Narrativa. Eric Reinhardt, Le domeniche dell’infanzia (frammento)

A tavola, di solito, ascoltavamo France Inter, la trasmissione dedicata agli ascoltatori. Mia madre estraeva dal forno in gratin di zucchine. Mia madre portava in tavola, servendosi di un grosso guanto a fiori, il gratin di zucchine. Ancora il gratin di zucchine, esclamavo sbuffando. Un giorno creperemo tutti di overdose! Ho trascorso la mia giovinezza mangiando gratin di zucchine. Due alla settimana, come minimo, per diciotto anni, anzi facciamo quindici, cioè settecentoventi settimane, che significano grosso modo millecinquecento gratin ingurgitati. Potrei figurare nel Guinness dei Primati insieme ai divoratori di pizze.
«Ecco, tocca a voi, cari ascoltatori! Potete porre le vostre domande!», ripeteva incessantemente il conduttore della trasmissione. «Sì, siete in onda, fate la domanda!», s’impazientiva.
Il gratin di zucchine, il pesce fritto, l’acqua del rubinetto, le disillusioni, le umiliazioni, gli ascoltatori di France Inter; conservo un ricordo sordido di quei pranzi. Se potessi scegliere, preferirei, lo giuro, essere un terrorista, un serial killer, un rapinatore di banche, un sequestratore di bambini, dovessi passare trent’anni in cella, dovessi farmi sodomizzare ogni notte da un branco di bruti sanguinari, sarebbe sempre meglio che rivivere quei pranzi, io al posto di mio padre, quadro intermedio di una multinazionale, di fronte a me una donna di casa come mia madre, con lo sguardo vagante nel nulla, liquefatta dal succedersi implacabile dei miei fallimenti. Quando ripenso alla mia infanzia, alla mia adolescenza, a quelle cene patetiche, alle nostre passeggiate domenicali nei dintorni, alle serie tv di cui si nutriva mio padre, in particolare Starsky e Hutch e le Teste bruciate, ai cugini di Antony da cui andavamo in visita certe domeniche, alle fondute bourguignonne che ci facevano mangiare, alle forchettine di ferro col manico di plastica che si infilavano nella carne, ci ripenso come a un crogiolo di ricordi mosci e viperini: oggi, nella mia mente la mia infanzia è ripugnante come una sorta di lunga, lugubre domenica.

Eric Reinhardt, Le moral des ménages, Stock

Carolina Bandinelli e Giorgia Tolfo, Digital Bowery, Il bovarismo nell’era della sua riproducibilità tecnica. (Il Tascabile)

“Abbiamo ripreso Emma Bovary per cercare di capire in che modo Emma, la sua noia verso una realtà deludente, e l’ostinato immaginare un mondo fantastico dove tutti sanno ballare il valzer, mangiano ananas, e amano forte, possa aiutarci a riflettere sulla struttura del desiderio ai tempi dei media digitali: in fondo, essi non fanno che mostrarci costantemente l’ipotesi di una vita altra e migliore che accade a qualcun altro non lontano da noi.
[…] Se Emma avesse avuto Tinder, o meglio ancora Bumble? Avrebbe fantasticato nella stessa maniera? L’algoritmo le avrebbe fatto trovare il Visconte, o Leon? Oppure si sarebbe stancata prima, esausta e nauseata dalla riproduzione algoritmica di speranza e rifiuto?”

Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/digital-bovary/

Le figurine di Radiospazio. Nasi misteriosi

laurence sterne

La locandiera, che non riusciva a staccare gli occhi dal naso del forestiero, bisbigliò al marito: «Per santa Radegonda! È ben più grosso che una dozzina di nasi messi insieme. Non è un nobile esemplare?»
«È un’impostura, mia cara, è un naso finto.»
«È un naso vero.»
«È fatto di abete, sento odor di trementina. »
«Non vedi che ha un porro in cima? »
«È un naso morto. »
«È un naso vivo; vivo come me, e voglio toccarlo. »
«Ho fatto voto a san Nicola, – disse il forestiero, «che nessuno toccherà il mio naso fino a…» Qui si interruppe e alzò gli occhi al cielo.
«Fino a quando? »
«Nessuno lo toccherà, ribadì lo sconosciuto, «fino a quell’ora. »
«Quale ora? »
«Mai, mai, finché non sarò giunto a…», esclamò il forestiero.
«Per amore del cielo, dove? »
Il forestiero ripartì senza aggiunger parola.

