Io nacqui nell’ottobre del 1989 dall’amore di mia moglie, una donna bellissima, con il suo amante. Nascere ha cambiato la mia vita finalmente illuminandola. È stata, per me, una liberazione, perché fino ad allora qualcosa di plumbeo aveva gravato sulla mia testa dandomi un’andatura curva. Non che ne fossi consapevole, però sovente avvertivo quel peso, misto a un certo qual senso d’angoscia. Ma si è anche squarciato un velo. Perché, fino ad allora, mi avevano fatto credere che fossi “nato” da una vecchia signora che se la faceva con mio padre e che fin dai primissimi minuti di vita mi aveva accolto proprio dentro di sé, nel ventre, benché questo possa parere incredibile. Io non me lo ricordo assolutamente perché allora non avevo ancora la memoria. Nascere significa semplicemente – quando avviene che non ne sei consapevole – “essere accolto da” mentre te ne stavi abbandonato all’aperto o al riparo di una foglia o portato nel becco da un uccello, come un verme; e si riferisce esclusivamente a bambini, che le madri – signore benemerite e un po’ maniache, simili alle gattare – tirano su, nutrono e cui tengono pulito il sedere. Quella che mi nacque si occupava di me in tutto e per tutto, dal cibo, alla pulizia, alle ore di esercizio e di aria. Era una buona signora, ma la dovevo obbedire ciecamente, specie nei primissimi mesi, e fare tutto quello che lei voleva, persino mangiare se non avevo fame e far pipì e la cacca in posti precisi e non dove mi veniva spontaneo. Quest’ultima imposizione, soprattutto per la cacca, la trovavo degradante e difatti ero stitico più che potevo.
Paolo Brunati, Colloqui con il pesce sapiente, Miraggi editori
C’erano una volta un ricco signore ed una ricca signora. Accadde alla signora un incidente, per cui perse un occhio; per questo era molto afflitta. Venne da lei l’uomo e disse: “Signora, perché siete così afflitta? Non dovete amareggiarvi per aver perduto l’occhio”. Allora lei disse: “Signore, non mi affligge la perdita dell’occhio, ma molto di più mi angustio perché penso che mi amerete di meno”. Allora lui disse: “Signora, io vi amo”. Non molto tempo dopo egli stesso si cavò un occhio, venne dalla donna e disse: “Signora, perché crediate che vi amo, mi sono fatto simile a voi; anche io ora ho soltanto un occhio”.
Fin dal primo anno del suo noviziato, il signor Flavio si era invaghito del suo impiego: prima della sua venuta lo studio del signor Soretti era in un malarnese indicibile; bastarono sei mesi al signor Flavio per dare un assetto più ordinato ad ogni cosa, introducendo un po’ per volta tutti quei ninnoli di cancelleria, tutte quelle migliorie che erano reclamate dal progresso. Comperò due calamai di porcellana, due taglia carte, due sottomani, un asciugapentole di setole, e tutte insomma quelle chiappolerie, quelle bagatelle di prima necessità. Scrisse vari cartellini che appiccicò su tutti gli usci per le varie indicazioni; sull’armadio che conteneva le carte vecchie d’ufficio scrisse: passaggio di famiglia, fuori nell’entrata di fronte alla scala: agenzia incendi, e più in giù sui vetri, un cartellino mobile che da una parte diceva: aperto, e dall’altra: chiuso. Riordinò tutte le cassette incollando sopra ognuna la dicitura, in rotonda, dell’oggetto contenuto; una fu battezzata così: Ubbiati o suggellini – Cera spagnola e timbri – un’altra Fascie ed enveloppi – quella contenente le lettere da riscontrare la chiamò: Protocollo; e la sua vicina che custodiva le lettere riscontrate: Protocollo estinto. Concentrando tutta la sua febbrile attività nella cura del suo impiego, egli era riuscito a cose prodigiose; sapeva a memoria il nome, le generalità, ed il numero di inscrizione di tutti gli assicurati. Ricordava i minimi incidenti, i più fuggevoli particolari di tutti i casi avvenuti in ufficio durante la sua gestione, e quando un assicurato si presentava nello studio, egli lo riveriva subito per nome e per numero, e senza bisogno di verificare, sapeva dire quante volte era stato sinistrato, e di quale somma fosse stato risarcito. Aveva stampate nella mente tutte le lettere, le circolari e le osservazioni che la direzione spediva all’Agenzia, e volendolo avrebbe potuto recitare tutte le risposte e le contro osservazioni che aveva mandato alla presidenza. Tutta la corrispondenza dell’ufficio era casellata, protocollata, cartulata nel suo cervello con una lucidità maravigliosa. La vita, il mondo, l’universo, erano per il signor Flavio concentrati nell’azienda della sua società assicuratrice. Per lui l’uomo più grande più onnipotente della terra, era il Presidente dell’Amministrazione, venerabile personaggio che egli nel suo lirismo burocratico s’immaginava sfolgorante di luce di maestà e di grandezza . — Là, in quegli uffizi tappezzati di carte e di registri, in quelle sale del consiglio, in mezzo a quei dignitari, consiglieri d’amministrazione, egli, il signor Flavio, credeva in buona fede che si regolassero i destini del mondo, e che il venerabile presidente con l’onnipotente bacchetta, dall’alto del suo trono, come un direttore d’orchestra, prescrivesse la misura del tempo.
