Anonimo/a, La violenza maschile come vizio morale, non come malattia (Le parole e le cose)

“Gli esseri umani preferiscono i loro simili. Non gli altri esseri umani. Ma quelli, fra gli esseri umani, che sono più simili a loro. I ricchi preferiscono i ricchi, i bianchi i bianchi, i maschi i maschi. Questa preferenza non è un gusto sullo sfondo di un’imparzialità. Non è che trattiamo tutti in maniera eguale, nelle sfere rilevanti (nella politica, nella distribuzione di risorse essenziali), ma preferiamo, se dobbiamo andarci a cena, chi ci è simile socialmente, culturalmente, per genere ed etnia. Preferiamo chi ci è simile a scapito di chi ci è dissimile, spesso senza neanche saperlo. Questo tipo di preferenze, che potremmo chiamare tribali, da un lato sono del tutto irriflesse e si perdono nel passato distante delle nostre origini evolutive, dall’altro portano spesso ad atteggiamenti anche sottilmente violenti. Katherine Kinzler e i suoi colleghi hanno mostrato che già a cinque mesi i bimbi preferiscono compagnie prive di accento, a partire da dieci mesi accettano più volentieri un giocattolo da chi parla bene la loro lingua, e dai cinque anni prediligono amichetti senza accento straniero.”

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http://www.leparoleelecose.it/?p=39914

Miranda Demichelis, Zero from the block: l’ode a Rebibbia di Zerocalcare (Angologiro)

“Zerocalcare è il ragazzo prodigio del fumetto italiano (o della graphic novel, che dir si voglia) incensato da pubblico, critica e vendite stellari. La sua penultima prova, Scheletri (Bao Publishing, ottobre 2020), a una settimana dall’uscita conquista il titolo di volume più venduto in Italia, sfiorando le 13.000 copie. Non è una novità: dall’esordio con La profezia dell’armadillo (Bao Publishing, 2011) Zerocalcare spopola e vende, e vende tantissimo, specialmente se si considera il pregiudizio denigratorio tradizionalmente associato al genere del fumetto e il background culturale che potrebbe sembrare indispensabile per capire e apprezzare le sue opere.”

Leggi l’articolo:
https://angologiroofficial.wixsite.com/home/post/zero-from-the-block-l-ode-a-rebibbia-di-zerocalcare

