Anna Castelli, Vivi e morti (Il Tascabile)

… Uno dei più chiari esempi della relazione ininterrotta che avviene attraverso il corpo del defunto è il racconto dell’antropologo britannico Sir Alfred Cort Haddon che, nel tardo XIX secolo, durante un lungo viaggio tra le popolazioni delle isole dello stretto di Torres, osserva un singolare rituale. Di fronte alle avversità, gli indigeni prendono il cranio di un parente defunto, lo rivestono di vernice fresca, lo adornano con foglie profumate e intrattengono con esso un articolato dialogo, cercando consiglio e guida. Successivamente, prima di coricarsi, collocano il cranio vicino alla propria testa. Se sognano, è lo spirito del defunto a rivolgersi a loro, offrendo consigli su come procedere o cosa fare. Tutto considerato, concludeva Haddon nelle sue riflessioni, “non c’è da meravigliarsi che queste popolazioni conservino i crani dei loro parenti deceduti”.

Per leggere l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/linguaggi/vivi-e-morti/

Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Terra di Russia (frammento)

Antonio Ligabue, La traversata della Siberia

Ma che inaccessibile, misteriosa forza è dunque questa, che attira a te? Perché riecheggia e di continuo risuona all’orecchio, malinconica, come si diffonde su tutta l’ampiezza tua, da mare a mare, la tua canzone? Che c’è in essa, in codesta canzone? Che cosa chiama cosí, e singhiozza, e afferra al cuore? Che suoni son questi, che morbosamente s’insinuano e penetrano nell’anima, e s’attorcigliano al mio cuore? Terra di Russia! che cosa vuoi dunque da me? Quale inaccessibile legame sussiste fra noi? Che hai da guardarmi cosí, e perché tutto quello che c’è in te si rivolge a me con quest’occhi pieni di aspettazione?… E ancora, pieno di stupore, rimango immoto, e già sul capo ho l’ombra d’una nube minacciosa, gravida di piogge incombenti, e il pensiero ammutolisce dinanzi alla tua vastità. Che si preannuncia, da questa vastità illimitata? Forse qui, forse in te sorgerà uno sconfinato pensiero, giacché tu stessa sei senza fine? Non potrebbe qui aver l’avvento un eroe gigante, giacché c’è spazio abbastanza perché si sviluppi e si muova? E minacciosamente mi abbraccia la possente vastità, riverberandosi con terribile forza nel profondo del mio essere; d’una potenza arcana s’illuminano i miei occhi…”

Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Le anime morte, Einaudi, traduzione Agostino Villa

Alberto Savinio, Lingua materna (Antinomie)

Nell’inverno tra il Quarantatré e il Quarantaquattro, io, una mattina, uscii dalla mia abitazione del quartiere Parioli (Roma) e mi trasferii in casa di un cugino del quartiere San Giovanni. In quell’anno metà della popolazione di Roma passò in casa dell’altra metà, e viceversa. Fu il lato comico di quel tragicissimo anno.

Qui ove ora io abito, Poussin a suo tempo veniva a prendere appunti per i suoi paesaggi eroici e popolati di dei, sibille, pastori. I paesisti a quel tempo si fabbricavano il paesaggio nello studio, lentamente e con pazienza. Poi cominciarono a dipingere paesi rapidamente e sur le motif. Non mi risulta che il paesismo ci abbia guadagnato. Lavorare a memoria è lavorare da sé. Lavoro più legittimo. Schumann diceva che sonare un pezzo a memoria, è sonarlo meglio. Poteva dire che è farselo proprio.

Il quartiere Parioli è il quartiere nuovo di Roma. L’aria è fresca e salubre. Giusta la proporzione tra case e piante.

Non queste però le qualità migliori dei Parioli. La qualità migliore di questo quartiere è che non ha carattere. È neutro. Pregio grandissimo in una città come Roma, così pesa di carattere, così schiacciante di carattere.

Nel quartiere Parioli nulla ricorda Roma. Questo medesimo quartiere, così com’è, lo si potrebbe staccare da Roma e appiccicarlo a Montevideo, a Barcellona, a Aukland. Qualità preziosa soprattutto per chi non può vivere e lavorare se non in determinate condizioni di libertà. Libertà è non udire per radio e altoparlante la voce di un dittatore, ma è anche non vedere tutti i giorni il Colosseo, le basiliche, il Vittoriano. Libertà è anche non essere guardati tutti i giorni da “secoli di storia”. Soprattutto quando è storia così amica di quello spirito “dilettantesco”, ossia staccato dalle cose, che tanto piace a me.

