Il video della domenica. Maria Dolores Pesce, A proposito di “Un affare di famiglia”, di HIROKAZU KORE’EDA

Forse il nostro tempo, chiuso nel flusso riflusso di società che non rivolgono mai lo sguardo dentro sé stesse, ha dimenticato in fretta e continua a dimenticarsi di ogni essenziale dinamica interpersonale che non sia economica, cioè di quella essenziale dinamica dei sentimenti che ci fa, o dovrebbe farci essere, umanità.
Sorprende dunque, ma in fondo neanche troppo, quando quello sguardo, attento e partecipato, viene intercettato come nella cinematografia del giapponese Kore’eda Hirokazu che Cannes ha recentemente scoperto, valorizzato ed amato anche per certe sue sintassi figurative, certe sue atmosfere e colori che richiamano la perduta Nouvelle Vague.
“Affari di Famiglia”, che ha vinto la Palma d’oro nel 2018, è una delle sue opere ma non è l’unica, pur assumendo quasi la posizione di vera e propria summa di idee e visioni, di un percorso che mette al centro la famiglia da un punto vista molto particolare ma insieme essenziale e risolutivo, quello dei sentimenti che la percorrono e la costituiscono.
Sei persone senza legami reciproci possono fare una famiglia? Sì se queste persone sono guidate e alimentate da sentimenti che li legano e che, sintomaticamente, sono in grado di farle andare oltre i loro singoli limiti, difetti e anche colpe.
Insieme a questa storia di apparenti sbandati, in realtà ricchi di vita interiore e di dolcezza, la Cineteca di Milano ha presentato altri cinque film del regista giapponese, colpevolmente poco noto in Italia.
È sostanzialmente, questo suo percorso creativo, una domanda ripetuta, che ci batte in testa con insistenza, quella se la famiglia nasca e debba essere  fondata esclusivamente sul sangue o piuttosto sul sentimento, sull’amore che deve legare i suoi componenti e guidarne le scelte indipendentemente dai legami biologici.
Dei sentimenti, purtroppo, sembriamo esserci dimenticati, o esserci voluti dimenticare, così che sembra restarci solo il calcolo delle convenienze che ci impegna senza implicarci e alla fine ci condanna alla solitudine.

Maria Dolores Pesce

Ludovico Pratesi, I dimenticati dell’arte. Brianna Carafa (Artribune)

È un libro di qualità: qualità narrative perché certo ‘succede qualcosa’ e qualità di scrittura, così chiara e ferma”. Purtroppo il giudizio più che lusinghiero di Italo Calvino, che non si sperticava in complimenti, non bastarono a cambiare le sorti del romanzo di Brianna Carafa La vita involontaria, pubblicato da Einaudi nel 1975 e arrivato ultimo nella cinquina del Premio Strega, vinto quell’anno da Tommaso Landolfi con la raccolta di racconti A Caso, edito da Rizzoli e ripubblicato da Adelphi nel 2018.
Così, la breve carriera letteraria di Brianna, che di mestiere era psicoanalista, proseguì con un nuovo romanzo, Il ponte nel deserto, edito sempre da Einaudi nel 1978, pochi mesi prima della prematura scomparsa dell’autrice, morta a soli 54 anni e presto dimenticata.


Leggi l’intero articolo: https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2021/04/artisti-dimenticati-brianna-carafa/

Il video della domenica. 1979, Processo per stupro. L’arringa di Lagostena Bassi

https://www.raiplay.it/iframe/video/2018/01/Processo-per-stupro-larringa-di-Lagostena-Bassi-6c151db1-80b0-4ecc-b608-9a3d5f63f2a4.html

a parte lesa nel processo filmato era una giovane di 18 anni, Fiorella (il cognome non è reso noto), che denunciò per violenza carnale di gruppo quattro uomini sulla quarantina, fra cui Rocco Vallone, un conoscente. Fiorella, lavoratrice in nero, dichiarò di essere stata invitata da Vallone in una villa di Nettuno per discutere una proposta di lavoro stabile come segretaria presso una ditta di nuova costituzione, e di essere stata sequestrata e violentata per un pomeriggio da Rocco Vallone stesso e da altri tre uomini. Gli imputati ammettono spontaneamente i fatti al momento dell’arresto; interrogati successivamente, negano tutto; in istruttoria, dichiarano che il rapporto era avvenuto dopo aver concordato con la ragazza un compenso di 200.000 lire. Dei quattro imputati, uno si rese latitante. Il processo fu reso difficile dal fatto che la vittima conosceva l’imputato principale e non presentava segni di percosse o maltrattamenti. L’avvocata Tina Lagostena Bassi era difensore di parte civile.

