Se fino a qualche decennio fa i grandi temi della narrazione popolare dal teatro e dalla letteratura si erano spostati a un cinema che sapeva veicolarli con qualità, nel 2020 ormai sono principalmente i reality a metterci davanti a quello specchio ricco di riflessi mostruosi, contraddittori, spesso repellenti ma veri, comuni e immortali che volenti o nolenti ci rappresentano. Temptation Island, roccaforte del trash televisivo made in Mediaset, sembra essere l’unico luogo rimasto in Italia a dare spazio a tematiche che una volta rappresentavano una delle caratteristiche fondanti della commedia all’italiana.
“Sapere che un ragazzo o una ragazza sono degli studenti modello significa esclusivamente sapere che ottengono buoni voti nelle prestazioni scolastiche, ma non ci dice niente di più sulla loro intelligenza. I risultati scolastici vengono solitamente usati come unico metro di giudizio per classificare adolescenti e giovani, ma questo tipo di traguardi non presuppone alcuna preparazione per superare le difficoltà, né per saper cogliere le opportunità che il futuro riserva, o capacità alternativa a quelle misurate – in modo discutibile – dal sistema dell’istruzione: di per sé, non è garanzia di felicità né di realizzazione personale. Nonostante questo, le nostre scuole e la nostra cultura si concentrano poche e ben delimitate capacità, spesso sopravvalutandole e ignorando altri tipi di intelligenza, che potrebbero invece contribuire a restituire la gamma complessa dei talenti e delle capacità di ciascun individuo, che si spinge ben oltre i dettagli su cui si concentra la valutazione scolastica. I test, infatti, non prendono in considerazione quelle attitudini che nella vita e nel mondo del lavoro si rivelano fondamentali.”
Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/cultura/scuola-tipi-intelligenze/
Sei bella. Ti ho desiderato fin dal primo sguardo. Hai degli occhi magnifici. Non mi sono mai sentito tanto amato mentre facevo l’amore. Sei bella. Mi piace quando vieni. Ho voglia di te. Hai dei bei seni. Ti amo. Ho litigato con mia moglie. Questo vestito ti sta benissimo. Sei bella. Credo che lascerò mia moglie. Il tuo libro è stupendo, mi piace quello che scrivi sull’amore, stai pensando a me? Ti ho sognata tutta la notte. Con mia moglie non è più possibile, d’altra parte non ha mai funzionato. Ho voglia di prenderti fra le mie braccia. Ti aspetto alle cinque. Mia moglie è gelosa. Tuo marito ha un’aria strana. Non sono potuto venire, mia moglie sospetta qualcosa, e tuo marito? Non so se potrò. Sei bellissima. Mia moglie è malata. Hai un nuovo profumo? Amo la tua bocca, adoro la tua bocca. Mia moglie mi fa continuamente delle domande. Non posso, forse la settimana prossima. Cosa avete fatto questo week end? Hai l’aria triste. Che cosa c’è? Hai degli occhi magnifici. Mi fai godere – ti penso continuamente. Bisogna che la finiamo, non è più possibile, tuo marito ci scoprirà, è completamente pazzo. Non è prudente, non è ragionevole, non è possibile. Lasciami riflettere, ascoltami, cerca di capirmi, lo vedi anche tu che è completamente fuori di testa. Dovresti lasciarlo. Vieni fra le mie braccia. No, non domani, porto mia moglie al mare. È vero, sto bene con te, ma è meglio che per adesso ci fermiamo. Sei tu che sei venuta a cercarmi. Non ti ho mai promesso niente. È impossibile. Non mi va. Non adesso. No, non domani. Ascolta, fermiamoci qui. È finita – sto male a dirlo , ma è meglio così. È finita. Non ti ho mai amato veramente, ti trovavo bella, ma non è la stessa cosa. Non ti amo più, basta, fermati, ne ho abbastanza, voglio che la finiamo, non ne posso più, me ne vado. Ho voglia di rivederti, sono due mesi che penso solo a te, ho voglia di te, ho voglia che facciamo ancora l’amore, il giovedì posso avere la chiave di un appartamento, io so che mi ami, io ti amo, tu lo sai, ti ho sempre amata, fin dal primo sguardo ti ho amata, prima ancora di ricevere la tua lettera, sogno di te tutte le notti, dimmi che mi ami, sei bella, hai dei begli occhi, dei bei seni, mia moglie è partite per tre settimane, hai l’aria triste, cosa c’è? Vieni fra le mie braccia.