Leggi l’intero articolo: https://antinomie.it/index.php/2021/03/11/lingua-materna/

Le figurine di Radiospazio. Poeti laureati

– Cosa fa quel brav’uomo di mestiere?
– Il poeta.
– Come Mallarmé?
– Sì.
– Così famoso?
– A Rueil è molto noto. A Nanterre e a Suresnes un po’ meno.

Raymond Queneau, Suburbio e fuga,Traduzione Laura Lusignoli

Nikolaj Gogol, Il milionario (frammento)

Il milionario ha questo vantaggio, che può contemplare la viltà, la viltà del tutto disinteressata, allo stato puro, non fondata su ombra di calcolo: molti sanno benissimo che non riceveranno mai nulla da lui, e che non hanno alcun diritto di riceverne nulla, ma non possono stare se non gli corrono innanzi, se non ridono, se non si scappellano, se non si fanno accettare a forza a quel certo pranzo, dove sanno che è invitato il milionario. Non vogliamo dire che questa inclinazione alla viltà fosse condivisa dalle signore; tuttavia, in molti salotti si cominciò a dire che, in fin dei conti, Číčikov non era una bellezza, ma in complesso era proprio com’è giusto che sia un uomo, e sarebbe bastato che fosse un pochino piú tozzo e piú pieno, perché non stesse piú bene. Per l’occasione si aggiungeva perfino qualche rilievo piuttosto offensivo sull’uomo magrolino, il quale non è altro che una specie di stuzzicadenti, e non già un uomo. Nei vestiti delle signore apparvero molti svariati perfezionamenti. Al bazar si determinò una gran confusione, poco meno che una ressa: sembrava addirittura che si fosse al passeggio, tante erano le carrozze che vi convenivano. I mercanti rimasero stupefatti, a vedere come parecchi tagli di stoffa, che avevano portato dalla fiera e non si spacciavano a causa del prezzo, d’improvviso andavano a ruba e si vendevano al maggior offerente. Durante la messa, s’accorsero che una delle signore aveva da piedi al vestito un rouleau cosiffatto, che glielo dilatava fino a mezza chiesa; tanto che un commissario di polizia, ch’era lí presente, diede ordine che la gente si spostasse un po’ piú in là, ossia piú vicino all’atrio, di modo che non avesse a gualcirsi la toletta della gentildonna. Tanto fecero che lo stesso Číčikov non poté, almeno in parte, non accorgersi di tanta eccezionale attenzione.

Nikolaj Gogol, Le anime morte, Einaudi, Traduzione Agostino Villa

Alan Bennett, Comparse (frammento)

Dovete sapere che il mio hobby sono le persone. Colleziono persone. Così appena vedo in un angolo un uomo dall’aspetto interessante, com’è ovvio, mi ritrovo a parlargli. Dico: «Sembri una persona interessante, a me interessano le persone interessanti. Ciao». E lui: «Ciao». Dico: «Che fai?». E lui: «Lavoro nel cinema». Dico: «Ah, interessante. Hai in ballo qualcosa al momento?». Dice: «A dire il vero sì» e incomincia a raccontar­mi di questo progetto, un video per il mercato straniero, destinato soprattutto alla Ger­mania dell’Ovest. Dico: «Sei il produttore?». E lui: «No, ma faccio parte della produzio­ne, mi chiamo Spud». Dico: «Spud! Che nome interessante. Io sono Lesley». «Si dà il caso Lesley, che abbiamo un problema. La nostra protagonista ha dovuto ritirarsi perché soffre di ernia del disco. Per caso fai l’attrice?». Dico: «Beh Spud, è interessante che tu me lo chieda perché guarda caso sono proprio un’attrice». Lui fa: «Puoi scusarmi un mo­mento, Lesley?». Dico: «Perché Spud, dove devi andare?». E lui: «Devo andare Lesley, devo fare una telefonata».

Scopro che proprio il giorno seguente il regista cerca una sostituta ad un certo indi­rizzo nel West End. Spud dice: «Sai, è interessante perché io sto a Ealing!». Dico: «Non è nel West End?». «Sì», fa lui, «e tu dove stai?». Dico: «Bromley, per mia sfortuna». E lui: «Ma è lontano. Perché non dormi a casa mia?». Dico: «Oh, grazie tante! Gentile da parte tua, ma cosa credi? Non sono mica nata ieri!». «Lesley», dice lui, «ho un figlio che fa la scuola alberghiera e una figlia con un rene solo. Mia cognata, inoltre, al momento è da noi. Vuol vedere l’esposizione della Casa Ideale alla Fiera di Olympia».

