Giulia Di Bella, Un esperimento degli anni ‘60 ci spiega perché, spesso, ci sentiamo impotenti di fronte alla realtà (The Vision)

Gli psicologi non fanno che ripeterlo: la realtà di oggi è troppo faticosa da vivere e gestire, soprattutto per le nuove generazioni. Mentre proliferano ansia da prestazione e paura del fallimento, tra eco-ansiaprospettive future incerte e aspettative della società sempre più alte, facciamo sempre più fatica a stare bene, e aumenta sia il numero di persone in psicoterapia, sia il numero di quelle che assumono psicofarmaci. Nonostante le possibili cure e terapie psicologiche e psichiatriche – che comunque in tanti purtroppo faticano a permettersi – vivere in un mondo non alla portata delle nostre energie e possibilità ci procura un profondo senso di impotenza che rischia di diventare parte di noi e che è stato identificato dallo psicologo statunitense Martin Seligman come “impotenza appresa”. Secondo Seligman sarebbe quello stato mentale che ci affligge quando, trovandoci di fronte a un problema di varia natura o entità, ci sembra di non essere in grado di affrontare la situazione facendo affidamento solo sulle nostre risorse. E questo accadrebbe perché, in passato, siamo stati oggetto di stimoli avversi senza avere la possibilità di porvi rimedio autonomamente. Chi ha vissuto questo genere di esperienze, di fronte a una qualunque situazione problematica può avvertire stress e ansia eccessivamente acuti, convincendosi di aver sempre bisogno di qualcuno che risolva i problemi al posto suo.

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/cultura/esperimento-seligman-impotenza-appresa/

Paolo Ferrucci, Alain Elkann scrive un romanzo su Ezra Pound. Il risultato? Imbarazzante (Pangea)

Per dire qualcosa di sensato sull’ultimo “romanzo” dell’arcinoto Alain Elkann, esponente della famiglia che da un secolo comanda l’Italia, grande seduttore di donne del jet-set e a tempo perso giornalista, docente, consigliere di ministri della Cultura e presidente di istituzioni, bisogna andare indietro di un anno: quando Elkann si trovò sciaguratamente a condividere una carrozza del treno Italo diretto a Foggia con un gruppo di giovinastri rumorosi che gli impedirono di «scrivere il diario con la penna stilografica», traumatizzandolo al punto da fargli raccontare l’accaduto al direttore di Repubblica, il quale, fiutando lo scoop, gli ordinò di farci un articoletto “pittoresco” che risultò una mezza cretinata scritta da un ragazzino di terza media, mettendo così in ridicolo l’intero giornale. Ne seguì una polemica ad ampio raggio, che si fece aspra quando il Comitato di redazione di Repubblica, in aperta polemica col direttore Maurizio Molinari, emanò un comunicato sindacale in cui si deprecava il classismo del pezzo di Elkann e si rivendicava l’impegno quotidiano dei giornalisti a favore della gente svantaggiata, e non dei ricconi sprezzanti come il padre del padrone del giornale. Per inciso, è notizia dei giorni scorsi che Molinari è stato infine esautorato dalla direzione di Repubblica proprio dal figliolo di Elkann, stanco dei risultati sempre peggiori nelle vendite e nel gradimento dei lettori.

Leggi l’intero articolo:
https://www.pangea.news/alain-elkann-il-silenzio-di-pound/

Le figurine di Radiospazio. Nella stalla

Una mosca, vagabondando nella stalla, si posò sul naso della mucca per rilassarsi un momento.
— Benvenuta — disse la mucca.
— È una notte magnifica per viaggiare — disse l’insetto.
— Strano, questo pizzicorino. Spostati un po’ più in su, per favore, che voglio leccarmi il muso.
La mosca si spostò. — Se tu fossi rimasta dov’eri — continuò la mucca — e io ti avessi colpito con la lingua, credo proprio che saresti bell’e andata.
— Non credo — sorrise la mosca. — Lo sai che mi muovo in fretta.
Al che la mucca, sorniona, si passò la lingua sul muso. Non vide muoversi l’insetto, ma già quello svolazzava sano e salvo a qualche centimetro dal suo naso.
— Hai visto? — disse la mosca.
— Ho visto — rispose la mucca, e scoppiò in un muggito di ilarità così improvviso e potente che l’insetto fu soffiato lontano da quella raffica, e non tornò mai più.

