Le figurine di Radiospazio. Una ricetta per l’innocenza

«Eppure questi ginnasiali non sono ancora abbastanza ingenui. Lei non immagina, caso collega, quanto siano cocciuti e mal disposti:non vogliono essere freschi come la carota novella. Non vogliono! Non vogliono!»
Il collega lo rimproverò bruscamente:
«Come non vogliono? Bisogna che vogliano? Adesso le dimostrerò come si stimola l’ingenuità. Scommetto che fra mezz’ora la dose di ingenuità ambientale sarà raddoppiata. Questo il mio piano: comincio con l’osservare gli allievi, faccio capir loro che li considero ingenui e innocenti. La prenderanno per una provocazione, e cercheranno allora di provarmi che non sono affatto innocenti, e in quello stesso istante cadranno in quello stato di ingenuità e di innocenza che per noi pedagoghi è una vera manna dal cielo.»
Ciò detto, si nascose dietro una grossa quercia per spiare i ginnasiali.

Il video della domenica. ANDY WARHOL, The Cars: Hello Again [Music Video] (1984). 5′

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 )

Quando Warhol registra questo video, la sua immagine turbina ormai da trent’anni nei poster, nei video e in tutti i media esistenti (chissà come avrebbe interpretato la rete, se non fosse morto, tre anni più tardi, nel 1987). Il mix di automobili, lingue e corpi femminili sui quali pulsa in sovrimpressione, come un’insegna, la parola Hallo! interpreta e sigilla gli anni Ottanta così come le sue Marilyn, i suoi Mao Tse-Tung, i suoi Che Guevara avevano contrassegnato in modo indelebile i Sessanta.

Narrativa. Piero Jahier, Gino Bianchi (frammento)

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Massimo Campigli, “La famiglia Cardazzo”, 1938

Il personaggio è un impiegato posseduto dal lavoro, imbevuto di lavoro, che ha introiettato la visione più integralistica della burocrazia. Il suo mondo sono le scrivanie, i superiori, gli orari, le promozioni, i colleghi, il giorno 27, gli avanzamenti di carriera, i Capostanza, la carta suga (carta asciugante)i timbri, le discussioni su una finestra troppo aperta o troppo chiusa, le firme…
L’autore di questo romanzo dal titolo arcaico e asettico(“
Gino Bianchi. Resultanze in merito alla vita e al carattere, 1915) è uno dei grandi poeti appartati del ‘900, che viaggiando nel grottesco del mondo burocratico anticipa la trasformazione dell’individuo in macchina – uno dei temi ce percorreranno tutto il “secolo breve”.

Il funzionario Gino Bianchi venne ad accorgersi di non essere sistemato: non aveva nessuno che gli guardasse la biancheria; le minestre sciacquine del ristorante minacciavano di rovinargli lo stomaco; frequentava i caffè non sapendo cosa fare; fornicava due volte la settimana, per i che, dopo il rincaro di tutti i generi di prima necessità, non vi era capienza nel suo stipendio.
Non farà quindi meraviglia se fu tratto a prendere in considerazione l’istituzione del matrimonio, come quella che ha per iscopo di ovviare a tali inconvenienti.
Tanto più che dal primo dell’anno era a duemilatre.
Esaminando, però, tale stipendio alla luce matrimoniale, si convinse tosto di non potersi sposar solo; bisognava che anche il suo stipendio sposasse qualcosa.
Alla necessità di Gino Bianchi di sposare una moglie, faceva riscontro quella del suo stipendio di sposare una dote.
E il problema si complicava ancora: sposare una moglie con dote o una dote con moglie?
Gino Bianchi inclinava verso la prima soluzione, ma non se ne nascondeva le maggiori difficoltà.
Tali difficoltà parvero tuttavia appianarsi quando, all’Associazione degli Impiegati Civili, gli fu presentata la Signorina Rosina Turchini.
La signorina Turchini aveva, sia pure per ragioni differenti, la stessa necessità di maritarsi che Gino Bianchi aveva di ammogliarsi.
Le sue amiche erano tutte sposate.
Non sapeva più con chi stare.
Il suo corredo, in attesa del fausto evento, minacciava di intignare.
Quando era venuta la moda della scollatura a spacco aveva mostrato le gambe e i peluzzi biondi traverso le calze velate; quando venne la scollatura completa, mostrato il canale profondo.
Non sapeva più cosa mostrare.
L’avevano fiutata a caldo, a freddo; si erano tanto abituati a vederla nubile, che nessuno aveva più il coraggio di rompere questa abitudine.
La Signorina Turchini si sentiva passar di stagione.
Eppure possedeva tutti i requisiti matrimoniali.
Era una ragazza onesta: la sua onestà non era mai scesa sotto il livello di quella che conviene alla figlia di un commerciante, – né salita al disopra.
Suo padre era Impresario di Pompe Funebri, commercio che Gino, dopo il funerale paterno, aveva imparato a apprezzare.
Se suo padre è commerciante, deve avere la dote, come io, perché sono funzionario, ho lo stipendio.
Così ragionava Gino Bianchi.
Gli avvenimenti posteriori dovevano smentire questa deduzione: Gino Bianchi si è sposato solo; il suo stipendio è rimasto celibe.