“La linea ingarbuglia l’occhio e lo strappa via dal colore. Un tentacolo segnico che distoglie l’attenzione dal mare cromatico attirando a sé tutto il valore che l’osservatore riversa sul quadro. Si tratta di un principio embrionale di mondo che si inserisce nella dimensione ideale del tessuto coloristico puro. Il tratto si propone in modo irreversibile come elemento catalizzante e propedeutico alla costruzione di una figura. Per questo Mark Rothko dovette abbandonarlo per immergersi nella sua arte.”
Quando si parla di Zerocalcare, ovvero di uno dei più grandi fenomeni editoriali degli ultimi decenni, bisogna scontare un paradosso: parliamo di un autore che esprime un punto di vista estremamente peculiare sul reale (le sue idee politiche non hanno praticamente rappresentanza parlamentare), utilizzando un gergo dialettale carico di espressioni di un preciso periodo storico (il romanesco adolescenziale degli anni ‘90), costruendo le sue storie su una galassia di riferimenti culturali molto connotati (l’immaginario pop dei ragazzini cresciuti con i cartoni animati e i videogiochi negli anni ‘80) attraverso un medium tuttora purtroppo considerato nella percezione pubblica come qualcosa da ragazzini (il fumetto).
Il canonico Gennari era da sempre l’amico di casa. più spesso da noi che in casa sua. Lo pregai di procurarmi qualche libro, ma nel genere drammatico, se fosse stato possibile. Il signor canonico non era troppo addomesticato colla letteratura; mi promise, ciò nonostante, di far di tutto per trovarne, e mantenne la parola. Mi portò pochi giorni dopo una vecchia commedia rilegata in cartapecora; e, senza darsi la pena di leggerla, me l’affidò facendomi promettere di restituirgliela speditamente. Era la Mandragola di Machiavelli, che non conoscevo ma ne avevo inteso parlare, e sapevo bene che non era una produzione castissima. La divorai alla prima lettura, e la rilessi dieci volte. Mia madre non badava al libro che leggevo, essendomi stato dato da un ecclesiastico; ma mio padre mi sorprese un giorno in camera, nel tempo appunto che facevo note e osservazioni sopra la Mandragola. La conosceva e sapeva quanto questa produzione era pericolosa per un giovinetto di diciassette anni; volle sapere da chi l’avevo avuta, e glielo dissi; mi sgridò acerbamente e si accapigliò con quel povero canonico, che aveva peccato solo di trascurataggine. Avevo ragioni giustissime e molto ben fondate per scusarmi in faccia a mio padre, ma non volle ascoltarmi.
“È vero che in questa stessa rubrica io avevo tempo fa rivendicato il diritto di usare la parola stronzo in certe occasioni in cui occorre esprimere il massimo sdegno. Ma l’utilità della parolaccia è appunto data dalla sua eccezionalità. Usare parolacce troppo sovente sarebbe come riscrivere l’intero Signor Bruschino facendo battere soltanto gli archetti contro i leggii, mentre gli altri strumenti tacciono. Mussolini, in un momento tragico della storia d’Italia, disse in parlamento che avrebbe potuto fare di quell’aula sorda e grigia un bivacco per i suoi manipoli, e la frase suonò drammaticamente minacciosa. Se avesse detto (e tale era il senso della sua dichiarazione) “brutte facce di merda, avrei potuto mettervela in culo come niente,” o l’avrebbero trattato come un buffo, o si sarebbero accorti che il condizionale era fuori luogo, perché l’evento si era già verificato.”
