Narrativa. Marcel Schwob, Una sorpresa (frammento)

Devo confessare che da giovane ero vittima di passioni improvvise, di una violenza a volte riprovevole, ma che fortunatamente svanivano con la stessa velocità con cui mi avevano aggredito. Avevo letto a lungo Apuleio, Petronio, Catullo e Longo e Anacreonte; tutte le donne mi apparivano come fiori e io ero la loro farfalla. Mi piaceva seguire per strada quelle eleganti e costruivo un romanzo sulla loro forma, vista da dietro. Non osavo vedere il loro viso per paura di una delusione. Facevo piuttosto il gradasso e nonostante fossi un po’ sovrappeso, assumevo pose poetiche, ma non scrivevo mai versi, anche se avrei potuto farne. Il ridicolo della mia giovane età! Mi lasciavo crescere i capelli, criticavo Victor Hugo dopo averlo esaltato – ero un giovane Alceste viziato – e, parola d’onore, mi credevo affascinante.
Nella corte vicino casa, c’erano molte giovani che attiravano i miei sguardi. Una fra le altre, una ragazza che un po’ cuciva e un po’ leggeva il giornale o qualche romanzo, mi sembrava estremamente poetica. Per lei bruciavo dell’amore più byroniano; e poiché ero miope, mi sembrava di vedere la Venere di Milo. Presto credetti di aver fatto un certo colpo su di lei e aspettai che me ne desse la prova.
Un giorno – era estate, e lei cuciva alla finestra – la vidi fermarsi; mi parve che mi avesse lanciato uno sguardo languido; si portò le mani alle labbra: doveva avermi mandato il più casto dei baci. Presi i miei occhiali e corsi alla finestra: la sua mano era ancora posata sulle labbra: “Io vi amo!”, gridai.
Orrore! Si stava ficcando le dita nel naso.

Marcel Schwob, Scritti giovanili

Le figurine di Radiospazio. Un’inglese in Sicilia

Nel pomeriggio feci il bagno in mare e presi lezione di nuoto da Amenta, un marinaio italiano, quindi pranzai al ristorante Vittoria. La magnifica estate siciliana era al suo culmine e il ronzio degli insetti rendeva l’aria sonnolenta. Ci sdraiammo pigramente sull’erba secca e bruciata, con doloroso turbamento di svariate colonie di formiche, e Amenta rise di me vedendomi così impigrita. Feci lo sforzo di rialzarmi e c’inerpicammo su per il fianco della collina, per ritrovare la stessa fornace ardente alla sommità; così ci abbandonammo alla nostra indolenza e giacemmo all’ombra di un fico, sotto un cielo dell’azzurro più intenso; giacemmo l’uno nelle braccia dell’altro, la mia testa posata sul suo petto. Ma ahimè; non provai nessun brivido in risposta all’ardore della sua passione.

Le figurine di Radiospazio. Le frasi lunghe

Colette: […] Ho una specie di passione per tutto quello che ha scritto Marcel Proust, per quasi tutto quello che ha scritto… Come in Balzac, mi ci immergo… È delizioso…
Intervistatore: Ma la lunghezza delle sue frasi non le dà fastidio?
Colette: No. E perché dovrebbe disturbarmi? Si tratta di un’onda particolare. Bisogna saper nuotare bene, qualche volta… Ma è un problema dei lettori andare fino a Proust e non di Proust andare fino ai lettori… Finiranno per arrivarci…

Julia Kristeva, Colette , Donzelli Editore

Il video della domenica. Edward Hopper in 3D. Il trailer del cortometraggio di Wim Wenders (Artribune)

https://www.artribune.com/television/2020/04/video-edward-hopper-in-3d-wim-wenders/?fbclid=IwAR0CWgfEGHxkItACZAOf4IMtA0e1bMpcdy89pfWHP4SWHXR6HSjglreGW9M

Il nostro Philip Roth è Umberto Saba. Leggere per credere (Pangea)

