Neera, Il ruscello avvelenato. 1919 (frammento)

Non so se oggi i maestri si sono persuasi, che l’insegnamento a base di nomi propri e di cifre è un corpo morto, il quale entra nel cervello dell’adolescente come in una tomba e vi si adagia nel sonno eterno. Il tedio, l’ira, l’odio in me succitati dallo Skager e dal Rattegat mi durano tutt’ora mentre, sarebbe stato tanto più interessante e istruttivo farci conoscere le terre della nostra bella Italia e condurci come in un viaggio di piacere sulle sponde dei nostri laghi e dei nostri mari, prima di ingombrarci la mente con nomi ostrogoti. Occorre bandire la pedanteria istruzione primaria, alleggerirla, renderla fresca e parlare al cuore, parlare all’immaginazione, svegliare la sensibilità sana delle giovani creature che devono svilupparsi nella vita e non ammuffire sui testi. L’educatore che s’accosta alla fremente anima del fanciullo sbadigliando gli aridi spunti, che la sua indolenza gli fa ripetere d’anno in anno, senza che mai vi palpiti l’ala di un pensiero suscitatore, somiglia a colui che applicando a una cassa di legno  cartone sforacchiato e girando una manovella crede di fare della musica. Quella del maestro non è una professione, è una missione; egli è il sacerdote laico dell’umanità che sorge. Il destino di molti uomini, come ruscello avvelenato alla fonte, si guasta e si corrompe, sui banchi della scuola; molti dotati delle migliori attitudini per lo studio se ne svogliarono in causa della cretineria dell’insegnamento scolastico.
Io a scuola non mi ci potevo vedere; preferivo di gran lunga le sgridate di mia madre e il desiderio di finirla con quella oppressione degli studi era tanto che su tutti i miei quaderni scrissi questo ammonimento a me stessa: •Ricordati, se mai un giorno venissi a rimpiangere la scuola, che ne hai tu desiderata ardentemente la liberazione. Ma quel giorno non venne mai.

Neera, Una giovinezza del XIX secolo, Liberliber

Rispuntano le Scimmie, un anno dopo, a sorpresa

https://www.laltrariva.net/scimmie-di-mare/

Come capita più o meno a tutti, ogni tanto mi perdo oziosamente nel pulviscolo della rete guardando senza troppo vedere e spesso senza nemmeno cercare. Così, per puro caso, mi sono imbattuto in una recensione delle Scimmie di mare, pubblicata un anno fa. La recensione è firmata da un’amica di antica data che l’aveva consegnata al mare del web senza segnalarmela, cosa che può stupire solo chi non conosce la sua riservatezza.
Nel 1958 uscì, per Grasset, Le repos du guerrier, di Christiane Rochefort, accompagnato da uno slogan molto efficace (non a caso lo ricordo ancora) “Il romanzo che ha fatto arrossire la signora De Gaulle”. Se dovessi creare una fascetta per un’improbabile riedizione delle Scimmie, scriverei “Il romanzo che ha ammutolito l’intero entourage dell’autore”. Con due eccezioni: l’autrice di questa recensione sommersa e un’altra amica che ne scrisse qualche dopo l’uscita del libro (https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=mariolina+bertini.)
Tra esse spartisco in egual misura il mio affetto riconoscente.

Paolo Volponi, La tuta operaia (frammento)

Io avevo paura di questo inizio, soprattutto paura che la fabbrica potesse assomigliare all’esercito ma mi trascinava il pensiero del lavoro da imparare. Aspettando per pochi minuti Grosset guardavo la macchina che egli prima stava riparando. Forse proprio quella sarebbe capitata a me: lo speravo, lieto che anch’essa dovesse ricominciare dopo un guasto. Grosset arrivò puntualmente; ripose i giornali, riprese il suo camice e ricompose con il suo sguardo la nostra squadretta di nuovi. Intanto arrivavano alla spicciolata tutti gli altri operai, con aria indolente e quasi ribelle.
Alle cinque, noi quattro nuovi avevamo avuto la prima spiegazione di Grosset e potevamo incominciare qualche esercizio pratico. Tutto andò bene. Io mi sentivo bene, anche se lavoravo con il mio abito buono e pesantissimo che mi faceva sentire molto caldo; ma Grosset non mi disse mai di togliermi la giacca.
Un quarto d’ora prima dell’orario di chiusura, il capo ci rimandò all’Ufficio Personale. Lì ci consegnarono la cartolina-orologio, indicandoci dove custodirla e come servirsene. Ci dissero di andare allo spaccio interno per l’acquisto degli indumenti da lavoro. Io comperai una tuta, a due pezzi come un abito borghese.
Uscii dalla fabbrica con il mio pacchetto sotto braccio, molto stanco e, appena l’aria di fuori mi investì con un caldo diverso, ebbi paura; mi sembrava di essere lontanissimo da Candia e da casa mia e di non poter trovare la strada per tornarci, tra tutta quella gente che usciva e che si salutava con un ultimo discorso, a voce alta e con una convivenza che mi allontanava ancora di più da tutti loro.
Arrivai a casa che era già notte. Trovai mia madre in cucina, seduta al buio; appena mi vide cominciò a piangere. Io la tranquillizzai su tutto e le dissi che avevo un lavoro, un buon lavoro con un salario di quarantamila lire, la mensa, le corriere e tutto il resto.
Lei mi diede da mangiare verdure del nostro orto, che ancora alla fine di luglio, dava piselli e fagiolini, oltre ai pomidori, nel pezzo dietro a casa, a nord, più umido e riparato da due alberi di noce. Io le mostrai la divisa di lavoro che avevo acquistato e lei volle subito, mentre io mangiavo, rinforzare tutti i bottoni con un filo più grosso.