Il video della domenica. ITO TAKASHI, GHOST. 5’39”

Ito Takashi è uno dei più interessanti registi sperimentali giapponesi. Il video è costruito sulla soggettiva di un personaggio che attraversa paesaggi urbani disabitati, appartamenti, camere immerse in luci artificiali. L’instabilità della macchina e l’irregolarità della ripresa che a tratti riproduce una primitiva camminata insinuano nello spettatore un dubbio fascinoso e inquietante: sono io questo fantasma?

Narrativa. Giacomo Sartori, Ossitocina (Nazione Indiana)

“La mia nuova compagna, io dico fidanzata, ha molti meno anni di me, potrebbe essere mia figlia. E davvero ogni tanto qualcuno chiede se è mia figlia, il che è imbarazzante. Più frequentemente le persone capiscono alla prima occhiata come stanno le cose, e mi fissano come si guarda un vecchio libidinoso che si tira appresso una ragazzina, perché è pieno di soldi o perché esercita qualche forma di depravato dominio, o anche che senza saperlo si lascia intortare da una che ha scelto di indossare i panni dell’intortata. Manco a farlo apposta dimostra molti meno anni di quelli che ha, il che peggiora le cose. Fino a questo momento non mi ero mai reso conto di quanto siano nocivi gli occhi delle persone, quanto siano pericolosi.”

Leggi l’intero racconto: https://www.nazioneindiana.com/2021/04/15/ossitocina/

Alma Rosè, una violinista ad Auschwitz che regalò speranza nel campo di sterminio con l’Orchestra femminile (bonculture)

Le baracche le distese di filo spinato, perfino il tristemente noto motto all’entrata del campo di concentramento nazista, “Arbeit macht frei”, ogni giorno venivano accarezzati da note musicali. Sembra impensabile che in un luogo di sofferenze e dolore ci fosse spazio per un qualcosa che questi sentimenti, un minimo, li alleviava. Non si tratta di musica clandestina, perché quelle note risuonavano per espresso desiderio degli stessi intendenti del campo, dalle SS ai medici dell’infermeria.

Leggi l’intero articolo: https://www.bonculture.it/femmes/storie/alma-rose-una-violinista-a-auschwitz-che-regalo-speranza-nel-campo-di-sterminio-con-lorchestra-

Le figurine di Radiospazio. Dentisti a sorpresa

– Sinceramente, che cos’è che ti piace in lui?
– Il modo in cui mi parla dei miei molari.
– Smettila, sii seria.
– Non so che cosa mi è piaciuto in lui, è… è tutto…
– Non puoi amare un dentista. Nessuno può amare un dentista. D’altra parte, si diventa dentisti perché nessuno ci ama.
– Avevo parlato così per gelosia, o solo per farla sorridere. Lei mi aveva accarezzato il viso e aveva detto:
– Vedrai, finirai per amarlo anche tu.
– …
Con mio grande stupore, aveva avuto ragione lei. Edoardo diventò il mio amico più intimo.

David Foenkonos, Je vais mieux, Folio

Il video della domenica. Transfiguration. L’animazione digitale di Universal Everything (Artribune)

Narrativa. Paul Léautaud, In treno, con qualche cesta di gatti e una bambina di troppo