Leggi l’intero articolo:
https://www.libriantichionline.com/divagazioni/umberto_eco_come_dire_parolacce_in_societa?fbclid=IwAR0TVnKD5DPj1lDgO-pwEKU1U-d0xnzDBieHMs1XZ_FXiRFR2tcc75KqDrA
Un giorno Frieda mi avvicina: – Perché non giochi più con noi? – Perché non ne ho voglia. – Su, vieni a giocare con me. – Frieda mi prende per mano. È un giorno d’estate, siamo in vacanza. Usciamo di città e andiamo nell’orto dei Mannheim a rubar mele, poi corriamo pei campi; la segala profuma come pane cotto di fresco, ci nascondiamo in mezzo ad essa. Frieda si raggomitola accanto a me, io la prendo fra le braccia, così come fanno i grandi, e la bacio sulla bocca. – Oh, guai a noi, mi hai baciato sulla bocca, adesso avrò un bambino! – Il giorno dopo Frieda viene a trovarmi. – Di’, sai che ho un bambino? – Come, è già nato? – Scemo che sei, ce l’ho nella pancia, come faccio a vederlo? È già grande così. – Vuoi dire che è più grande di te?! Frieda corre via. Il giorno dopo vado da lei. – È nato? – No, credo che nascerà domani. – Tuo padre lo sa? – A mio padre non lo dico. Anche Anna ha avuto un bambino, e lui l’ha cacciata via. La mattina vado sotto le finestre di Frieda e mi metto a fischiettare. Frieda viene alla finestra, mi vede, mi mostra la lingua e se ne va. Io aspetto. Frieda esce di casa, mi passa davanti, del bambino non se ne parla più.
Era già sera quando il disco volante si posò sul tetto della chiesa parrocchiale, che sorge proprio in sommo del paese. All’insaputa degli uomini, l’ordigno di calò giù verticalmente dagli spazi, esitò qualche istante, mandando una specie di ronzio, poi toccò il tetto senza strepito, come una colomba. Lassù, nella sua camera, il parroco, Don Pietro, stava leggendo, col suo toscano in bocca. All’udire l’insolito ronzio, si alzò dalla poltrona e andò ad affacciasi al davanzale. Vide allora quel coso straordinario, colore azzurro chiaro, diametro circa dieci metri. Non gli venne paura, né gridò. Rimase là, col toscano, ad osservare, finché non vide aprirsi uno sportello da cui vide uscire due strani esseri. Zitto, il prete li lasciò armeggiare col disco. Parlottavano tra loro a bassa voce, un dialogo che assomigliava a un cigolio. Poi si arrampicarono sul tetto e raggiunsero la croce, quella che è n cima alla facciata. Allora imbracciò la doppietta. «Ehi! Giù di là, giovanotti, chi siete?» I due si voltarono a guardarlo e sembravano un poco emozionati. Poi uno di loro parlò: «Calmo, tra poco ce ne andiamo. Sai? Da molto tempo noi vi giriamo intorno, e vi osserviamo, abbiamo imparato quasi tutto, anche il vostro linguaggio. Solo una cosa non abbiamo decifrato. Che cosa sono queste antenne? Ne avete dappertutto, in cima alle torri, ai campanili… E poi ne tenete degli eserciti, qua e là, come se fossero dei vivai. Puoi dirmi, uomo, a cosa servono?» Don Pietro si accorse di quanto fossero diversi da lui quei due strani esseri: «Ma sono croci!» I due esseri si guardarono in faccia stupiti. «Croci. E a che cosa servono?» Don Pietro posò il calcio della doppietta a terra, ma tenendola a portata di mano: «Servono alle nostre anime. Sono il simbolo del figlio di Dio, che per noi è morto in croce.» I due stranieri ebbero un fremito, come d’emozione. O era il loro modo di ridere. «Beh, sarebbe una storia lunga, forse troppo lunga per dei sapienti come voi.» Gli stranieri espressero il desiderio di conoscerla, e il parroco li invitò in canonica. Fu certo una scena straordinaria, nella