Il video della domenica. Ermanno Olmi, Il posto

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Gli umili sono delicati, fragili, e non è bello approfittare della loro ingenuità per metterli in un film dove quasi sempre annegano nella melassa dei buoni sentimenti. Ermanno Olmi, lo sappiamo, è sempre stato attratto dagli umili e  questa sua propensione gli ha valso la fama di regista umanissimo, direi quasi fin troppo. Il posto (1961) è il suo secondo film. A quell’epoca il maestro bergamasco usava l’umanità col contagocce e soprattutto la correggeva con qualche porzione d’ironia (un ingrediente che rende tutto più digeribile). In questo film si racconta la piccola storia di due ragazzi, Domenico e Antonietta, che si conoscono durante le selezioni per un posto di lavoro nella Milano che già macinava il boom economico. 

Dotothy Parker, Ci siamo!

LUI                 Ci siamo.

LEI                 Ci siamo, non è vero?

LUI                 Siamo sposati esattamente da due ore e ventisei minuti.

LEI                 Toh, mi pareva di più.

LUI                 Siamo sposati e tutto va bene. Voglio dire: lo sposalizio è fatto, tutto è fatto.

LEI                 È stato bello, eh? Ti piaceva davvero il mio velo?

LUI                 Eri straordinaria. Proprio straordinaria.

LEI                 Ne sono così felice! Ellie e Louise erano carine, no? Sono contenta che si siano decise per il rosa. Erano davvero carine.

LUI                 Senti, voglio dirti una cosa. Quando aspettavo che tu venissi, là in piedi nella vecchia chiesa, ho visto le due damigelle e ho pensato: guarda, non credevo che Louise potesse far questa figura! Finora non aveva mai attirato lo sguardo così.

LEI                 Ah sì, eh? Buffo. Infatti molti han detto che l’acconciatura e il cappello erano carini, ma tanta gente l’ha trovata un po’ stanca. 

LUI                 In ogni modo dava nell’occhio.

LEI                 Sono contenta che ti sia parsa così. Contenta che ci sia stato almeno uno… Ed Ellie, come t’è parsa?

LUI                 Francamente non l’ho neppur guardata.

LEI                 Davvero? È una bruttissima cosa, è terribile che non ti piaccia mia sorella.

LUI                 Certo che mi piace! Ne vado matto. È una cara ragazza.

LEI                 Non ti credere che a lei importi qualcosa! Ne ha abbastanza di gente intorno. Non gliene importa nulla, di piacerti o no. Non farti illusioni. Ma il fatto è questo, non posso mandarlo giù che non ti piaccia, ecco tutto. E quando torneremo e ci installeremo in casa nostra sarà tremendo per me che tu non voglia aver a che fare con la mia famiglia.

LUI                 Ma che discorsi sono questi? Li sai benissimo i miei sentimenti sulla tua famiglia. Io credo che la signora tua… sì, che tua madre è deliziosa. E anche Ellie. E anche tuo padre. Cosa tiri fuori, ora?

LEI                 Me ne sono accorta. Non ti credere che non me ne sono accorta. Tanta gente si sposa e crede che tutto andrà benissimo, eccetera, e poi tutto va a carte quarantotto perché non possono soffrire la gente di famiglia o per cose simili. Non ne parliamo. L’ho visto succedere.

LUI                 Tesoro, che discorsi sono questi? Perché ti arrabbi? Siamo in piena luna di miele. Perché ci si deve mettere a battagliare? Sei nervosa, mi pare.

LEI                 Io? E perché dovrei esserlo? Io…io… non sono nervosa, perdio.

LUI                 Lo sai bene, spesso le ragazze diventano nervose e acide a forza di pensare.

LEI                 Ma sì, non facciamo baruffe. Non facciamo come gli altri. Non diamoci fastidi, seccature o cose simili. Ti va?

LUI                 Non ci beccheremo più, non è vero?

LEI                 No. Mai più. Non so che cosa m’ha fatto far così. Era così strano, era un incubo quel continuo pensare a tutti coloro che si sposano, in tutto il mondo, e quanti guastano tutto con le baruffe e col resto. C’era da perder la testa a pensarci. Oh, non voglio esser così! A noi non succederà, vero?