Comincio a mangiare la foglia quando gli vedo il tatuaggio. La mia esperienza di tatuaggi mi dice che non sono proprio per gente di un certo livello e infatti quando gli ho visto la maglietta c’era scritto addetto luci dappertutto. Mai conosciuta sua cognata. Probabilmente starà ancora vagando per la fiera.

Alan Bennett, L’occasione d’oro

Le figurine di Radiospazio. Giallo

invenzione allucinogena. Pigmenti esplosivi di vita. Mi sono innamorata del giallo quando nella solitudine di un allestimento di una Biennale d’Arte vidi un artista tedesco creare un tappeto giallo fatto tutto di Polline. Fu la prima volta nella mia vita che capii il significato della parola: «INCANTO».
Da quel giorno ho provato a cercare l’incanto in tutto ciò che facevo nella mia vita, ma quella sensazione così precisa non l’ho mai più prova- ta e ho capito che l’incanto è un dono prezioso che in una intera vita potrebbe per sempre esserti negato. Non tutti siamo pronti all’incanto. E se sei tu a cercarlo sarà lui a negarsi. L’incanto è uno svelamento. Non sei tu che cerchi la fede è la fede che viene a  te.

Antonio Latella, Incanto, Il Saggiatore

Emanuel Carnevali, Mater dolorosa

Mai una volta ho visto mia madre che non fosse ammalata. Era morfinomane: s’era assuefatta all’uso della droga terribile dopo aver laboriosamente partorito questo squallido campione, me.

Mio padre, che dovevo vedere soltanto all’età di undici anni, viveva separato da lei (questo era naturale e abbastanza comprensibile). Quando stavano insieme lui trovava qualsiasi pretesto per insultarla o picchiarla. Una volta la povera donna tentò di suicidarsi, buttandosi dalla finestra. Lui l’afferrò in tempo. Mio padre era  ed è tutt’ora il più ignobile degli uomini. La sua vita con lui era una sofferenza continua. La morfina la teneva addormentata o semiaddormentata per tre quarti del giorno. Ma non era un sonno tranquillo. Fu mia zia a parlarmi della feroce gelosia di mio padre. Una volta picchiò mia madre perché aveva i capelli spettinati dopo una mezza giornata passata a stirare. Un’altra volta la picchiò per strada con un bastone da passeggio, perché si era chinata ad allacciarsi una scarpa.

Madre, madre dolorosa, pensando a te dovrei piangere, ma il mio cuore è freddo e come una pietra. Madre, vorrei darti ora tutto l’affetto che la tua miseria chiedeva, ma sono troppo ammalato e troppo preso dalla mia malattia. In qualche luogo so che stai ancora soffrendo. Tu pensi alla bella giovinezza che hai sprecato vivendo accanto a un bruto. Io penso alla tua bocca senza vita. Madre, ti chiamavano ‘la Signora’ nella piccola città del Piemonte in cui andammo a vivere e mia zia a lavorare per tutti noi. Doveva farlo perché mia madre era immobilizzata dai tremendi ascessi che le procuravano gli aghi non sterilizzati con cui si faceva le iniezioni. Madre, non contano adesso le preghiere, né conta l’amore; né conta la purezza del mio cuore contro il tuo cuore imbianchito, il tuo cuore distrutto, il tuo cuore che più non esiste. Dovrei fermarmi accanto alla tua tomba, fiero dell’antica pena e terribile per l’omaggio che ti reco. Il tuo capo, nel piccolo cimitero di quella piccola città, poggia contro il muro. Oltre il muro uno spazio incolto, alti fili d’erba percorsi dal gemito di insetti d’ogni genere, grandi e piccoli. Ti vidi morta: eri bella con la faccia colore della terra. Davi un senso di tranquillità. Un dottore imbecille aveva diagnosticato il tuo caso un semplice raffreddore, mentre era tetano, e glielo dicesti tu che cos’era.

Non so se ho mai visto una bocca più bella di quella di mia madre. Era sinuosa, dalle labbra piene, e sensuale, larga ma bella, e anche la grande purezza della fronte ricordo bene. Dovete sapere che avevo solo nove anni, quando mori.

