
Il video della domenica. Samuel Beckett, Finale di partita. Clip dello spettacolo di Carlo Cecchi (5′)



A Tonino, cacciatore esperto da bosco e da riviera, era sembrato che una lodoletta di primo canto come Vittorina dovesse essere un animaletto quasi addomesticato, da potersi prendere magari con le mani.
Ma fece i conti senza l’oste.
Perché la signora Cammilla, madre della ragazza, non perdeva mai di vista l’infaticabile cacciatore. Basti dire che in due mesi di corte assidua e pertinace, Tonino non poté mai cavarsi il gusto di stare seduto vicino a Vittorina. Fra lui e la bella ragazza c’erano sempre di mezzo i rigidi nervi e le ossa angolose e taglienti della terribile genitrice.
La quale, chiamato un giorno in disparte il giovinotto, gli disse a bruciapelo:
«O dentro o fuori! O promettete di sposarla, o diradate e vostre visite!»
«Se la sposerei! Iddio mi vede il cuore!… Ma non posso… proprio non posso! Sappiate che io mi trovo legato da un impegno sacro, fatale, indissolubile… Appena uscito di collegio, m’imbattei in una cara fanciulla… un angiolo di purità e di candore…»
« Basta così! Il resto me lo figuro. Ditemi piuttosto un’altra cosa. Potete prestarmi per cinque minuti un migliaio di lire?»
«Figuratevi!…»
«Dunque?»
«Vorrei essere il barone di Rothschild, per aprirvi i miei scrigni; ma essendo semplicemente il signor Tonino, non posso fare altro che aprirvi il mio povero portafogli e dirvi con umiltà di spirito: Ecco qui tutta la mia ricchezza, rappresentata da un miserabile foglio di cento lire della Banca d’Italia. Divento rosso dalla vergogna…»
A questa invereconda offerta, la signora Cammilla fece un gesto di collera e di profondo disprezzo; quindi agguantò il foglio di cento lire, e dopo averlo senza pietà attorcigliato fra le dita e ridotto alla forma sferica di una pallottola, lo gettò sdegnosamente dentro la tasca del suo vestito.
Carlo Collodi, La storia di un furbo, Novelle italiane, Garzanti

Mi sono avvicinato nudo alla finestra. Nella casa di fronte evidentemente qualcuno ha avuto da ridire, penso sia stata la moglie del marinaio. In camera mia sono piombati un poliziotto, il portinaio e non so chi ancora. Mi hanno comunicato che sono ben tre anni che infastidisco gli abitanti della casa di fronte. Ho messo delle tendine.
Daniil Charms, Casi, Adelphi

https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2020/04/studio-ghibli-digitale/
Fondato nel 1985 dai registi Isao Takahata e Hayao Miyazaki, lo Studio Ghibli ha prodotto 22 lungometraggi, realizzati da registi e animatori che, nonostante le diverse caratteristiche tecniche, poetiche ed estetiche, sono riusciti nel corso degli anni a dare vita a uno stile ormai riconosciuto dal pubblico di tutto il mondo. Tra i capolavori indiscussi prodotti dallo Studio è La città incantata, con la regia di Hayao Miyazaki, che nel 2002 ha vinto l’Oscar come Miglior film d’animazione.

Se solo ricordassi l’esatta preghiera a Poseidone, certamente il Mare mi porterebbe in braccio una Donna Nuda, a me che aspetto seduto sullo scoglio.
Tutta l’operazione avverrebbe sotto la copertura del Cielo, attento a organizzare manovre diverse stupende, sia sul livido sia sul rosa, gli incarnati della more, della nascita, cangiando continuamente di colore certe sue nuvolette, mettendo su spettacolari tramonti e permettendomi così di scappare non visto nella macchia dell’entroterra con lei ancora tutta màdida sulle spalle.
Paolo Brunati, Libro di mare (inedito)

– Devo dirti una cosa, Lilith.
– Sarebbe?
– Non era saccarina quella che ti ho portato e che hai messo nel caffè. Era cantaride, un afrodisiaco.
– E tu mi hai fatto prendere una cosa del genere?
– Sì, volevo vedere che effetto ti faceva. Pensavo che potesse essere piacevole per tutti e due.
– Oh, Billy, che razza di scherzo! E ho promesso a Mabel che saremmo andate al cine insieme. Non posso deluderla, è stata chiusa in casa per una settimana. Pensa se incomincia a farmi effetto al cinema!
Anais Nïn, Lilith, “Il delta di Venere”, Bompiani, trad. D. Vezzoli