Primo Levi, Partigiani

Dove siete, partigiani di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei loro figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.


Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’inps
o si raggrinzano negli enti locali.
n piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.

Ritorniamo in montagna
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’un l’altro, queruli, ombrosi.
Come allora staremo di sentinella
Perché all’alba non ci sorprenda il nemico

Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
a mano destra nemica della sinistra- I
n piedi, vecchi, nemici di voi stessi.
La nostra guerra non è mai finita.

Guido Vitiello, Come superare l’odio per la poesia, nonostante i poeti (Internazionale)

Foto Roberto Monaldo / LaPresse17-11-2013 RomaSpettacoloTrasmissione tv “In Mezz’ Ora”Nella foto Sandro Bondi Photo Roberto Monaldo / LaPresse17-11-2013 Rome (Italy)Tv program “In Mezz’Ora” In the photo Sandro Bondi

Caro Guido Vitiello,
sono un insegnante di lettere, insegno anche e soprattutto poesia. Solo che quasi tutte le poesie (ne salvo dieci, venti, diciamo) mi fanno cagare. Soprattutto quelle di alcuni reputati autori del novecento, come Ungaretti, Caproni, Luzi. Io a uno che scrive “Chiuso fra cose mortali / (anche il cielo stellato finirà) / perché bramo Dio?”, gli darei un calcio forte forte nelle palle. Mi arrivano libri di poesia da leggere o recensire e io li apro e li chiudo immediatamente, perché mi si stringe lo stomaco. Normale, dirai tu, con tanta feccia in giro. Ma il problema è che questa idiosincrasia mi si sta proiettando all’indietro, su Pascoli, Leopardi (Leopardi!), Foscolo, Ariosto, Dante (Dante!). Sto cominciando a pensare che scrivere in versi sia un errore evolutivo, un baco concettuale, una cazzata. Caro Guido Vitiello, posso fare qualcosa? Guarire? O devono guarire gli altri, e io sono l’unico che ha capito la Verità? Del resto, anche Sandro Bondi è poeta. Grazie

Leggi l’intero articolo https://www.internazionale.it/opinione/guido-vitiello/2016/07/20/odio-poesia-poeti:

Il video della domenica. La luce di Michelangelo. Gli effetti speciali “naturali” di San Pietro in Vincoli (Artribune)

https://www.artribune.com/television/2021/04/video-la-luce-di-michelangelo-san-pietro-in-vincoli/

Il filmato, realizzato dall’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero, mostra attraverso un timelapse, il movimento della luce naturale sul gruppo scultoreo che, secondo recenti ricerche, sarebbe stato usato dallo stesso Michelangelo per dar vita a un sorprendente fenomeno visivo che supera i moderni effetti speciali. Durante i tramonti dell’equinozio di primavera, infatti, al quale è legata la festa della Pasqua, i raggi del sole attraversano le finestre della facciata – e uno strettissimo varco tra le colonne della navata della Basilica di San Pietro in Vincoli – e illuminano l’opera con un gioco di luce che, minuto dopo minuto, accende teatralmente alcuni elementi fondamentali del gruppo scultoreo e ne rafforza il significato spirituale.

Edoardo Zuccato. Serve “sembrare scrittori” per esserlo? (L’indiscreto)

Il mestiere dello scrittore è spesso fatto di pose, di manierismi e di comportamenti utili non tanto a scrivere, ma a mettere in mostra sé stessi per apparire come persona di cultura. Questa apparenza non è un fatto nuovo, al contrario ha una lunga storia, eccola qui.

“Nella nostra epoca per diventare uno scrittore famoso è necessario non tanto scrivere bene quanto sembrare uno scrittore. Che cosa significa “sembrare uno scrittore” è il tema di questo articolo, in cui vengono esaminate le principali immagini pubbliche degli autori dal 1800 a oggi. L’importanza dell’immagine è una conseguenza dell’intreccio fra vita e letteratura introdotto dai romantici, che il mondo contemporaneo ha solo estremizzato attraverso la spettacolarizzazione mediatica.”