Allora, attacca lo psicoanalista, falsamente bonario, come se stesse incominciando a raccontare una bella storia, ma è una trappola, una trappola collaudata per imbrigliare il cliente. Questa trappola, voi la conoscete bene, e non da oggi, ma non riuscite a resistere alla forza oscura del dottore. La cosa è ripresa stamattina, incominciate voi. Era già successa quando ero incinta, è successa di nuovo. Mi sono ritrovata a casa mia, per terra, poi a casa di mio marito, nel mio appartamento di prima. Bisogna fare qualcosa, non ne posso più, devo occuparmi di mia figlia. Il dottore dice sì. Sì che cosa? ripetete. Le dico che bisogna intervenire, non è questione di sì o di no. Non sono venuta qui per risalire al diluvio universale, sono stanca, adesso ho bisogno d’aiuto. Ma lei sa bene, signora Hermant, sa bene che i sintomi non sono altro che sintomi. Che bisogna risalire alla fonte, vero signora Hermant? Caro dottore, devo dirle che io me ne frego della fonte. Sono tre anni che mi prende in giro con questa storia, tre anni che siamo sempre allo stesso punto. Se non può far niente per me, bisogna dirlo, cercherò altrove. Sì? Lei non mi capisce, dottore. Non mi va più di scherzare, dico basta. Dobbiamo trovare un altro metodo oppure è inutile che io torni da lei. No, non è un ricatto, dite con un tono più alto di voce. È tutto il contrario del ricatto. Io vorrei continuare, vorrei che funzionasse, ma non posso andare avanti in eterno senza risultati. Non ne ho i mezzi. I mezzi? Sì, i mezzi, i mezzi, adesso vi accorgete che state abbaiando. Il tempo, il denaro, le risorse necessarie. C’è l’affitto, ci sono le fatture, la balia, e non c’è mio marito che mi aiuti, glielo devo ricordare, mio marito mi ha lasciato per non so quale ragazzetta imbecille, insomma, sono sola, come si dice, sola con mia figlia, siamo sole e bisogna uscirne. Perché avete fatto questa scelta? Le vostre dita si contraggono, le vertebre scricchiolano contro lo schienale della poltrona. Chiudete gli occhi. Una piccola pioggerella di rabbia se ne esce dall’angolo dell’occhio. Vi rivedete, un mese e mezzo prima, accucciata nella sedia a dondolo nell’appartamento di via Louis-Braille di fronte a vostro marito che vi stava mollando, mentre cercavate di mantenere la calma e decidevate di andarvene subito perché era l’ultima scorciatoia per finirla subito. Prendete la vostra borsa. Cercando i fazzoletti di carta, vi capita in mano l’astuccio del coltello, piuttosto pesante. Trovate i fazzoletti, la borsa rimane aperta sulle vostre ginocchia. Io non ho scelto proprio niente, è mio marito che mi ha lasciata. Ma noi facciamo sempre delle scelte inconsce. Lei insinua che sia stata io a metterlo alla porta. Io non insinuo niente, l’ha detto lei. Le vostre braccia hanno un sussulto, le mani sono prese da un tremito. Mi ascolti, signora Hermant, ecco cosa faremo. Lei mi prenderà queste pillole per qualche mese, le conosce, sono antidepressive, e anche i sedativi per i nervi, così le crisi si stabilizzeranno. Hanno funzionato