Le figurine di Radiospazio. Betsabea

Rembrandt, Bestabea

Davide la guardò lungamente, non soltanto con bramosìa ma anche con timore o forse con l’intento di soppesarla, così come aveva guardato i Filistei prima della battaglia di Keila. Ella si era tolta il velo e l’aveva attorcigliato intorno alla mano destra.
— Come ti chiami? — disse alla fine.
– Betsabea. Il mio sposo è Uria, l’eroe.
Davide fece cenno alle guardie che s’allontanassero, voleva rimanere solo con lei..
– Quanti anni hai?
– Diciannove. Uria mi comprò da mio padre quando ne avevo tredici. Allora non immaginava quanto sarei diventata bella.
– Sai danzare? — chiese re Davide
Ella cercò di catturare lo sguardo dei suoi occhi socchiusi, ma le fessure fra le palpebre erano troppo sottili, egli sembrava aver cura del proprio sguardo come se avesse un valore inestimabile.
– È mia consuetudine danzare per Uria. Egli beve vino e io danzo.
– Tu danzerai per me, – disse il re con voce rauca e torbida
Allora Safan andò a prendere la sua cetra, e si appoggiò contro la colonna di fianco al sedile del re. La musica fluiva come olio santo e cinguettio d’uccelli dalla sua mano destra. Mentre suonava teneva lo sguardo sul re, quel povero re così facile a turbarsi. Si vedeva chiaramente che gli era accaduto qualcosa, somigliava a un animale caduto nella rete. Safan provò un desiderio quasi invincibile di accostarsi a lui e carezzargli i capelli e cullargli il capo contro il proprio petto, quasi si sentisse soffocare dalla tenerezza.
No, una danzatrice proprio non lo era. Si muoveva lenta, quasi goffa; i suoi piedi di trascinavano sul piancito di cedro, ripetutamente sollevava le braccia e si passava le dita nella pesante e lucente capigliatura, come se questa avesse potuto sollevarsi nella danza lieve e quasi sospesa nell’aria che ella stessa non era capace di eseguire; il suo ventre e le sue anche parevano rigide di castità.
Ma quando Safan accelerò il tempo con la mano destra e quando permise che le dita iniziassero a pizzicare veloci le budella di cammello ritorte, allora Betsabea finalmente lasciò cadere a terra il mantello con un suono schioccante e sibilante che parve riecheggiare, ripetuto e rafforzato, dalla gola e dalla bocca semiaperta del re.
Safan, che era l’unico a possedere la capacità di vedere gli occhi del re e di comprenderne lo sguardo, osservò come egli dapprima fissasse attentamente il volto di Betsabea e quindi il suo grembo, vide come la sua attenzione errasse fra questi due poli: il volto coperto da un profondo rossore e il grembo coperto di riccioli neri, lucenti; nel suo cuore in fiamme e straripante di emozioni egli sembrava cercare un punto d’unione fra il volto e il grembo, lo spirito e la carne, un modo di congiungerli e fonderli insieme.
D’improvviso, con una veemenza che forse dipendeva dalla paura di esplodere per la spaventosa pressione interiore, il re gridò a Betsabea che smettesse di danzare. Ella si arrestò immediatamente, ansimava e somigliava ad un bimbo confuso ma nello stesso tempo pieno di speranza, con le palme delle mani si sollevò i seni, che in realtà non avevano alcun bisogno di essere sostenuti.

Torgny Lindgren, Betsabea, ed Iperborea; trad. C. Giorgetti Cima

Angelo Paura, Chi crede ai rettiliani? (Il Tascabile)

“Nel 2013 il magazine The Atlantic ha pubblicato un articolo satirico con un test per smascherare i politici rettiliani e, allo stesso tempo, capire se si è parte di questa stirpe senza saperlo. Tra i tratti da prendere in considerazione ci sono i capelli o i peli rossi, gli occhi verdi, ma anche l’interesse per la scienza e lo spazio e la capacità di “mandare in tilt strumenti elettronici”. Lo stesso anno, una ricerca del Public Policy Polling dimostrava come oltre 12 milioni di americani, il 4% della popolazione, credesse che la politica fosse controllata dai rettiliani.”

Leggi l’intero articolo:
https://www.iltascabile.com/societa/chi-crede-rettiliani/

Giuseppe Porrovechio, La società dei consumi ci rende disumani e indifferenti, ci dimostrò Pasolini (The Vision)

“Il 10 giugno 1974 Pier Paolo Pasolini esordì, dopo più di un anno di collaborazione, sulla prima pagina del Corriere della Sera con un articolo intitolato “Gli italiani non sono più quelliscritto dopo il referendum sul divorzio. La vittoria dei voti contrari all’abrogazione aveva portato Pasolini a sottolineare come ciò non costituisse un successo del laicismo, del progresso e della democrazia, ma la dimostrazione che i ‘“ceti medi” fossero radicalmente cambiati: i loro “valori positivi” erano scomparsi.”

