Paolo Brunati, “Sulle torte in faccia”. Da Colloqui con il pesce sapiente. Domani on line alle 18.15

Per la diretta di domani, ci si può collegare dalla pagina Facebook di Miraggi edizioni:
https://www.facebook.com/events/1128354794245143
oppure cliccando sul canale Youtube dell’editore:
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Con l’autore, Alberto Gozzi, Davide Reina e Fabio Mendolicchio.
Eleni Molos e Roberto Accornero leggeranno alcune pagine

SULLE TORTE IN FACCIA

Ho a lungo temuto che certe mie idee creative che ritenevo interessanti lo fossero soltanto per una mia esagerata emotività, mentre invece erano del tutto banali. Il fatto ha origine dal sentimento sempre altalenante di considerarmi ora geniale ora un idiota.
Questa opinione di me, eccessiva in entrambi i casi, è il risultato della costante magnificazione dei miei atti di bambino normale – anche se a volte me ne uscivo con idee “poetiche” – da parte della Madre.
Capivo benissimo che quell’ammirazione era immeritata ma al tempo stesso ne ero goloso. Goloso di quella casina di marzapane col tetto di zucchero candito, il camino di cioccolato dove, dentro, una vecchia mi aveva accolto amorosamente e mi ingrassava, mi ingrassava…
Siccome idiota non ero, quelle lodi a sproposito mi facevano sentire un idiota. Sapevo che quei dolciumi potevano perdermi, così cresceva in me un gran desiderio di ribellione, diciamo pure un sentimento di odio. Un odio, però, da gag: non da uccidere la megera, ma di tirarle in faccia la torta di panna e zabaglione, la cremosissima “torta a strati” che il giorno di un mio compleanno mi preparava “con tanto amore”. Era un forte impulso
A causa di questi trascorsi mi capita dunque ancora di giudicare alcuni miei testi scritti a settant’anni “ammirevoli, per un ragazzo!” salvo poi considerarli assai immaturi e confusi come opera di un settantenne.
Ma ora è accaduto un fatto che ritengo segno di una svolta o, per lo meno, preparazione ad un mutamento. Un fatto che mi riconforta. Mi fa sentire più realizzato e rappresentato dalla mia scrittura e, soprattutto, ritenere possibile una qualche sua oggettiva originalità. È accaduto.Ho incrociato, che passava in via Viotti una donna bellissima e profumata che mai più incontrerò nella vita. Neanche il tempo di fermarla, di dichiararle il mio amore che già era sparita dietro l’angolo. La perfetta estranea che non sa di me. La sconosciuta.
Qualcuno che non sa di me e che amo! la consolazione più profonda, così come in modo analogo e contrario, sono terribili le minacce lascate in sospeso: “Vedrai, vedrai cosa ti capita…”. Non sapere, salvezza e dannazione.
Non saprà mai che l’amo, non saprò mai chi ella sia. Eppure, in questo nulla, da qualche parte certamente vive, giovane e bella; in questo momento forse s’affaccenda in qualcosa, in questo momento è. Così come io sono, che non la conosco, ella è, che non mi conosce. In questa certezza siamo per sempre uniti, finché morte non ci separi.

Martedì 2 marzo, ore 18.15. “Colloqui con il Pesce Sapiente”, di Paolo Brunati. Presentazione on line. Miraggi edizioni

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Con l’autore, Alberto Gozzi, Davide Reina e Fabio Mendolicchio.
Eleni Molos leggerà alcune pagine

Decine di piccoli, fulminanti “prose”, che rivelano con spirito entomologico la natura recondita e più vera, spesso beffarda, di cose e fatti che pensiamo di conoscere bene solo perché li frequentiamo da sempre.
Paolo Brunati ci parla (anzi, “ si ” parla) degli Insetti, degli Ornitorinchi, della Creazione, dei Mariti, del Bambino (che fu, che è), del Mare, della Nonna, dei Poeti, della Colpa, dei Morti, della Parola… delle piccole e accecanti Rivelazioni quotidiane in grado di risvegliare il nostro stupore fanciullesco, quello stupore che è il primo stadio filosofico della coscienza. E una volta risvegliati, non sapremo più prendere sonno.