steinberg, gatti sgabelli

disegno di Saul Steinberg

In una società che sommerge i bambini di smancerie per mascherare il suo sostanziale disinteresse nei loro confronti, bisogna apprezzare le voci politicamente scorrette. Sui bambini, queste voci sono pochissime, e per trovarle bisogna leggere gli autori isolati, dandy, e anche un po’ misantropi. Come Paul Léautaud (1872 -1956), un autore che costeggiò con poco trasporto la narrativa, il teatro, la poesia e che preferì dedicarsi alla più appartata scrittura diaristicata.
Abbandonato in culla dalla madre, il piccolo Paul cresce con un padre che, vivendo nel mondo dello spettacolo, trova le attrici molto più interessanti di un neonato. Da grande, Paul collezionerà un numero notevole di amiche spigliate che ribattezzava con nomi fantasiosi e significativi: “Pantera”, “Flagello”, “Sheherazade”…
Ma più delle donne lo interessavano i gatti e, in misura leggermente minore, i cani (“Ho avuto almeno trecentocinquanta gatti e centocinquanta cani. Sono morti bene a casa mia e sono stati sepolti in giardino”. A vedersi, era un eccentrico che coltivava la sua diversità indossando un cappellino grigio e mulinando un bastoncino da Charlot col gusto di chi si maschera per sottrarsi allo sguardo degli altri (“Nessuno mi avrà conosciuto. Sono stato, sotto il mio riso, il disincanto, la disperazione assoluta”). Oggi saliamo con lui su un treno popolare per seguirlo, oltre che nel suo viaggio, nei suoi  umori.

Sono andato a passare qualche giorno al mare, in Bretagna, ai confini con la Vandea. Faccio questo viaggio ogni anno, da dieci anni, per accompagnare una comitiva di gatti che vanno a passare l’estate nella proprietà della loro padrona. Il viaggio dura dodici ore. Vi assicuro comunque che si è ripagati della fatica una volta arrivati allo chalet. Appena in giardino, si aprono i panieri. I gatti mettono fuori la testa. cominciano a raccapezzarsi. Si mettono a correre, ad arrampicarsi sugli alberi, ognuno trova il suo solito cantuccio. Sembra che dicano fra sé: “Ci aspettano quattro mesi di felicità”. Il viaggio offre anche altri piaceri. Il modo di viaggiare, prima di tutto. Quando penso che ci sono grandi scrittori e ricchi, che viaggiano in prima classe, e senza pagare, grazie alle tessere ferroviarie che vengon loro concesse… Io, che sono un piccolo scrittore per il quale il denaro ha la sua importanza, son ridotto a viaggiare in terza, e pagando. È la giustizia di questo mondo. Poi ci sono i compagni di viaggio. Star solo, è la mia aspirazione! Solo dovunque, solo in ufficio, solo in casa, solo per strada, solo a teatro, solo soprattutto nella terza classe di un treno! Quest’ultima aspirazione resterà certo un sogno! C’era con noi, stavolta, una nonna impagabile, che portava la nipotina un mese al mare. La nipotina si chiamava Ninette. Non so quante volte questa nonna impagabile le ha detto: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”. Vediamo un po’. Si può fare un conto approssimativo: Ninette ci ha messo tre ore buone per addormentarsi. S’è svegliata tre ore prima dell’arrivo. È rimasta sveglia per sei ore. Dunque per sei ore la nonna le ha ripetuto il discorso. Una volta ogni quarto d’ora. Sentire ventiquattro volte una nonna ripetere alla nipotina: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”! Ci vuole una pazienza da santo per non buttarsi giù dallo sportello, o per non scaraventarci nonna e nipotina, e questa sarebbe stata evidentemente la cosa migliore.

 Paul Léautaud, Passatempi, Einaudi, Traduzione Alessandro Torrigiani.