LUI                 No di certo.

LEI                 Non dobbiamo sbranarci, non dobbiamo litigare. Ma ora sarà tutto diverso, ora siamo sposati. Tutto andrà benissimo. Prendi il mio cappello, per favore, caro. È ora che me lo rimetta. Ti piace, coccolo mio?

LUI                 Ti sta molto bene.

LEI                 No, voglio dire se ti piace davvero?

LUI                 Non m’intendo di queste cose. Mi piacciono i cappelli del tipo di quello azzurro, che avevi. Mi piaceva infinitamente.

LEI                 Davvero? È un vero peccato che questo non ti piaccia.

LUI                 Ma sì che mi piace!

LEI                 Hai appena detto di no.

LUI                 Non ho detto nulla di simile. Tu sei matta.

LEI                 Sarò matta, forse.  Ma fa un certo senso pensare che s’è sposato un uomo che vi trova un perfido gusto in fatto di cappelli. E dice addirittura che son matta.

LUI                 Ma insomma, ascolta, io non ho detto nulla di simile. Ma certo che  mi piace il tuo cappello! Più lo guardo e più mi piace. È straordinario.

LEI                 Ma davvero? Sinceramente? Oh, ne sono contenta. Ti avrei detestato se non ti fosse piaciuto. Sarebbe stato… non so, sarebbe stato qualcosa come un cattivo inizio.

LUI                 Ma io ne vado matto, ti dico. E ora abbiamo arrangiato anche questa, per grazia di Dio. Agnellino mio… Non ci dovranno essere cattivi inizi. Pensiamo ai fatti nostri, siamo in piena luna di miele. Fra poco saremo due vecchi sposi, come tanti. Voglio dire… voglio dire che fra pochi minuti saremo a New York e andremo all’albergo e tutto andrà benissimo. Voglio dire… guarda un po’! Ecco fatto: siamo sposati! Ci siamo!

LEI                 Sì, ci siamo!

Dorothy Parker, Il mio mondo è qui, Bompiani, Traduzione Eugenio Montale

“Ora siamo qui a aspettare una risposta”. Riprendiamo in mano don Milani (Pangea)

Non c’erano le vacanze, non si finiva mai di imparare: “Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio”. Certo qualche “professorone” studioso di pedagogia potrebbe non essere d’accordo, ma Lucio che aveva trentasei mucche da curare diceva: “La scuola sarà sempre meglio della merda”. Una frase inequivocabile, si può obiettare. Senza troppi giri di parole. Leggo: “Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla. Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati”. 
Leggi l’intero articolo: https://www.pangea.news/don-milani-linda-terziroli/

Morte di una falena (l’ultimo racconto di Virginia Woolf) (“Biancamano 2”)

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Il 28 marzo 1941 morì, lasciandosi annegare nel fiume Ouse, Virginia Woolf. Morte di una falena è molto probabilmente l’ultimo testo scritto da Woolf – prima della sua ultima lettera al marito. L’ha tradotto per noi Anna Nadotti che firma anche una nota.

Le falene che volano di giorno non andrebbero chiamate falene; non stimolano quella gradevole sensazione di buie notti autunnali e di macchie d’edera che una comunissima catocala gialla addormentata all’ombra delle tende sempre risveglia in noi. Sono creature ibride, né allegre come farfalle né tristi come la loro specie. Eppure quell’esemplare, con le sue sottili ali color fieno, con una nappina dello stesso colore, sembrava contenta della vita.”…
Leggi il resto del racconto:  https://biancamano2.einaudi.it/narrativa-straniera-frontiere/woolf/#:~:text=Il%2028%20marzo%201941%20mor%C3%AC,che%20firma%20anche%20una%20nota

“In realtà ciò che faccio non ha nome”, due articoli di Roland Barthes inediti in Italia (Layout Magazine)

L’orma ci ha concesso di pubblicare, in esclusiva, due testi scelti da noi, che in qualche modo ripetano le anime di lay0ut, i “discorsi” e le “figure”, tutto all’insegna, come è ovvio, della traduzione: I tre dialoghi, uscito nel Menabò del 1964, cercano una veloce ma ispirata critica dell’ideologia della comunicazione; il secondo, Il grado zero della colorazione, del 1978, in cui Barthes confessa, sottotraccia, la passione per il “conforto artigianale” del colore, del disegno.

