Il sentimento del pennuto. CLARICE LISPECTOR, LA GALLINA

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Mamma, bimba e papà. Una famigliola serena, forse un po’ grigia: l’ambiente adatto per un colpo di scena, piccolo, quasi insignificante come l’arrivo di una gallina. In poche righe, Clarice Lispector costruisce un racconto esemplare, tenendo un registro basso, tanto quotidiano che fa quasi male. E’ una cronaca familiare scritta con una penna tipo Parker 61 ( fu un mitico modello della casa americana, con la punta quasi interamente nascosta; lasciava un segno incisivo, piuttosto spesso, che non concedeva svolazzi) ma dentro questa scrittura lineare c’è l’ipocrisia di una commedia mal recitata che riguarda tutti: mamma, bimba, papà e gallina.

Pareva tranquilla. Ma a un tratto aprì le ali e con un goffo volo si posò sul tetto del vicino. Il padrone di casa, ricordandosi della duplice necessità di fare saltuariamente dello sport e di pranzare, indossò raggiante un paio di calzoncini da bagno e decise di seguire l’itinerario della gallina: a cauti salti raggiunse il tetto dove questa, incerta e vacillante, scelse d’urgenza una diversa direzione. L’inseguimento si fece sempre più pressante.
Alla fine, durante una pausa in cui si era fermata per godersi la fuga, l’uomo la raggiunse. Tra penne e schiamazzi, venne catturata e riportata in casa.
Fu allora che accadde. Semplicemente, per l’eccitazione, la gallina depose un uovo. Sorpresa, esausta, si accovacciò sull’uovo e rimase lì a respirare, aprendo e chiudendo gli occhi.
«Mamma, mamma, non ammazzare più la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!». Il padre con piglio brusco prese una decisione: «Se fai ammazzare questa gallina, non mangerò più galline in vita mia!».
«Neanch’io!» giurò la bambina con ardore.
La madre, infastidita, scrollò le spalle.
Ignara della vita che le era stata donata, la gallina prese a vivere con la famiglia e divenne la regina della casa. Tutti, tranne lei, lo sapevano. E continuò a vivere così, tra la cucina e il terrazzo di servizio, valendosi delle sue due facoltà: quella dell’apatia e quella del trasalimento.
Di rado, si ricordava ancora della gallina che si era stagliata nell’aria sull’orlo del tetto come per annunciare qualcosa. Ma neppure in quei momenti l’espressione della sua testa vuota si alterava.
Finché un giorno l’ammazzarono, la mangiarono, e gli anni passarono.

 Clarice Lispector, Legami familiari , Feltrinelli, Traduzione. Adelina Aletti

JE SUIS CHARLIE. Susanna Trippa. Niente steccati ma il vento è forte

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Lo scrittore Muin Masri se la cava troppo facilmente. Comoda la vita…
Non sono per gli schieramenti e gli steccati, parlo di una rivoluzione interiore per cambiare davvero le cose perché ci credo. Però, pur continuando a non erigere steccati, per come la penso io, ora un vento forte – come dice bene Alberto Gozzi – viene a svegliarci e a chiamarci ad esporci. Tutti.
E agli islamici chiedo una cosa sola: prendete posizione! Rivelateci da che parte state.
E chiedo anche agli Imam di dichiarare se, nelle loro scuole coraniche e nelle moschee, continueranno a dire che le offese contro la religione sono da punire con la morte. E qui comunque si apre un capitolo: per loro ci sono altre offese da punire con la morte quali adulterio, omosessualità etc.
Per ora dichiarazioni forti, reali, in tale direzione, non le ho sentite.
Solo per questo motivo, anch’io dichiaro “Sono Charlie”, non perché mi piaccia in realtà la satira che diventa offesa. Ugualmente però ora dichiaro: “Sono Charlie”.