        

Le figurine di Radiospazio. I pericoli della lettura

Guai a lei se legge con più penetrazione del solito, si rovina il gusto per tutto ciò che legge. Qualsiasi cosa lei legga, questo qualcosa alla fine diventa ridicolo, alla fine non ha più alcun valore. Si guardi bene dall’affrontare con troppa penetrazione un’opera d’arte, diceva, si guasterà tutto, anche le cose più amate. Non guardi troppo a lungo un quadro, non legga un libro con troppa penetrazione, non ascolti un brano musicale con il massimo impegno, perché si rovinerebbe tutto e quindi anche ciò che di più bello e di più utile esiste nel mondo. Legga quello che le piace, ma non penetri l’opera fino in fondo, ascolti quello che le piace, ma non lo ascolti fino in fondo, osservi quello che le piace, ma non lo osservi fino in fondo. Io, avendo sempre osservato tutto fino in fondo, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo, avendo sempre letto tutto fino in fondo o, quanto meno, avendo sempre cercato di ascoltare, di leggere, di osservare tutto fino in fondo, alla fine mi sono storpiato tutto, in questo modo mi sono storpiato irreparabilmente tutta l’arte figurativa e tutta la musica e tutta la letteratura.

Thomas Bernhard, Antichi Maestri, Adelphi

Thomas Bernhard, L’ammirazione

L’uomo dotato di autentico intelletto non conosce l’ammirazione, prende atto, rispetta, considera, e questo è tutto. La gente entra in tutte le chiese e in tutti i musei come se portasse sulle proprie spalle un sacco pieno di ammirazione, per questa ragione tutti hanno sempre quella disgustosa andatura da gobbi che in effetti ha chiunque entri in un museo o in una chiesa. Non ho mai visto una persona entrare in una chiesa o in un museo in tutta scioltezza, ma la cosa più disgustosa è osservare la gente a Cnosso o ad Agrigento, quando è giunta alla meta del suo viaggio all’insegna dell’ammirazione, perché questa gente non viaggia se non all’insegna dell’ammirazione. L’ammirazione rende ciechi, rende ottuso colui che ammira. La maggior parte della gente, una volta intrappolata nell’ammirazione non se ne libera più, e questo già la rende ottusa. La maggior parte della gente rimane ottusa per tutta la vita solo perché ammira. Non c’è niente da ammirare, niente, assolutamente niente. Dato però che la stima e il rispetto sono troppo difficili, la gente si limita ad ammirare, le torna più comodo ammirare. L’ammirazione è più facile del rispetto e della stima, lo stato di ammirazione è la prerogativa degli idioti. Solo l’idiota ammira, l’uomo intelligente non ammira, l’uomo intelligente rispetta, stima, capisce, e basta. Ma per rispettare, per stimare, per capire, ci vuole ingegno, e la gente non ha ingegno, dei perfetti imbecilli che sono in effetti del tutto privi di ingegno si spingono fino alle piramidi e si aggirano tra le colonne siciliane e si fermano davanti ai templi persiani inondando di ammirazione se stessi e la propria ottusità. Lo stato di ammirazione è uno stato di deficienza mentale, quasi tutti vivono in questo stato di deficienza mentale.

Thomas Bernhard, Antichi Maestri, Adelphi

Le figurine di Radiospazio. L’ipocrisia degli artisti

Gli artisti sono i più ipocriti di tutti, addirittura più ipocriti dei politici, dunque gli artisti dell’arte sono ancora più ipocriti degli artisti dello Stato. Infatti quest’arte si rivolge sempre all’Onnipotente e ai potenti, e volge le spalle al mondo il che la rende infame. È un’arte miserabile e nient’altro, questa. Perché i pittori dipingono dal momento che già c’è la natura? Eppure anche l’opera d’arte più straordinaria è solo un misero tentativo, completamente assurdo e vano, di imitare, o addirittura di scimmiottare la natura. Che cos’è il volto della madre di Rembrandt, da lui dipinto, di fronte al volto vero di mia madre?

