– Sono triste, amo una donna, diceva un giorno Hanovre. – Cosa le ha fatto per renderla triste, chiese Abrham. – Niente. – Le ha parlato del suo tormento? – No. – Perché? – Io non amo le donne, disse Hanovre. E come farò per cancellare in me questo viso che mi attira? Come potrò allontanare quei seni che si tendono verso di me e la cui consistenza mi appare ogni volta così sorprendente? Come fare per strappar via i tratti di questa donna dal profondo del mio animo? – Perché tutta questa antipatia quando incontra le donne? – Mi sembra di ricordare qualcosa quando le vedo. Qualcosa di così antico. Ho paura quando mi trovo di fronte a loro. Mi mettono angoscia. Il loro corpo morbido, che aderisce, estraneo, mi respinge. Ecco perché lei mi vede così infelice. – Ma di cosa ha paura? – Che se ne vadano. Ho paura che se ne vadano perché partono continuamente. Ho paura di morire d’amore per loro. Non capisco niente di ciò che esse chiamano amore.
Una bella contessa è stata arruolata nella diplomazia piemontese. Io l’ho invitata a civettare, se le riesce, a sedurre ‘imperatore. In caso di successo, le ho promesso che chiederò, per suo fratello, l’incarico di segretario a Pietroburgo. Ieri con discrezione ha cominciato la sua missione, al concerto delle Tuileries.
A scrivere questa breve annotazione nel suo diario fu il conte di Cavour, Camillo Benso: si era agli albori del processo che prevedeva l’unificazione voluta dal Piemonte e dal re Vittorio Emanuele II, a ostacolare i piani dei Savoia, oltre ai Borboni nel Meridione, anche l’Austria potenza egemone nel nord del paese. Il Regno di Sardegna aveva bisogno di alleati forti, che potessero contrastare diplomaticamente e in guerra l’impero Austro-Ungarico. Per i piemontesi, questa speranza era rappresentata dalla Francia e da Napoleone III. Corteggiato da Cavour e dai sovrani austriaci, l’imperatore non decideva ancora da quale parte stare. Così, Cavour giocò la propria “regina di cuori”: Virginia Oldoini, contessa di Castiglione.
Io, avevo paura, ancora più di quanta ne abbia oggi, e avevo scelto quella località come rifugio perché era a cinque chilometri dalla Svizzera. Bastava attraversare il lago, al minimo allarme. Nella mia ingenuità, credevo che più si era vicini alla Svizzera, più sarebbe stato facile mettersi in salvo. Non sapevo ancora che la Svizzera non esiste.
L’avevo vista sul palcoscenico, dove sfoggiava una voce capace di passare dai toni del baritono a quelli del soprano con disarmante naturalezza e mi sorpresi a pensare, poco dopo quella sua esibizione, che avrebbe figurato benissimo in uno sceneggiato radiofonico a puntate al quale avevo incominciato a lavorare, il Candido, di Voltaire. Nella riscrittura del romanzo avevo introdotto un personaggio jolly, la balia della protagonista femminile Cunegonda, con funzioni di coro e mi pareva che le due voci dalle quali era abitata Giorgia avrebbero accompagnato la sperduta fanciulla nelle sue miserevoli peripezie come le due voci genitoriali dalle quali non riusciva a staccarsi. Quando entrammo nello studio radiofonico, fu quasi inevitabile, fisiologico che Giorgia, oltre a recitare, incominciasse a cantare al microfono, così alcune parti di quello sceneggiato divennero, oltre che avventurose e filosofiche, anche musicali. Mentre si dipanava il romanzo di Candido, scorreva parallelo anche quello della vita di Giorgia che a cena ne raccontava alcuni capitoli, sollecitata dai colleghi. Il Fascismo: durante le adunate, Giorgia, all’epoca ancora Giorgio, istintivamente si allineava con le Piccole italiane anziché coi Balilla. L’addio a Palermo dopo la rottura coi genitori (ma la madre, di nascosto, andò a Roma per il debutto teatrale del figlio, nel frattempo divenuto figlia). Il capitolo più avvincente riguarda l’operazione a Casablanca, col chirurgo che durante la visita preliminare cade in un silenzio estatico (inginocchiandosi, secondo il racconto) di fronte all’ermafroditismo di Giorgia. E folgorante, dopo l’operazione felicemente conclusa, il gossip del chirurgo: “Questo stesso intervento l’ho effettuato, poco tempo fa (eravamo nel 1970, N.d.R.) su un intellettuale italiano molto famoso che oggi continua a indossare gli abiti maschili di sempre ma che porta a spasso un gioiello segreto come quello che ho realizzato su di lei”. Il chirurgo non volle e non poté dire di più. Il mistero del famoso intellettuale italiano col gioiello segreto rimane. Nel romanzo che andava dipanando a puntate, Giorgia non raccontava dei suoi successi né delle sue collaborazioni con personaggi come Chéreau, Giuseppe Bertolucci, Gregoretti, Bussotti, ecc. perché durante una cena conviviale non si parla di lavoro, ci si siede e si gusta la vita dopo aver messo a capotavola i due ospiti d’onore, la Leggerezza e l’Ironia.
Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion. Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone. Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel fossato; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali. Si avvicinò all’uomo e gli chiese: «Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?».Quello lo guardò e sorrise: «Ne ho ancora sul camion da buttare. Non sai? Sono i giorni». «Che giorni?» «I giorni tuoi.» «I miei giorni?» «I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? » Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata ne aprì uno. C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella la sua fidanzata che se n’andava per sempre. E lui neppure la chiamava. Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari. Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk il fedele mastino che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare. Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava diritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere. «Signore!» gridò Kazirra. «Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.» Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.
“Attenzione, sozzi professionisti fascisti dopo il delitto Matteotti e antifascisti dopo la morte di Mussolini, […] turpi spie del governo fascista (e di tutti i governi), vecchi sporcaccioni cornuti fino al midollo della vostra fronte sfrontata, attenzione, c’è sempre qualcosa (anzi c’è sempre tutto!) che il vostro cervello privo di immaginazione, con la vostra fantasia da elefanti, col vostro cuore ateo, con la vostra cultura inesistente e con quella vostra erudizione, che persino il genio di Manzoni non sarebbe riuscito a percepire, attenzione… c’è sempre qualcosa, per tutti, e anche per voi ci sarà… prima e dopo la morte! […] Voi […] non andrete né in Paradiso né in Purgatorio… qui, in questa terra brucerete, come si brucia all’inferno e poi, dopo, come avete fatto nella vita, non saprete nulla, non soffrirete, avrete un solo ricordo: quello di far schifo ai vivi.”
A. – Come va? B. – Non tanto bene. È appena morta mia nonna. A. – Anche la mia è morta. Tanto tempo fa. Era una brava donna… (Segue un lungo racconto dettagliato. I due uomini si separano. Poco dopo, B. incontra C.) C. – Novità? A. – Purtroppo non buone. Questa mattina è morta mia nonna C. – La mia è morta dieci anni fa, il cuore, credo… Le volevo tanto bene… (Segue un lungo racconto dettagliato. I due uomini si separano. Poco dopo, B. incontra D: stessa storia, poi incontra E, F, G… stessa storia ogni volta. Infine, B incontra X.) X. – Come va? A. – Va bene. Ho saputo di tua nonna, povero amico mio… So cosa vuol dire. Anche la mia è morta, qualche ora fa, emorragia cerebrale… (Segue un lungo racconto dettagliato.)
Éric Chevillard, L’oeuvre postume de Thomas Pilaster, Éditions de Minuit
“Pasolini apprezzava molto la canzone, soprattutto quella melodica e dialettale. Aveva molta simpatia per Claudio Villa ad esempio, che viene ricordato in più di un’occasione in Ragazzi di vita e Una vita violenta. Inoltre spesso brani di canzoni popolari romanesche interpretate da Villa vengono cantati nelle borgate dai “ragazzi di vita”, come Quanto sei bella Roma del 1936, ma resa nota nel ’46 da Anna Magnani, e Zoccoletti Zoccoletti del 1950. E così nel 1956 in un’intervista su “Avanguardia” Pasolini dichiarava: “Non vedo perchè sia la musica che le parole delle canzonette non dovrebbero essere più belle. Un intervento di un poeta colto e magari raffinato non avrebbe niente di illecito. Anzi la sua opera sarebbe sollecitabile e raccomandabile. Personalmente non mi è mai capitato di scrivere versi per canzoni… non mi si è presentata l’occasione… credo che mi interesserebbe e mi divertirebbe applicare dei versi ad una bella musica”.
Tornato al centro dell’interesse mediatico per via dei discutibili lanci in orbita di Bezos e Musk, lo spazio non ha mai smesso di esercitare il proprio fascino agli occhi di chi per mestiere viaggia con la mente: gli scrittori. In un botta e risposta con Anna Maria Ortese datato 1967, Italo Calvino era stato tra i primi a mettere in luce le conseguenze positive delle missioni; alla scrittrice, che comprensibilmente si diceva preoccupata della perdita di immaginazione procurata dall’ossessione mediatica per l’allunaggio, Calvino (da poco uscito dal lavoro sulle Cosmicomiche) rispondeva che la scoperta avrebbe riguardato
non solo le conoscenze specializzate degli scienziati ma anche il posto che queste cose hanno nell’immaginazione e nel linguaggio di tutti: e qui entriamo nei territori che la letteratura esplora e coltiva. Chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna.