Maurizio Ciampa, Nel buio delle sale cinematografiche (Doppiozero)

Una “caverna” attraversata da una lama luminosa. Spente le luci, la sala cinematografica sprofonda in una schiuma ribollente di emozioni. È una frattura quel buio, una frontiera, segna la fine dell’ordinario, anche quando ordinarie, o comuni, sono le storie che prendono vita sullo schermo. E lo schermo è il mondo, una inesplorata geografia dei sentimenti e delle relazioni. Ognuno può evadere dal recinto della propria posizione sociale, o al contrario, riconoscere le costrizioni che lo soffocano, fare il “giro della prigione”, e soppesare il cumulo delle sue afflizioni. 
Questo accadeva nel buio delle sale cinematografiche italiane fra gli anni trenta e cinquanta. Accadeva al “Sala Roma” di Napoli, allo “Smeraldo” di Roma, e nelle centinaia di “Eden”, “Excelsior”, “Splendor” che hanno acceso le loro luci nelle nostre città. E accadeva nel “marasma fumoso e vociante” del “Fulgor” di Rimini, dove Federico Fellini ha innescato la miccia della sua creatività visionaria. Siamo nel 1926, Fellini ha sei anni. In uno stupore eccitato, assapora le immagini sulfuree di Maciste all’inferno, un film di Guido Brignone, che ambienta l’Inferno vicino casa, nella piemontese val di Stura, tutt’altro che infernale. Il ricordo di Fellini è ben più di una semplice escursione della memoria, perché nella visione infantile di Maciste all’Inferno comincia a lievitare l’estro immaginativo del regista: “Ero in braccia a mio padre in piedi tra una gran calca di gente con il cappotto zuppo d’acqua perché fuori pioveva. Ricordo un donnone con la pancia nuda, l’ombelico, gli occhiacci lampeggianti…Quell’immagine mi è rimasta così profondamente impressa che ho tentato di rifarla in tutti i miei film”.

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https://www.doppiozero.com/rubriche/68/202102/nel-buio-delle-sale-cinematografiche

Shusaku Takaoka, il maestro giapponese che sta incantando il mondo (“L’arte di guardare l’arte”)

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“Shusaku Takaoka un graphic designer giapponese dissacrante e provocatorio. Nelle sue rappresentazioni icone e miti di vari tempi e vari media si uniscono per ribaltare il senso comune e crearne uno alterato, astratto ma assolutamente figlio della società moderna. ”

Leggi il resto dell’articolo:

Shusaku Takaoka, il maestro giapponese che sta incantando il mondo

Le figurine di Radiospazio. L’attore e il successo

– Senti, Ruth, l’unica cosa che sia mai riuscito a ottenere – in teatro e fuori dal teatro – è l’entusiasmo di una microscopica minoranza e l’aperta ostilità di tutti gli altri. Io attiro l’ostilità come la cagna in calore attira i cani. Appena compaio in scena, sento subito di dover lottare contro tutti gli spettatori ­– uno per uno, dalla platea al loggione. Un combattimento da gladiatore! Io solo contro tutti – e loro tutti così potenti! A volte riesco a debellarne una parte –  metà, un terzo. Ma quei pochi arrivo a piegarli! Li domo. E persino l’avversione della maggioranza rappresenta una specie di trionfo per me – perché so che nel loro intimo mi rispettano.
– E questo film che devi fare?
– Macché: la solita musica: «La teniamo presente – le faremo sapere… »
­­– Non vedo un gran merito nel cercare di ignorare l’insuccesso.
– Non esiste l’insuccesso – esiste solo l’attesa del successo.

John Osborne, Epitaffio per George Dillon

Paolo Pontoniere, Quel che ci racconta il Dna trovato nei libri medievali (La Repubblica)

Dall’idea di uno scienziato emerge un affresco bio-artistico-letterario in cui si intrecciano i Dna di tutte le specie e i virus di cui soffrivano, le tecniche amanuensi e le migrazioni delle mandrie e degli esseri umani, le tragedie, le carestie e le pestilenze con le tecniche librarie e queste con la letteratura. Tutte da studiare

“A guardarli non lo si direbbe ma i libri medioevali celano tutti un segreto, una seconda storia nascosta dietro quella scritta dagli amanuensi. E’ una storia assai singolare: fatta di pelli, di Dna umano e animale, di virus, migrazioni e fenomeni climatici.”