Thomas Bernhard, Antichi Maestri, Adelphi

Demented Burrocacao, La scena dark romana degli anni Ottanta. Un’intervista a Dino Ignani, storico fotografo della controcultura capitolina

 L’ 11 settembre 2024 ha aperto al Museo Di Roma in Trastevere una mostra fotografica imperdibile: Dark Portraits di Dino Ignani, ormai un simbolo della Roma goth. Ignani è il fotografo che ha documentato nei primi anni Ottanta la diffusione del movimento dark nella capitale, attraverso i volti dei giovani che – pionieri del movimento – abbracciavano uno stile di vita all’epoca considerato “strano”, come ci confessa lo stesso fotografo, ma che evocava un gusto estetico dirompente che non poteva passare inosservato e che, infatti, è stato poi assorbito anche nei piani alti dello stile e della moda. Detto questo, Ignani è un vero e proprio Maestro della fotografia: dai reportage sociali alle foto dei poeti, fino appunto a questi “ritratti dark”, gli scatti del nostro si riconoscono subito, proprio come potremmo riconoscere la voce di Peter Murphy dei Bauhaus alle prime note di una canzone. Non a caso io stesso, durante il mio periodo dark, non potevo non essere attratto da quelle foto così dirette, che con il loro bianco e nero andavano al sodo senza tecnicismi inutili, portando alla luce quella umanità che da sempre permea la sua opera, a tutti gli effetti un megafono del movimento dark italiano, sia ai suoi inizi che successivamente.

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Thomas Bernhard, La cena artistica

Ripetei più volte fra me e me le parole il mondo artistico, e anche la vita artistica, ma in realtà queste parole le dissi ad alta voce e in modo tale che le persone nella sala da musica non potevano non sentirmi, e in effetti mi sentirono perché a un tratto guardarono verso di me, ossia guardarono dalla sala da musica verso l’anticamera senza in effetti potermi vedere, in quanto loro mi avevano sentito dire, e poi ripetere più volte, le parole la vita artistica e il mondo artistico, e io intanto pensavo che cosa hanno significato per me allora, e che cosa, in fondo, significano ancora oggi questi concetti di mondo artistico e di vita artistica, più o meno tutto, pensavo adesso nella bergère, e com’è di cattivo gusto, da parte degli Auersberger, chiamare la loro cena, o meglio il loro pranzo serale, come si dice a Vienna, cena artistica. Come sono caduti in basso gli Auersberger e i loro simili, pensavo nella bergère, questi Auersberger che da tempo ai miei occhi, da decenni ormai, hanno fatto bancarotta sul piano artistico e, in generale, sul piano intellettuale, e dunque, in effetti, anche sul piano umano. Eppure tutte quelle persone nella sala da musica avevano certamente sentito quando io avevo detto mondo artistico e vita artistica, ma l’avevano sentito come se io avessi detto cena artistica alla maniera degli Auersberger, e a prescindere dal tono di voce con cui avevo detto mondo artistico e vita artistica, quelle persone non avevano notato nient’altro, non avevano capito niente del significato che aveva avuto per me pronunciare le parole vita artistica e mondo artistico nel momento in cui le avevo pronunciate. Tutte quelle persone, in effetti, erano un tempo artisti o quanto meno talenti artistici, pensavo adesso nella bergère, mentre ora non sono altro tutti quanti che un’unica marmaglia artistica che non ha più niente in comune con l’arte e dunque con l’artistico, proprio come la cena dei coniugi Auersberger. Tutti quegli individui che in effetti un tempo sono stati artisti o quanto meno esseri artistici, pensavo nella bergère, adesso non sono nient’altro che larve e gusci di quello che sono stati un tempo; mi basta ascoltare quello che dicono, mi basta guardarli in faccia, mi basta entrare in contatto con le loro creazioni, e sento la stessa cosa che sento adesso nei confronti di questo pranzo serale, di questa cena artistica di pessimo gusto. Che cosa è venuto fuori da tutte quelle persone in questi trent’anni, pensavo, che cosa hanno fatto di se stessi tutti quegli individui in questi trent’anni. E che cosa ho fatto io di me stesso in questi trent’anni, pensavo. In ogni caso è deprimente ciò che quelle persone hanno fatto di se stesse in questi trent’anni, e altrettanto deprimente è ciò che ho fatto io di me stesso, pensavo, da tutto quell’insieme di fortunate circostanze e situazioni di allora tutte quelle persone hanno tratto circostanze e situazioni deprimenti, pensavo nella bergère, tutto esse hanno trasformato in qualcosa di profondamente e interamente deprimente, tutta la loro fortuna in una depressione unica, pensavo nella bergère, così come io stesso della mia fortuna ho fatto una depressione unica. Perché senza dubbio tutte quelle persone sono state un tempo, ciò significa allora, ossia trenta o vent’anni fa, persone fortunate, e ora invece sono soltanto persone deprimenti, così come anch’io in ultima analisi sono ormai soltanto una persona deprimente e sfortunata, pensavo nella bergère. Hanno trasformato una fortuna unica in una catastrofe unica, pensavo nella bergère, una grande speranza in una grande disperazione. Perciò, guardando nella sala da musica, non guardavo nient’altro che la disperazione, pensavo nella bergère, nient’altro che una disperazione esistenziale, e nient’altro, per così dire, che una disperazione artistica, la verità è questa.