Piero Jahier, Gino Bianchi, Resultanze in merito alla vita e al carattere, Vallecchi

Le figurine di Radiospazio. Sam Shepard, Rock Star

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La musica ce l’hai solo in testa, ragazzo. Sei uno strimpellatore cieco che fa finta di suonare. C’è una voragine fra le corde e le tue dita. Neanche Chuck Berry ti può rimettere in sesto. Stai facendo una pantomima nell’occhio del ciclone. E non hai neanche il buon senso di cercare aiuto. Ti sei perso, hai perso l’honky tonky. Hai perso la testa la prima volta che in un club ti hanno chiesto di suonare “Rising River Blues” per un ballo di debuttanti. Ti sei distrutto dentro e tutto quello che ti è rimasto è il veleno che chiami il tuo talento. Sei solo un bamboccio con la puzza sotto il naso.

Il video della domenica. Marilyn in salsa giapponese. KEIICHI TANAAMI. GOOD-BY, MARILYN (1971)

Senza titolo

http://www.ubu.com/film/tanaami_marilyn.html

Fra le tante declinazioni del mito di Marilyn c’è anche quella di Keiichi Tanaami, grande artista multigenere, graphic designer, illustratore, videoartista che si affermò fin dagli anni ’60.
Good-by Marilyn nasce da una costola della pop art ma con un forte gusto della contaminazione; l’esecuzione in salsa giapponese della canzoncina che accompagna le immagini conferisce a questo piatto d’annata un forte retrogusto di ironia.
Il video ricorda indiscutibilmente Warhol e Tanaami paga il suo debito al Maestro del quale ebbe a dire: “Le sue strategie erano identiche quelle impiegate da agenzie di pubblicità. Ha usato icone contemporanee come motivi nelle sue opere e per altre sue imprese multimediali come film, giornali e gruppi rock. In altre parole, Warhol stava vendendo le sue opere al mercato dell’arte. Rimasi sconvolto da questa intuizione, era il modello su misura per me.”

Narrativa. Alexandre Dumas, I mariti italiani

Ciò che colpisce a Firenze, come costume particolare della città, è l’assenza del marito. Non cercate mai il marito nella vettura o nel palco di sua moglie, è inutile, non c’è. Dov’è? Non lo so; in qualche altro palco o in qualche altra vettura. A Firenze il marito possiede l’anello di Gige, è invisibile. C’è una signora della buona società che ho incontrato tre volte al giorno per sei mesi, e che per tutto questo tempo ho creduto vedova, finché per caso, conversando, ho appreso invece essere sposata, con un marito che esisteva egualmente e che abitava nella sua stessa casa. Allora mi misi a cercare questo marito, chiesi di lui a tutti, mi impuntai a vederlo. Tutto vano, dovetti partire da Firenze senza avere avuto l’onore di fare la sua conoscenza e sperando di essere più fortunato un’altra volta. Nelle grandi famiglie, nelle quali i matrimoni sono quasi sempre di convenienza, capita dopo un tempo più o meno lungo, un momento di stanchezza e di noia in cui si fa sentire il bisogno di un terzo: i due sposi non si parlano più se non per scambiare recriminazioni; sono sul punto di detestarsi. E’ allora che si presenta un amico. La moglie gli racconta ai suoi dolori, il marito lo mette a parte della sua profonda noia; ciascuno dei due scarica su di lui una parte dei suoi rimpianti e si sente sollevato; c’è già un miglioramento. Ben presto il marito si accorge che la sua ostilità contro la moglie nasceva dall’obbligo tacitamente contratto di portarla sempre con sé; la moglie dal canto suo comincia ad accorgersi che la società in cui la conduce suo marito non è insopportabile se non perché lei è costretta a frequentarla con lui. Quando si è arrivati a questo punto non è difficile capirsi.