Leggi l’articolo:
https://www.repubblica.it/green-and-blue/2020/01/28/news/caccia_al_dna_dei_libri_medievali-246990415/?ref=fbpr&fbclid=IwAR3IyIFiQXnM2J0ay4aK6bhTPBhVgBBR4HOb-4iIAb7fmnXFw8Eb3nfwwt8

Le figurine di Radiospazio. L’ebbrezza della musica

Per Franz la musica è l’arte che più si avvicina alla bellezza dionisiaca intesa come ebbrezza. Un uomo non può essere ebbro di un romanzo o di un quadro, ma può ubriacarsi della Nona di Beethoven, della Sonata per due pianoforti e percussione di Bartók o di una canzone dei Beatles. Franz non fa distinzione tra musica classica e musica leggera. Questa distinzione gli sembra antiquata e ipocrita. Ama allo stesso modo il rock e Mozart.
Considera la musica come una forza liberatrice: essa lo libera dalla solitudine, dalla chiusura, dalla polvere delle biblioteche, apre nel suo corpo una porta attraverso la quale l’anima esce nel mondo per fraternizzare. Ama ballare e gli spiace che Sabina non con(livida con lui questa passione. Siedono insieme al ristorante e dall’altoparlante una rumorosa musica ritmata li accompagna mentre mangiano. Sabina dice: «È un circolo vizioso. La gente diventa sorda perché mette la musica a volume sempre più alto. E poiché diventa sorda, non le rimane che metterla a volume ancora più alto». « A te la musica non piace? » chiede Franz. « No » dice Sabina. Poi aggiunge: « Magari, se fossi vissuta in un’altra epoca… » e pensa al tempo in cui viveva Johann Sebastian Bach e la musica assomigliava a una rosa fiorita sulla sconfinata landa nevosa del silenzio.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

Il video della domenica. Michelle Yi & Yaron Farkash, THE D IN DAVID

Ennesima variazione sul tema di “una notte al museo”, anzi è una nottataccia quella in cui il David di Michelangelo viene dileggiato dai capolavori suoi colleghi per il pene non adeguato, sostengono, alle auree proporzioni del resto. Il finale è una piccola sorpresa che lascerà perplesso qualcuno.

Chiaroscuri 900 (VII). Umberto Saba, Storia di una libreria

saba stretto libreria

C’è un ordito in cui s’intrecciano svariati fili della matassa novecentesca in questa pagina che si presenta come una semplice e lineare autobiografia, ma che diventa un’abbastanza trasparente parabola: anzitutto, la componente psicoanalitica: il giovane Saba, ventiseienne, che rabbrividisce alla sola idea di passare la vita nell’antro polveroso di una libreria e che subito dopo la compra. Per non dire del rapporto coi vecchi libri, dei quali ha orrore, e che pensa di vendere per speculazione, ma dai quali finisce per essere catturato. 

