
Tornato al centro dell’interesse mediatico per via dei discutibili lanci in orbita di Bezos e Musk, lo spazio non ha mai smesso di esercitare il proprio fascino agli occhi di chi per mestiere viaggia con la mente: gli scrittori. In un botta e risposta con Anna Maria Ortese datato 1967, Italo Calvino era stato tra i primi a mettere in luce le conseguenze positive delle missioni; alla scrittrice, che comprensibilmente si diceva preoccupata della perdita di immaginazione procurata dall’ossessione mediatica per l’allunaggio, Calvino (da poco uscito dal lavoro sulle Cosmicomiche) rispondeva che la scoperta avrebbe riguardato
non solo le conoscenze specializzate degli scienziati ma anche il posto che queste cose hanno nell’immaginazione e nel linguaggio di tutti: e qui entriamo nei territori che la letteratura esplora e coltiva. Chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna.
Di lì in avanti tra i maggiori autori italiani — da Moravia a Zanzotto, Ortese, Levi, Manganelli, Maraini e molti altri, come hanno raccontato Andrea Cortellessa e Alessandra Grandelis — si sarebbe aperto un dibattito centrato su due interrogativi: l’esplorazione scientifica avrebbe costituito una minaccia alla “poesia della luna”, oppure le nuove tecnologie avrebbero fornito ulteriori spunti per la sua rappresentazione fantastica?
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