Leggi l’intero articolo: https://www.indiscreto.org/serve-sembrare-scrittori-per-esserlo/

Narrativa. David Foster Wallace, Nonni e nipoti (“Altra matematica”)

– Nonno?
– Joseph? Entra.
– Posso entrare?
– Entra. Siediti.
– Come ti senti?
– Bene, bene. Bene.
– Sono innamorato di te.
– Come sei arrivato fin qui, figliolo? Non c’è scuola oggi? Che giorno è?
– Sono innamorato di te, nonno.
– Innamorato di me?
– Sì.
– In che senso?
– Nel senso che sono innamorato di te, nonno. Voglio stare solo con te. Con te e basta.
– Che cavolo significa che sei innamorato di me?
– Io…
– Cos’è, uno scherzo? Che giorno è?
– No, nonno.
– Ma insomma, Joe, anch’io ti voglio bene. Io e tua nonna siamo sempre andati molto fieri di te. Anche noi vogliamo stare con te. Vedrai, non appena esco di qui…
– Io non sto parlando di questo, nonno. Sono innamorato di te. Penso soltanto a te. La tua immagine vive e si muove dentro di me. Antepongo i tuoi interessi ai miei. La tua presenza agisce sul mio sistema nervoso, vivo nell’attesa che tu mi tocchi. Voglio stare con te. Sempre.
– Sono sposato. Sono sposato con tua nonna.
– Sì.
– Siamo dello stesso sesso.
– Questo è certo.
– Che giorno è, Joe? Come sei arrivato fin qui?
– …
– Sono vecchio, ragazzo mio. Sono malato. Ho soltanto mezzo colon. La faccia mi pende dal cranio. Dal sapore che ho in bocca capisco che l’alito mi puzza di uova marce.
– Aspetti marginali. È te che amo. –Ne hai parlato con tuo padre? –Non l’ho detto a nessuno. L’ho portato dentro di me. Da solo. Ho pensato che dovevo prima parlarne con te.
– Capisco.
– Bene.
– …
– Che classe fai, a scuola, Joseph? La quinta elementare?
– La prima media.
– La prima media.
– Sì.
– E sei innamorato di me.
– Sì.
– Credo di non sapere proprio cosa dire. Non so nemmeno che giorno della settimana è. Come potrei sapere cosa dire?
– Non dire nulla, nonno. Resta lì seduto. Così. È perfetto.

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– Tuo padre ti ha mai raccontato che, quando studiava medicina, uno dei suoi compagni di corso si era innamorato di un cadavere?
– No.
– Quel tizio, a sentire tuo padre, si era innamorato perdutamente di un cadavere. L’aveva rubato dal reparto dell’università di medicina dove tenevano i cadaveri. Lo portava sempre con sé, ovunque andasse. Perfino in pubblico, a teatro.
– Qui la cosa è completamente diversa, nonno.
– Tuo padre dice che quel tizio gli raccontava di essere perdutamente innamorato del cadavere. Raccontava a tuo padre che per lui andava benissimo che il cadavere fosse sempre tranquillo e passivo, perché il cadavere era gentile, portatile, e sempre disponibile.
– Qui la cosa è diversa, nonno. Non c’è paragone.
– Ora che ci penso tuo padre dice che hanno dovuto rinchiuderlo da qualche parte, quel tizio. Diceva di non poter vivere senza il suo cadavere.
– …
– Non mi fissare così, figliolo, fa’ il favore.

David Foster Wallace, Altra matematica
“Questa è l’acqua”, Einaudi, Traduzione Giovanna Granato

Laura Pugno, Visione di specie. Poesia, terzo paesaggio? Un dialogo con Andrea Bajani

“La poesia sta infatti fuori dal linguaggio coltivato, messo a coltura dalle diverse retoriche con cui le parole procedono già incatenate, intruppate in frasi pronte nella vita di ogni giorno: la retorica politica, merceologica, pubblicitaria, settoriale, di gruppo. Laddove le parole nell’uso comune procedono per appezzamenti, per ettari, nella poesia le parole sono piante isolate, brade, che rompono la roccia, e con la roccia imprevedibilmente attivano uno scambio. È nel suo rompere il senso della frase dominante, nel suo crescere ai margini della striscia d’asfalto del discorso pubblico, che la poesia crea nuova vita. La parola, raccolta nello spazio di una poesia, fa foresta, cresce, si abbarbica alla pagina, da cui la sua forza, che in qualche modo è sempre una forza naturale.”

