Pavel Florenskij. Burattini, l’infanzia che rivive in noi

Il baraccone, e i burattini, e i bambini che circondavano il teatrino, tutto s’è fuso in un’unica opera d’arte, anzi in qualche cosa di più, dove al di là della volontà premeditata degli esecutori risuonava la voce profetica dell’anima, e le forze misteriose della natura facevano capolino. Parole che in altre occasioni passerebbero di certo inosservate, in questo contesto, pronunciate dai volti dei burattini, acquistano un peso inaspettato e i detti popolari sembrano davvero condensare in sé la saggezza della vita. I pupazzi, fatti di stracci, pezzi di legno e cartapesta, si animano percettibilmente e si comportano in maniera autonoma: non si limitano a seguire le movenze della mano che li governa, ma la dirigono. Hanno i loro desideri e le loro predilezioni; in un certo senso è chiaro che forze particolari agiscono attraverso loro. Tale sensazione nasce dalla recitazione, ma finisce poi con l’attecchire nel profondo delle nostre esistenze, confinando ora con la magia, ora col mistero. Schierati in prima fila in questa lotta e sospinti dal vortice dell’azione, i burattinai non hanno ovviamente tempo di riflettere su quanto accade. Sdoppiarsi, per confrontare la propria coscienza di burattini con quella abituale, sarebbe solo d’impaccio. Ma anche loro, come si evince dal libro in questione, sentono che i burattini vogliono questo e non quest’altro, approvano una data situazione in cui sono finiti, ma non un’altra. E gli spettatori o, più esattamente, i compartecipanti all’azione delle marionette, ancor meglio sanno che il teatro dei burattini è qualche cosa di incomparabilmente più grande che gli Efimov più il teatro; che in esso rientra anche un terzo elemento, e che questo terzo elemento è ciò per cui il teatro stesso esiste. Isolati dalla quotidianità da uno steccato insieme al coro degli spettatori, i burattinai intensificano il potenziale delle forze misteriose che agiscono in loro grazie a un isolamento ulteriore: quello del proprio baraccone. Indossando sulle loro mani le fattezze del burattino e permettendo così all’intelligenza della mano di assumere un volto proprio, la emancipano dalla sottomissione all’intelletto, rendendo quest’ultimo di converso organo ausiliario della mano. Tre volte sottratta al mondo esterno in virtù di tre livelli consecutivi di isolamento, la mano diventa corpo, veicolo e mezzo di espressione di forze altre, ignote alla nostra coscienza feriale. Nel teatro dei burattini operano infatti gli espedienti fondamentali della magia imitativa, la quale nasce sempre dalla recitazione, comincia sempre con l’imitare e stuzzicare forze ignote che, una volta evocate, raccolgono la sfida, colmando il ricettacolo loro offerto. Naturalmente, nessuno si lascia ingannare da quest’illusione. Il teatro dei burattini ha una grande virtù: quella di non essere illusionistico. Ma, pur non essendo “come la realtà” (e senza volerlo neppure sembrare), i burattini danno vita veramente a una nuova realtà. La quale entra nello spazio che è stato liberato apposta per lei, colmando la cornice “vacante” della vita. Il coro degli spettatori si unisce nel burattino e mediante il burattinaio lo nutre delle sue emozioni profonde, che nella quotidianità non trovano posto. Ciò che possediamo di più caro e recondito è la nostra infanzia, viva in noi, ma sottratta al nostro sguardo come da una cortina. Abbiamo finito col dimenticare questa vicinanza originaria con tutto ciò che esiste, questa passata comunione con la vita della natura. Ce ne siamo scordati, ma l’infanzia continua a vivere in noi e, in momenti ben precisi, rinvivisce inaspettatamente. Così, gli psicologi americani hanno dimostrato che il processo psicologico della conversione altro non è che un ritorno all’infanzia, un riaffiorare degli strati più profondi della personalità, formatisi nei primi anni di vita: “Se non vi ravvederete (ossia se non rivolgerete all’indietro la vostra personalità) e non sarete come fanciulli (ovvero non fanciulli in generale, bensì proprio quei fanciulli che siete stati una volta), non potrete entrare nel regno dei cieli”. E il regno dei cieli è “la pace e la gioia dettata dall’azione dello Spirito Santo”. Cosicché l’armonia spirituale rivelatasi improvvisamente al momento della conversione, vive in quegli stessi recessi della personalità che il burattino desta in noi. Il teatro dei burattini è un focolare alimentato dall’infanzia che si cela in noi. Esso, a sua volta, risveglia e chiama all’azione il palazzo addormentato della favola. Un tempo uniti in questo paradiso, ora ci ritroviamo divisi, giacché questo paradiso stesso è sparito alla nostra vista. Ma attraverso il teatro dei burattini noi torniamo a vedere, benché indistintamente, l’Eden perduto e a comunicare gli uni con gli altri in ciò che possediamo di più prezioso e che in genere nascondiamo come un segreto non solo agli altri, ma anche a noi stessi. Scintillante ai raggi del sole al tramonto, il teatro si apre come una finestra sull’infanzia eternamente viva.