Leggi l’intero articolo:
https://thevision.com/cultura/consumi-societa-pasolini/

Perché è importante scrivere a mano (e scrivere bene)

Oggi, scrivere sembra diventato un optional: sempre meno scuole prestano attenzione ad insegnare un buon corsivo e, dal resto del mondo, le notizie non sono incoraggianti: pare che in diversi istituti americani e finlandesi si stiano valutando soluzioni tecnologiche per scrivere, superando di fatto la scrittura a mano. Contestualmente, negli anni abbiamo assistito ad un aumento impressionante dei casi di difficoltà di lettura e scrittura.
  • La scrittura è giunta al termine?
  • E’ tempo che il pc porti all’estinzione definitiva di penna e matita?
Queste sono le domande che ci siamo posti, e su cui ci piacerebbe far riflettere anche te. Dalla riflessione scientifica, che negli ultimi anni (e specialmente in quest’ultimo periodo) sta animando l’ambiente pedagogico, abbiamo tratto alcuni spunti. Leggi l’intero articolo: https://portalebambini.it/calligrafia/?fbclid=IwAR2ySruvRXUk15TZxhphIpxIp2-vCoRZ7Kp7I4KVF7WIvzV-_hAZbyQU1xE

Le figurine di Radiospazio. Poveri ricchi

George Bernard Shaw
Mi hanno querelata! Benissimo; lei conosce la mia norma inderogabile: combattere l’avversario fino all’ultimo sangue, qualsiasi cosa costi. Porti la causa fino alla Camera dei Lord, se occorre. Vede, mio caro, una donna ricca come me non può permettersi proprio nulla. Io devo lottare per difendere dal primo all’ultimo soldo che posseggo. Mendicanti, ricattatori, scrocconi, enti benefici, benemeriti al valore civile, cause politiche, leghe, istituzioni d’ogni genere possibile e immaginabile si lambiccano il cervello dalla mattina alla sera per cercar di farmi morire dissanguata. Basta che molli per un attimo, che ceda un centesimo perché a capo d’un mese io sia sul lastrico. Tutti gli anni verso cinque sterline per la Difesa del Contribuente, ma niente più: neanche un soldo di più. Lei deve sempre attenersi alle istruzioni ricevute; prevenire ogni azione, bloccare ogni richiesta di risarcimento con una controrichiesta dieci volte superiore. Non ho altro modo per poter scrivere a piene lettere sul cielo: “Indietro, borsaioli!”

George Bernard Shaw, La miliardaria

Il video della domenica. Maria Dolores Pesce, Yomeddine (Il giorno del giudizio). Farmaci, antidoti e antiveleni

http://www.youtube.com/watch?v=Zp0RiGR0sew

Un film che è un viaggio in un mondo che sta oltre, celato nelle disumanizzanti trasformazioni di una realtà fatta di economia, denaro e numero che tutto sommerge a partire da affetti, sentimenti e relazioni intime di cui siamo caldamente invitati a vergognarci perché poco o punto “produttive”. Quindi è un viaggio finalmente dentro di noi  che diventa un farmaco, un antidoto efficace contro i veleni che questo capitale come impazzito ci installa giorno dopo giorno.
Un bel film che mostra un deserto, quello egiziano, pieno di vita, basta saperla guardare o aspettare, una metafora di quello che siamo dunque, basta capirla.
Un bambino abbandonato in un periferico lebbrosario con la promessa mai realizzata di tornarlo a prendere, si mette alla ricerca della sua famiglia insieme ad un orfano nubiano anch’esso perduto e abbandonato. Ritroveranno il proprio passato ma soprattutto sé stessi prima di ritornare al loro ondo, quel lebbrosario dove esistono gli affetti, i loro affetti, e dove quindi, paradossalmente, non c’è spazio per la disperazione, quella che invece sembra minacciare tutti noi.

