A proposito dei compiti delle vacanze. LEO LONGANESI, LA MUCCA

cowdcgSenza entrare nella recente querelle sui compiti, e in particolare quelli delle vacanze, il post di oggi vuol essere un omaggio a quanti sono costretti a misurarsi, da una parte o dall’altra della barricata, con questo crudele dovere. Lo ha scritto Leo Longanesi, scrittore, giornalista, editore e, pur senza dichiararlo, ideologo (discutibile e discusso) – ma sull’invenzione breve era senz’altro folgorante.

Componimento di una bambina di otto anni.

Tema: La mucca.
Svolgimento: “La mucca è un animale domestico, mammifero. Essa ha sei lati: sinistro e destro, sopra e sotto, davanti e dietro. Essa è rivestita principalmente di cuoio. Di dietro essa ha una coda, e in cima un ciuffetto col quale scaccia le mosche per ché non cadano nel latte. Davanti c’è la testa affinché vi possano crescere le corna e su questa vi è posata la bocca. Al di sotto della mucca pende il latte. Il latte viene sempre giù. Come questo avvenga non lo sappiamo. L’uomo della mucca è il toro: esso sembra proprio una mucca, solo non gli pende il latte di sotto: perciò il toro non è un mammifero. La mucca fa ogni volta un vitello. Come essa lo fa non lo so. Mio fratello maggiore lo sa. La mucca ha bisogno di poco cibo: ciò che essa ha mangiato una volta può mangiare più volte, perché rumina tutto, poiché è sazia. Quello che inghiotte una volta lo rivomita, così ha di nuovo bocca piena. Di più non so”.

Leo Longanesi, La sua signora, Longanesi editore

Corrispondenze. ANDRÉ BRETON / AUBE

Per mettere finalmente le mani sulla corrispondenza di André Breton dovremo attendere il 2016, quando cinquant’anni saranno trascorsi dalla morte dell’autore e il veto da lui imposto sarà caduto. Unica eccezione: le lettere indirizzate alla figlia Aube, che l’autore le ha affidato interamente e che Gallimard ha pubblicato qualche anno fa in un’edizione elegantissima, con tanto di riproduzioni a colori di disegni e messaggi manoscritti.
Al tempo della lettera che vi proponiamo Aube vive a New York con la mamma, l’artista Jacqueline Lamba, la donna al centro di L’Amour Fou che però da Breton già si è separata. Ha appena compiuto tredici anni (il 20 dicembre: eccola qui la prima delle tre stelline, la festa speciale tutta per lei) e in famiglia fervono i preparativi per il suo trasferimento a Parigi, dove il padre è sempre più assorbito dalla vita letteraria e artistica. “Un giorno preferirai essere diventata grande a Parigi piuttosto che a New York” le scriverà lui a gennaio. A colmare la distanza, intanto, una fitta corrispondenza che ci permette di scoprire un Breton più intimo, severo nell’occuparsi dell’educazione della sua petite Aube chérie e insistente nel voler conoscere ogni dettaglio della sua vita lontana (“raccontami le tue giornate, i tuoi orari, i tuoi impegni”, le chiederà senza sosta anche quando lei, adolescente, si farà ostinatamente ritrosa), dolcissimo nel regalarle parole piene di immagini come quelle che leggiamo qui sotto: il periodo natalizio visto con gli occhi del poeta.

a cura di Roberta Sapino

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 André Breton, Lettres à Aube. 1938-1966, Gallimard

L’arte di cucinare la ricetta, PELLEGRINO ARTUSI.


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Per rifarsi la bocca dopo le trasmissioni televisive di cucina, sempre più debordanti, mi sembra rigenerante fare ricorso al nostro maggior classico, Pellegrino Artusi, il precursore, se non addirittura il fondatore della cucina nazionale italiana. Sull’argomento scrisse Manganelli: “Questa impresa non gli sarebbe mai riuscita, se non lo avesse assistito la grazia del linguaggio; a Firenze s’era intoscanito, e aveva preso qualche vezzo locale, insistito, da immigrato; ma aveva imparato anche un certo modo di rivolgersi al lettore; infatti, non compilò ricette imperative: ma le raccontò.”
Ecco, mi sembra che questo sia il contravveleno artusiano: il racconto. L’augurio è che faccia dimenticare per qualche minuto lo stridio dei conduttori televisivi che accanto ai cuochi spadellanti strillano la loro emozione (anche loro: avete notato che questo è l’unico strumento critico usato in televisione) di fronte sformato o a un soufflé. Ecco un piccolo assaggio letterario di quella grazia del linguaggio che ricordava opportunamente Manganelli.