Thomas Bernhard, A colpi d’ascia. Una irritazione, Adelphi

Le figurine di Radiospazio. Cuori sensibili

Quando riaprii gli occhi, vidi una donna seduta vicina alla lampada. Era talmente platinata che la sua testa pareva una fruttiera d’argento.
«Come si sente?»
Anche la voce era dolce e bella.
«Magnificamente. A parte la mascella mezzo staccata.»
«Cosa s’aspettava, signor Carmady, orchidee?»
«Così conosce il mio nome?»
«Dormiva sodo, e hanno avuto tutto il tempo per frugarle le tasche. Hanno fatto tutto, tranne che imbalsamarla.»
Potevo muovermi desso, ma non molto: avevo i polsi dietro la schiena ammanettati.
«Non so, lei mi piace, signor Carmady. Anche se ha una faccia che pare una pizza.»
«Pazienza. Che ora è?»
«Le dieci e diciassette, ha un appuntamento?
«Dove sono i ragazzi? A scavarmi la fossa?»
«Non starei in pensiero per loro. Torneranno.»
«Non ne dubito.»
«Spero che non le facciano del male. Odio il sangue.»

“La vita è ricordarsi di un risveglio”. Sandro Penna e il trattamento del “romantico”

L’uomo che siede su questo letto sfatto con un libro aperto in mano è uno dei grandi poeti del secolo XX. Quando vedrete il video  scoprirete intorno a Sandro Penna un ambiente di oggetti sparsi e accatastati, come si conviene a un autore che modellò il suo cosmo sui frammenti . Uomo schivo, che ai cenacoli letterari preferiva i ragazzi incontrati nelle sue peregrinazioni, Penna sfoglia e legge. Legge male, finalmente (penso alle voci laccate degli attori), legge i versi, “come sono scritti”; “ci sono dei dicitori”, ricorda, “che non fanno sentire gli a capo”. La sua voce è sgraziata, priva di compunzione e di falso trasporto, tira via. Sono arrivati quelli della televisione e bisogna sbrigare la faccenda al più presto (chissà se gli avranno dato un misero gettone, speriamo di sì, dal momento che Penna era, coerentemente, poverissimo). Questo è un video da non perdere; nella sua completa noncuranza, l’autore fa giustizia di tutti i sussieghi della tv kitsch, delle trasmissioni culturali, delle divulgazioni ministeriali, e perfino (più importante di tutto) del mito del poeta. Nel suo understatement (del tutto fisiologico) spiccano per contrasto i suoi versi, refrattari a qualunque manipolazione, nella loro perfezione dalle striature dantesche.:

Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me.