Alexandre Dumas, Les Italiens, Laffont

Il video della domenica. Scene da un’apocalisse silenziosa. SUPERFLEX, “FLOODED MACDONALD’S”

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  https://www.youtube.com/watch?v=chQD0Bx7AkM

Adrienne Rich, So che stai leggendo questa poesia

Adrienne Rich (May 16 1929 March 27 2012) American poet, essayist and feminist, photographed in London 14th May 2002. (Photo by Eamonn McCabe/Popperfoto via Getty Images)

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.          
So che stai leggendo
questa poesia in piedi,
in una libreria lontana 
dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.            
So che stai leggendo questa poesia

mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei. 
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.            
 So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

Adrienne Rich

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

Il video della domenica. Mariangela Gualtieri, Ringraziare

Raccomandato:
• agli attori che dicono (recitano, interpretano, sospirano, propongono, espongono, declamano, leggono, soffrono, scandiscono, esprimono, decodificano) una poesia.

• a chi non legge poesia

• a chi la legge con i soli occhi

• a chi non si vergogna di leggerla ad alta voce, in camera sua.

(Riportiamo il testo per chi voglia seguire, come su uno spartito, l’esecuzione dell’autrice).

Ringraziare…

Ringraziare desidero il divino/ per la diversità delle creature/ che compongono questo singolare universo,/ per la ragione,/ che non cesserà di sognare/un qualche disegno del labirinto/ e l’uccello leggero che vola oltre, più in alto, più su./ Ringraziare desidero per l’amore,/ che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,/ per il pane e il sale,/ per il mistero della rosa/ che prodiga colore e non lo vede./ Ringraziare desidero/ per l’arte dell’amicizia,/ per l’ultima giornata di Socrate,/ per le parole che in un crepuscolo furono dette/ da una croce all’altra,/ per i fiumi segreti e immemorabili/ che convergono in noi,/ per il mare, che è un deserto risplendente/ e una cifra di cose che non sappiamo/ per il prisma di cristallo e il peso di ottone,/ per le strisce della tigre,/ per l’odore medicinale degli eucaliptus,/ e la speranza, la fiducia, la lavanda./ Ringraziare desidero/ per il linguaggio, che può simulare la sapienza,/ per l’oblio, che annulla o modifica il passato,/ per la consuetudine,/ che ci ripete e ci conferma come uno specchio,/ per il mattino, che ci procura l’illusione di un inizio,/ per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,/ per il coraggio e la felicità degli altri,/ per la patria, sentita nei gelsomini/ per lo splendore del fuoco/ che nessun umano può guardare senza uno stupore antico/ e per il mare che è il più dolce fra tutti gli dei./ Ringraziare desidero perché/ sono tornate le lucciole,/ le nuvole disegnano,/ le albe spargono brillanti nei prati,/ e per noi/ per quando siamo ardenti e leggeri/ per quando siamo allegri e grati./ Io ringraziare desidero per la bellezza delle parole, natura astratta di dio/ per la lettura e la scrittura, che ci fanno sfiorare noi stessi e gli altri/ per la quiete della casa,/ per i bambini che sono nostre divinità domestiche/ per l’anima, perchè consola il mio girovagare errante,/ per il respiro che è un bene immenso,/ per il fatto di avere una sorella./ Io ringraziare desidero/ per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi/ per le facce del mondo che sono varie/ per quando la notte si dorme abbracciati/ per quando siamo attenti e innamorati, fragili e confusi,/ cercatori indecisi./ Ringrazio dunque/ per i nostri maestri immensi/ per tutti i baci d’amore,/ e per l’amore che ci rende impavidi./ Per i nostri morti che fanno della morte un luogo abitato, / e per i nostri vivi, che rendono la vita uno specchio fatato./ Per i figli,/ col futuro negli occhi,/ perchè su questa terra esiste la musica,/ per la mano destra e la mano sinistra, e il loro intimo accordo/ per i gatti per i cani esseri fraterni carichi di mistero,/ per il silenzio che è la lezione più grande/ per il sole, nostro antenato./ Ringraziare desidero/ per Whitman,/ Presti e Francesco d’Assisi,/ che scrissero già questa poesia,/ per il fatto che questa poesia è inesauribile/ e si confonde con la somma delle creature/ e non arriverà mai all’ultimo verso/ e cambia secondo gli uomini./ Ringraziare desidero/ per i minuti che precedono il sonno,/ per il sonno e la morte,/ quei due tesori occulti,/ per gli intimi doni che non elenco,/ per la gran potenza d’antico amor/ per amor che muove il sole e l’altre stelle/ e muove tutto, in noi….