A proposito dei cappelletti vi racconterò un fatterello, se vogliamo di poca importanza, ma che può dare argomento a riflettere.
Avete dunque a sapere che di lambiccarsi il cervello sui libri, i signori di Romagna non ne vogliono sapere buccicata, forse perché fino dall’infanzia si avvezzano a vedere i genitori a tutt’altro intenti che a sfogliar libri e fors’anche perché, essendo paese ove si può far vita gaudente con poco, non si crede necessaria tanta istruzione; quindi il novanta per centro, a dir poco, dei giovanetti, quando hanno fatto le ginnasiali, si buttano sull’imbraca, e avete un bel tirare per la cavezza che non si muovono. Fino a questo punto arrivarono col figlio Carlino, marito e moglie, in un villaggio della bassa Romagna; ma il padre che la pretendeva a progressista, avrebbe pur desiderato di farne un avvocato, e, chi sa, fors’anche un deputato, perché da quello a questo è breve il passo. Dopo molti discorsi, consigli e contrasti in famiglia fu deciso il gran distacco per mandar Carlino a proseguire gli studi in una grande città, e siccome era Ferrara la più vicina per questo fu preferita. Il padre ve lo condusse, ma col cuore gonfio di duolo avendolo dovuto strappare dal seno della tenera mamma che lo bagnava di pianto.
Non era anco scorsa intera la settimana quando i genitori si erano messi a tavola sopra una minestra di cappelletti, e dopo un lungo silenzio e qualche sospiro la buona madre proruppe:
— Oh, se ci fosse stato il nostro Carlino sui i cappelletti piacevano tanto!
Erano appena proferite queste parole che si sente picchiare all’uscio di strada, e dopo un momento, ecco Carlino slanciarsi tutto festevole in mezzo alla sala.
— Oh! cavallo di ritorno, — esclama il babbo, — cos’è stato?
— È stato, — risponde Carlino, — che il marcire sui libri non è affare per me e che mi farò tagliare a pezzi piuttosto che ritornare in quella galera. —
La buona mamma gongolante di gioia corse ad abbracciare il figliuolo e rivolta al marito: — Lascialo fare, — disse, — meglio un asino vivo che un dottore morto: avrà abbastanza di che occuparsi coi suoi interessi. —
Infatti, d’allora in poi gli interessi di Carlino furono un fucile e un cane da caccia, un focoso cavallo attaccato a un bel baroccino e continui assalti alle giovani contadine.

Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, Einaudi

Com’era delicato il Vate, da giovane! D’ANNUNZIO, FAVOLE MONDANE

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Sospendete le idiosincrasie antidannunziane, se ne avete, sono diffuse, ne ho sofferto anch’io; questo è un D’Annunzio giovane, poco più che ventenne, non il Poeta-soldato, non l’Immaginifico, non il magnetico Tiranno della divina Eleonora Duse (v. foto), non il Vate della Patria: senza maiuscole, è un giovanotto provinciale che viene dall’Abruzzo desideroso di far carriera e che si adatta a scrivere cronache mondane per i giornali della Capitale. La mano è leggera e la sensibilità è tenerella, sottile: qualità che cadranno con gli anni come una peluria giovanile e che qualche lettore rimpiangerà.

Quella sera il conte e la contessa di Marciac, l’uno uscendo dalla sua stanza, e l’altra dal suo boudoir, s’incontrarono attraversando il salotto. In verità, erano otto lunghi giorni, e forse più, che non si vedevano. Hanno forse tempo di vedersi, marito e moglie? Ciascuno da parte sua ha tanti affari e tanti piaceri e tanti doveri indispensabili! Come non es­sere divisi la notte, quando è necessario che la signora vada al ballo e che il signore vada al Circolo? Come stare insieme il giorno, quando il signore è dal suo agente di cambio e la signora è dalla sarta?
Si guardarono un poco, sorridendo. Egli aveva l’abito nero per una fe­sta, con «quadri viventi» dopo cena: ella era in toilette da ballo. Ella trovava lui molto elegante; egli trovava lei molto bella.
– Buona sera, Andrea!