Maria Dolores Pesce

Lucia Brandoli, Dobbiamo usare la poesia per vivere, non come didascalia dei post di Istagram (The Vision)

Forse si potrebbe creare un mercato realmente alternativo, mostrando la necessità di leggere poesia e suscitando quindi il desiderio di utilizzarla, esperirla, sostenerla, acquistarla, partecipandoci. E con suscitando il desiderio di leggere poesia non parlo di poesia comica, performance o cose instagrammabili alla Francesco Sole – che peraltro almeno i numeri li fa a differenza di tanti autori wannabe influencer. Il punto è sempre l’intenzione che muove le azioni. Vuoi scrivere poesia o vendere? Le due cose non devono per forza escludersi, sia chiaro. Anche se l’esperienza che abbiamo sotto gli occhi raramente non lo conferma. Forse, però, l’obiettivo primario della poesia non dovrebbe essere l’andare incontro ai gusti del grande pubblico per essere venduta, quanto andarli a nutrire. Forse la poesia non è affatto un “prodotto culturale”, ed è per questo che non si riesce a vendere come gli altri generi e a trasformare in maniera efficace in merce.”

Leggi l’intero articolo:
https://thevision.com/cultura/leggere-poesia-instagram/

Lo scandalo ai tempi di You Tube

https://www.youtube.com/watch?v=hsjRg1XatAE
“Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.” (Marco, 9, 42)

Meno drastiche delle parole evangeliche, anzi formulate con manageriale cordialità, sono arrivate quelle di You Tube. Oggetto: un video pubblicato su Radiospazio due anni fa. Questo il testo ricevuto ieri via mail: “Salve alberto gozzi, Come forse saprai, le Norme della community descrivono quali contenuti sono consentiti e quali non sono consentiti su YouTube. Il tuo video Christa Ludwig; An die Musik; Franz Schubert (creato con Spreaker) ci è stato segnalato per la revisione. Dall’esame è emerso che il video potrebbe non essere adatto a tutti gli spettatori ed è stato quindi sottoposto a un limite di età.”

Il video in questione è un lied di Franz Schubert intitolato “Ad die musik”, “Alla musica”. Ecco il testo che potrebbe turbare i minori (già che ci siete, ascoltatelo, è una delle più alte composizioni schubertiane):


Arte meravigliosa, in quante ore grigie, 
Quando il vortice selvaggio della vita mi opprime,
hai infiammato il mio cuore di caldo amore,
mi hai trasportato verso un mondo migliore,
trasportato verso un mondo migliore.
Spesso un sospiro uscente dalla tua arpa,
un tuo dolce, divino accordo,
Mi ha schiuso il cielo dei tempi migliori.
Arte meravigliosa te ne sono grato,
Arte meravigliosa, ti ringrazio.

Mi ha schiuso il cielo dei tempi migliori.
Arte meravigliosa te ne sono grato,
Arte meravigliosa, ti ringrazio.

Per la verità, la mail di You Tube contiene un elemento di dubbio:
“Se credi che si tratti di un errore, ci piacerebbe conoscere la tua opinione. Per fare ricorso contro il limite di età, invia questo modulo. Il nostro team esaminerà il ricorso e ti ricontatterà a breve”, ma viene da chiedersi su che base operi la censura telematica: sceglie un video a caso scandendo una filastrocca sul genere di “Ambarabàciccìcoccò/ tre civette sul comò”? Ovviamente non farò ricorso, è impossibile ragionare con un algoritmo idiota. La cosa preoccupante è che questo algoritmo è stato ideato da un team di esseri umani, ma forse no.

Il video della domenica. Georges Brassens, La cattiva reputazione (con testo italiano) 2’15”

Al paese, senza menar vanto,
Ho una cattiva reputazione.
Che mi agiti o resti fermo
Passo per un non-so-che.
Eppure non faccio torto a nessuno
Per la mia strada d’ometto tranquillo.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.

Tutti sparlano di me,
A parte i muti, naturalmente.

Il giorno del 14 luglio
Me ne resto in panciolle a letto;
Della musica che marcia al passo
Non me ne importa nulla.
Eppure non faccio torto a nessuno
Se non ascolto squillar la tromba.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti mi segnano a dito,
A parte i monchi, naturalmente.

Quando incrocio un ladro sfigato
Inseguito da un bifolco,
Allungo la gamba e, perché non dirlo?
Il bifolco si ritrova per terra.