A me, qui, interessa esaltare l’Umberto Saba scrittore di prosa. S’inventò (era il 1946) il genere delle Scorciatoie, che sono, in fondo, dei tunnel narrativi pieni di coriandoli e di risa. Sono canyon di provincia, viottoli dove Saba, da teppista, fa fuori l’opera di Svevo in un distico (“poteva scrivere bene in tedesco; preferì scrivere male in italiano”), disarticola i Libri gialli (“ricordano le interminabili avventure dei cavalieri erranti. Al posto del cavaliere è stato messo il poliziotto”), disintegra l’Ermetismo con una definizione shock (“Parole incrociate”) e mentre ci spiega cosa sia l’arte (“L’opera d’arte è sempre una confessione; e, come ogni confessione, vuole l’assoluzione”), s’inventa il primo romanzo in due righe e mezzo della storia (“Bianca – la mia bella ospite – è nata a Messina. È tutta luce. Non ha ombre dove possa rifugiarsi la mia stanchezza”) e ci spiega perché esiste la guerra (“Le guerre si combattono perché l’uomo è un animale aggressivo”), spacca gli stinchi, per sempre, a Gabriele D’Annunzio (“Che grande poeta minore sarebbe stato; solo che avesse avuto il senso dei suoi limiti!”).

Leggi l’intero articolo: https://www.pangea.news/umberto-saba-scrittore-un-genio/?fbclid=IwAR26JLtkTjG_kTSGY1znX2GZVFMSBL2cJrZQj3A9YWBiQT3xDUw9BXe56Tc

Le figurine di Radiospazio. La televisione del padre

Mio padre, seduto sul suo divano, stava guardando la televisione. Avrei dovuto scrivere sul SUO divano, visto che era vietato sedersi su questa porzione di tessuto liso sul quale ha passato la maggior parte della sua vita. Era quello il suo regno. Si sentiva padrone di un territorio, un territorio tessile da cui dominava il mondo. Quando parlo del mondo, parlo della televisione. Mi ha sempre meravigliato l’illusione che poteva rappresentare per lui il semplice gesto di impugnare un telecomando. Poteva cambiare canale stando seduto nel suo divano, diventava un intrepido cacciatore d’immagini. Rappresentava questo improbabile mito moderno: l’avventuriero casalingo. Non si doveva mai disturbare il re durante il suo fondamentale incontro con le immagini. Era una fusione. Mio padre non era davanti alla televisione, era dentro.

David Foenkinos, La tête de l’emploi, Babelio

Narrativa. Tanguy Viel, Gli arruolatori (frammento)

Era bella, e recava sul suo corpo le stimmate della bellezza. Così almeno avevano stabilito quelli che l’avevano abbordata un giorno all’uscita del liceo per proporle di entrare così precocemente nel mondo degli adulti: lei, di appena sedici anni, era proprio il loro obiettivo, per questo l’aspettavano fuori, nel parcheggio, questo era il loro mestiere, trovare le ragazze, sulle spiagge o nei cortili dei licei e catturarle gettando su di loro una fitta rete alla quale, se loro avevano detto sì anche una sola volta, non potevano più scappare, come i cani randagi catturati dal laccio. Laura, come le altre, non seppe affrettare il passo per uscire dal cancello del liceo mandandoli a farsi fottere quando loro l’abbordarono direttamente, dicendo senza perder tempo: Signorina, le piacerebbe lavorare nella moda? Lei l’aveva preso per un modo divertente di attirare la sua attenzione, sufficiente per fermarsi e lasciare che loro gettassero la rete delle frasi amichevoli: se voleva andare con loro, giusto per fare qualche provino, qualche foto, così, per vedere, dopodiché avrebbe fatto come voleva… E quando, due ore dopo, si era ritrovata con un paio di biglietti da cinquanta euro in mano, se questo era il mondo della moda, beh, avrebbe firmato immediatamente. Anche perché, lo capì subito, con lei erano disposti a cacciarne di biglietti da cinquanta, Laura era la loro perla rara, quella che non si incontra tanto spesso, un genere di ragazza di cui non si sa se corrisponde ai canoni del tempo o se contribuisce a mutarli, qualcosa di decisivo come lo fu il giudizio di Paride quando scelse Afrodite dicendo: sì, è lei, oggi la bellezza è lei. E non erano ancora passati sei mesi che si incominciò a vedere Laura che esponeva le sue forme per questa o per quella marca di intimo, ben visibile sui cartelloni nelle grandi città, e sui pannelli degli autobus, mentre si allontanava ogni giorno di più dalla sua vita di liceale.