– Buona sera, Giuliana!
Si guardarono ancora con piacere. Erano contenti di trovarsi così faccia a faccia. Si tesero la mano. Non parlavano, ma pareva che si dovessero dire qualche cosa. Erano sposi da non molto tempo. Com’erano stati felici, in sul principio! Allora sapevano bene trovare il modo di stare in­sieme. Ella non andava al ballo; egli non andava al Circolo.
Oh, quelle dolci sere, in quel salotto, d’innanzi al caminetto, sotto il chiarore languido del lume, mentre il the fumava nella tazza della China!
Era dunque fuggita per sempre quell’epoca felice che sorrideva nella loro memoria? Fuggita? Perché? Non era forse possibile riaccendere la rosea lampada dell’intimità? Non era forse possibile, anche quella stessa sera, d’un tratto, sedersi nelle poltrone, d’innanzi al fuoco, e prendersi le mani parlando a bassa voce, e suonar il campanello per chiedere il the?
Quanto sarebbe dolce rimanere a casa, insieme, ed amarsi come una volta!
Si guardarono ancora teneramente. Le loro mani non s’erano disgiunte. Un altro minuto, e l’uno saltava al collo dell’altra, d’improvviso…
Ma via, che avevano? Erano matti? Che idee strane eran mai quelle?
Ebbero ambedue un piccolo sussulto, e risero come fa chi si sveglia da un sogno impossibile. Uscirono dal salotto, discesero la scalinata, l’uno al fianco dell’altra, facendo delle ciarle insignificanti. Alla porta si separarono.
– Buona sera, conte.
– Buona sera, contessa.
E salirono nelle loro carrozze per andare ad annoiarsi senza neanche portar in fondo all’anima il rimpianto dell’occasione perduta!

Gabriele D’Annunzio, Favole mondane, Garzanti

Il video della domenica. LE SIGNORE DELL’HORROR

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https://www.youtube.com/watch?v=nFWB2RqbxX8

La ragazza scende le scale sconnesse che conducono al sotterraneo. Indossa una camicina bianca in perfetto equilibrio fra il sexy e la prima comunione. E’ freddo e buio. Cosa le è saltato in mente di scendere dal lettone? Ha sentito un rumore nel cuore della notte. E con questo?  Sarebbe una ragione di più per starsene chiusa in camera, anzi per barricarsi dentro trascinando il cassettone contro la porta. Invece lei va… “Ma non sa”,  si chiede l’ingenuo spettatore che si nasconde dentro ciascuno di noi, “non sa che quando avrà disceso anche l’ultimo gradino una mostruosa manona la ghermirà?” Certo che lo sa. Non se lo dice, ma lo sa perfettamente. Sa che quello è il suo destino di vittima e lo accetta, lo favorisce. Qui, volendo uscire dalla metafora del film horror, incomincerebbe un discorso interessante ma non sarò io a farlo, semmai qualche lettrice. Nei quindici minuti di questo horror collage si avvicendano numerosi stereotipi femminili, dalla vittima alla vampira: ai nostri amici di blog il compito decifrarli. I  cinefili potranno mettersi alla prova individuando i titoli delle pellicole originali. Tutti, credo, dovranno ammettere il fascino indiscutibile del bianco e nero.

Un poeta imprigionato nel corpo di una donna. VIRGINIA WOOLF, LA SORELLA DI SHAKESPEARE

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Oggi, un testo un poco più lungo dei soliti ma è una lettura imperdibile, come sanno sicuramente molte amiche del blog che lo conoscono benissimo e che forse lo rileggeranno volentieri. Non è solo un piccolo classico del pensiero femminile  del ‘900 ma anche uno splendido esempio di racconto “politico”.