Passando una mattina del 1919 per via San Nicolò, vidi o notai per la prima volta quell’antro oscuro. Pensai – Se il mio destino fosse di passare là dentro la mia vita, quale tristezza. – Era – senza che io allora lo sapessi – un monito o un presagio. Pochi giorni dopo infatti l’acquistai dal suo vecchio proprietario, Giuseppe Mailender. L’acquistai con l’intenzione di buttare nell’Adriatico tutti quei vecchi libri che conteneva, e rivenderla vuota ad un prezzo maggiore. (Tutti cercavano allora una bottega a Trieste). Ma, dopo pochi giorni, non ebbi più il coraggio di attuare il primo progetto; quei vecchi libri – nessuno dei quali mi interessava per il contenuto – mi aveva incantato. Cercavo anche una sistemazione per la mia vita. Scrissi a mia moglie, in villeggiatura a Portorose, per raccontarle l’avventura e chiederle un consiglio. – Non vendere – mi telegrafò – la libreria. – Io pensai a un proverbio di Sancio Panza; – Il consiglio della moglie è poco; ma chi non lo prende è sciocco. – E seguii il suo consiglio.
È stato così che ho passato in quell’antro oscuro la metà circa della mia vita. La passai in parte male e in parte bene, come l’avrei – è probabile – passata in qualunque altro ambiente. Ma la bottega di via San Nicolò ebbe grande merito, rappresentò per me, per tutti gli anni che durò il fascismo, un rifugio abbastanza al riparo dagli altoparlanti. Vivere della letteratura è, per un poeta, impresa quasi disperata; più disperata che mai essa mi appariva in quegli anni. Inoltre i libri antichi – dei quali apprendevo per la prima volta l’esistenza – non mi offendevano come i moderni, che tutti, o quasi, avevano per me il volto odioso del tempo presente. Emanavano inoltre un senso di pace; erano come dei nobili morti. Non saprei dire se veramente li amavo o no; forse li amavo, ma in un modo particolare come i ruffiani amano le belle donne per venderle.

Umberto Saba, Storia di una libreria, Henry Beyle

Altri chiaroscuri ‘900:

Palazzeschi: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/

Farfa: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/

Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/17/chiaroscuri-900-iii-il-poeta-dentro-e-fuori-corrado-govoni/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/05/05/chiaroscuri-900-iv-i-fuochi-dartificio-di-govoni-1905/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/09/07/chiaroscuri-900-vi-corrado-govoni-armonie-di-un-mondo-alla-rovescia/

Depero: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/26/un-futurista-fuori-sede-fortunato-depero-a-new-york/

Soffici https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/30/chiaroscuri-900-ardengo-soffici-via/

Cosa diremo (Wittgenstein.it)

“Cosa diremo quando guarderemo indietro?” È una domanda meravigliosa, e commovente. Suona appunto familiare, un’espressione retorica sentita spesso, eppure realizziamo che non la sentiamo più: l’abbiamo sentita spesso in certi documentari, forse, o in certi film biografici. In certi libri di Storia, chissà. Ma nessun leader politico od oratore lo dice più.
Perché nessuno pensa più a guardare avanti, a quando ci si guarderà indietro.””

Leggi l’articolo:
https://www.wittgenstein.it/2020/12/09/cosa-diremo/

Le figurine di Radiospazio. Padroni e leopardi

Goffredo Parise

Ieri mattina il dottor Max mi ha telefonato e ha detto che sarebbe venuto a prendermi di lì a mezz’ora. Non ho chiesto spiegazioni, ho fatto il bagno come ogni domenica, mi sono vestito  e sono sceso in strada ad aspettare. Il dottor Max è arrivato con un’automobile lunghissima color rosa pesca, anziché con la sua solita utilitaria. Ha frenato bruscamente, poi, con un grande sorriso, ha aperto la portiera della macchina e mi ha fatto cenno di entrare. Sono salito e sono sprofondato nel sedile foderato di pelliccia di leopardo. Sempre sorridendo il dottor Max mi ha detto la prima frase strana che io non ho capito e non ho voluto capire perché conosco le involuzioni, le allegorie del suo pensiero.
La frase è la seguente: “Le piace? Lo so, lo so che è immorale, ma chi se ne frega?” Così dicendo ha chiuso la portiera e l’auto è partita con uno scatto silenzioso.

Goffredo Parise, Il padrone, Feltrinelli

Jennifer Guerra, Smettetela di usare “1984” per giustificare le vostre assurde teorie complottiste (The Vision)