 

CHARLIE HEBDO. CONTROCAMPO: Lo scrittore Muin Masri, mussulmano e “italiano mal disegnato”

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Ieri abbiamo socchiuso uno spiraglio del blog sulla strage di Parigi ripubblicando un minuscolo pamphlet di Voltaire che era uscito alcuni mesi fa, oggi ho citato un lucido articolo di Andrea Inglese su Nazione Indiana; mi sembrava che questo blog non dovesse restare bloccato sulla sua rotta frammentaria di materiali ondivaghi ma che, almeno per un giorno, fosse più sintonizzato con i fatti i quali, nel caso del Charlie Hebdo, bussavano piuttosto clamorosamente alla porta. Si poteva sempre rispondere:”Noi ci occupiamo d’altro, percorriamo rotte che incrociano la drammaturgia e la letteratura…” ma ormai è andata così, e dallo spiraglio è entrato un vento di quelli robusti che t’impediscono di chiudere subito la porta. Del tutto estraneo al giornalismo, non so come si gestisce una notizia né come si governa un dibattito. Ho lasciato che il vento entrasse. Lo scrittore Muin Masri ha inviato un commento all’articolo di Inglese, lo riporto con una premessa (che forse è giornalisticamente scorretta). Muin è un amico palestinese che da molto tempo vive in Italia dove lavora come informatico. Collabora con alcuni giornali, fra i quali “L’Internazionale”. Molti anni fa, ho pubblicato due suoi libri in una piccola e avventurosa casa editrice; erano storie di Nablus, limpide e un po’ trasognate, che raccontavano una quotidianità inedita, almeno per il lettore italiano. Con Muin abbiamo a lungo chiacchierato e discusso. Ricordo quando gli confidai che ciò che mi stupiva maggiormente nei suoi racconti (orali e scritti) era la totale assenza del concetto d’inconscio; mi era quasi impossibile immaginare che esistesse un mondo per il quale non era mai esistito Freud: da tempo siamo abituati a convivere con gli antifreudiani e i postfreudiani ma gli afroidiani non pensavo esistessero. Muin è mollemente accomodante e intimamente pacifico: credo che sia fuggito da Nablus perché non poteva continuare a veder morire i suoi amici e perché non intendeva prendere a sua volta le armi; ci sono tuttavia alcuni passaggi che non condivido, nel suo intervento. Il primo riguarda quei “due coglioni disegnati male”, che sarebbero gli assassini del Charlie Hebdo: il ritrattino, schizzato così, mi sembra tenda a deresponsabilizzare gli autori di un crimine non giustificabile e senza attenuanti. Un altro punto è la grigia accettazione (quasi levantina, verrebbe da dire) che Muin imputa al nostro Paese nei confronti di una serie di interlocutori di svariatissimo genere, dai malfattori in guanti gialli a quelli con le unghie orlate di nero. E’ senza dubbio vero, ma non basta a demotivare le reazioni di quanti si sentono feriti dalla strage e (forse ancor di più, se fosse possibile) dalle motivazioni che l’hanno provocata. Infine, il fatto che Mafia, servizi deviati, ecc. tolgano di mezzo con modalità più o meno brutali o complesse le persone scomode, non è una buona ragione per accettare nel club degli eliminatori un nuovo membro, che, come tutti i neo-iscritti, sta mettendo in mostra un attivismo tanto frenetico quanto destabilizzante.

“Je suis Charlie”. Confesso: non mi è mai piaciuto lo stile di Charlie Hebdo, spesso mi metteva in imbarazzo ma nonostante ciò ho sempre stimato e invidiato i vignettisti per la loro sensibilità intellettuale e il senso dell’umorismo.
“Je suis Charlie”. Confesso: non amo i funerali, non so piangere e odio gli applausi ma ieri l’altro ho visto due coglioni disegnati male, quasi scalzi, armati fino ai denti e al grido di “Allah Ukabar” hanno mirato al cuore dei francesi: La libertà di pensiero. Impossibile, roba da matti. E qui, tra solidarietà a Charlie-Hebdo e chi la spara più grossa sul pericolo dell’Islam in Europa, tutti a gridare “Je suis Charlie”, “Siamo in guerra”, “Fuori gli arabi dai coglioni”. Sì, grazie, ma che caxxo c’entriamo noi con il Charlie che c’è in voi? Il Bel Paese è l’unico al mondo ad essere amico di tutti: USA, Gheddafi, Israele, Palestina, Ankara, Curdi, Putin e ogni sorta di sceicco, monarca o presidente losco e terzomondista. Certo, in Italia il pericolo dell’integralismo islamico è sempre in agguato e non va sottovalutato, ma, generalmente, dopo i funerali alla tv, gli insulti e i falsi allarmi, per fortuna, non succede mai niente anche perché non c’è bisogno di fanatici religiosi stranieri per fare stragi di innocenti e minacciare la democrazia e la libertà di espressione, ci pensano la Mafia, le schegge impazzite, i servizi deviati e certi politici a mettere i bavagli alle persone scomode, siano esse cittadini, giornalisti e vignettisti. “Je suis Pasolini”, “Je suis Falcone”, “Je suis Borsellino”, “Je suis Rostagno” “Je suis Don Puglisi”, “Je suis Ilaria Alpi”, “Je suis piazza Fontana”, “Je suis Stazione di Bologna”, “Je suis Moro”, “Je suis Ustica”, “Je suis scuola Diaz”, “Je suis Ahmed”…