Lasciatemi immaginare, visto che i fatti sono così difficili da ricostruire, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella straordinariamente talentuosa, dal nome di Judith, poniamo.
Shakespeare in persona – dato che sua madre era un’ereditiera – molto probabilmente ha frequentato il Liceo, dove ha verosimilmente studiato Latino – Ovidio, Virgilio e Orazio – e appreso le basi della grammatica e della logica. È piuttosto noto che era un selvaggio di ragazzino, che contrabbandava conigli e, forse, sparò anche ad un cervo; inoltre, è stato costretto sposare, molto prima di quanto non avesse dovuto, una donna del suo paese, che ha dato alla luce un bimbo molto più in fretta di quanto sarebbe stato il caso. Quest’ultima bravata lo spinse a cercare fortuna a Londra. Pare che avesse attrazione per il teatro; iniziò come custode dei cavalli degli attori all’entrata del palco. Molto presto riuscì a lavorare in teatro, divenne un attore di successo e visse pienamente al centro di quell’universo, incontrando e conoscendo tutti, facendo esperienza calcando le assi in scena, sviluppando il senso ironico nelle strade; riuscì persino ad avere accesso al palazzo della Regina.
Nel frattempo, poniamo che quella sua sorella dal talento straordinario fosse rimasta a casa. Lei era avventurosa, creativa e desiderosa di vedere il mondo tanto quanto il fratello: ma non fu mandata a scuola. Non ebbe alcuna possibilità di imparare la grammatica e la logica, per non parlare di leggere Orazio e Virgilio.
Di quando in quando, prendeva in mano un libro, forse di suo fratello, e leggeva qualche pagina: ma poi i suoi genitori entravano e le dicevano di rammendare le calze o di tener d’occhio la stufa invece di trastullarsi fra carte e libri.
Le avranno sicuramente parlato in modo secco ma gentile, poiché erano persone pragmatiche, che conoscevano le regole di vita per le donne e amavano la loro figlia
anzi, molto probabilmente era proprio la luce degli occhi di suo padre. Verosimilmente scribacchiava qualche pagina, di nascosto in soffitta, ma era molto cauta nel nasconderle o distruggerle dando loro fuoco. Presto, però, prima che compisse vent’anni, fu promessa al figlio di un vicino, che faceva il cardatore di lane. Lei gridò che l’idea del matrimonio le era odiosa e, per questo, fu severamente picchiata da suo padre; poi, però, smise di ostacolarla e, invece, la pregò di non ferirlo o disonorarlo in questa faccenda del matrimonio. Le avrebbe regalato una collana di perline o una sottoveste nuova, disse, con le lacrime agli occhi. Come avrebbe potuto disobbedirgli? Come spezzargli il cuore?
Solo la forza del suo talento la spinse a farlo. Riunì in un piccolo fagotto le sue cose, si calò giù con una corda durante una notte d’estate e prese la strada per Londra. Non aveva più di diciassette anni. Gli uccellini che cantavano nei cespugli non erano più musicali di lei: aveva un vivacissimo senso dell’armonia delle parole, un dono pari a quello del fratello e, come lui, era attratta dal teatro. Si presentò alla porta del palco: voleva recitare, disse; gli attori le risero in faccia. L’impresario – un uomo pingue, dalle labbra grassocce – esplose in un riso sgraziatamente chiassoso. Le abbaiò contro qualche storiella su barboncini addestrati a danzare e donne a recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto essere davvero un’attrice; poi alluse a … potete immaginare cosa.
Non aveva nessuna possibilità di trovare qualcuno disposto ad insegnarle il mestiere. Come avrebbe potuto andare a cena in una taverna o gironzolare per le strade a mezzanotte? Ciononostante, il suo genio era volto alla letteratura e bramava nutrirsi abbondantemente delle vicende di uomini e donne, osservare i loro modi. Infine, dato che era molto giovane e dai lineamenti stranamente simili a Shakespeare, il poeta, con quegli occhi grigi e sopracciglia arrotondate, ecco che Nick Greene, l’agente teatrale, fu impietosito dalla sua situazione; si ritrovò con un bambino in grembo grazie a quel gentiluomo e così – come misurare la violenta passione del cuore di un poeta imprigionato e rinchiuso nel corpo di una donna? – si uccise durante una notte d’inverno e giace sepolta a un certo incrocio, lì dove ora gli autobus si fermano nei pressi di Elephant and Castle.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Einaudi, Traduzione M.A. Saracino

Uno sceneggiato poco natalizio. ALPHONSE ALLAIS, DUE E DUE FANNO 5.Audio/Radiospazio. 9′

Allais. Due e due fanno 5

http://www.spreaker.com/user/7367339/alphonse-allais-due-e-due-fanno-cinque 

rappresentato al Piccolo Regio di Torino il 29 dicembre 2012
Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Marco Intraia, Carlo Nigra
regia di Alberto Gozzi

Chi scrive cose divertenti corre continuamente il rischio di essere etichettato come umorista. E’ un timbro che non si cancella più, e lo scrittore, una volta che è stato ufficialmente marchiato, finirà per adeguarsi a questa deprimente qualifica, soprattutto in pubblico, quando gli verrà chiesto di far sorridere ad ogni costo. Alphonse Allais (1854-1905) purtroppo per lui, venne a suo tempo arruolato in questo girone di autori tendenzialmente melensi e depressi, così la qualifica di umorista oscurò l’aspetto più interessante della sua narrativa, che è una scrittura incline al paradosso e alla provocazione. Lo dimostra anche questo Due e due fanno 5; il racconto, ambientato in Paradiso, mostra un Domineddio molto umorale che ingaggia Babbo Natale per impartire agli uomini, la notte del ventiquattro dicembre, una beffarda punizione.