Madre, ti ricordi del bambino che non ti lasciava mai sola, che ti seguiva dappertutto, con un’insistenza che deve averti spesso esasperato. C’è un’atroce usanza in certe cittadine del Piemonte, per cui quando uno entra in agonia, le campane mandano per l’occasione uno speciale rintocco, così che spesso l’ammalato capisce che le campane suonano per lui, per annunciarne in anticipo la morte. Mia madre, che non poteva più parlare, mi accarezzò il capo e rrii affidò a sua sorella. Poi fece un gesto, per indicare il suono delle campane e con il dito si toccò il petto per dire: suonano per me.

Di me che cosa posso dirti, madre, se non che dai quindici anni in su ho sprecato in malattia una buona metà della mia vera vita. Che cosa posso dirti che debba darti un’idea delle sofferenze che ho patito? Oh, potessi, madre, appoggiare la mia guancia alla tua! Eppure tu mi battevi, mi battevi finché il sangue non mi usciva dalle narici e dalla bocca. Ma non ho niente da perdonarti. Mater dolorosa, tu hai sofferto abbastanza per guadagnarti non uno, ma sei paradisi.

Madre, se la terra si potesse spremere come un limone, ne verrebbe fuori dolore e dolore e dolore. È da tanto tempo che la terra è così avara con i suoi figli. Stringe al  petto solo i morti, gli altri sono costretti a camminare, portando in un fardello tutte le loro pene, la loro rabbia e le loro inutili vite. Mater dolo- rosa, tu appartieni al circolo dei sofferenti, grande quanto il mondo.

EmanuelCarnevali, Il primo dio, Passerini

Le figurine di Radiospazio, La mosca

Nella stanza, di fronte al suo corpo, mi ha colpito un’imma gine: la mosca. Una mosca posata sul suo viso. Dunque è questa la morte: quando le mosche si posano su di noi e non possiamo più scacciarle. Per me, la sua immobilità aggredita da una stronza di mosca è stata la visione più dura. Da allora schiaccio tutte le mosche, non si può più dire di me “non farebbe male a una mosca”. Quella mosca, ci ho pensato spesso in seguito, non sapeva dove aveva posato le sue zampe da mosca, ignorava tutto della vita di mio nonno, si fermava sul suo ultimo viso senza avere idea che quell’uomo era stato un adulto, un adolescente, un neonato.

David Foenkinoss, L’eroe quotidiano, E/O

Primo Levi, Pio

Pio bove un corno. Pio per costrizione,
Pio contro voglia, pio contro natura,
Pio per arcadia, pio per eufemismo.
Ci vuole un bel coraggio a dirmi pio
E a dedicarmi perfino un sonetto.
Pio sarà Lei, professore,
Dotto in greco e latino, Premio Nobel, che
Batte alle chiuse imposte coi ramicelli di fiori
In mancanza di meglio
Mentre io m’inchino al giogo, pensi quanto contento.
Fosse stato presente quando m’han reso pio
Le sarebbe passata la voglia di fare versi
E a mezzogiorno di mangiare il lesso.
O pensa che io non veda, qui sul prato,
II mio fratello intero, erto, collerico,
Che con un solo colpo delle reni
Insemina la mia sorella vacca?
Oy gevàlt!* Inaudita violenza
La violenza di farmi nonviolento.

Primo Levi, Pio, Ad ora incerta, Garzanti

(*«Gewalt» vale in tedesco «violenza»; in jiddisch il termine viene usato principalmente come interiezione, ad esprimere estrema e disperata protesta.)

Le figurine di Radiospazio. Professionisti

Mentre eravamo a letto dico a Gunther: «Se solo lo avessimo fatto prima». E lui: «Lesley, la mia regola numero uno è di non toccare mai un’attrice prima che tutto sia finito». Dico: «Gunther, non ti devi giustificare. Siamo entrambi dei professionisti. Ma Gunther», gli dico, «posso farti una domanda? Sono stata la Travis che volevi? Ti è piaciuta la mia recitazione?». Dice: «Senti, se una è una pessima attrice non ci riesco ad andare a letto con lei. Perciò non mi chiedere se mi è piaciuta la tua interpretazione. Ne hai già la prova». Gunther sì che è un vero artista.