Paolo Volponi, Memoriale, Garzanti

Le figurine di Radiospazio. La lanterna magica

Più di ogni altra cosa desideravo un proiettore. L’anno precedente ero stato al cinema per la prima volta e avevo visto un film che trattava di un cavallo, credo s’intitolasse Il bel nero. Per me fu l’inizio. Fui assalito da una febbre da cui non guarii mai più. Sono passati sessant’anni, non è cambiato niente, è la stessa febbre.
Venne il Natale, e con esso venne anche il proiettore. Ma fu mio fratello a riceverlo.
Io cominciai a ululare, fui sgridato, e mi precipitai nella camera dei ragazzi, imprecai e maledissi, infine mi addormentai per il troppo dolore. Più tardi, in serata, mi svegliai e presi una rapida decisione, svegliai mio fratello e gli proposi un affare: i miei cento soldatini di stagno in cambio del proiettore. L’accordo fu raggiunto con reciproca soddisfazione.
Il proiettore era mio.
L’apparecchio era corredato da una pellicola color seppia (35 mm), lunga circa tre metri, i cui capi erano incollati a formare un cerchio perpetuo. Sul coperchio c’era un’indicazione: il film s’intitolava «Frau Hölle». Chi fosse questa Frau Hölle non lo sapeva nessuno.
Il giorno successivo mi ritirai nel guardaroba, sistemai il proiettore e inserii la pellicola.
Sulla parete si presentò l’immagine di una giovane donna. Quando girai la manovella (e qui non posso spiegare, non posso trovare le parole per la mia eccitazione, in qualsiasi momento riesco a rievocare l’odore del metallo riscaldato, quello di naftalina e polvere del guardaroba, la manovella a contatto con la mia mano, il rettandolo tremolante sulla parete).
Girai la manovella e la ragazza si svegliò, si mise a sedere, si alzò lentamente, tese le braccia, girò su se stessa e scomparve verso destra. Se proseguivo a girare lei era di nuovo là e ripeteva esattamente gli stessi movimenti.
Si muoveva.

Ingmar Bergman, Lanterna magica, Garzanti

Nel grembo del tempo. Cronaca nera. A Roma con la celere. (1’30”) 1952

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Aldo Palazzeschi, La passeggiata

– Andiamo?
– Andiamo pure.