l’ultima volta, vero signora Hermant? Adesso le faccio la ricetta. Sia gentile, riprenda il trattamento, torni mercoledì, e passiamo da due a tre sedute la settimana. Il lunedì alle 8, va bene? Presto ritrovate la calma. Il dottore ha trovato la parola giusta. Gentile. Voi non lo sarete mai più. Frugate nella borsa con le mani, trovate l’astuccio, le vostre dita toccano le lame, scegliete la più grande. Estraete il coltello dalla borsa, lo impugnate, avanzate di un passo. Il dottore continua a sorridere aspettando il seguito come se si trattasse di uno spettacolo. Certamente non vi crede capace di questo. In voi ha sempre visto solo una borghese, una pallida carrierista una semplice nevrotica che si controlla con le pillole bianche e blu. Adesso si renderà conto di chi siete. E in effetti, mentre vi avvicinate, il sorriso svanisce, i tratti si irrigidiscono, il viso molle diventa un’armatura. Quando si rende conto di ciò che sta succedendo, è troppo tardi. Siete a qualche centimetro da lui, lo sovrastate con la vostra figura e i vostri tacchi. Alzate la punta del coltello all’altezza dello stomaco, maldestramente, tastando un poco, molto incerta su cosa succederà. Lui apre la sua bocca rotonda, in fondo alla gola si forma un grido. Allora sapete che non bisogna esitare. Affondate la lama fino in fondo, proprio sotto l’ultima costola. I visceri son morbidi come burro. Risalite con la lama fino al polmone ma l’ometto muore e scivola ai piedi di una poltrona che non gli servirà più.
Julia Deck, Viviane Élisabeth Fauville, Éditions de Minuit
– Quante volte di ho detto di non andartene in giro per casa in camicia da notte? – Colpa tua che con questo caldo mi obblighi a stare ancora a Parigi! E tutto perché sei un deputato, e non puoi lasciar la Camera. Come se la Camera non potesse fare a meno di te. – Lasciamo stare. Io ti proibisco di girare per casa tutta nuda, e ti invito a chiudere le tendine quando sei nella stanza da bagno, chiaro? Con quel Clemenceau che abita proprio di fronte a noi… – E cosa te ne importa di Clemenceau? – Vuoi scherzare? Clemenceau è un pettegolo terribile: una sua parola e colo a picco! – Che paura hai? È del tuo partito. – Ma è appunto per questo! I peggiori nemici sono quelli del proprio partito. Si dice che Clemenceau stia lavorando per ritornare ministro.… e che posso diventarlo anch’io. – Tu? – E perché no? Pare che mi vogliano offrire il portafoglio della Marina. – Ministro della Marina! Ma se non sai neanche nuotare!
C’è un ordito in cui s’intrecciano svariati fili della matassa novecentesca in questa pagina che si presenta come una semplice e lineare autobiografia, ma che diventa un’abbastanza trasparente parabola: anzitutto, la componente psicoanalitica: il giovane Saba, ventiseienne, che rabbrividisce alla sola idea di passare la vita nell’antro polveroso di una libreria e che subito dopo la compra. Per non dire del rapporto coi vecchi libri, dei quali ha orrore, e che pensa di vendere per speculazione, ma dai quali finisce per essere catturato.