– Senti, Ruth, l’unica cosa che sia mai riuscito a ottenere – in teatro e fuori dal teatro – è l’entusiasmo di una microscopica minoranza e l’aperta ostilità di tutti gli altri. Io attiro l’ostilità come la cagna in calore attira i cani. Appena compaio in scena, sento subito di dover lottare contro tutti gli spettatori – uno per uno, dalla platea al loggione. Un combattimento da gladiatore! Io solo contro tutti – e loro tutti così potenti! A volte riesco a debellarne una parte – metà, un terzo. Ma quei pochi arrivo a piegarli! Li domo. E persino l’avversione della maggioranza rappresenta una specie di trionfo per me – perché so che nel loro intimo mi rispettano.
– E questo film che devi fare?
–Macché: la solita musica: «La teniamo presente – le faremo sapere… »
– Non vedo un gran merito nel cercare di ignorare l’insuccesso.
– Non esiste l’insuccesso – esiste solo l’attesa del successo.
John Osborne, Epitaffio per George Dillon
Chi è quell’uomo che, sperduto su una smisurata carta geografica, esplora, fuori stagione, la riva del mare centimetro per centimetro?
Il Brunati.
Autore di un libro raro, imperdibile, “Colloqui con il pesce sapiente” (Miraggi/Scafiblu), scrittore di molte parole scritte (poche, quelle dette) racchiuse in qualche centinaio di moleskine, artista figurativo/non rivendicativo, Brunati guarda, tace, e nel silenzio procede lungo la spiaggia. Osserva, si ferma. Di tanto in tanto si china e raccoglie: un sasso, un relitto, un bullone arrugginito giunto a riva da chissà quale naufragio.
La ricerca continua anche sulla terraferma. Qui l’uomo si muove seguendo le sue mappe: magazzini dimenticati, rigattieri, soffitte di signore loquaci che vorrebbero offrirgli un tè mentre lui le ignora, impegnato com’è a perlustrare, ad annusare.
E raccoglie.
Poi, chissà quando e perché, viene il momento in cui da questo magazzino reale e mentale alcuni oggetti si staccano e vanno a comporsi in un’opera.
Questo “Golgota domestico”, ad esempio, è nato da un vecchio, rozzo appendiabiti da muro; la croce, invece, l’ha portata il mare. L’autore racconta di esserne stato colpito proprio in mezzo alla fronte mentre nuotava fra le onde in burrasca (una versione moderna di Paolo sulla via di Damasco). Il perentorio segnale provocò la nascita dell’opera.

Chi se non Hannah Arendt ha saputo analizzare meglio di chiunque altro lo sfondo sociopolitico sul quale si sviluppano i drammi del XX secolo, ma anche i suoi radicali progressi tra cui l’emancipazione delle donne che ha cambiato la faccia del mondo? Filosofa, allieva di Jaspers e amante di Heidegger, sionista critica, questa «giornalista politica» (come Arendt amava definirsi) condanna, in La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, l’incapacità degli esseri umani di pensare con la propria testa – tendenza in realtà sempre più largamente diffusa: ieri sotto la ferula dei totalitarismi, oggi, in versione soft, a causa dell’automatizzazione della nostra specie. Arendt osserva che il totalitarismo nazista e quello staliniano hanno cominciato con lo sradicare la capacità di pensare prima ancora di sterminare gli esseri umani che ritenevano «superflui». Dopo l’orrore della Shoah e il discredito della politica, Arendt fa appello a una vita politica capace di garantire l’originalità del cittadino, all’interno di legami politici fatti di memoria e di racconti elaborati dal singolo e destinati agli altri. Poiché la «verità di per sé resta nascosta all’io» e appare chiara e netta soltanto agli altri.
Julia Kristeva, La vita altrove, Donzelli

“Uno Spirito sfiorò la mia faccia, mi si drizzarono i capelli.”
E lo Spirito disse:
“posso invertire l’orologio degli anni
ma sono restio a fermarlo dove vuoi tu.”
Esclamai: “d’accordo,
procediamo,
sempre meglio che morta!”
Lui rispose: “tranquillo”,
e me la fece apparire davanti, finalmente;
poi lei rinverdì sempre più, fino all’anno
in cui la vidi
donna fatta
esclamando: “fermo!
va bene così,
è abbastanza, non toccarla più.”
Per mia disgrazia Lui scosse la testa
e non si fermò,
lei in una bella bambina
e poi nell’infanzia declinò.
Sempre meno lei,
con mia grande pena, divenne pian piano
rimpicciolendosi fino a sparire
nelle sue grinfie senza freno;
ed è come se lei
non fosse mai esistita.
“Meglio”, dissi papale,
“morta come prima! Il suo ricordo
in me era stato vivo, ma ora è impossibile!”
E quella fredda voce:
“sei tu che hai scelto”

L’ateniese Demado condannò un concittadino, impresario di pompe funebri, perché era esoso nei prezzi e perché traeva profitto solo dalla morte di molti. Questo modo di giudicare presenta però il fianco alla critica, perché nessuno si avvantaggia mai se non danneggiando gli altri. Bisognerebbe perciò condannare ogni sorta di guadagno.
Il mercante non fa ottimi affari se non per le dissolutezza dei giovani; l’agricoltore se non vende il grano a prezzo elevato; l’architetto se non vanno in rovina le case; il giudice se gli uomini non litigano; e persino il sacerdote trae vantaggio dalla morte e dai vizi. Non c’è medico, secondo il comico greco (Filemone, n.d.r.), che abbia cara la salute dei propri amici; e non c’è soldato cui stia a cuore la pace della propria patria, e così via. Quel che è peggio, poi, se ognuno di noi scruta la propria coscienza, scopre che i nostri desideri più profondi nascono e si nutrono a spese altrui.
Pensando a ciò, mi è capitato di notare che, così operando, la natura non viene meno alla sua universale economia, visto che i fisici ritengono che ogni cosa nasca, si nutra e cresca grazie alla corruzione e alla morte di un’altra.
Michel de Montaigne, Saggi, “Il profitto dell’uno è svantaggio per l’altro”