Alan Bennet, L’occasione d’oro

Luigi Meneghello, La cavalletta verde (frammento)

La cavalletta verde è un mandolone bislungo senza forza: sotto le ali fragili, quasi vegetali, porta una sottoveste di seta trasparente, giallina; la cavalletta castana è tarchiata e forzuta, specie nelle cianche seghettate: spara con esse come una piccola fionda, e quando spara si vedono lampeggiare le mutande scarlatte. La cavalletta verde non mangia la cavalletta castana; invece alle cavallette castane provvedevamo una dieta di cavallette verdi opportunamente trinciate, galloni magri e flaccidi a mezzogiorno, pasticcio di occhi e antenne, e alla sera la squisitezza dei petti. Molte facevano una specie di sciopero della fame, rifiutavano quei bocconi girando la testina di qua e di là, ed eravamo costretti a ingozzarle con la forza. È inutile, una certa forza ci vuole nei rapporti delle creature più grosse con quelle più piccole. Le tenevamo nelle ampie stalle di cartone, attaccate ai lunghi guinzagli o bianchi o neri; le portavamo a passeggio con questi guinzagli legati al dito, per straviarle. Morivano per lo più annegate nelle grandi gare di nuoto nella vasca in Castello, o smembrate per errore in allenamento insegnando loro un nuovo tipo di crawl.

Luigi Meneghello, Libera nos a malo, Rizzoli

Le figurine di Radiospazio. Il bacio succhiante

Guardò Katja: occhi grigi, di un’insondabile profondità — fattezze regolari, leggermente marcate agli zigomi, con l’epidermide di velluto fragilissimo — bocca matura, di una giovinezza scoppiante, di una vertigine calda come la sua sete.
Abbassò le pàlpebre, vinto da quel fàscino rosso.
Sentì le braccia di Katja che lo avvinghiavano — vide l’offerta viva delle sue labbra. Il bacio lungo, succhiante, continuato fino al limite supremo della resistenza aveva un sapore selvaggio, un movimento sensuale miracoloso.

Fillia, L’ultimo sentimentale, 1927

Humour noir. LEONORA CARRINGTON, LA IENA

fini.jpg

 C’erano anche le donne fra gli artisti delle avanguardie novecentesche. Le ritroviamo in qualche antologia o più spesso nelle foto di gruppo. Sono quelle che stanno ai lati di tutti quei signori baffuti e barbuti oppure collocate in mezzo come centri tavola: decorativi ma dei quali si potrebbe anche fare a meno. Leonora Carrington non fu né vestale né vivandiera ma donna d’azione, oltre che visionaria scrittrice. Nel 1937, l’anno in cui aderì al Surrealismo, s’impegnò in un gruppo clandestino antifascista. Nel 1939, la fuga in Spagna, poi vennero la depressione e i ricoveri negli ospedali psichiatrici… Morì molto anziana, nonostante tutto, a novantasette anni, nel 2011.

