Anna Meldolesi. Il ritorno del rame: su questo metallo, il virus ha le ore contate (7 Il Corriere della sera)

A contatto con il rame il Covid-19 sopravvive 240 minuti, poco rispetto ad altre superfici. E, anche se sembra scomparso, in casa è ovunque: dentro tv, lampade, cellulari, frigoriferi, automobili. Perché non usarlo di più?

Ai giorni nostri fa funzionare i cavi superconduttori del tempio mondiale della fisica, il Cern di Ginevra. Cinquemila anni fa Ötzi, l’Uomo del Similaun, ci aveva fatto un’ascia, per difendersi e lavorare. Può sembrare che il rame sia scomparso dalle nostre abitazioni, sostituito da materiali dall’aspetto più moderno, ma è ovunque intorno a noi. Dentro tv, lampade, cellulari, frigoriferi, automobili. Ora che la pandemia ci ha reso più consapevoli delle minacce nascoste nel mondo microbico, chissà che ad architetti e designer non torni la voglia di usarlo anche per le sue proprietà igienizzanti. Magari per ricoprire le superfici più esposte: maniglie, corrimani, pulsantiere, tastiere.

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Una febbre di sessant’anni. INGMAR BERGMAN, LANTERNA MAGICA. AUTOBIOGRAFIA

BERGMAN

Per il suo quarto compleanno Goethe ricevette in dono un teatrino con gli annessi burattini – ciò non implica che un bimbo, una volta cresciuto, scriva necessariamente un Faust, ma può aiutare. Ingmar Bergman, al contrario, che desiderava più di ogni altra cosa un proiettore, lo vide regalare per Natale al fratello. Ma l’amore per il cinema fu più forte della delusione e alla fine trionfò. Anzi, più che dal fascino del cinema il piccolo Ingmar era attratto dal Miracolo del fantasma che si muove di vita autonoma sullo schermo, come racconta in questa pagina della sua autobiografia, nella quale accanto al personaggio del grande regista affiora sorprendentemente lo scrittore.

Più di ogni altra cosa desideravo un proiettore. L’anno precedente ero stato al cinema per la prima volta e avevo visto un film che trattava di un cavallo, credo s’intitolasse Il bel nero. Per me fu l’inizio. Fui assalito da una febbre da cui non guarii mai più. Le ombre silenziose volgono verso di me i loro volti pallidi e parlano con voci inudibili ai miei più segreti sentimenti. Sono passati sessant’anni, non è cambiato niente, è la stessa febbre.
Venne il Natale, col pranzo e la distribuzione dei regali. Il papà officiava con il sigaro e il bicchiere del punch, i doni venivano consegnati, a ogni dono la sua poesia.
E adesso arriva la storia del proiettore. Fu mio fratello a riceverlo.
Io cominciai a ululare, fui sgridato, sparii sotto il tavolo e continuai a fare il diavolo a quattro, mi fu intimato che stessi almeno zitto; mi precipitai nella camera dei ragazzi, imprecai e maledissi, pensai di fuggire, infine mi addormentai per il troppo dolore. Più tardi, in serata, mi svegliai. Sul tavolo, tra gli altri regali di mio fratello, c’era il proiettore.
Presi una rapida decisione, svegliai mio fratello e gli proposi un affare. Gli offrivo i miei cento soldatini di stagno in cambio del proiettore. L’accordo fu raggiunto con reciproca soddisfazione.

Il proiettore era mio.
L’apparecchio era corredato da una scatola viola quadrata. Conteneva alcune immagini su vetro e una pellicole color seppia (35 mm), lunga circa tre metri, i cui capi erano incollati a formare un cerchio perpetuo. Sul coperchio c’era un’indicazione: il film s’intitolava «Frau Hölle». Chi fosse questa Frau Hölle non lo sapeva nessuno.
Il giorno successivo mi ritirai nel guardaroba, sistemai il proiettore e inserii la pellicola.
Sulla parte si presentò l’immagine di una giovane donna. Quando girai la manovella (e qui non posso spiegare, non posso trovare le parole per la mia eccitazione, in qualsiasi momento riesco a rievocare l’odore del metallo riscaldato, quello di naftalina e polvere del guardaroba, la manovella a contatto con la mia mano, il rettangolo tremolante sulla parete).
Girai la manovella e la ragazza si svegliò, si mise a sedere, si alzò lentamente, tese le braccia, girò su se stessa e scomparve verso destra. Se proseguivo a girare lei era di nuovo là e ripeteva esattamente gli stessi movimenti.
Si muoveva.

