiplicazione tira per il suo verso: la cosa finisce con la putrefazione che non ammette speranza di risorgere.

Il video della domenica. Ingmar Bergman, Il settimo sigillo – La partita a scacchi con la morte. 1’30”

Per i pochi che non l’hanno visto e per chi l’ha visto troppo tempo fa.

Taccuino. In pausa

Il fare teatro è praticamente uguale al non farlo. Tutto è talmente rapido e aleatorio e irrilevante che finisce quasi subito, o al massimo entro qualche giorno, qualche settimana, in un magazzino irreperibile; se qualcuno ha annotato l’indirizzo, deve aver gettato via il biglietto. In questo luogo senza nome gli spettacoli archiviati formano un unico, informe accaduto. La fotografia ne è, in qualche modo, la rappresentazione iconica. È stata scattata durante le prove di uno spettacolo non più identificabile – e dire che è piuttosto recente. È la testimonianza di una pausa cristallizzata, destinata a non terminare: l’unica durata su cui si può fare affidamento.

Roberta Errico, L’amore disperato ed eterno tra Elsa Morante e Alberto Moravia (“The Vision”)

Tutto comincia una sera di novembre del lontano 1936, Alberto Moravia ed Elsa Morante si incontrano a Roma, in una birreria a Piazza Santi Apostoli per merito di Giuseppe Capogrossi…………

Leggi l’articolo: https://thevision.com/cultura/elsa-morante-alberto-moravia/

Come fare propaganda elettorale. Gli 11 punti di Goebbels (“Sul romanzo”)

Come fare propaganda elettorale senza rischiare di venire accusati di nazifascismo? Perché diciamocela chiaramente: in questo periodo una delle accuse che con maggiore frequenza si sta muovendo a una parte politica è quella di promuovere ideali nazifascisti.Senza voler entrare nel merito di queste accuse perché ognuno dei lettori potrà farsi o si sarà già fatta un’idea in perfetta autonomia, oggi vi vogliamo presentare gli undici punti elaborati da Goebbels per fare una perfetta propaganda elettorale. Chi era Joseph Goebbels? Era uno dei massimi gerarchi nazisti, dal 1933 al 1945 ricoprì il ruolo di Ministro della Propaganda, incarico che portò avanti con tale competenza che, dopo la morte di Hitler, fu addirittura scelto come Cancelliere del Reich. Incarico che ricoprì, per ovvie ragioni, solo per pochissimi giorni.  Non vogliamo sostenere una somiglianza completa dell’attuale modo di fare propaganda elettorale con la strategia individuata da Goebbels ma invitare semmai a riflettere su come alcuni di questi punti possano risultare ancora di profonda attualità e su come forse sia essenziale cominciare a declinare diversamente il nostro modo di portare avanti una campagna elettorale.

1. Principio della semplificazione e del nemico unico
È necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

2. Principio del metodo del contagio
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

Leggi il resto dell’articolo: http://www.sulromanzo.it/blog/come-fare-propaganda-elettorale-gli-11-punti-di-goebbels

25 aprile. Piero Calamandrei, Camerata Kesserling

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue “gravissime” condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che – anzi – gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli… un monumento.
A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide “ad ignominia”, collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

25 aprile. Paul Éluard, Libertà

Illustrazione di Fernand Léger per il poema Liberté

Scritto nel 1942 durante l’occupazione nazista della Francia.

Sui miei quaderni di scolaro
sulla mia cattedra e sugli alberi
sulla sabbia sulla neve
scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
su tutte le pagine bianche
pietra sangue carta o cenere
scrivo il tuo nome

Sulle immagini dorate
sulle armi dei guerrieri
sulle corone dei re
scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
sui nidi e sui cespugli
sull’eco della mia infanzia
scrivo il tuo nome

Sulla meraviglia delle notti
sul pane bianco dei giorni
sulle stagioni fidanzate
scrivo il tuo nome

Su tutti i miei stracci d’azzurro
sullo stagno sole marcito
sul lago luna viva
scrivo il tuo nome

Sul campo sull’orizzonte
sulle ali degli uccelli
e sul mulino delle ombre
scrivo il tuo nome

Su ogni sbuffo d’aurora
sul mare sulle barche
sulla montagna demente
scrivo il tuo nome