Le figurine di Radiospazio. Calcoli astrusi

Il professore: – Mi stia a sentire, signorina, se lei non riesce  capire i principi della matematica, come potrà mai riuscire a calcolare a mente quanto fa – e questo è il meno che si chiesa a un ingegnere medio – quanto fa, ad esempio, 3 miliardi 755 milioni 988.251, moltiplicati per 5 miliardi 162 milioni 330.508?
L’allieva: – Fa 19 quintilioni 390 quadrilioni 2 trilioni 844 miliardi 219 milioni 164.508
Il professore: – Non mi pare. Deve fare 19 quintilioni 390 quadrilioni 2 trilioni 844 miliardi 219 milioni 164.509.
L’allieva: –    No…508…
Il professore: – (calcola mentalmente) Sì, ha ragione… il prodotto è giusto… Quintilioni, quadrilioni, trilioni, miliardi, milioni… 164.508. Ma come lo sa lei, se non conosce i principi del ragionamento aritmetico?
L’allieva: – È semplicissimo. Sapendo di non potermi fidare del mio ragionamento, ho imparato a memoria tutti i risultati possibili di tutte le moltiplicazioni possibili.     
Il professore: – Ma sono infiniti…
L’allieva: –    Ci sono riuscita lo stesso.
Il professore: – Beh, è una bella impresa.

Luigi Pirandello, La macchina dell’alienazione

Il direttore, secondo la lunghezza della scena, mi dice approssimativamente il numero dei metri di pellicola che abbisognano, poi grida agli attori: – Attenti, si gira! E io mi metto a girar la manovella. Potrei farmi l’illusione che, girando la manovella, faccia muover io quegli attori, press’a poco come un sonatore d’organetto fa la sonata girando il manubrio. Ma non mi faccio né questa né altra illusione, e séguito a girare finché la scena non è compiuta; poi guardo nella macchinetta e annunzio al direttore: – Diciotto metri, – oppure: – trentacinque. E tutto è qui. Un signore, venuto a curiosare, una volta mi domandò: – Scusi, non si è trovato ancor modo di far girare la macchinetta da sé? Vedo ancora la faccia di questo signore: gracile, pallida, con radi capelli biondi; occhi cilestri, arguti, barbetta a punta, gialliccia, sotto la quale si nascondeva un sorrisetto, che voleva parer timido e cortese, ma era malizioso. Perché con quella domanda voleva dirmi: – Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? Una mano che gira la manovella. Non si potrebbe fare a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche meccanismo? Sorrisi e risposi: – Forse col tempo, signore. A dir vero, la qualità precipua che si richiede in uno che faccia la mia professione è l’impassibilità di fronte all’azione che si svolge davanti alla macchina. Un meccanismo, per questo riguardo, sarebbe senza dubbio più adatto e da preferire a un uomo. Ma la difficoltà più grave, per ora, è questa: trovare un meccanismo, che possa regolare il movimento secondo l’azione che si svolge davanti alla macchina. Giacché io, caro signore, non giro sempre allo stesso modo la manovella, ma ora più presto ora più piano, secondo il bisogno. Non dubito però, che col tempo – sissignore – si arriverà a sopprimermi. La macchinetta – anche questa macchinetta, come tante altre macchinette – girerà da sé. Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere.
(…)
Viva la Macchina che meccanizza la vita! Vi resta ancora, o signori, un po’ d’anima, un po’ di cuore e di mente? Date, date qua alle macchine voraci, che aspettano! Vedrete e sentirete, che prodotto di deliziose stupidità ne sapranno cavare. Per la loro fame, nella fretta incalzante di saziarle, che pasto potete estrarre da voi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto? È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i nostri padroni.

Luigi Pirandello, I quaderni di Serafino Gubbio Operatore, Rizzoli