Ingmar BergmanLanterna magica, Garzanti, Traduzione Fulvio Ferrari

Matteo Moca, A proposito di niente. Woody Allen riavvolge il nastro (Minima et Moralia)

“Come riassumere la mia vita? Tanti stupidi errori compensati dalla fortuna. Il mio rimpianto più grande? Che ho avuto milioni per fare film in totale libertà, e non ho mai girato un capolavoro.  E davvero non sono interessato a lasciare qualcosa dopo di me? Mi sono già espresso in merito, e la metterò in questo modo: di vivere nel cuore e nella mente del pubblico non mi importa niente, preferisco vivere a casa mia».”

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http://www.minimaetmoralia.it/wp/proposito-niente-woody-allen-riavvolge-nastro/#comment-2008994

Le figurine di Radiospazio. L’ansia

Durante la mia infanzia avevo paura di tutto, cosa che dava fastidio mia madre per la quale un sacrosanto principio educativo era non alzare mai le mani su un bambino. Non avendomi mai picchiato, non capiva come mai fossi così timoroso. «Ma non essere così pauroso, bambino mio! Tutti penseranno che io ti martirizzi.» A forza di sentirmi rimproverare di aver paura, sorse in me il timore di avere paura, ciò che raddoppiava la mia timidezza e mi faceva scoppiare in singhiozzi per un niente, perché mi sembrava che le lacrime fossero una sorta di spazzola che cancellava tutto. Contro quelle lacrime, mia madre insorse. Non venivo più accusato di aver paura di tutto, ma di piangere come se fossi infelice, mentre invece era il terrore che mi sprofondava in questi stati di trance. Se rovesciavo un oggetto, subito pensavo di aver commesso una cosa terribile. Dimenticavo di abbracciare mio padre, e non osavo più comparire davanti a lui. Mi sembrava sempre di aver commesso qualcosa di riprovevole per cui sarei stato punito, nonostante non mi punissero mai. Il timore della punizione e dei rimproveri mi paralizzava. Capitava anche che, mentre giocavo con altri bambini della mia età correndo e ridendo, all’improvviso mi tornasse in mente qualcosa di insignificante che avevo fatto, una macchia sulla blusa o una sbucciatura a una gamba, allora tremavo come se dovessero punirmi per essermi sporcato o per essere caduto. Diventando grande, questa ansia, invece di sparire, aumentò.

Pier Aldo Rovatti, Siamo diventati analfabeti della riflessione, ecco perché la solitudine ci spaventa (L’Espresso)

“Una delle più celebri poesia di Francesco Petrarca comincia con questi versi: “Solo e pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi e menti”.
Quelli della mia età li hanno imparati a memoria, e poi sono rimasti stampati nella nostra mente. Non saprei dire delle generazioni più giovani, dubito però che ne abbiano una famigliarità quasi automatica.”

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https://espresso.repubblica.it/visioni/2018/03/06/news/siamo-diventati-analfabeti-della-riflessione-ecco-perche-la-solitudine-ci-spaventa-1.319241

Lezione (o ripasso) virtuale di piano con Domenico Scarlatti (2′)

Beethoven “La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia. Chi penetra il senso della mia musica potrà liberarsi dalle miserie in cui si trascinano gli altri uomini.”
(Vero, ma con tutta la devozione per il Cigno di Bonn vale anche per questa piccola Sonata in Do maggiore K 95 di Domenico Scarlatti. N.d.R.)

Le figurine di Radiospazio. La farina

La farina! Masa sapeva bene quel che è la farina e quanto le costasse; la farina che le si attaccava alle dita, chiusa nella madia con un rispetto quasi fanatico. Mangiava le fette di pane come un ragazzo di montagna si mette in bocca per la prima volta un pezzo di dolce ed ha paura di finirlo troppo presto. Senza toccarlo con le labbra, tagliandolo a morsi, con un movimento ammodato di tutta la bocca, lo inghiottiva con gli occhi fermi su quello che stringeva tra le dita; con una gamba sopra l´altra. La farina era lei stessa e tutta la sua famiglia. E Giacco diceva: «Non siamo fatti di pane anche noi?». E quando ficcava il braccio nudo dentro un sacco di grano, per assicurarsi che non fosse riscaldato, pareva che tutti i chicchi volessero andarglici attorno. Masa gli chiedeva: «Ci sono entrati i farfallini?» «Sarebbe meglio che si rompessero le costole a te». Masa arrossiva; ma era contenta.

Michela Curcio, David Grossman: «Il coronavirus ci farà rivedere le nostre priorità» (Inchiostronline)

«Ci sarà – spiega – chi, per la prima volta si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza. Ci sarà forse chi si domanderà perché israeliani e palestinesi continuino a lottare a distruggersi la vita a vicenda da oltre un secolo, in una guerra che avrebbe potuto essere risolta da tempo». E conclude: «Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza che è terribile che ci sia gente molto ricca e tanta altra molto povera. Che è terribile che in un mondo opulento e sazio non tutti i neonati abbiano le stesse opportunità. E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nel suscitare il generale senso di disgusto che provavamo prima dell’epidemia».

