
Il baraccone, e i burattini, e i bambini che circondavano il teatrino, tutto s’è fuso in un’unica opera d’arte, anzi in qualche cosa di più, dove al di là della volontà premeditata degli esecutori risuonava la voce profetica dell’anima, e le forze misteriose della natura facevano capolino. Parole che in altre occasioni passerebbero di certo inosservate, in questo contesto, pronunciate dai volti dei burattini, acquistano un peso inaspettato e i detti popolari sembrano davvero condensare in sé la saggezza della vita. I pupazzi, fatti di stracci, pezzi di legno e cartapesta, si animano percettibilmente e si comportano in maniera autonoma: non si limitano a seguire le movenze della mano che li governa, ma la dirigono. Hanno i loro desideri e le loro predilezioni; in un certo senso è chiaro che forze particolari agiscono attraverso loro. Tale sensazione nasce dalla recitazione, ma finisce poi con l’attecchire nel profondo delle nostre esistenze, confinando ora con la magia, ora col mistero. Schierati in prima fila in questa lotta e sospinti dal vortice dell’azione, i burattinai non hanno ovviamente tempo di riflettere su quanto accade. Sdoppiarsi, per confrontare la propria coscienza di burattini con quella abituale, sarebbe solo d’impaccio. Ma anche loro, come si evince dal libro in questione, sentono che i burattini vogliono questo e non quest’altro, approvano una data situazione in cui sono finiti, ma non un’altra. E gli spettatori o, più esattamente, i compartecipanti all’azione delle marionette, ancor meglio sanno che il teatro dei burattini è qualche cosa di incomparabilmente più grande che gli Efimov più il teatro; che in esso rientra anche un terzo elemento, e che questo terzo elemento è ciò per cui il teatro stesso esiste. Isolati dalla quotidianità da uno steccato insieme al coro degli spettatori, i burattinai intensificano il potenziale delle forze misteriose che agiscono in loro grazie a un isolamento ulteriore: quello del proprio baraccone. Indossando sulle loro mani le fattezze del burattino e permettendo così all’intelligenza della mano di assumere un volto proprio, la emancipano dalla sottomissione all’intelletto, rendendo quest’ultimo di converso organo ausiliario della mano. Tre volte sottratta al mondo esterno in virtù di tre livelli consecutivi di isolamento, la mano diventa corpo, veicolo e mezzo di espressione di forze altre, ignote alla nostra coscienza feriale. Nel teatro dei burattini operano infatti gli espedienti fondamentali della magia imitativa, la quale nasce sempre dalla recitazione, comincia sempre con l’imitare e stuzzicare forze ignote che, una volta evocate, raccolgono la sfida, colmando il ricettacolo loro offerto. Naturalmente, nessuno si lascia ingannare da quest’illusione. Il teatro dei burattini ha una grande virtù: quella di non essere illusionistico. Ma, pur non essendo “come la realtà” (e senza volerlo neppure sembrare), i burattini danno vita veramente a una nuova realtà. La quale entra nello spazio che è stato liberato apposta per lei, colmando la cornice “vacante” della vita. Il coro degli spettatori si unisce nel burattino e mediante il burattinaio lo nutre delle sue emozioni profonde, che nella quotidianità non trovano posto. Ciò che possediamo di più caro e recondito è la nostra infanzia, viva in noi, ma sottratta al nostro sguardo come da una cortina. Abbiamo finito col dimenticare questa vicinanza originaria con tutto ciò che esiste, questa passata comunione con la vita della natura. Ce ne siamo scordati, ma l’infanzia continua a vivere in noi e, in momenti ben precisi, rinvivisce inaspettatamente. Così, gli psicologi americani hanno dimostrato che il processo psicologico della conversione altro non è che un ritorno all’infanzia, un riaffiorare degli strati più profondi della personalità, formatisi nei primi anni di vita: “Se non vi ravvederete (ossia se non rivolgerete all’indietro la vostra personalità) e non sarete come fanciulli (ovvero non fanciulli in generale, bensì proprio quei fanciulli che siete stati una volta), non potrete entrare nel regno dei cieli”. E il regno dei cieli è “la pace e la gioia dettata dall’azione dello Spirito Santo”. Cosicché l’armonia spirituale rivelatasi improvvisamente al momento della conversione, vive in quegli stessi recessi della personalità che il burattino desta in noi. Il teatro dei burattini è un focolare alimentato dall’infanzia che si cela in noi. Esso, a sua volta, risveglia e chiama all’azione il palazzo addormentato della favola. Un tempo uniti in questo paradiso, ora ci ritroviamo divisi, giacché questo paradiso stesso è sparito alla nostra vista. Ma attraverso il teatro dei burattini noi torniamo a vedere, benché indistintamente, l’Eden perduto e a comunicare gli uni con gli altri in ciò che possediamo di più prezioso e che in genere nascondiamo come un segreto non solo agli altri, ma anche a noi stessi. Scintillante ai raggi del sole al tramonto, il teatro si apre come una finestra sull’infanzia eternamente viva.
Pavel Florenskij, Stratificazioni: Scritti sull’arte e la tecnica
(Lo spazio e il tempo) . Diabasis



