Leggi l’articolo:  https://www.layoutmagazine.it/inediti-roland-barthes-l-orma/

Le figurine di Radiospazio. Rivelazioni

Ivan Turgeniev, Pane altrui

– Voglio sapere tutto… dovete dirmi tutto, avete capito?
– Sì, Ol’ga Petrovana… sì, saprete tutto. Vostro padre era stato stregato da quella vicina… spesso non tornava a casa neppure la notte. Vostra madre sedeva per giorni interi da sola, senza parlare, spesso scoppiava a piangere… Un bel giorno vostro padre decise di andarsene. A Mosca, disse, solo per affari. Alla prima stazione lo aspettava la vicina.Vostro padre tornò sei mesi dopo, Ol’ga Petrovna, senza aver scritto una lettera. La vicina lo aveva piantato, ed era diventato violento… Aggredì vostra madre con un bastone, lei si rifugiò quasi impazzita in camera sua, mentre lui chiamò i servi e se ne andò a caccia… Fu allora che la cosa successe… Eravamo a tavola; dopo un lungo silenzio si rivolse a me… Ol’ga Petrovna, vostra madre per me era quasi un dio, io… io l’amavo… ed ecco che mi dice: “Vasilij Semënic, tu mi ami, lo so, mentre lui mi disprezza, mi ha offeso”, e allora io… E allora io… io non capisco più nulla, la testa mi gira…
– Dunque… io sono…
– Sì.
– Vostra…
– Sì, mia figlia. Perdonate un povero vecchio.

Narrativa. Eric Reinhardt, Le domeniche dell’infanzia (frammento)

A tavola, di solito, ascoltavamo France Inter, la trasmissione dedicata agli ascoltatori. Mia madre estraeva dal forno in gratin di zucchine. Mia madre portava in tavola, servendosi di un grosso guanto a fiori, il gratin di zucchine. Ancora il gratin di zucchine, esclamavo sbuffando. Un giorno creperemo tutti di overdose! Ho trascorso la mia giovinezza mangiando gratin di zucchine. Due alla settimana, come minimo, per diciotto anni, anzi facciamo quindici, cioè settecentoventi settimane, che significano grosso modo millecinquecento gratin ingurgitati. Potrei figurare nel Guinness dei Primati insieme ai divoratori di pizze.
«Ecco, tocca a voi, cari ascoltatori! Potete porre le vostre domande!», ripeteva incessantemente il conduttore della trasmissione. «Sì, siete in onda, fate la domanda!», s’impazientiva.
Il gratin di zucchine, il pesce fritto, l’acqua del rubinetto, le disillusioni, le umiliazioni, gli ascoltatori di France Inter; conservo un ricordo sordido di quei pranzi. Se potessi scegliere, preferirei, lo giuro, essere un terrorista, un serial killer, un rapinatore di banche, un sequestratore di bambini, dovessi passare trent’anni in cella, dovessi farmi sodomizzare ogni notte da un branco di bruti sanguinari, sarebbe sempre meglio che rivivere quei pranzi, io al posto di mio padre, quadro intermedio di una multinazionale, di fronte a me una donna di casa come mia madre, con lo sguardo vagante nel nulla, liquefatta dal succedersi implacabile dei miei fallimenti. Quando ripenso alla mia infanzia, alla mia adolescenza, a quelle cene patetiche, alle nostre passeggiate domenicali nei dintorni, alle serie tv di cui si nutriva mio padre, in particolare Starsky e Hutch e le Teste bruciate, ai cugini di Antony da cui andavamo in visita certe domeniche, alle fondute bourguignonne che ci facevano mangiare, alle forchettine di ferro col manico di plastica che si infilavano nella carne, ci ripenso come a un crogiolo di ricordi mosci e viperini: oggi, nella mia mente la mia infanzia è ripugnante come una sorta di lunga, lugubre domenica.