Il video della domenica. Il sorriso della guerriglia. BANSKY, PARIS HILTON

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 https://www.youtube.com/watch?v=IqQYVKSmugc

Gli schizzinosi, i maniaci delle immagini ad alta definizione facciano oggi un passo indietro: questo video è girato alla “come viene, viene” ed è già andata bene che il suo autore non sia finito in galera. Per furto. Un furto singolare, se vogliamo, perché la refurtiva è stata poi restituita, ma sempre di furto, almeno inizialmente, si è trattato. Il ladro è Bansky, noto street artist internazionale di cui nessuno conosce la vera identità (un po’ Diabolik ma molto più fantasioso). Dunque, il Bansky decide che è venuto il momento di operare un restyling sulla famosa Paris Hilton; in assoluto non sarebbe il primo ma quello a cui pensa l’artista è certamente il più originale. L’intervento non si svolgerà sul corpo della signora ma sul suo ultimo cd. Lavorando artigianalmente, Bansky ne riproduce la copertina e le parti interne illustrate ma a modo suo, con l’entusiasmo del bambino che fa i baffi alle signore delle pubblicità occhieggianti sui giornali dei grandi. Compiuta la revisione, che è piuttosto radicale, come avrete modo di vedere, Bansky ritorna sui banchi dei drugstore e mescola con fare ladresco le sue copie contraffatte a quelle originali. E’ una piccola beffa che potrebbe anche diventare un dono per l’ignaro acquirente dei cd perché le opere di Bansky hanno quotazioni piuttosto alte. Si verificherebbe, in questo caso, un’interessante contrapposizione (o sostituzione) fra la merce artistica e il corpo mercificato di Paris.

Le vite che avremmo potuto vivere. PHILIPPE FOREST, IL GATTO DI SCHRÖDINGER

5533650Philippe Forest è uno dei più importanti scrittori francesi contemporanei, oltre che teorico e critico della letteratura. Come sempre, non voglio trasformare queste  poche righe in una scheda, quindi chi è interessato cerchi autonomamente notizie su di lui (la scheda su Wikipedia, onestamente, non è gran che ma almeno riporta un elenco delle sue opere). Due anni fa, RadiospazioTeatro ha messo in scena un suo radiodramma, 43 secondi (ne trovate notizia sul blog, fra gli spettacoli). Forest venne alla prima, lo spettacolo gli piacque; una certa consuetudine che c’era fra noi si rafforzò e proseguì nel tempo. Il gatto di Schrödinger, di cui ci occupiamo oggi (Del Vecchio Editore), è l’ultimo che ha pubblicato. A mio parere è anche il più affascinante. Ce ne parla Gabriella Bosco, francesista, teorica e traduttrice di Forest, in un breve saggio che ha scritto per il nostro blog.

Un giorno un uomo, il narratore, si trova nel suo giardino, a due passi dal mare, e d’un tratto vede apparire un gatto che esce dal buio. Ignora totalmente da dove provenga. Questo gatto passerà con lui un anno intero prima di scomparire nel buio da cui era uscito e ritornarvi senza che la cosa sia in alcun modo spiegabile.
Qualcuno ha scritto che con Il gatto di Schrödinger Philippe Forest ha inventato il romanzo quantistico. Il che, vero in sé, corrisponde ad affermare che è impossibile riassumerne altro se non l’esile trama appena riportata.
Si può però parlare in modo diverso del libro: ovvero spiegare in che modo è organizzato, e le ragioni per cui è irresistibilmente seduttivo, uno di quei libri che una volta iniziati non ci consentono più di lasciarli fino a che non sia stata voltata l’ultima pagina.