Pavel Florenskij, Stratificazioni: Scritti sull’arte e la tecnica
(Lo spazio e il tempo) . Diabasis

Le figurine di Radiospazio. Nel bel mondo

Quando siete in società guardatevi dal parlare troppo di voi, e non  cercate di impadronirvi della conversazione. Aggiungo un punto importante: non aspettate che vi venga in mente  qualcosa da dire, prima di parlare. Per brillare in società basta volerlo. Un profluvio di parole sostituisce benissimo il pensiero. Ho visto molte persone che non pensano, non ragionano, sono prive di eleganza e di grazia, ma capaci di parlare con autorevolezza di cose che non conoscono minimamente: spudorati che mentono su tutto ciò che dicono: ebbene, quasi sempre costoro, in una conversazione prevalgono su persone intelligenti, modeste e autentiche che detestano la menzogna e i luoghi comuni. Ricordate: la modestia è nemica della loquacità; mentre si pensa a ciò che si vuol dire, si perde l’attimo. Per essere convincenti bisogna frastornare l’uditorio.

Crébillon figlio, I turbamenti del cuore e dello spirito

Mattia Madonia, Come il benaltrismo ha distrutto il dibattito pubblico (The Vision)

L’altro giorno, leggendo i commenti a un post sulla notizia dell’aeroporto Malpensa intitolato a Silvio Berlusconi, ho trovato uno scambio di battute che mi ha fatto riflettere. Un utente ha commentato domandandosi come si possa intitolare un aeroporto a un condannato per frode fiscale, con ritenuti contatti con esponenti di Cosa Nostra. Un altro utente, bandiera italiana come foto profilo, gli ha risposto: “Pensa a Ilaria Salis, comunista”. Il discorso è ovviamente degenerato, con decine di persone arrivate a insultarsi le madri e via dicendo, ma per un momento ho provato a concentrarmi sulla risposta che ha causato il caos. Ilaria Salis non è mai stata condannata per frode fiscale, non era a conoscenza, ai tempi, dei rapporti di Dell’Utri e, ovviamente, non le hanno mai intitolato un aeroporto. Cosa c’entrasse con Berlusconi e Malpensa non è dato sapersi. Eppure è entrata con prepotenza nel discorso deviandolo, facendo dimenticare agli utenti il tema in questione. Spostare l’attenzione in modo repentino con una fallacia logica nel processo comunicativo è una delle piaghe dei nostri giorni. È il benaltrismo, ovvero la pietra tombale del dibattito pubblico.

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/attualita/benaltrismo-dibattito/

Le figurine di Radiospazio, Fantasie di Sultano

– Dite un po’, chiese il Sultano, credete che se fossi nato donna sarei stata virtuosa?
– In verità, Sire, rispose Amanzél stupito dalla domanda, non saprei cosa dire.
– E perché non sapreste cosa dire?
– Ma come si possono fare domande del genere, intervenne la Sultana.

– Non lo sto chiedendo a voi, replicò il Sultano. Io voglio soltanto che Amanzél mi dica se sarei stata una donna onorata.
– Sire… io credo di sì rispose Amanzél.
– Vi sbagliate di grosso, disse Schah-Baham , io sarei stata tutto il contrario di una donna onesta.

Crébillon le fils, La Sopha

Sara De Simone, La vita orizzontale (Il Tascabile)

Il letto, mio caro, è tutta la nostra vita. Qui si nasce, qui si ama, qui si muore”: sono le parole della protagonista di un breve racconto di Maupassant del 1882 che s’intitola, per l’appunto, Il letto. La donna, di cui non conosciamo e non conosceremo il nome, è allettata da giorni e descrive così in una lettera al suo amante, l’abate d’Argencé, quel tempo di degenza obbligata:

Mio caro amico, sono malata, soffro veramente, non posso lasciare il letto. La pioggia batte contro i vetri e io me ne sto a fantasticare languidamente al caldo, nel tepore dei piumini. Ho qui un libro che amo e che mi sembra fatto con un poco di me stessa. Devo dirvi quale? No. Mi rimproverereste. Poi, dopo aver letto un po’, mi metto a pensare, e voglio dirvi a cosa. Dato che da tre giorni sono a letto, penso proprio al mio letto, e persino nel sonno continuo a pensarci. Se solo possedessi la penna di Crébillon, scriverei proprio la storia di un letto.