Eppure non faccio torto a nessuno
Lasciando scappare chi ruba una mela.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti mi s’avventano addosso,
A parte gli sciancati, naturalmente.

Non serve esser Geremia
Per indovinare la mia sorte:
Se trovano una corda di loro gusto
Me la passeranno al collo.
Eppure non faccio torto a nessuno
Se non seguo le strade che portano a Roma.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti verranno a vedermi impiccato,
Tranne i ciechi, naturalmente.

Sara Dolfi Agostin, Paolini: sessant’anni di carriera in mostra e una donazione al Castello di Rivoli (Il Sole 24 ore)

“Il Castello di Rivoli celebra l’ottantesimo compleanno di Giulio Paolini (Genova, 1940) con una mostra personale, occasione per una donazione al museo e omaggio alla sua lunga carriera, iniziata a vent’anni con l’opera «Disegno geometrico» (1960). Un artista che in molti non esitano a chiamare “maestro”; protagonista della prima ora della guerriglia dell’Arte Povera teorizzata nel 1967 da Germano Celant, pur avendo sempre ribadito un’autonomia inscritta in un’affinità di pensiero e amicizia.”

Leggi l’intero articolo:
https://www.ilsole24ore.com/art/paolini-sessant-anni-carriera-mostra-e-donazione-castello-rivoli-ADPIldv

Paolo Giordano e Alessandro Vespignani, Covid, 7 principi razionali per affrontare il contagio (Il Corriere della sera)

Il secondo round l’abbiamo perso.
Non l’abbiamo perso domenica scorsa né con il primo Dpcm, e forse neppure a settembre, quando esisteva ancora una possibilità oggettiva di arrestare l’accelerazione: l’abbiamo perso in tutta l’impreparazione con cui ci siamo arrivati, a settembre. La seconda ondata è già tristemente a carico del personale sanitario (a proposito, perché non si parla più di scudo penale per i medici?), e questo è sinonimo di fallimento del sistema. Mentre loro se ne occupano, conviene che noi prolunghiamo l’orizzonte temporale e ci prepariamo per l’inverno che abbiamo di fronte, stabilendo fin da ora un’agenda e pretendendo che venga attuata subito.
Ma per stabilire una strategia razionale occorre anzitutto concordare su alcune verità di fatto, troppo spesso messe in dubbio, esplicitamente o meno, nelle ultime settimane.
Le riepiloghiamo qui:

Leggi l’intero articolo:
https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_02/covid-7-principi-razionali-affrontare-contagio-e62b4a06-1c80-11eb-a718-cfe9e36fab58_amp.html?%3F=&appunica=true&__twitter_impression=true&fbclid=IwAR0r6_uio1uksKBDa9cu19B11d4DFZFkPEzAv12uGvdEgMelZ8-MZkmOnWE