Diciamo allora che nel Gatto di Schrödinger Forest utilizza la fisica quantistica come una metafora. O meglio: che racconta il paradosso inventato dallo scienziato austriaco vincitore del Nobel per la fisica nel 1933, Erwin Schrödinger, in virtù del significato che esso può venire ad assumere all’interno di una narrazione suasiva e poetica volta a dimostrare le infinite possibilità del possibile.
Procediamo con ordine. Il paradosso di Schrödinger, come in molti superficialmente sappiamo, è un esperimento immaginario escogitato dal suo inventore al fine di dimostrare le assurdità cui rischiava di portare quella stessa fisica quantistica della quale egli aveva contribuito a definire i principi. Si chiude in una scatola un gatto con un atomo instabile supposto innescare un meccanismo tramite il quale un martelletto cade – infrangendola – su una fiala di vetro che contiene del veleno la cui evaporazione induce la morte del gatto. Il sale della cosa sta in quello che Schrödinger vuole affermare: cioè che la condizione particolare in cui si trovano gli elementi del mondo atomico, i quali possono essere in stati contraddittori e opposti allo stesso tempo, implica che in effetti – fino a che non si sia aperta la scatola per verificare – si deve ritenere che il gatto al suo interno sia morto e vivo allo stesso tempo. Questo ci dice insomma l’esperimento mentale in questione.
Ma l’uso che ne fa Forest non ha molto a che vedere con la scienza. Ciò che Forest propone in questo libro è piuttosto una sorta di meditazione alla maniera di un conte philosophique, a partire da estrapolazioni sue personali il cui carattere non è propriamente scientifico.
Il gatto, dicevamo, è una sorta di metafora e per Forest si tratta, attraverso questa metafora, questa vicenda, questo conte philosophique, di cercare di pensare l’enigma, la questione relativa all’apparizione e alla scomparsa di ogni essere vivente. Il gatto che è contemporaneamente morto e vivo, è allo stesso tempo qui e altrove, e ci obbliga così a riflettere sulle vite parallele, sui mondi possibili tra i quali ciascuno di noi esita.
Il gatto di Schrödinger è quindi un romanzo che si serve della scienza. Non un romanzo di fantascienza né una storia fantastica in senso stretto, ma una sorta di favola all’interno della quale veniamo trascinati. Senza quasi accorgercene, ci troviamo trasportati in uno spazio parallelo: quello delle vite che avremmo potuto vivere, delle esistenze che avremmo potuto conoscere, dei mondi nei quali avremmo potuto abitare.
È anche però un romanzo che s’inscrive – pur essendo molto diverso dai precedenti – nella linea ideale da essi tracciata, avendo come gli altri una dimensione autobiografica, e proseguendo la meditazione sul desiderio e sul lutto che ha rappresentato il soggetto esclusivo dei romanzi precedenti di Forest a partire da Tutti i bambini tranne uno: attraverso l’immagine di questo gatto che va e viene tra mondi che non conosciamo, Forest intende portare ogni lettore a meditare, come lui stesso ha fatto, poeticamente. Passando per ogni sorta di racconti che si amalgamano gli uni agli altri, Forest riflette e ci fa riflettere sulla nostra condizione nel tempo e nello spazio. Su quella sorta di nulla cui ciascuno di noi deve tuttavia dare un senso.

Gabriella Bosco

FRANCIS PH. CHURCH, YES, VIRGINIA! una (quasi) vera storia di Natale. AUDIO/RADIOSPAZIO. 9′

YES, VIRGINIA!http://www.spreaker.com/user/7367339/phaselus-church-yes-virginia

rappresentato il 29 dicembre 2012 al Piccolo Regio di Torino
Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Alessandro Salvatore
regia di Alberto Gozzi

 Questo audio ha una piccola storia che forse vale la pena di essere ricordata con qualche parola. Due inverni fa, RadiospazioTeatro si trovò ad allestire in tutta fretta quattro spettacoli per il Piccolo Regio di Torino, tutti sul tema del Natale. Non volevamo proporre un Natale da cartolina con poesiole, brani edificanti, ecc. ma restare sul nostro binario. Il tempo, come ho detto, era poco e i brani scarseggiavano (in più, si trattava di sceneggiarli uno per uno, perché i nostri spettacoli, nonostante abbiano un impianto che ricorda quello della radio, sono dialogati e recitati e ampiamente musicati: non le solite letture, insomma). Nella concitata ricerca di racconti, trovammo in rete uno spunto che ci parve tanto insulso da diventare affascinante: una bambina aveva scritto al direttore di un giornale per sapere se Babbo Natale esisteva o meno. E fin qui, passi: nelle non notizie allo zucchero filato ci può stare anche questa; il risvolto singolare della storiellina è il finale, che naturalmente non vi rivelo; vi si paleserà dopo nove minuti, se avrete la voglia e la pazienza di ascoltare Yes, Virginia!