Costretta a trascorrere il suo tempo distesa, la donna fantastica, legge, scrive lettere, pensa. E pensa proprio al giaciglio che la accoglie, e ci pensa così intensamente che perfino mentre dorme il letto – quel letto – diviene il pensiero fisso delle sue giornate. Oh, se solo avesse il talento di un grande scrittore come Crébillon! Ma no, è soltanto una donna, senza nome né (apparentemente) talento. Una donna malata, che pensa al suo letto, mentre è a letto. Quasi cinquant’anni dopo – è il 7 gennaio del 1926 – un’altra donna, con un nome e un talento, scrive una lettera alla sua amante, in quei giorni costretta a letto per una breve malattia: “Solo per chiederti come stai – hai la febbre? 38? 39? 40? Non ti senti bene? Mezzo addormentata sorseggi il tè, mangiucchi una fetta di pane tostato, e poi verso sera ritorni luminosa e remota e irresponsabile distesa nel tuo baldacchino come un minuscolo chicco nel guscio?”. L’amante ammalata risponde: “Sei un angelo ad avere scritto. E mi piace il tuo atteggiamento nei confronti della malattia: ‘luminosa e remota’, quando la maggior parte delle persone avrebbe detto ‘calda e appiccicaticcia’”.

Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/la-vita-orizzontale/

Stefano Bartezzaghi, L’angoscia dell’influencer (Doppiozero)

Il tennista Jannik Sinner vince la semifinale del torneo 500 Atp di Halle (Germania). L’ex direttore degli Uffizi Eike Schmidt è alla vigilia del ballottaggio che potrebbe portarlo all’elezione a sindaco di Firenze. Sul tavolo c’è l’ultimo libro dello storico dell’arte Ernst Gombrich. Sullo schermo un articolo del semiologo Gianfranco Marrone. Chiara Ferragni ha partecipato al party prenuziale di una celebre giornalista sportiva. È un sabato italiano ma non è un sabato qualunque se all’improvviso, mentre il sole cala fra le nuvole, i disparati articoli dell’enumerazione caotica delle righe viste sopra convergono, si prendono per mano e si dispongono armonicamente nel cerchio di un lieto girotondo. Procediamo in ordine cronologico inverso.

22 giugno, primo sabato estivo, pomeriggio inoltrato. Mentre scrivo è passata poco più di un’ora da quando Jannik Sinner ha rischiato di perdere un set contro il suo avversario Zhizhen Zhang. Dovendo battere per scongiurare un set-ball ha lanciato in aria la pallina ma prima che potesse colpirla con la racchetta il silenzio rituale dello stadio è stato interrotto dal potente starnuto di uno spettatore. Sinner ha rinunciato a battere la palla, si è messo a ridere. Ha provato a battere di nuovo, ma aveva la ridarella. Lo stadio, l’arbitro e l’avversario si sono messi a ridere a loro volta. Dopo pochi secondi si è ricomposto. Al suo terzo tentativo, ha battuto un ace, ha annullato il vantaggio dell’avversario e alla fine ha vinto set e match. Sinner?

Leggi l’intero articolo: https://www.doppiozero.com/langoscia-dellinfluencer

Le figurine di Radiospazio. Lettrici troppo forti (o troppo deboli)

Allora si ricordò delle eroine dei libri che aveva letto, e la legione lirica di quelle adultere levò nella sua memoria un piacevole canto di voci sorelle. Lei stessa diveniva una componente vera delle proprie fantasie e realizzava il lungo sogno della sua giovinezza, si riconosceva in quel personaggio di amante a cui tanto aveva aspirato. Del resto, Emma provava quella soddisfazione che appartiene in genere alla vendetta. Non aveva sofferto anche troppo? Ma questo era il suo trionfo e l’amore, tanto a lungo represso, sgorgava nella sua interezza in una gioiosa effervescenza. Lo avrebbe assaporato senza rimorsi, senza inquietudine, senza turbamenti.