Le figurine di Radiospazio. L’amante sciocca

Pian piano, il poeta l’aveva condotta di là, nella sua stanza. Sovra una scansietta di legno scolpito, sostenuta da una gran mano di bronzo, erano, in legature fini di pergamena, tutti i volumi di prose e di poesie di Paolo Spada. L’innamorata ne prese uno e l’aprì:
«Che bella carta…» disse, passandovi sovra, lievemente, le dita. «Voi avete scritto tutto questo?».
«Sì, cara».
«È un romanzo?».
«Sì, anima mia».
«Deve essere bello. Io ho letto pochissimi romanzi» ella concluse, posando il libro. Guardò nuovamente i volumi nello scaffale: «Ci mettete molto tempo per scriverne uno, di libro?».
«Per lo più, molto tempo».
«Ah!» ella disse, chinando nuovamente gli occhi. «E siete solo quando scrivete?».
«Solissimo. Qualunque rumore mi turba. La presenza di una persona, anche silenziosa, non mi fa scrivere».
«Sì?» ella disse, con un accento fra sorpreso e sgomento. «E perché questo?». «Così» egli rispose, un po’ brevemente, non volendo darle altre spiegazioni. Ella ebbe il contraccolpo di quella piccola durezza. Si sollevò verso lui, lo guardò, gli chiese:
«Mi volete bene?».
«Sì, tanto, cara».
«Vi ho seccato con quella domanda sciocca?».
«No, no, non potete seccarmi».
«Io stessa sono una sciocca, compatitemi».
«Io vi voglio bene, non posso compatirvi».
«Mi volete bene, malgrado la mia stupidità?» domandò, fra il riso e il pianto. «Malgrado la vostra stupidità, vi adoro» disse lui, lietamente e crudelmente. «Ah! Grazie».

Matilde Serao, L’amante sciocca

Narrativa. Andreea Simionel, Mi chiamo Tesoro (Racconto, Nazione indiana)

Maria bussa alla porta del bagno. Chi è?, chiede. Prova ad aprire, è chiusa a chiave. La signora delle pulizie è seduta sul cesso. Chi sono?, pensa. Maria non sa il suo nome. Per pulire, il nome non è necessario. Maria la chiama tesoro. Vuoi un caffè, tesoro? L’aspirapolvere è nell’armadio, tesoro. La signora delle pulizie, la testa fra le mani e i gomiti sulle cosce, apre la bocca per parlare: sono il tesoro e sono sul cesso e ho la diarrea, deve dire. Ma è troppo complicato e non risponde.

Leggi l’intero racconto: https://www.nazioneindiana.com/2020/06/25/candy-crush/

Marco Belpoliti, Umberto Eco. Come ho scritto i miei libri (Doppiozero)

“Di solito i miei romanzi partono così: ho l’idea di un tempo e di uno spazio. Il tempo può essere il Seicento, quello dell’Isola del giorno prima, per lo spazio ho lavorato su carte geografiche, e ho disegnato pezzo per pezzo la nave, interno compreso. Magari ci metto un anno o due. Si parte da un’idea seminale che viene così: un monaco avvelenato, un ragazzo che suona la tromba in un cimitero, un orologio trovato in un negozio con il tempo universale. Poi la costruzione dello spazio, dopo aver posto queste premesse, e magari inventato uno o due personaggi e dato loro un nome, ti siedi come il dio di Joyce a curarti le unghie e non ne occupi più: il romanzo va avanti da solo.”

Leggi l’intero articolo: https://www.doppiozero.com/materiali/interviste/umberto-eco-come-ho-scritto-i-miei-libri

Le figurine di Radiospazio. Pappagalli

La Fagnoni è autoritaria non poco e in cucina si scontra col pappagallo Spartaco che generalmente va d’accordo con tutti e adesso chissà cosa gli passa per la testa, mah. Non l’ho mai visto comportato così. Sta in cima al credenzino e strilla “bagascia schifa”, “cirrrrrrrrrrosi” tenendo le ali allargate in posizione di combattimento. Ci dico Spartaco calmati, non riconosci la signorina che ti dà le noccioline americane? Chiedile come sta, salutala. Invece l’eroico pappagallo le grida “puttana!”. Giuro che questa parola in diciotto anni che sta con me non l’aveva mai detta. A ben rifletterci è incredibile l’intelligenza di questi animali.

Sebastiano Vassalli, Mareblù, Mondadori

Il video della domenica. Dahei Shibata, Tutte le sfumature del mondo

https://www.artribune.com/television/2021/01/video-sfumature-colori-daihei-shibata/

È un tributo al vasto spettro di possibilità che si aprono tra due poli. Protagonisti del video sono una serie di oggetti: matite, lampadine, strumenti domestici e forme geometriche scomposti in fitte sequenze di elementi minori: gradazioni intermedie fra estremi. Il messaggio di fondo appare lampante: la vera ricchezza sta nelle sfumature, e nella nostra abilità a catturare tutte le possibili verità nascoste dietro un semplice “sì” o un semplice “no”.