Sulla spuma delle nuvole
sui sudori della tempesta
sulla pioggia spessa e scipita
scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
sulle campane dei colori
sulla verità fisica
scrivo il tuo nome

Sui sentieri risvegliati
sulle strade dispiegate
sulle piazze che trabordano
scrivo il tuo nome

Sul lume che s ’accende
sul lume che si spegne
sulle mie ragioni riunite
scrivo il tuo nome

Sul frutto tagliato in due dello specchio
e della mia stanza
sul mio letto conchiglia vuota
scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero
sulle sue orecchie drizzate
sulla sua zampa maldestra
scrivo il tuo nome

Sulla pedana della mia porta
sugli oggetti familiari
sul flusso benigno del fuoco
scrivo il tuo nome

Su ogni carne accordata
sulla fronte dei miei amici
su ogni mano che si tende
scrivo il tuo nome

Sul vetro della sorpresa
sulle labbra intenerite
ben al di sopra del silenzio
scrivo il tuo nome

Sui miei rifugi distrutti
sui miei fari crollati
sui muri della mia noia
scrivo il tuo nome

Sull’assenza senza desiderio
sulla solitudine nuda
sui gradini della morte
scrivo il tuo nome

Sulla salute ritornata
sul rischio scomparso
sulla speranza senza ricordo
scrivo il tuo nome

E per il potere d’una parola
ricomincio la mia vita
sono nato per conoscerti
per nominarti

Libertà.

“Con un algoritmo ho inventato una pagina Facebook pro Salvini con frasi senza senso” (Fanpage)

“Ma quanti siete??? Oggi mi avete regalato in questi mesi”. Si, è vero, non significa nulla. Ma basta metterci sotto la faccia sorridente di Matteo Salvini ed ecco che arrivano le reazioni: in due ore 85 condivisioni e quasi 700 like. Niente male, per una pagina Facebook che di iscritti ne conta poco meno di 13mila: ha risposto 1 utente su 18, oltre il 5%, che in confronto alle interazioni sulle altre pagine è una percentuale altissima. Il segreto della pagina “Siamo tutti con te, Matteo”, però, è un altro.

Continua a leggere: https://napoli.fanpage.it/pagina-facebook-salvini-napoli/

Marco Nicastro, Psicopatologia dei programmi televisivi (Le parole e le cose)

“Molti sono i programmi che chiamano persone note e meno note a mettersi a nudo, sia fisicamente che emotivamente. Ciò manda a chi guarda un messaggio molto chiaro: non c’è niente di privato in sé stessi da non poter essere condiviso con gli altri, anche se sconosciuti, e che per star meglio con basta sfogarsi e liberarsi di ciò che della propria storia personale fa ancora soffrire.”

Leggi l’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35266#_ftn1

Il video della domenica. Maria Dolores Pesce, Il confine dentro di noi. BORDER, di Ali Abbasi

Spesso il “Mito”, come funzione della conoscenza, è servito a disegnare e interpretare la mappa della nostra interiorità, topos che si aggrappa per riconoscersi nei luoghi perduti e dimenticati che ci attraversano come i sentieri di una fitta foresta nordica. Destinazione desiderata e lì celata la nostra più profonda identità. “Border – Creature di confine” è un film che si appropria del racconto gotico dello svedese John Ajvide Lindqvist, memoria suggestiva e fascinatoria dei miti nordici di genti e specie perdute come i fantasiosi Troll, e costruisce una storia che sta dentro l’oggi, l’oggi delle diversità, delle sopraffazioni, delle menzogne, l’oggi che spesso abbiamo introiettato segnando dentro di noi confini che ci hanno diviso, dall’altro sempre imprescindibile e infine da noi stessi e dalle nostre diversità interiori forse meglio celate. Questo film di Ali Abbasi, iraniano naturalizzato svedese e ora in Danimarca è una scoperta in sé e di sé, anzi è un insieme di scoperte a partire dalla protagonista. Ciò che scopre, però, non è tanto la sua origine e la sua natura “altra”, quanto piuttosto che in questa natura “altra” albergano affetti, sentimenti e desideri che ci rendono simili e veri anche nei confronti degli altri. Un film inaspettato sulle “eguali-diversità” che ci attraversano come i sentieri del bosco.

Maria Dolores Pesce