Gustave Flaubert, Madame Bovary, Feltrinelli, Traduzione Roberto Carifi

Diego Gabutti, Tous les garçons e les filles: omaggio a Francoise Hardy

Nel 1962 Tout le garçons e les filles fu un hit planetario. Non era una canzone sentimentale. Era una canzone intimista, tra Jacques Prévert e Amez-vous Brahms, con un tocco d’existentialisme qua e là. Era anche l’ouverture d’ogni giovanilismo a venire. C’erano già stati Jimmy Dean, Great Balls of FireLassù qualcuno mi ama ed Elvis Presley. Ma Françoise Hardy, elegante, bellissima, zero pose ribellistiche, portò la jeunesse oltre l’avant-garde e molto oltre la volgarità degli «eserciti del surf», tra le opinioni rispettabili, educate, rassicuranti e per così dire dabbene. Introdusse nelle culture dei sixties, che stavano sterzando in direzione utopistica e sovversiva, gli anticorpi dell’amour, dell’amitié, della sobriété. Bob Dylan – sulla cover del suo quarto Lp, The Another Side of Bob Dylan, del 1964, che contiene canzoni come My Back Pages e All I Really Want to Do – le dedicò una poesia, «per françoise hardy»:

Leggi l’intero articolo: http://Nel 1962 Tout le garçons e les filles fu un hit planetario. Non era una canzone sentimentale. Era una canzone intimista, tra Jacques Prévert e Amez-vous Brahms, con un tocco d’existentialisme qua e là. Era anche l’ouverture d’ogni giovanilismo a venire. C’erano già stati Jimmy Dean, Great Balls of Fire, Lassù qualcuno mi ama ed Elvis Presley. Ma Françoise Hardy, elegante, bellissima, zero pose ribellistiche, portò la jeunesse oltre l’avant-garde e molto oltre la volgarità degli «eserciti del surf», tra le opinioni rispettabili, educate, rassicuranti e per così dire dabbene. Introdusse nelle culture dei sixties, che stavano sterzando in direzione utopistica e sovversiva, gli anticorpi dell’amour, dell’amitié, della sobriété. Bob Dylan – sulla cover del suo quarto Lp, The Another Side of Bob Dylan, del 1964, che contiene canzoni come My Back Pages e All I Really Want to Do – le dedicò una poesia, «per françoise hardy»:

Come si facevano i soldi nel I secolo

Vi prego, amici, di stare allegri e di ricordare che anch’io sono stato uno straccione come voi, e soltanto col mio ingegno ho potuto arrivare a questo punto. È il cuore che fa gli uomini, tutto il resto non vale un accidente. La mia massima è: comprare bene e vendere bene. Come vi dicevo, io devo tutta la mia fortuna alla mia frugalità. Quando arrivai dall’Asia, ero più piccolo di questo candeliere. E ogni giorno mi misuravo con lui e, per avere al più presto un po’ di pelo in faccia, ungevo le labbra con l’olio della lucerna. Ebbene, io ho saputo essere per quattordici anni la femmina del mio padrone. D’altronde non è mai vergognoso fare quello che il padrone vuole. E insieme trastullavo anche la mia padrona. Voi capite senza che vi dica una parola in più, non ho l’abitudine di vantarmi. Alla fine, quando Dio volle, diventai il padrone della casa e allora, ventre mia fatti capanna. Vi basti dire che il padrone mi fece coerede dell’imperatore, sicché ereditai un patrimonio da senatore. Dal momento che l’uomo non si contenta mai, volli darmi al commercio. Per farla corta, acquistai cinque navi, le caricai di vino che allora valeva tant’oro quanta pesava, e le spedii a Roma. Neanche a farlo apposta, tutte e cinque le navi naufragarono. Non vi canto storie: in un sol giorno Nettuno m’aveva divorato trenta milioni di sesterzi. Credete che io mi lasciassi abbattere? Neanche per sogno! Mi ci misi anzi d’impegno, e feci costruire altre navi più grandi, più solide e più fortunate tanto che tutti mi dicevano: ecco un uomo energico! Tu sai che più la nave è grossa e più resiste. Caricai di nuovo: vino, lardo, fava, profumi di Capua, schiavi. In quell’occasione Fortunata fece un gesto molto bello: vendette tutto il suo oro, tutte le sue vesti, e mi mise in mano cento scudi d’oro; fu il lievito della mia fortuna. Con la protezione degli Dèi uno si rifà presto. Infatti una sola spedizione mi fruttò dieci milioni di sesterzi, e riscattai subito tutti i fondi che erano appartenuti al mio padrone. Poi costruii un palazzo, acquistai degli schiavi, delle bestie da soma per rivenderle. Insomma qualunque cosa io toccassi, cresceva come un favo di miele. Quando cominciai a possedere più di tutto il paese messo insieme, mi ritirai dal commercio e cominciai a far prestiti ai liberti. Era un mestiere che facevo a malincuore, ma mi consigliò di non abbandonarlo un astrologo capitato per caso dalla Grecia, un tal Serapa, vero consigliere mandato dagli Dèi. Sapeva leggere nei miei intestini e, se avesse voluto, avrebbe potuto dirmi anche quel che avevo mangiato il giorno prima. Sapete poi che pronostico mi fece? Che mi restano ancora da vivere trent’anni, quattro mesi e due giorni. Io so pure che, entro pochissimo tempo, avrò un’eredità; questo è il mio destino. Se mi riuscirà di annettere la Puglia ai miei poderi, potrò dire d’aver vissuto abbastanza. Intanto, con la protezione di Mercurio, ho alzato questo palazzo. Come sapete, era dapprima una catapecchia, mentre ora è divenuta una reggia. Ha quattro sale da pranzo, venti camere da letto, due porticati di marmo, e al piano superiore un altro appartamento, la stanza in cui io dormo e un’ottima cella per il portiere e stanze per tutti gli ospiti. Ci sono anche molte altre belle cose che vi farò subito vedere. Credetemi, a questo mondo uno vale se è ricco, altrimenti non conta nulla.