Come fu che non incontrai James Bond

Correva il 1962, un anno in cui ci davamo molto da fare col teatro. I nostri erano spettacoli, come si diceva allora, assai sperimentali, erano allestiti in un piccolo e glorioso teatro di Bologna, La Ribalta, che un tempo aveva ospitato anche il grande Memo Benassi. Le nostre produzioni potevano contare su pubblico cittadino più o meno affezionato, ma a volte calavano “i milanesi” (Nanni Balestrini e altri scrittori e intellettuali dell’entourage feltrinelliano) che andavano e venivano in serata (o meglio, in nottata), attirati dalla singolarità del repertorio e forse dal mito di una provincia eccentrica, quindi potenziale culla del Nuovo. I giornali cittadini prestavano un’attenzione piuttosto tiepida ai nostri spettacoli e venivano da noi ripagati con uguale distacco. Oltre ai due quotidiani (Il resto del carlino e l’Unità), circolava per la città una pubblicazione simile a un bollettino parrocchiale, solo che era dedicata allo spettacolo. Mi pare che si chiamasse Bologns Ciak: quattro foglietti male inchiostrati sui quali si affacciava qualche foto sbiadita di improbabili promesse del cinema, del teatro e delle arti tutte. Il suo editore, che era anche unico autore, nonché promotore e divulgatore sarebbe piaciuto a Woody Allen: un signore con pochi capelli tinti (credo quotidianamente, uno per uno) che incontravi ovunque, e che ovunque prospettava lanci mirabolanti di spettacoli i quali, grazie al suo giornale, avrebbero ottenuto una risonanza internazionale.
Un giorno, l’editore di Bologna Ciak mi invitò a un evento secondo lui imperdibile: al Grand Hotel Baglioni (il più esclusivo della città) ci sarebbe stata la presentazione di un film americano di sicuro successo. Si intitolava “007 Licenza di uccidere”. Sarebbe stato presente il protagonista nonché un certo numero di attrici del film; lo attestava la foto su Bologna Ciak, che mostrava l’allora sconosciuto Sean Connery accanto alla sua Sunbeam Alpine sulla quale, effettivamente, stavano appollaiate alcune ragazze. La scarsa attendibilità dell’editore, la modestia della foto e, diciamolo, una certa aria da belloccio troppo compiaciuto di quel signor Connery, mi fecero classificare troppo frettolosamente l’evento. Dissi che forse mi sarei affacciato all’Hotel Baglioni pur sapendo che me ne sarei ben guardato. Seppi in seguito che alla presentazione del film erano presenti poche persone. Quando vidi il film, maledissi la mia presunzione e guardai con maggiore interesse i giornaletti underground, ma di James Bond non ne passarono più.

Nelly Arcan, Puttana (frammento)

Per me è stato facile prostituirmi perché ho sempre saputo che appartenevo ad altri, a una comunità che si sarebbe incaricata di trovarmi un nome, di controllare le entrate e le uscite, di darmi un padrone che mi dicesse quello che dovevo fare e come, ho sempre saputo di essere la  più piccola, la più sbandata, e a quel momento lavoravo già come cameriera in un bar, da un. Lato c’erano le puttane e dall’altro i clienti, dei clienti che mi davano un po’ più di mance del necessario e che mi costringevano a prestar loro più attenzioni che agli altri, un’ambiguità si è stabilita senza forzature, naturalmente, era un gioco fra me e loro, iniziato molti mesi prima che io mi orientassi verso ciò che tanto mi attirava, e quando ci penso ancora oggi mi sembra che non avrei avuto altra scelta, che mi avessero già consacrata puttana, che fossi già puttana prima ancora di esserlo, mi è bastato sfogliare il quotidiano in lingua inglese la Gazette per trovare la pagina delle agenzie di escort, mi è bastato prendere il telefono e comporre un numero, quella della più importante agenzia di Montréal, e secondo il testo dell’annuncio ingaggiava solamente le escort migliori e si rivolgeva alla clientela più esclusiva, cioè raccoglieva le ragazze più carine e gli uomini più ricchi, la ricchezza degli uomini è sempre andata a braccetto con la giovinezza delle ragazze, lo sappiamo, e siccome io ero molto giovane fui subito ammessa, sono venuti a prendermi a casa e mi hanno portato in una camera dove ho ricevuto cinque o sei clienti uno dopo l’altro, le debuttanti sono sempre molto gettonate, mi hanno spiegato, non hanno neanche bisogno di essere carina, mi è bastata una sola giornata in quella camera e mi è sembrato di non aver mai fatto altro in vita mia.
Sono invecchiata in un colpo, ma ho guadagnato parecchio, mi sono fatta delle amiche fra quelle con cui la complicità era possibile e anche terribile perché si basava su un odio comune, l’odio per i clienti, ma grazie ad essa uscivamo dalla dimensione della prostituzione, tornavamo delle donne normali, sociali, delle nemiche.

Nelly Arcan, Putain, Seuil