Corrispondenze. Antonin Artaud / Hans Hartung

L’Artaud della lettera che vi proponiamo ha già vissuto l’internamento, gli elettroshock, le camicie di forza, la droga, ma è già anche stato attore eccellente, costumista, commediografo, regista, poeta; è l’Artaud che si è legato al gruppo surrealista e che se n’è allontanato nel 1925 per poi fondare, l’anno seguente, il proprio teatro, l’Alfred Jarry di Parigi; l’Artaud che ha pubblicato due manifesti del suo Teatro della Crudeltà ma anche pièces, lettere, versi…
È un Artaud sofferente insomma, ma non stanco, che nel gennaio del ’47 sale sul palco del Vieux Colombier per quella che sarà la sua ultima apparizione pubblica e che esita, sparpaglia a terra appunti e occhiali, si ferma, interrompe la conferenza e dal quale eppure, malgrado tutto, il pubblico non riesce a distogliere lo sguardo, indeciso tra angoscia e fascinazione.
È anche l’Artaud che chiede a Picasso di illustrargli una raccolta di poesie (non che l’idea dell’illustrazione lo esalti, ma se proprio deve far contento l’editore allora perché non Picasso) e, non ricevendo risposta, gli scrive lettere piene di fuoco e la raccolta se l’illustra da sé.
Insomma: questo è l’Artaud che nell’aprile del ’47 impugna penna e inchiostro verde e spiega a un incredulo Hans Hartung (che intanto dalla Germania è arrivato a Parigi, ha esposto i suoi quadri insieme a Mirò e Kandinsky e sta diventando uno dei grandi nomi dell’arte informale) che no, nessuno potrà più ambire a illustrare i suoi lavori e tantomeno lui: è cosa troppo intima.
E se ancora il concetto non fosse chiaro, il gioco sul nome del pittore ribadisce chi comanda: Achtung Mr Hartung, stia attento.

a cura di Roberta Sapino
Antonin Artaud, Oeuvres,  Gallimard

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Diavoli e Professori, la scoperta del peccato. HEINRICH MANN, L’ANGELO AZZURRO

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Nessuna nostalgia, intendiamoci, ma il vespaio suscitato dalle dichiarazioni del sottosegretario Faraone sulle occupazioni delle scuole come momento formativo e le conseguenti reazioni di presidi e insegnanti fanno rimpiangere i tempi in cui gli attori dell’eterna commedia scolastica recitavano diligentemente il loro ruolo. Molti professori indossavano barbe e baffi imponenti, meglio ancora se terrificanti come quelle degli omoni dei primi film di Chaplin e battevano i pugni sul tavolo affermando istericamente la loro autorità. Gli studenti si ribellavano. Tutto chiaro. Prima del ’68, la ribellione era prevalentemente di natura coprolalico-sessuale: le “parolacce” rimbalzavano nell’aula fra una pausa e l’altra delle lezioni; i banchi lignei venivano istoriati con graffiti approssimativi di organi maschili e femminili; mani insicure si passavano foto di donne discinte; i più grandi trascuravano lo studio per infilarsi in locali fumosi dove matrone annoiate esibivano ciò che era rimasto dei loro sogni: carni deluse che non vedevano l’ora di trovare un letto su cui sdraiarsi, infine. Senza compagnia, potendo.
Il gioco delle parti, ancorché schematico, generava prodotti narrativi fra il gossip e la fantasia torbida; il più ricorrente era quello professore intransigente che si diceva frequentasse le case di tolleranza. Si diceva, appunto, perché era difficile separare la fantasia dei liceali dalla cronaca; in quel dire, in quel ri-raccontare si sviluppava un’educazione sessuale sghemba e, per così dire autogestita. Il professor Unrath (1905), il capolavoro di Henrich Mann da cui, venticinque anni dopo, fu tratto il famoso Angelo azzurro con Marlene Dietrich, ristrutturò in senso dinamico ristagnante tragicommedia della scuola con una trama nella quale un crudele professore insegue i suoi studenti nella casa della perdizione ove incontra una donna diabolicamente brava nel gioco della seduzione, che lo porterà all’abiezione e al delitto. Quando si dice: andare fino in fondo alle cose!