camera del parroco, lui seduto allo scrittoio con la Bibbia in mano e i due extraterrestri in piedi, perché non erano capaci di sedersi. «Ecco, ascoltate, così forse vi chiarite le idee: “L’Eterno Iddio prse dunque l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden e diede questo comandamento: Mangia pure liberamente del frutto di ogni albero, ma del frutto dell’albero della conoscenza del bene edel male non ne mangiare: perché nel giorno che ne mangerai, per certo sarà la tua morte…”» Levò gli occhi dalla pagina e si accorse che i due stranieri erano estremamente agitati. «… E voi invece l’avete mangiato, vero? Adesso ho capito com’è andata la storia.» Don Pietro sentì il sangue montargli alla testa: «Sì, certo, ne mangiarono. Ma avrei voluto veder voi. È forse cresciuto in casa vostra l’albero del bene e del male?» Gli stranieri si guardarono come se fosse scandalizzati: «Certo che è cresciuto anche da noi. Ed è ancora lì , bello verde. Ma noi non abbiamo mai mangiato quei frutti, perché la legge lo proibisce.» Don Pietro ansimò, umiliato. Allora quei due erano puri, simili ad angeli del cielo, non conoscevano peccato, non sapevano che cosa fosse cattiveria, odio, menzogna. Il prete non parlò, si limitò a fare un gesto con la mano, come per dire: che vuoi? siamo fatti così, peccatori siamo, poveri vermi peccatori… e qui cadde in ginocchio, coprendosi la faccia con le mani. Quanto tempo passò? Ore, minuti? «Uomo, che stai facendo?» Alla voce degli ospiti Don Pietro si riscosse. «Che sto facendo? Prego. E voi no? Dio non lo pregate mai?» Adesso gli stranieri sembravano davvero stupiti: «Ma no, perché dovremmo?» E si allontanarono scuotendo la testa. Ritornarono al disco e avviarono il motore. Piano piano, quasi per miracolo, il disco si staccò dal tetto, prese a girare su se stesso e partì a velocità incredibile in direzione dei Gemelli. Don Pietro aveva seguito le fasi della partenza, brontolando fra sé: «Poveracci, voi non avete il peccato originale… galantuomini, sapienti, incensurati… Il demonio non lo avete mai incontrato… Ma Dio preferisce noi di certo! Meglio dei porci come noi… avidi, turpi, mentitori, che quei primi della classe che non gli rivolgono mai la parola. Che soddisfazione può avere Dio da gente simile? E che significa la vita se non c’è il male, e il rimorso, e il pianto?» Per la gioia, imbracciò lo schioppo, miro al disco volante che era ormai un puntolino pallido in mezzo al firmamento, lasciò partire un colpo. E dai remoti colli rispose l’ululio dei cani.
Devo dire che l’annata è stata ottima per i pazzi: sono cresciuti che è una meraviglia. Per uno scrittore sono soggetti preziosi, che non vanno sprecati. Io infatti uso solo i più redditizi e conservo gli altri per il futuro. Qualche tempo fa, uno dei miei pazzi preferiti ebbe l’ingenuità di chiedermi di che cosa vivevo. Mi trattenni a stento dal rispondergli: «Ma di lei, caro signore… lei per me è un capitale prezioso, una rendita…». In certi momenti mi viene da pensare come spenderò il denaro ricavato da questo o da quello… Per esempio, con una certa signora mi comprerò un cavallo… Quando la incontro il cuore mi balza in petto, per me è come se fossi già in groppa, do un colpo col frustino, faccio schioccar le dita, effettuo con le gambe ogni sorta di evoluzioni equestri, hop! hop! burr! burr! I passanti mi guardano e scuotono la testa: non possono capire che cosa mi attiri tanto in quella signora.