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https://www.unisob.na.it/inchiostro/index.htm?idrt=9391&fbclid=IwAR3I0pedEyLVQ5Q_XkUtKv264HGH6j-vKjNsHqpbxURP5Bj4KvCL40XTQ6A

La piccola tragedia di un timido. CESARE ZAVATTINI, LETTERE ANONIME

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Chi si ricorda di Cesare Zavattini? Gli spettatori cinematografici che conoscono un poco la grande stagione neorealista lo associano, come sceneggiatore, a Vittorio De Sica col quale firmò alcuni capolavori. Tre titoli bastano: Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano.
Agli spettatori più giovani o più disattenti  il nome di Zavattini forse non dice molto; invece dovrebbero vedere in lui un battistrada, un precursore.
La cosa andò così: la mattina del 12 novembre 1976, Zavattini era stato invitato come ospite ai microfoni di radio rai. In quegli anni gli speaker della radio (per non parlare degli attori) erano tenuti a parlare un italiano forbito, asettico, dignitoso, senza inflessioni dialettali  e soprattutto attento a non urtare la suscettibilità di nessuno.
Sul finire della trasmissione  il conduttore chiese a Zavattini se avesse un messaggio col quale chiudere, un concetto che gli sarebbe sempre piaciuto esprimere ma che per qualche ragione non aveva mai reso pubblico. Zavattini si avvicinà sul microfono per ottenere un robusto primo piano e con la sua vociona emiliana disse: “Cazzo!” Raramente una parola sola ne produsse tante quante quel semplice bisillabo: prime pagine, interpellanze parlamentari, tavole rotonde con sociologi, moralisti, studiosi di costume, ecc. L’Italia per un giorno si fermò: nessuno pensava che qualche decennio più tardi il bisillabo sarebbe diventato un condimento linguistico diffuso come l’aceto balsamico di serie b.
Ho ricordato questo piccolo episodio perché, non so come, mi sembra da mettere in relazione col breve racconto di Zavattini sul tragicomico stratagemma di un timido che tenta di evadere dal controllo della moglie. Non so se questo nesso lo vedo solamente io.

Il signor Picotin si affacciò alla finestra. — Che bella sera, — esclamò volgendosi alla signora Picotin che stava leggendo. Ma la sua timidezza gli impediva di esprimere i suoi reali pensieri, infatti dopo un lungo silenzio, disse: — Elvira, vado a comperare un sigaro —. La moglie alzò lentamente il capo dal giornale, suonò il campanello: accorse la donna di servizio. — Maria, il signore ti manda a comperare un sigaro…
La signora s’immerse nella lettura. Maria andò a comperare il sigaro, Picotin si affacciò di nuovo alla finestra. «Mai, mai ch’io possa uscire solo soletto alla sera?» pensava.
Alcune sere dopo i coniugi Picotin stavano terminando il pranzo quando Maria portò una lettera  per Picotin. Questi pian piano l’aprì, si mise gli occhiali, la scorse in un baleno. Erano poche parole. Il signor Picotin si alzò in piedi e gridò: — Ah, ah, ah… — Si fermò in faccia alla signora Picotin, agitò la lettera in aria, poi la gettò sul tavolo esclamando con voce drammatica: — È terribile, è terribile… — E prese il cappello e il bastone e uscì ripetendo: — È terribile, è terribile, — mentre sua moglie esterrefatta leggeva le poche parole della misteriosa lettera: «Vostra moglie vi tradisce».
All’angolo della strada il signor Picotin trovò il suo amico Salon che lo aspettava.
— Com’è andata? — gli chiese Salon.
— Benissimo, – rispose Picotin ridendo, — benissimo. Elvira è rimasta senza parola: io, naturalmente facendo fuoco e fiamme, me ne sono venuto via.
I due amici passarono una serata allegrissima. Quando si separarono, a mezzanotte, Salon disse: — E sabato? Sabato verrà anche Perier, andremo a teatro.
— Sabato, altra lettera anonima. Farò una scenata, una spaventosa scenata e uscirò sbattendo la porta. Tu aspettami alle otto in punto all’angolo della strada.
Il sabato, alle otto in punto, recapitarono una lettera al signor Picotin. La moglie era visibilmente impallidita. Picotin inforcò gli occhiali, lesse la lettera, si alzò in piedi, levò in alto i pugni, poi li abbatté fragorosamente sul tavolo urlando: — È vero, è vero, non può essere che vero. Tu mi tradisci !—
Picotin si avviò verso l’uscio emettendo dei suoni che secondo lui, dovevano dimostrare quanto fosse esacerbato il suo animo.
Stava per varcare la soglia della camera da pranzo quando la moglie lo chiamò: — Picotin… — Picotin aveva appena fatto in tempo a voltarsi che la signora Elvira gli si gettava ai piedi piangendo: — Picotin uccidimi, Picotin scacciami, hai ragione… sono stata un’ingrata; ma fu un momento di debolezza, te lo giuro, Picotin.
La signora Picotin, sempre aggrappata ai piedi del marito, si confessò per un’ora. E non è necessario riferire tutti i particolari che Picotin apprese da lei sulla sua adultera relazione con il signor Dodette.