Le figurine di Radiospazio. Ritratti e autoritratti

A volte, scrivendole, mi sono immaginato una donna dai capelli biondi oscuri, dagli occhi celesti, dalla fronte pensosa, dal sorriso gentile, alta, snella, ma di un insieme quasi brutto. Senza che Ella mi renda pan per focaccia le dico preventivamente da me, il mio aspetto fisico: capelli lunghi e anellati, biondi con chiazza d’oro; fronte alta e spaziosa con due rughe; occhi color d’acciaio turchiniccio e vivaci, aspetto non florido, quasi sempre pallido, bocca da violento; camminatura da epilettico; parlata franca, ma nervosa (a volte stentata); agito le mani in mimica a seconda il significato delle parole (di bontà, di irritazione, di paura), guardo in viso quasi tutte le persone.

Il video della domenica. Leonard Bernstein prova La sagra della primavera (grande lezione di musica)

https://www.youtube.com/watch?v=XgGdiskqA68

Narrativa. Virginia Despuentes, Game over (frammento)

In un angolo, un giovane appollaiato su uno sgabello gioca a un videogioco. Accanto a lui una ragazza guarda le forme e i colori che salgono e scendono. Lui l’ha salutata appena, è concentrato sulla sua partita. Lei tenta di parlargli: – Sai, sono appena andata dall’assistente sociale, dice che dovresti passare da lei.
– Non mi rompere le palle.
Dopo una breve pausa lei riprende, tenacemente ma anche scusandosi:
– A casa c’è della posta per te, vuoi che te la porti?
Sembra che lui non abbia sentito. Lei insiste, più dolcemente che può, perché sa che lui non vuole essere disturbato quando gioca, ma è più forte di lei: – Sono cinque giorni che non torni a dormire, se non vuoi più che abitiamo insieme non hai che dirlo. Ha fatto del suo meglio perché nella sua voce non ci fosse né tristezza né rimprovero, perché sa che la tristezza e il rimprovero gli danno fastidio. Lui dà un breve sospiro per farle capire che è esasperato:
– Ieri sera abbiamo festeggiato fino a tardi, questo non significa che voglio traslocare. Smettila di rompere, cazzo!
La risposta non tranquillizza per niente la ragazza. È affranta ma non protesta. Guarda lo schermo, le forme e i colori che vanno sempre più in fretta. Il ragazzo sta manovrando i comandi con un’agilità bestiale. La macchina annuncia: “Game over”; il viso della ragazza s’illumina:
– Vieni, ho dei soldi, ti pago da bere, è tanto che non parliamo un po’. Fa del suo meglio perché la sua voce sia entusiasta e non supplichevole, perché sa che a lui piace l’entusiasmo, mentre il tono supplichevole lo infastidisce.
Lui chiede: – Hai dei soldi?
– Sì, te l’ho detto, offro io. Dove ci sediamo?
– Passameli, faccio un’altra partita.

Virginie Despuentes, Baise-moi, Grasset

Alla luce del sole

Femmes et feministes insoumises

Afin de redonner toute sa dimension à la pression qui repose sur les épaules des femmes actives ayant des enfants et des mères au foyer, un collectif espagnol a décidé d’installer cette statue de street art à l’air libre durant quelques jours. Une façon de déconstruire les préjugés autour du rôle de mère de famille et de donner à réfléchir aux passants.

Per dare piena dimensione alla pressione esercitata sulle spalle delle donne attive con bambini e casalinghe, un collettivo spagnolo ha deciso di installare per qualche giorno questa statua di street art all’aperto. Un modo per decostruire i pregiudizi sul ruolo di madre di famiglia e dare ai passanti qualcosa su cui riflettere.