All’arte del ricamo,
fabbrica passamanerie,
ordinazioni, forniture.
Sorelle Purtarè.
Alla città di Parigi.
Modes, nouveauté.
Benedetto Paradiso
successore di Michele Salvato,
gabinetto fondato nell’anno 1843.
avviso importante alle signore !
La beltà del viso,
seno d’avorio,
pelle di velluto.
Grandi tumulti a Montecitorio.
Il presidente pronunciò fiere parole.
tumulto a sinistra, tumulto a destra.
Il gran Sultano di Turchia ti aspetta.
La pasticca di Re Sole.
Si getta dalla finestra per amore.
Insuperabile sapone alla violetta.
Orologeria di precisione.
93
Lotteria del milione.
Antica trattoria “La pace”,
con giardino,
fiaschetteria,
mescita di vino.
Loffredo e Rondinella
primaria casa di stoffe,
panni, lane e flanella.
Oggetti d’arte,
quadri, antichità,
26
26 A.
Corso Napoleone Bonaparte.
Cartoleria del progresso.
Si cercano abili lavoranti sarte.
Anemia !
Fallimento!
Grande liquidazione!
Ribassi del 90 %
Libero ingresso.
Hotel Risorgimento
e d’Ungheria.
Lastrucci e Garfagnoni,
impianti moderni di riscaldamento:
caloriferi, termosifoni.
Via Fratelli Bandiera
già via del Crocefisso.
Saldo
fine stagione,
prezzo fisso.
Occasione, occasione!
Diodato Postiglione
scatole per tutti gli usi di cartone.
Inaudita crudeltà!
Cioccolato Talmone.
Il più ricercato biscotto.
Duretto e Tenerini
via della Carità.
2. 17. 40. 25. 88.
Cinematografo Splendor,
il ventre di Berlino,
viaggio nel Giappone,
l?onomastico di Stefanino.
Attrazione ! Attrazione!
Cerotto Manganello,
infallibile contro i reumatismi,
l?ultima scoperta della scienza !
L?Addolorata al Fiumicello,
associazione di beneficenza.
Luigi Cacace
deposito di lampadine.
Legna, carbone, brace,
segatura,
grandi e piccole fascine,
fascinotte,
forme, pine.
Professor Nicola Frescura:
state all?erta giovinotti !
Camicie su misura.
Fratelli Buffi,
lubrificanti per macchine e stantuffi.
Il mondo in miniatura.
Lavanderia,
Fumista,
Tipografia,
Parrucchiere,
Fioraio,
Libreria,
Modista.
Elettricità e cancelleria.
L?amor patrio
antico caffè.
Affittasi quartiere,
rivolgersi al portiere
dalle 2 alle 3.
Adamo Sensi
studio d?avvocato,
dottoressa in medicina
primo piano,
Antico forno,
Rosticcere e friggitore.
Utensili per cucina,
Ferrarecce.
Mesticatore.
Teatro Comunale
Manon di Massenet,
gran serata in onore
di Michelina Proches.
Politeama Manzoni,
il teatro dei cani,
ultima matinée.
Si fanno riparazioni in caloches.
Cordonnier.
Deposito di legnami.
Teatro Goldoni
i figli di nessuno,
serata popolare.
Tutti dai fratelli Bocconi !
Non ve la lasciate scappare !
29
31
Bar la stella polare.
Assunta Chiodaroli
levatrice,
Parisina Sudori
rammendatrice.
L?arte di non far figlioli.
Gabriele Pagnotta
strumenti musicali.
Narciso Gonfalone
tessuti di seta e di cotone.
Ulderigo Bizzarro
fabbricante di confetti per nozze.
Giacinto Pupi,
tinozze e semicupi.
Pasquale Bottega fu Pietro,
calzature…

– Torniamo indietro?
– Torniamo pure.

Nel grembo del tempo. Anniversari: il 25 aprile(1947)

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(per aprire, cliccare una volta sul link, quindi cliccare nuovamente sul titolo che compare nel piccolo riquadro)

Le figurine di Radiospazio. Trattorie molto selettive

“Possiamo prendere in considerazione solo signori distinti, e allo scopo di evitare errori e dissipare dubbi ci si voglia consentire di precisare brevemente le nostre idee in proposito. Ai nostri occhi è veramente un signore distinto soltanto colui che, per cosi dire, trasuda finezza e distinzione, vale a dire uno che sotto ogni rispetto è semplicemente assai più distinto di tutta la rimanente gente comune. Le persone che sono soltanto comuni non fanno assolutamente per noi. Un signore distinto è, a nostro avviso, solo quello che ha la testa piena delle più vane e sciocche presunzioni e che è deciso a sostenere che il suo naso è di gran lunga più fino e migliore del naso di qualunque altro brav’uomo provvisto d’intelletto. Il contegno di un signore distinto esprime con chiarezza la particolare condizione or ora enunciata, e su ciò facciamo assegnamento. Pertanto, chi è solo buono, retto e sincero, ma non dimostra alcun’altra prerogativa importante, si tenga gentilmente alla larga.”

Robert Walser. La passeggiata, KKIEN edizioni

Antonio Scurati. Il testo del monologo sul 25 aprile vietato dalla Rai

“Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924.
Lo attesero sotto casa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.
Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.
In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.
Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.
Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista.
Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?
Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.
Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).
Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra.
Finché quella parola, Antifascismo, non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.”

Le figurine di Radiospazio. La candeggina

Quella sera pensai che se fossi sparita e basta nessuno avrebbe sentito la mia mancanza. Prima di coricarmi scrissi una lettera a mia madre. La misi in cartella e andai in bagno. Stappai la bottiglia di candeggina, la diliiii con un po’ d’acqua del rubinetto e tornai in camera. Avevo scelto il Domestos perchó sapevo che eliminava ogni genere di microbi e mia madre mi aveva sempre detto che ero un microbo.
Mi veniva da vomitare, e non sapevo se essere contenta o triste. Contenta perchó quella notte, se la candeggina avesse fatto effetto, sarei morta. Niente pitt domani. Evviva! Triste perchó non avrei pitt visto le mie sorelle, ma forse non era poi un gran male. Quanto a mia madre, giurai su Dio che l’avrei perseguitata col mio fantasma per il resto della sua vita. L’avrei riempita di botte in testa, le avrei fatto lo sgambetto quando scendeva le scale e le avrei strappato via le coperte mentre dormiva. E vai!