Petronio Arbitro,  Newton Compton Editori, Traduzione G.A. Cibotto

Le figurine di Radiospazio. Metafore astruse

A ogni incontro, il desiderio reciproco si faceva sempre pitt forte e, proprio per questo, evitavano perfino di sfiorarsi, limitandosi a bere ogni tanto un caffè al banco di un bar e poi facevano una breve passeggiata, fianco a fianco, lungo le vie centrali di Milano, per il piacere di ascoltare i reciproci racconti.
Talvolta si guardavano negli occhi e i loro sguardi esprimevano il desiderio che provavano l’uno per l’altra.
Un giorno, Bruno le aveva circondato le spalle e l’aveva attirata a sé, sussur- randole: «Mi piaci da impazzire, rondinella».
Si riferiva all’incarnato chiaro di Gloria che esaltava i grandi occhi neri e l’assi-milava a una rondine.

Sveva Casati Modigliani, L’amore fa miracoli, Sperling & Kupfer:

Roberta Scorranese. Sveva Casati Modignani: «Scrivo ciofeche, ma ho venduto 12 milioni di copie.» (Il Corriere della sera)

Lei ha qualcosa di sinistro-anarcoide: dalle rivendicazioni delle donne fino a una posizione in favore dei deboli e degli oppressi che affiora nei suoi libri. 
«Se lei sapesse quante donne sono scoppiate a piangere tra le mie braccia e mi hanno confessato che leggendo i miei libri hanno trovato il coraggio di riconoscere un amore sbagliato o un marito violento. Fare letteratura che parla a tutti non sarà un grande atto di pura accademia, ma queste sono le cose che mi rendono felice». 

Quando è stato il momento preciso in cui lei ha avvertito sulla pelle il successo letterario? 
«Guardi, forse quando ho scoperto che in alcune province dell’Europa orientale hanno cominciato a taroccare i miei libri, romanzetti pubblicati artigianalmente con il nome di Sveva Rancati Martignani o cose simili».

Leggi l’intera intervista: https://www.corriere.it/cronache/24_giugno_17/sveva-casati-modignani-intervista-4527c8b1-2e65-4332-8f50-7d8653063xlk.shtml?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAAR0O76WJk0Mzpki4gBJ0MhYDXLVhe0J3Uyx1Qa34DwzxCDnlRfd_nx0iSDs_aem_ZmFrZWR1bW15MTZieXRlcw

Le figurine di Radiospazio. La lettura impossibile

Il lettore realizza l’opera: leggendola la crea, ne è il vero autore, la coscienza e la sostanza vivente della cosa scritta. Anche l’autore ha un unico scopo: scrivere per questo lettore, confondersi con lui. Tentativo senza speranza. Il lettore non vuole un’opera scritta per lui, vuole, giustamente, un’opera estranea, dove scopre qualcosa di sconosciuto, una realtà differente, uno spirito separato che possa trasformarlo e che egli possa trasformare in sé. L’autore che scrive per un pubblico preciso, in realtà non scrive e, per tale ragione, questo pubblico non può più essere lettore; solo apparentemente c’è la lettura, in effetti è nulla. È questo che produce l’insignificanza di opere fatte per essere lette e che nessuno legge. Da lì il pericolo di scrivere per gli altri, di svelare la parola degli altri e svelarsi a se stessi: gli altri non vogliono ascoltare la propria voce, ma la voce di un altro, una voce reale, profonda, scomoda come la verità.

Maurice Blanchot, La letteratura e il diritto alla morte, Feltrinelli,
Traduzione di Giorgio Patrizi e Giulia Urso