“Nel 1984, la allora giovane azienda di software Apple realizzò uno spot per lanciare il suo primo computer Macintosh destinato a entrare nella storia della pubblicità. Nello spot, diretto da Ridley Scott e trasmesso nell’intervallo del Super Bowl, si vede una schiera di persone, tutte rasate e vestite di grigio, che guarda catatonica uno schermo gigante dove il Grande Fratello recita messaggi di propaganda. Nel mentre, un’atleta vestita di bianco e rosso irrompe sulla scena correndo inseguita dalla polizia e, lanciando un martello, distrugge lo schermo. Appare quindi una scritta: “Il 24 gennaio, Apple lancerà Macintosh. E capirai perché il 1984 non sarà come 1984”. Il riferimento, chiarissimo e iconico, è al più famoso romanzo distopico di sempre, 1984 di George Orwell. Negli anni quest’opera ha trasceso i confini della letteratura diventando un simbolo di risveglio delle coscienze, di spirito democratico e di anticonformismo rispetto a un pensiero dominante. È capitato anche che il senso di 1984 fosse distorto e piegato per scopi che non sarebbero sicuramente piaciuti all’autore: lo spot Apple, appunto, o l’aver chiamato uno dei più controversi e influenti programmi televisivi del ventennio “Grande Fratello”. Ma c’è un’appropriazione che più di tutte è particolarmente insidiosa: quella dei complottisti.”

Leggi l’articolo:
https://thevision.com/cultura/1984-orwell-complottismo/

Le figurine di Radiospazio. Gelosie di poeti

– Suscettibile io? Tu mi dici suscettibile? Tu? Una donna che si faceva venire un accidente se il più misero dei pennaioli osava esprimere un’opinione malevola sulle sue poesie?
– Non ricordo che sui miei versi sia mai stato espresso un giudizio malevolo.
– Hai ragione. Con le donne graziose si è sempre galanti.
– Galanti? Così le mie poesie sarebbero state lodate per galanteria? E il tuo giudizio…?
– Il mio giudizio? Mi permetto solo di ricordarti che le tue poche graziose poesie le hai scritte
all’epoca in cui stavamo insieme.
– E così adesso pensi che esse siano merito tuo.
– Le avresti forse scritte se non ci fossi stato io? Non sono dedicate a me?
– No!
– Come? Non sono dedicate a me? È mostruoso!
– No, non lo sono affatto!
– Resto di stucco!

            Arthur Schnitzler, Letteratura

Narrativa. Daniel Pennac, La fata carabina (frammento)

Era inverno a Belleville, e la lastra di ghiaccio somigliava una cartina dell’Africa e copriva l’intera superficie dell’incrocio che la vecchia signora si accingeva ad attraversare trascinando con millimetrica prudenza una pantofola davanti all’altra. Con il loro avanzare strisciante le pantofole l’avevano condotta, diciamo; fino al centro del Sahara, sulla lastra a forma di Africa. Doveva ancora farsi tutto il sud, i paesi dell’apertheid e via dicendo. A meno che non tagliasse per l’Eritrea o la Somalia, ma nel canaletto di scolo il mar Rosso era terribilmente gelato. Queste considerazioni zampettavano sotto i capelli a spazzola del biondino dal loden verde che osservava la vecchia. Il biondino si chiamava Vanini, era ispettore di polizia ed era tormentato soprattutto dai problemi di pubblica sicurezza. Anzi, della “pubblica insicurezza”: le quattro anziane donne sgozzate a Belleville in meno di un mese non si erano aperte i due da sole! Bisognava tenere gli occhi aperti. D’un tratto la donna fu quasi sul punto di perdel’equilibrio. Ed ecco il giovane ispettore che posa un piede sull’Africa, avanza a grandi falcate sicure verso la vecchia. Nonscivola sul ghiaccio, lui. Ai piedi ha gli scarponi chiodati. Le fragili spalle della vecchia signora gli ricordano d’un tratto quelle della nonna, la sua, di Vanini, cui ha voluto così bene.
Si stava già preparando la frase: “Mi permetta di aiutarla, nonnina”, che avrebbe pronunciato con la gentilezza del nipotino. Era ormai a un passo da lei, e fu allora che la donna si voltò, rigida con un braccio puntato verso di lui. Come se lo indicasse col dito. Solo che in luogo del braccio e del dito, la vecchia signora brandiva una P 38 d’epoca, quella dei tedeschi, un’arma che ha attraversato il secolo senza passare neanche un filino di moda, un arnese tradizionalmente omicida.
E la vecchia premette il grilletto.

        Daniel Pennac La fata carabina