Eric Reinhardt, Le moral des ménages, Stock

Carolina Bandinelli e Giorgia Tolfo, Digital Bowery, Il bovarismo nell’era della sua riproducibilità tecnica. (Il Tascabile)

“Abbiamo ripreso Emma Bovary per cercare di capire in che modo Emma, la sua noia verso una realtà deludente, e l’ostinato immaginare un mondo fantastico dove tutti sanno ballare il valzer, mangiano ananas, e amano forte, possa aiutarci a riflettere sulla struttura del desiderio ai tempi dei media digitali: in fondo, essi non fanno che mostrarci costantemente l’ipotesi di una vita altra e migliore che accade a qualcun altro non lontano da noi.
[…] Se Emma avesse avuto Tinder, o meglio ancora Bumble? Avrebbe fantasticato nella stessa maniera? L’algoritmo le avrebbe fatto trovare il Visconte, o Leon? Oppure si sarebbe stancata prima, esausta e nauseata dalla riproduzione algoritmica di speranza e rifiuto?”

Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/digital-bovary/

Il video della domenica. ITO TAKASHI, GHOST. 5’39”

Ito Takashi è uno dei più interessanti registi sperimentali giapponesi. Il video è costruito sulla soggettiva di un personaggio che attraversa paesaggi urbani disabitati, appartamenti, camere immerse in luci artificiali. L’instabilità della macchina e l’irregolarità della ripresa che a tratti riproduce una primitiva camminata insinuano nello spettatore un dubbio fascinoso e inquietante: sono io questo fantasma?

Narrativa. Giacomo Sartori, Ossitocina (Nazione Indiana)

“La mia nuova compagna, io dico fidanzata, ha molti meno anni di me, potrebbe essere mia figlia. E davvero ogni tanto qualcuno chiede se è mia figlia, il che è imbarazzante. Più frequentemente le persone capiscono alla prima occhiata come stanno le cose, e mi fissano come si guarda un vecchio libidinoso che si tira appresso una ragazzina, perché è pieno di soldi o perché esercita qualche forma di depravato dominio, o anche che senza saperlo si lascia intortare da una che ha scelto di indossare i panni dell’intortata. Manco a farlo apposta dimostra molti meno anni di quelli che ha, il che peggiora le cose. Fino a questo momento non mi ero mai reso conto di quanto siano nocivi gli occhi delle persone, quanto siano pericolosi.”

Leggi l’intero racconto: https://www.nazioneindiana.com/2021/04/15/ossitocina/

Alma Rosè, una violinista ad Auschwitz che regalò speranza nel campo di sterminio con l’Orchestra femminile (bonculture)

Le baracche le distese di filo spinato, perfino il tristemente noto motto all’entrata del campo di concentramento nazista, “Arbeit macht frei”, ogni giorno venivano accarezzati da note musicali. Sembra impensabile che in un luogo di sofferenze e dolore ci fosse spazio per un qualcosa che questi sentimenti, un minimo, li alleviava. Non si tratta di musica clandestina, perché quelle note risuonavano per espresso desiderio degli stessi intendenti del campo, dalle SS ai medici dell’infermeria.

Leggi l’intero articolo: https://www.bonculture.it/femmes/storie/alma-rose-una-violinista-a-auschwitz-che-regalo-speranza-nel-campo-di-sterminio-con-lorchestra-

Le figurine di Radiospazio. Dentisti a sorpresa

– Sinceramente, che cos’è che ti piace in lui?
– Il modo in cui mi parla dei miei molari.
– Smettila, sii seria.
– Non so che cosa mi è piaciuto in lui, è… è tutto…
– Non puoi amare un dentista. Nessuno può amare un dentista. D’altra parte, si diventa dentisti perché nessuno ci ama.
– Avevo parlato così per gelosia, o solo per farla sorridere. Lei mi aveva accarezzato il viso e aveva detto:
– Vedrai, finirai per amarlo anche tu.
– …
Con mio grande stupore, aveva avuto ragione lei. Edoardo diventò il mio amico più intimo.

David Foenkonos, Je vais mieux, Folio

Il video della domenica. Transfiguration. L’animazione digitale di Universal Everything (Artribune)