La iena

Quand’ero debuttante andavo spesso al giardino zoologico. Ci andavo così spesso che conoscevo meglio gli animali che le ragazze della mia età. Era anche per sfuggire il mondo che ogni giorno mi recavo allo zoo. La bestia che ho conosciuto meglio era una giovane iena. Anche lei mi conosceva; era molto intelligente; le insegnai il francese, in cambio lei mi insegnò il suo linguaggio. Passammo così molte ore piacevoli.
Il primo giorno di maggio, mia madre organizzava una festa da ballo in mio onore; soffersi per notti intere: ho sempre detestato le feste da ballo, soprattutto quelle in mio onore.
La mattina del primo maggio 1934, molto di buon’ora, andai a trovare la iena. «Che scocciatura», le dissi, «questa sera devo andare al mio ballo». «Beata te», mi rispose, «io ci andrei ben volentieri. Non so ballare, ma se non altro posso far conversazione».
«Ci sarà tanta roba da mangiare», dissi. «Ho visto arrivare a casa dei camion interi pieni di vivande».
«E ti lamenti» rispose la iena con aria disgustata. «Io, mangio una volta al giorno, e sapessi che porcherie mi rifilano!».
Mi venne un’idea audace; dissi, quasi ridendo: «Basterebbe che andassi tu al mio posto».
«Non ci assomigliamo abbastanza» disse la iena un po’ triste. «Se no, ci andrei sul serio». Dissi: «Senti, con le luci della sera non ci si vede tanto bene; se ti mascheri un po’, nella ressa nessuno se ne accorgerà. E poi abbiamo pressappoco le stesse misure. Su, ti prego, sei la mia sola amica». Ci stava pensando; io sapevo che aveva voglia di accettare. «D’accordo» disse all’improvviso.
Era molto presto, e non c’erano molti custodi. Apro in fretta la gabbia e in un attimo siamo in strada. Presi un taxi; a casa erano ancora tutti a letto. Quando fummo nella mia camera, tirai fuori il vestito che avrei dovuto indossare la sera. Era un po’ lungo e la iena camminava a stento sui tacchi alti delle mie scarpe. Trovai dei guanti per nasconderle le mani, troppo pelose per rassomigliare alle mie. Quando il sole entrò nella stanza, fece diverse volte il giro della camera camminando più o meno dritta. Eravamo talmente occupate che mia madre, entrando per darmi il buongiorno, per poco non aprì la porta prima che la iena si fosse nascosta sotto il mio letto. «C’è cattivo odore in camera tua» disse mia madre spalancando la finestra, «prima di stasera devi farti un bagno profumato con i miei nuovi sali». «Va bene» risposi. Non si fermò a lungo, credo che l’odore fosse troppo forte per lei.
«Non far tardi per la colazione» disse mia madre uscendo dalla camera.
La difficoltà maggiore consisteva nel trovare il modo di mascherarle la faccia. Cercammo per ore; lei respinse tutte le mie proposte. Alla fine mi disse: «Credo di aver trovato la soluzione. In casa avete una cameriera?».
«Sì» risposi perplessa.
«Allora è semplice. Tu la chiami e appena entra ci buttiamo su di lei e le strappiamo la faccia; stasera me la metto io al posto della mia».
«Non è tanto pratico» dissi; «quando non avrà più faccia probabilmente morirà; poi trovano di sicuro il cadavere e noi finiamo in prigione
«Ho abbastanza fame per mangiarla» replicò la iena.
«E le ossa?»
«Anche quelle» disse. «Allora, d’accordo?”
«Solo se mi prometti di ucciderla prima di strapparle la faccia; se no, le farebbe troppo male».
«Va bene, per me è lo stesso».
Mi sentivo un po’ nervosa quando chiamai Maria, la cameriera. Non l’avrei fato se non detestassi talmente i balli. Quando Maria entrò, mi voltai verso il muro per non vedere. È vero che l’operazione fu rapida. Un breve grido e basta. Mentre la iena mangiava io guardavo dalla finestra. Dopo qualche minuto, disse: «Non ce la faccio più a mangiare; sono avanzati i due piedi, ma se mi dai un sacchetto, li mangerò più tardi, in giornata».
«Guarda nell’armadio, ce ne deve essere uno, ricamato con dei fiori di giglio. Togli i fazzoletti che ci sono dentro e prendilo». Fece come le avevo detto. Poi: «Adesso puoi girarti, guarda come sono bella!». Davanti allo specchio, la iena si ammirava con la faccia di Maria. Ne aveva accuratamente mangiato i contorni, in modo che restasse proprio quel che occorreva. «Certo, hai fatto un bel lavoro» dissi. Verso sera, quando la iena fu tutta vestita, mi annunciò: «Mi sento in gran forma. Ho l’impressione che avrò un gran successo, stasera».
Quando si cominciò a sentire la musica, dal piano di sotto, lasciammo passare qualche tempo, poi le dissi: «Adesso vai e ricordati di non metterti vicino a mia madre: si accorgerebbe di sicuro che non sono io. Degli altri non conosco nessuno. Buona fortuna». La abbracciai salutandola, ma puzzava veramente tanto. Era scesa la notte. Stanca per le emozioni della giornata, presi un libro e mi misi tranquilla vicino alla finestra aperta. Mi ricordo che leggevo Gulliver’s Travels , di Jonathan Swift. Era passata forse un’ora, quando si annunciò il primo segno di sventura. Un pipistrello entrò squittendo dalla finestra. Io ho una paura matta dei pipistrelli. Battendo i denti mi rifugiai dietro una seggiola. Mi ero appena inginocchiata quando i battiti delle ali furono soffocati da un gran rumore dietro la porta. Pallida di furore, entrò mia madre: «Ci eravamo appena messi a tavola» disse, «quando la cosa che era al tuo posto si alza e urla: ‘Puzzo un po’, eh? Già, io non mangio mica i pasticcini’. Detto questo, si è strappata la faccia e l’ha mangiata. Poi con un gran salto, è scappata dalla finestra.

Leonora CarringtonLa iena
“Antologia dell’humour noir”, Einaudi, Traduzione di Ippolito Simonis e Mariella Rossetti