 Cesare Zavattini, Lettere anonime, “Al macero”, Einaudi

Wu Ming, Sisyphus. Il devastante impatto dell’emergenza coronavirus su librerie e case editrici

“Quale è stato il criterio adottato nella scelta dei beni considerati di prima necessità? In molti si sono chiesti come mai i negozi di informatica e telecomunicazioni e le profumerie fossero stati inclusi e le librerie no. Non è il caso di buttare la croce addosso alle profumerie: la cura e l’igiene del corpo sono sacrosante, anche in tempi di distanziamento sociale, tanto quanto la cura e l’igiene della mente. La produzione e la circolazione di cultura e sapere critico sono fondamentali soprattutto in momenti come questo, momenti di crisi in cui non esistono ricette pronte e si prendono misure emergenziali che potranno modificare per sempre le nostre vite.
Il rigore con cui sono state chiuse le librerie stride col modo in cui si è concesso a Confindustria di tenere aperti comparti realmente inutili come per esempio la produzione delle armi – produzioni dannose in tempi normali, figuriamoci in tempi di epidemia.”

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https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/sisyphus-coronavirus-editoria/?fbclid=IwAR14-9wGIwbuc3GIa5s3n71QPxivyzzqHQl_y5Hc8Re91R3QktG174vFoas

Annie Arnaux, Lettera al Presidente Emmanuel Macron (Le parole e le cose)

“Sappia, signor Presidente, che non ci lasceremo più rubare la nostra vita, non abbiamo che questa e “nulla vale quanto la vita”…

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http://www.leparoleelecose.it/?tag=annie-ernaux

Goffredo Parise, Il rimedio è la povertà (1974) (Italia che cambia)

“Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia.”

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https://www.italiachecambia.org/2017/12/goffredo-parise-rimedio-poverta/

Le figurine di Radiospazio. La scoperta dell’utile

La natura e l’esperienza, dopo matura riflessione, mi insegnarono che tutte le buone cose di questo mondo sono buone per noi solamente in quanto ci sono utili; e che, per quanto ne accumuliamo per darle agli altri, noi stessi ne possiamo godere appena quel tanto che possiamo usare e non di più. L’avaro più avido e rapace del mondo, sarebbe guarito due volte del suo vizio se si fosse trovato nei miei panni, possedendo infinitamente di più di quello che avrebbe potuto usare. Non avevo ragione di desiderare nulla, tranne cose che non avevo e queste non erano che piccolezze, sebbene molto utili per me. Avevo, come ho accennato prima, un mucchietto di danaro, in oro e argento, circa trentasei lire sterline. Ahimè! quella robaccia vana ed inutile era stata buttata da una parte; non sapevo che farne; e spesso dicevo fra me che ne avrei data una manciata in cambio di una grossa di pipe o di un mulino a mano per macinare il mio grano; anzi, l’avrei data tutta per pochi centesimi di semi di rapa o di carota inglese o per un pugno di piselli e di fagioli e una bottiglia d’inchiostro. Così com’era, non me ne veniva il minimo vantaggio, né il minimo beneficio; giaceva in fondo a una cassetta e durante la stagione delle piogge l’umidità della grotta vi faceva crescere sopra la muffa; se la cassetta fosse stata piena di diamanti sarebbe stata la stessa cosa per me; non avrebbero avuto nessun valore, perché non mi sarebbero stati di nessuna utilità.

Laura Marchetti, La civiltà è Enea che porta Anchise sulle spalle (Il Manifesto)

“La civiltà si fonda e nasce quando Enea in fuga dall’incendio, porta con se il vecchio padre sulle spalle e, per mano, il giovane figlio.
La pietà, che è la sua qualità esistenziale e la sua qualità sociale, lo spinge nell’aiutare, includere tutti, curare tutti, anche a scapito della propria sopravvivenza, del proprio potere.
Quella pietà è anche l’intelligenza della specie, in quanto la specie sopravvive, sottolineano i biologi della complessità, non nella lotta ma perché la madre continua ad allattare il figlio e perché gli uomini, anche quando vivono rintanati, non sono topi che si distruggono ma anzi si prestano soccorso.”

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