Tanguy Viel, La Fille qu’on appelle, Minuits

Ivan Carezzi, Ambiguità e mistero in Marlene Dumas (Il Tascabile)

Marlene Dumas è nata a Città del Capo il 3 agosto 1953, sotto il segno del leone. In effetti il volto di Dumas, con la corona di capelli biondi e gli occhi azzurri e pungenti, potrebbe ricordare il muso regale di un leone, di quelli fotografati in copertina su Airone o il National Geographic. Dumas ha trascorso l’infanzia a Kuils River, cittadina a 25 chilometri da Cape Town. Il padre, Johannes, era un viticoltore. Aveva ereditato un pezzo di terra, il vigneto di Jacobsdal, di proprietà della famiglia Dumas fin dal 1916.

Leggi il resto dell’articolo: https://www.iltascabile.com/linguaggi/marlene-dumas/

Le figurine di Radiospazio. Il silenzio

Ho appena ucciso il mio dirimpettaio sparandogli in faccia; teneva spalancata la finestra e mi obbligava ad ascoltare la sua musica. (E se gli uomini che cercano Dio cercassero semplicemente il silenzio?)

Éric Chevillard,. L‘Œuvre posthume de Thomas Pilaster, Minuit

Il video della domenica. Samuel Beckett, Finale di partita. Clip dello spettacolo di Carlo Cecchi (5′)

(meglio ignorare le didascalie riprodotte automaticamente, sono orribili)

https://www.facebook.com/watch?v=1149751899195502

Carlo Collodi, Un’avventura di caccia (racconto)

A Tonino, cacciatore esperto da bosco e da riviera, era sembrato che una lodoletta di primo canto come Vittorina dovesse essere un animaletto quasi addomesticato, da potersi prendere magari con le mani.
Ma fece i conti senza l’oste.
Perché la signora Cammilla, madre della ragazza, non perdeva mai di vista l’infaticabile cacciatore. Basti dire che in due mesi di corte assidua e pertinace, Tonino non poté mai cavarsi il gusto di stare seduto vicino a Vittorina. Fra lui e la bella ragazza c’erano sempre di mezzo i rigidi nervi e le ossa angolose e taglienti della terribile genitrice.
La quale, chiamato un giorno in disparte il giovinotto, gli disse a bruciapelo:
«O dentro o fuori! O promettete di sposarla, o diradate e vostre visite!»
«Se la sposerei! Iddio mi vede il cuore!… Ma non posso… proprio non posso! Sappiate che io mi trovo legato da un impegno sacro, fatale, indissolubile… Appena uscito di collegio, m’imbattei in una cara fanciulla… un angiolo di purità e di candore…»
« Basta così! Il resto me lo figuro. Ditemi piuttosto un’altra cosa. Potete prestarmi per cinque minuti un migliaio di lire?»
«Figuratevi!…»
«Dunque?»
«Vorrei essere il barone di Rothschild, per aprirvi i miei scrigni; ma essendo semplicemente il signor Tonino, non posso fare altro che aprirvi il mio povero portafogli e dirvi con umiltà di spirito: Ecco qui tutta la mia ricchezza, rappresentata da un miserabile foglio di cento lire della Banca d’Italia. Divento rosso dalla vergogna…»
A questa invereconda offerta, la signora Cammilla fece un gesto di collera e di profondo disprezzo; quindi agguantò il foglio di cento lire, e dopo averlo senza pietà attorcigliato fra le dita e ridotto alla forma sferica di una pallottola, lo gettò sdegnosamente dentro la tasca del suo vestito.

     Carlo Collodi, La storia di un furbo, Novelle italiane, Garzanti

Le figurine di Radiospazio. Il nudo domestico

Mi sono avvicinato nudo alla finestra. Nella casa di fronte evidentemente qualcuno ha avuto da ridire, penso sia stata la moglie del marinaio. In camera mia sono piombati un poliziotto, il portinaio e non so chi ancora. Mi hanno comunicato che sono ben tre anni che infastidisco gli abitanti della casa di fronte. Ho messo delle tendine.

Daniil Charms, Casi, Adelphi

Il video della domenica. Hayao Miyazaki, La tartaruga rossa (Artribune)

https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2020/04/studio-ghibli-digitale/

Fondato nel 1985 dai registi Isao Takahata e Hayao Miyazaki, lo Studio Ghibli ha prodotto 22 lungometraggi, realizzati da registi e animatori che, nonostante le diverse caratteristiche tecniche, poetiche ed estetiche, sono riusciti nel corso degli anni a dare vita a uno stile ormai riconosciuto dal pubblico di tutto il mondo. Tra i capolavori indiscussi prodotti dallo Studio è La città incantata, con la regia di Hayao Miyazaki, che nel 2002 ha vinto l’Oscar come Miglior film d’animazione.