Di lì in avanti tra i maggiori autori italiani — da Moravia a Zanzotto, Ortese, Levi, Manganelli, Maraini e molti altri, come hanno raccontato Andrea Cortellessa e Alessandra Grandelis — si sarebbe aperto un dibattito centrato su due interrogativi: l’esplorazione scientifica avrebbe costituito una minaccia alla “poesia della luna”, oppure le nuove tecnologie avrebbero fornito ulteriori spunti per la sua rappresentazione fantastica?
Al giorno d’oggi, per un giovane è difficile riuscire a diventare un regista vero e proprio, ma io sono stato davvero fortunato perché ce l’ho fatta grazie a un piatto di riso con curry. All’epoca degli studi cinematografici di Kamata1, ero assistente del regista Ōkubo Tadamoto2. Si comportava come un dio in terra e fare l’assistente sotto di lui era davvero dura, dovevo fare proprio di tutto, al punto che non c’era neanche il tempo di fumare una sigaretta. Avevo sempre fame. L’unico piacere era mangiare. Un giorno, le riprese andavano per le lunghe e anche quando arrivò l’ora di cena non accennavano a finire. Ero ormai stanco e affamato. Ciononostante, Ōkubo, trovando sempre nuove motivazioni, non si fermava. Dentro di me mi dicevo che non era poi un film così eccezionale da dover lavorare anche di notte ed ero sempre più irritato. Finalmente le riprese finirono e arrivò il momento di mangiare. Alla mensa si faceva la fila e poiché chi prima arrivava prima mangiava, mi affrettai a prendere posto. I piatti fumanti di riso con curry venivano distribuiti seguendo l’ordine dal primo posto occupato. Il piacevole profumo del curry mi arrivava fino alla pancia. Mentre con l’acquolina in bocca mi dicevo che fra poco sarebbe toccato a me, arrivò un regista e si sedette. Il piatto che doveva toccare a me venne messo davanti a lui. Furibondo, esplosi: «Ehi! Rispettate l’ordine!». «L’assistente viene dopo», disse una voce. «Cosa?!» e senza neanche ancora capire chi avesse parlato, mi alzai in piedi pronto per fare a pugni ma qualcuno mi trattenne. Io però continuai a urlare «Portatemi il piatto! Rispettate l’ordine!». Comunque, non si può certo dire che non mangiai un piatto abbondante di curry. Il mio comportamento venne riferito al direttore degli studi di allora, Kido Shirō3. Non so se abbia pensato «Dev’essere un tipo interessante» ma il mese successivo mi disse di provare a fare un film, così cominciai a girare Zange no yaiba [La spada della penitenza, 1927], un jidaigeki4 in sei rulli5. Non venni apprezzato per la mia intelligenza o la mia bravura. Fu solo grazie a un piatto di riso con curry. Doveva essere più o meno la primavera del 19276.
Edoardo Erba è un drammaturgo di notevole successo, pubblicato, tradotto in molte lingue e rappresentato in Italia e in numerosi altri paesi in Europa e nel Mondo. Però, come tale, è anche una figura inusuale nel panorama del teatro italiano degli ultimi decenni un teatro, come noto, stretto tra la dittatura del regista-demiurgo o dell’attore/autore e la smania logoclastica di molto teatro di ricerca. Con lui, infatti va in scena la letteratura teatrale, cioè la letteratura creata per il teatro che sembrava destinata, in quella morsa, a scomparire o ad essere quanto meno resa marginale. Al contrario, la sua drammaturgia si è inserita e si inserisce con pari dignità e piena coerenza in quello stesso contesto, in quanto, pur preservando una sua autonoma ed efficace dimensione letteraria, trova vita e compimento solo nell’orizzonte della rappresentazione.
Maria Dolores Pesce, studiosa e critica di teatro, si è laureata al DAMS di Bologna con una tesi di estetica su Edoardo Sanguineti. Già professore a contratto presso la Facoltà di Lettere e Filosofia presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino, vi ha tenuto dal 2006 al 2012 un corso di “Storia del Teatro”. Ha pubblicato numerosi saggi su importanti riviste di teatro ed universitarie e cura dal 2001 una rubrica sulla rivista on-line «dramma.it» della quale è vice direttrice. Suoi i volumi: Edoardo Sanguineti e il teatro. La pratica del travestimento; Massimo Bontempelli Drammaturgo; Case di carne, il femminile nel teatro di Rosso di San Secondo, e Marco Martinelli. Un Drammaturgo Corsaro.
La verginità di sua moglie. All’inizio Crab fu invaso dalla gioia – così, lei lo aveva aspettato, aveva aspettato proprio lui. Una cosa emozionantissima. Un regalo meraviglioso. Crab fu molto tenero, delicato. La deflorò dolcemente. Ma la verginità di sua moglie lo avrebbe afflitto nel tempo; dopo tre anni dal loro incontro, dover deflorare quell’imene che si ricostituiva dalla sera alla mattina. A volte, Crab ha la spiacevole sensazione che sua moglie, così angelica, così paziente, lo stia ancora aspettando.