Constance Briscoe, Brutta!, Corbaccio

Nel grembo del tempo. In una fabbrica di Stoccolma gli operai interrompono il lavoro per una parentesi di ginnastica 1’15” (1946)

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Jhumpa Lahiri, Nel grande lago della lingua

Voglio attraversare un piccolo lago. È veramente piccolo, eppure l’altra sponda mi sembra troppo distante, oltre le mie capacità. So che il lago è molto profondo nel mezzo, e anche se so nuotare ho paura di trovarmi nell’acqua da sola, senza nessun sostegno.

Si trova, il lago di cui parlo, in un luogo appartato, isolato. Per rag- giungerlo si deve camminare un po’, attraverso un bosco silenzioso. Dal- l’altra parte si vede una casetta, l’unica abitazione sulla sponda. Il lago si è formato subito dopo l’ultima glaciazione, millenni fa. L’acqua è pulita ma scura, priva di correnti, più pesante rispetto all’acqua salata. Dopo che ci si entra, ad alcuni metri dalla riva, non si vede più il fondo.

Di mattina osservo quelli che vengono al lago come me. Vedo come lo attraversano in maniera disinvolta e rilassata, come si fermano qualche minuto davanti alla casetta, poi tornano indietro. Conto le loro braccia- te. Li invidio.

Per un mese nuoto in tondo, senza spingermi al largo. È una distanza molto più significativa, la circonferenza rispetto al diametro. Impiego più di mezz’ora per fare questo giro. Però sono sempre vicina alla riva. Posso fermarmi, posso stare in piedi se mi stanco. Un buon esercizio, ma non certo emozionante.

Poi una mattina, verso la fine de1l’estate, mi incontro lì con due amici. Ho deciso di attraversare il lago con loro, per raggiungere finalmente la casetta dall’altra parte. Sono stanca di costeggiare solamente.

Conto le bracciate. So che i miei compagni sono nell’acqua con me, ma so che siamo soli. Dopo circa centocinquanta bracciale sono già in mezzo, la parte più profonda. Continuo. Dopo altre cento rivedo il fondo. Arrivo dall’altra parte, ce l’ho fatta senza problemi. Vedo la casetta, fi- nora lontana, a due passi da me. Vedo le distanti, piccole sagome di mio marito, dei miei figli. Sembrano irraggiungibili, ma so che non lo sono.

Dopo una traversata, la sponda conosciuta diventa la parte opposta: di qua diventa di là. Carica di energia, riattraverso il lago. Esulto.

Per vent’anni ho studiato la lingua italiana come se nuotassi lungo i bordi di quel lago. Sempre accanto alla mia lingua dominante, l’inglese. Sempre costeggiandola. È stato un buon esercizio. Benefico per i musco- li, per il cervello, ma non certo emozionante. Studiando una lingua stra- niera in questo modo, non si può affogare. L’altra lingua è sempre lì per sostenerti, per salvarti. Ma non basta galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco. Per conoscere una nuova lingua, per immer- gersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma. Qualche settimana dopo aver attraversato il piccolo lago nascosto accio una seconda traversata . Molto più lunga, ma niente di faticoso. Questa volta in nave, attraverso l’oceano Atlantico, per vivere in Italia.

Jhumpa Lahiri, In altre parole, Feltrinelli

Le figurine di Radiospazio. Cose di famiglia

Ne ho viste di cose. Stavo andando da mia madre per fermarmi da lei qualche notte, ma proprio quando sono spuntato dalla scala l’ho vista sul divano che baciava un tizio. Era estate, la porta era aperta e il televisore a colori acceso.
Mia madre ha sessantacinque anni e si sente sola. S’è iscritta a un club di cuori solitari. Però, anche così, conoscendo la situazione, è stata dura. Sono rimasto lì in cima alle scale, aggrappato alla ringhiera, a guardare quel tizio che l’attirava sempre più a fondo in quel bacio. Lei rispondeva e la televisione era accesa dall’altra parte della stanza Era domenica, verso le cinque del pomeriggio. La gente degli altri appartamenti del palazzo era giù un piscina Ho ridisceso le scale e sono tornato in macchina.  
Da quel pomeriggio ne sono successe tante altre di cose e, in generale, si sono messe un po’ meglio . Ma in quei giorni, quando mia madre se la faceva con uomini che aveva appena incontrato, io ero disoccupato, bevevo ed ero fuori di testa. Anche i miei ragazzi erano fuori di testa, mia moglie era fuori di testa e aveva una «storia» con un ingegnere aerospaziale disoccupato che aveva conosciuto a una riunione degli Alcolisti Anonimi.

Nel grembo del tempo. La conferenza della pace. De Gasperi a Parigi (1946)

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