Leggi il resto dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=38957

Giulia Caminito, Dai social ai libri al rap siamo circondati da una generazione di mitomani (L’Espresso)

Da Facebook alla letteratura, dalla politica alla musica, narcisismo e senso di onnipotenza oggi dilagano. In un’autocelebrazione continua e delirante. La provocazione di una giovane concorrente del Premio Strega.

“Era il lontano 1894 quando anche Matilde Serao si interrogava sul tema nel suo racconto “L’amante sciocca”, la parabola disperata di una giovane donna semplice, umile e giusta che viene scelta da un borioso scrittore come compagna delle sue giornate. Nel racconto lo scrittore Paolo Spada dice d’essere un individuo dall’animo raffinato, uno che scrive capolavori. Quando parla di letteratura con gli amici non può fare a meno di gridare, perché è solo così che si parla a suo parere dell’arte: gridando. Adele, la sua amante sciocca, ascolta dalla stanza attigua queste urla e i terribili silenzi che seguono. «Resta pure, ma taci» non fa che dirle Paolo, quando Adele teme di disturbarlo durante i suoi incontri o durante la “sacra” scrittura. “

Leggi l’articolo: https://espresso.repubblica.it/idee/2021/03/25/news/generazione_di_mitomani_-293750775/

Le figurine di Radiospazio. Il sonno e la veglia

Chi ha paragonato la nostra vita a un sogno ha avuto più ragione di quanto non credesse. Nel sonno la nostra anima vive, agisce, esercita tutte le sue facoltà, come quando è desta; certo più dolcemente e debolmente, ma non tanto che la differenza tra veglia e sonno sia come fra giorno e notte. La differenza è come fra notte piena e penombra; là essa dorme, qua, più o meno, sonnecchia. Ma son sempre tenebre! Vegliamo dormendo e dormiamo vegliando. Nel sonno, certamente, non distinguiamo con chiarezza; ma dal canto suo, la veglia non è mai netta e senza nubi. Almeno il sonno, talvolta, con la sua profondità, addormenta i sogni; mentre la veglia non è mai tanto veglia da dissiparli. E sono i sogni di uno che veglia; cioè, sono peggiori dei sogni. Ora, perché mai la nostra ragione e il nostro giudizio, accogliendo impressioni e opinioni in sogno, autorizzano le azioni compiute nel sogno allo stesso modo di quelle che si compiono in pieno giorno? Perché non dubitare che il nostro pensare e il nostro agire non siano che un sogno, e il nostro stesso essere desti nient’altro che una specie di dormire?

Michel de Montaigne, Apologia di Raymond Sebond, “Saggi”, REA
Traduzione Fabrizio Cristallo

Narrativa. Lucio Mastronardi. La morte della domenica

Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta. Fra questa domenica e la prossima dovranno passare centosessantotto ore, a una a una.
Sono passate le centosessantotto ore. Sta finendo un’altra domenica. Che ne ho fatto di queste centosessantotto ore?
Venticinque ore le ho spese a scuola. Altre venticinque le ho spese in lezioni e ripetizioni, e fa cinquanta.
Una sessantina di ore si sono consumate nel sonno.
E le altre cinquantotto?
Una mezza dozzina se ne sono andate nel mangiare; un altro paio se ne sono andate per le piccole azioni, e cinquanta ore le ho consumate nelle abitudini. La mezz’oretta al caffè prima di andare a scuola; l’oretta al caffè dopocena; l’oretta sdraiato dopo le ripetizioni; le rimanenti ore a parlare coi colleghi e col giornalista, fino a consumare centosessantotto ore.
Mi accorgo che la mia vita è tutto un seguito di ore bruciate, di tempo perduto.
Ma che devo fare? mi domando – Che devo fare? – ho domandato a una vecchia collega.
– Che vuole fare? – mi ha risposto, – ormai è di ruolo!
Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta.

Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano, Einaudi