UNRAT      La seconda volta che andai all’Angelo azzurro provai a raggiungere i camerini da solo. Brancolai nella notte del guardaroba e giunsi finalmente al camerino di Rosa Frölich. L’artista Frölich mi lanciò solo un’occhiata.
ROSA         To’, rieccolo.
UNRAT      Forse le parrà strano… che ripeta così presto la mia visita…
ROSA         No, neanche un po’.
UNRAT      In fondo, è stata lei a dirmi di tornare.
ROSA         Be’, eccola qui… Ma chi mi dice che sia venuto davvero per me? Non mi aiuta nemmeno a levarmi il mantello.
UNRAT      Ah, sì, certo… mi scusi…
ROSA         La volta scorsa venne per via di un suo scolaro, un ragazzaccio che voleva distruggere, polverizzare…
UNRAT      In primo luogo… sì, certo, in origine…
ROSA         Bene se non ha nulla in contrario, io mi spoglierei.
UNRAT      Rosa Frölich si sfilò la sottana. Il busto era ancora aperto, e io vidi con sgomento che sotto era nera e luccicante. Ma ancora più sorprendente fu la scoperta che sotto non portava sottoveste, bensì un paio di calzoncini al ginocchio, larghi e neri; né sembrava provarne imbarazzo, aveva un’aria perfettamente innocente. Sentii frusciarmi all’orecchio una prima rivelazione di misteri, di fatti scabrosi sotto la superficie, la buona superficie borghese che si mostra per strada sotto gli occhi della polizia. E provai un senso di fierezza che conteneva paura.
ROSA         Sarà meglio che si volti, perché adesso va giù tutto!
UNRAT      Mi voltai precipitosamente, e ascoltai tutto quel fruscio. Poi l’artista Frölich mi porse qualcosa.
ROSA         Regga, per favore.
UNRAT      Lo presi senza saper che cosa fosse. Era nero, stava tutto in un pugno, ed era caldo al tatto, di un tepore animale. Improvvisamente mi scivolò di mano: avevo intuito la ragione di quel tepore: erano i calzoncini di Rosa!

 Heinrich Mann, L’Angelo azzurro, traduzione Bruno Maffi, Rizzoli

Medicina per un rifiuto crudele. I grandi bocciati

i respinti

 Chi non ha mai stampato venti copie del suo romanzo per spedirle ad altrettanti editori? Qualcuno ci sarà, ma se fate un’indagine fra amici e conoscenti ne scoprirete un certo numero e forse vi ricorderete improvvisamente che fra i tanti ci siete anche voi. (Molto tempo fa, si capisce, quando eravate giovani inconsapevoli e  ancora non conoscevate la crudeltà del mercato editoriale). Poi, l’editoria digitale ha “allargato la base democratica” (si dice così, vero?) e ogni autore ha potuto autopubblicarsi. Ma quel rifiuto (“La sua opera, pur non priva d’interesse, non rientra nei nostri piani editoriali”) brucia ancora, come lo schiaffo che l’adulto somministra al bimbo innocente, colpevole di aver manifestato il suo istinto artistico istoriando il divano di velluto con l’inchiostro di china. Periodicamente, per lenire quel bruciore non sopito, si pubblicano articoli che raccontano come tanti grandi scrittori agli esordi siano stati bocciati dagli editori. Sul momento il farmaco funziona ma contiene il veleno del paralogismo: “I manoscritti dei grandi scrittori sono stati bocciati/io sono stato bocciato/ io sono un grande scrittore”. Per chi avesse bisogno di ricorrere a questa non innocua medicina, un interessante articolo su “Il Post”:

LE LETTERE DI RIFIUTO A 11 GRANDI SCRITTORI

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http://www.ilpost.it/2014/06/11/lettere-rifiuto-grandi-scrittori/

Ci vediamo a teatro per un Natale insieme?

promo vian

Roberto Accornero, Francesco Benedetto, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Anna Montalenti
assistente alla regia Lavinia Giammarruco
drammaturgia e regia Alberto Gozzi

E’ la terza volta che riprendiamo questo divertimento sul Natale, visto che il pubblico mostra di gradire una commedia nella quale prima del lieto lieto fine si sviluppano incidenti a catena. Siamo a Phoenix, in Arizona, una città di mentalità piuttosto ristretta – diciamo che non è la Parigi degli anni Venti; qui, i coniugi Krank, di mezza età e per la prima volta soli, senza l’unica figlia ormai emancipata, decidono di sottrarsi ai noiosi e costosi riti natalizi concedendosi una vacanza in crociera. La reazione del loro quartiere è tanto imprevedibile quanto aggressiva: niente tacchino? Niente albero? Niente brindisi di mezzanotte? Saranno mica diventati buddisti, i Krank, o addirittura eversori dell’ordine e delle tradizioni? Il resto lo vedranno gli spettatori che avranno voglia di venire al Garage Vian il 9 sera. Per molti amici del blog che vivono a Torino e dintorni può essere una buona occasione di vederci in scena.

ENNIO FLAIANO, PICCOLO FRASARIO ESSENZIALE. Audio/Radiospazio. durata 12′

FLAIANO PICCOLO FRASARIO

http://www.spreaker.com/user/7367339/flaiano-piccolo-frasario-essenziale

dallo spettacolo Certo, certissimo, anzi probabile (giugno 2012), Galleria Allegretti, Torino

Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Marco Intraia, Anna Montalenti, Eleni Molos, Alessandro Slvatore, Annalisa Usai
regia di Alberto Gozzi