Passando una mattina del 1919 per via San Nicolò, vidi o notai per la prima volta quell’antro oscuro. Pensai – Se il mio destino fosse di passare là dentro la mia vita, quale tristezza. – Era – senza che io allora lo sapessi – un monito o un presagio. Pochi giorni dopo infatti l’acquistai dal suo vecchio proprietario, Giuseppe Mailender. L’acquistai con l’intenzione di buttare nell’Adriatico tutti quei vecchi libri che conteneva, e rivenderla vuota ad un prezzo maggiore. (Tutti cercavano allora una bottega a Trieste). Ma, dopo pochi giorni, non ebbi più il coraggio di attuare il primo progetto; quei vecchi libri – nessuno dei quali mi interessava per il contenuto – mi aveva incantato. Cercavo anche una sistemazione per la mia vita. Scrissi a mia moglie, in villeggiatura a Portorose, per raccontarle l’avventura e chiederle un consiglio. – Non vendere – mi telegrafò – la libreria. – Io pensai a un proverbio di Sancio Panza; – Il consiglio della moglie è poco; ma chi non lo prende è sciocco. – E seguii il suo consiglio. È stato così che ho passato in quell’antro oscuro la metà circa della mia vita. La passai in parte male e in parte bene, come l’avrei – è probabile – passata in qualunque altro ambiente. Ma la bottega di via San Nicolò ebbe grande merito, rappresentò per me, per tutti gli anni che durò il fascismo, un rifugio abbastanza al riparo dagli altoparlanti. Vivere della letteratura è, per un poeta, impresa quasi disperata; più disperata che mai essa mi appariva in quegli anni. Inoltre i libri antichi – dei quali apprendevo per la prima volta l’esistenza – non mi offendevano come i moderni, che tutti, o quasi, avevano per me il volto odioso del tempo presente. Emanavano inoltre un senso di pace; erano come dei nobili morti. Non saprei dire se veramente li amavo o no; forse li amavo, ma in un modo particolare come i ruffiani amano le belle donne per venderle.
Per secoli i cacciatori di schiavi nordafricani hanno seminato terrore in Italia. Ecco la loro storia. (Focus)
Due navi slanciate si avvicinano da poppa alla Francis. Emergono dai flutti con una virata ardita. Gli uomini a bordo della Francis, una piccola nave da carico che nel 1716 è sulla via del ritorno da Genova verso l’Inghilterra, sono impietriti dalla paura: quelle navi sono sciabecchi, le navi dei cacciatori di uomini nordafricani. E i marinai sanno fin troppo bene quale destino incomba su di loro: la schiavitù.
Era giunto il momento di confessare tutto al marito. Solo con questo atto purificatore si sarebbe liberata dai dubbi e dalle ansietà che la assillavano. Nutriva, inoltre, una intensa, infantile curiosità per Come Suo Marito l’Avrebbe presa. Le confidenze già fatto alle amiche le sembravano sbiadite prove generali della confidenza che stava per fare. Forse era solo per questa conclusione che tutto l’intrigo era stato tracciato. Quella sarebbe stata l’ultima prova d’amore di suo marito, la sua completa, perfetta, essenziale dimostrazione. Non fu delusa. Gli confessò tutto a colazione, in un ristorante alla moda, perché, disse, egli avrebbe potuto controllarsi meglio in pubblico. Lasciarono il ristorante insieme e camminarono per le strade tenendosi per mano, con le lacrime che scorrevano a fiumi giù per il viso. Fu la più viva, la più sottile, la più idillica esperienza della sua vita. Lei era insieme carnefice e vittima – infliggeva la pena e la condivideva.
Mary Mc Carty, Gli uomini della sua vita, Feltrinelli. Traduzione di A. Darè
Egli cercava un delicato amore, e quasi subito, nell’ascensore della Glassexport, trovò una fanciulla gentile e riservata, orfana; di sera prendevano un tram o un filobus qualsiasi, e andavano a casaccio per la città, leggendo libri che si erano consigliati a vicenda; di rado andavano al cinema; scomodamente, nei parchi, al buio, in silenzio, si congiungevano una volta ogni tanto, quando li assaliva il timore di non essere più capaci, di non aver più la voglia di farlo. D’altro canto, non va nascosto come, nel fondo dell’animo, egli considerasse un po’ indelicato, da parte di un amore, lasciarsi trovare così, senza fatica e quasi per combinazione. Un giorno lei gli infilò una lettera nella cassetta della posta: l’avevano trasferita, era meglio così, di lui conservava per sempre un ricordo dolce, gli dava l’ultimo bacio per iscritto. Ed egli riprese a cercare un delicato amore.
Vittorio Sermonti, Il tempo tra cane e lupo, Rizzoli