CHARLIE HEBDO. Un omaggio di Andrea Inglese su NAZIONE INDIANA

Schermata 2015-01-09 alle 12.38.34Nel vortice che va frullando insieme cronaca, sangue, caccia all’uomo, dibattiti sulla satira (dev’essere senza limiti o a schiuma controllata?), fa piacere trovare su Nazione indiana un articolo lucido come quello di Andrea Inglese: “Un omaggio a dei lucidi rompicoglioni miscredenti” che oltre a un’interpretazione del lavoro di Charlie Hebdo ci propone uno straordinario frammento di François Rabelais.
Schermata 2015-01-09 alle 12.49.34http://www.nazioneindiana.com/2015/01/08/un-omaggio-a-degli-autentici-rompicoglioni-miscredenti/?utm_source=Nazione+Indiana+newsletter&utm_campaign=560a1b465d-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_47a12c4aae-560a1b465d-159854357

 

CHARLIE HEBDO. Un antidoto: rileggere Voltaire

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Questo articolo è stato pubblicato sul blog alcuni mesi or sono, in occasione del rapimento delle studentesse da parte dei  integralisti islamici. I recenti fatti di Parigi ci suggeriscono di riproporlo ai nostri lettori

Nel 1765, Voltaire scrive questo piccolo pamphlet contro l’intolleranza e la libera circolazione delle idee. Il suo obiettivo erano gli ambienti più oscurantisti della cultura francese. Per non incorrere nella censura, Voltaire crea un Oriente del tutto immaginario usandolo come una sorta di sponda contro la quale far rimbalzare il suo paradossale sarcasmo – una tecnica straniante, quella di scegliere un luogo tanto lontano da apparire improbabile, che il nostro autore aveva già messo in atto nel suo Micromegas (ambientato inizialmente su Sirio), ne La principessa di Babilonia e in altri racconti filosofici. Ora, per un corto circuito della storia,  l’Oriente di Voltaire diventa meno fantastico e assume i connotati di una sconcertante realtà.

Voltaire, Sul terribile pericolo della lettura

Noi, Joussuf-Chéribi, per grazia di Dio muftì del Santo Impero ottomano, luce delle luci, eletto fra gli eletti, a tutti i fedeli che vedranno queste parole, idiozia e benedizione.

Visto che Said-Effendi, ambasciatore presso la Sublime Porta di un piccolo Stato chiamato Frankrom, collocato fra la Spagna e l’Italia, ha introdotto  fra noi la pericolosa pratica della stampa, dopo aver consultato a proposito di questa novità i nostri venerabili fratelli cadì e imam della città imperiale di Stambul, e soprattutto i fachiri, conosciuti per il loro zelo contro lo spirito, è sembrata una buona cosa a Maometto e a noi condannare, proscrivere nonché bollare con anatema la suddetta infernale invenzione della stampa, e ciò per le ragioni che andiamo ad esprimere:

  • Questa facilità di comunicare il proprio pensiero tende evidentemente a dissipare l’ignoranza, che è la custode e la salvaguardia degli Stati civilizzati.
  • Si deve temere che, fra i libri importati dall’Occidente, ve ne siano alcuni sull’agricoltura e sui mezzi per perfezionare la meccanica, le quali opere potrebbero alla lunga, che Dio non voglia, risvegliare l’intraprendenza dei nostri agricoltori e dei nostri manifatturieri, nonché stimolare la loro intraprendenza, aumentare la loro ricchezza, e sollecitare nei loro animi aspirazioni più nobili e una certa sollecitudine per il bene pubblico, sentimenti del tutto inconciliabili con la santa dottrina.
  • Di conseguenza i nostri libri di storia sarebbero privi di quelle meravigliose invenzioni che mantengono la nazione nella sua felice stupidità. Questi libri commetterebbero l’imprudente principio di rendere giustizia alle buone e alle cattive azioni e raccomanderebbero la giustizia e l’amore della patria, cosa che è palesemente contraria ai diritti della nostra terra.
  • Col tempo, nascerebbero dei miserabili filosofi i quali, col pretesto specioso ma censurabile di illuminare gli uomini e di renderli migliori diffonderebbero delle virtù pericolose, delle quali il popolo deve restare sempre all’oscuro.
  • Questi libri eleverebbero il concetto di Dio rivelando che egli è presente in ogni luogo; di conseguenza diminuirebbe il numero dei pellegrini alla Mecca, con grave detrimento delle anime.
  • Ne conseguirebbe senza dubbio che, a forza di leggere questi autori occidentali che trattano di malattie contagiose e del modo di prevenirle, ci troveremmo in seria difficoltà a preservare la peste, cosa che sarebbe un grave attentato agli ordini della Provvidenza.

Per queste ragioni, per l’edificazione dei fedeli e per il bene delle loro anime, noi li diffidiamo dal leggere alcun libro sotto pena della dannazione eterna. E per evitare che essi cedano alla tentazione diabolica di istruirsi, noi vietiamo ai padri e alle madri d’insegnare a leggere ai loro bambini. E per prevenire eventuali infrazioni a questo nostro editto, noi li diffidiamo espressamente dal pensare sotto la pena della dannazione pocanzi espressa; ingiungiamo a tutti i veri credenti di denunciare alle istituzioni chiunque abbia espresso quattro frasi di senso compiuto. Ordiniamo che in tutte le conversazioni ci si serva di termini che non significano nulla, secondo l’usanza della Sublime Porta. E per impedire che qualche pensiero si insinui di contrabbando nella sacra città imperiale, coinvolgiamo in particolare il primo medico di sua Altezza il quale, avendo già ucciso quattro augusti personaggi della famiglia ottomana, ha più di ogni altro l’interesse a prevenire l’infiltrazione di ogni specie di conoscenza nel paese; gli diamo il potere, con questo scritto, di selezionare ogni idea che si presenti, espressa per iscritto o a voce, alle porte della città, e di portare la suddetta idea, mani e piedi legati, al nostro cospetto così che possiamo infliggerle il castigo che ci piacerà.

Emesso dal nostro palazzo della stupidità, il giorno 7 della luna di Muharem, anno 1143 dell’Egira.

GRACE PALEY, UN UOMO MI RACCONTO’ LA STORIA DELLA SUA VITA

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Maestra del racconto breve , Grace Paley, che abbiamo già pubblicato sul blog, narra in ventidue righe una vita,  il suo senso, la casualità del suo dipanarsi, le sue potenzialità inespresse, l’assur che la governa. 

Vicente disse: Volevo fare il dottore. Con tutto il cuore, volevo fare il dottore. 
Imparai ogni osso, ogni organo del corpo. A che serve? come funziona?
La scuola mi disse: Vicente, fa l’ingegnere. Sarebbe una buona cosa. Capisci la matematica. 
Io dissi alla scuola: voglio fare il dottore. So già come si collegano gli organi. Quando qualcosa non va, so capire come vanno fatte le riparazioni.
La scuola disse: Vicente, davvero puoi essere un ingegnere eccellente. Tutti questi test mostrano che buon ingegnere potresti essere. Non mostrano che puoi essere un buon dottore.
Dissi: Oh, io desidero ardentemente fare il dottore. Quasi piangevo. Avevo diciassette anni. Dissi: però forse avete ragione voi. Voi siete l’insegnante. Voi siete il preside. So di essere giovane. 
La scuola disse: E inoltre, stai per andare sotto le armi.
E allora divenni cuoco. Preparavo da mangiare per duemila uomini. 
Ora vedete. Ho un buon lavoro. Ho tre bambini. Questa è mia moglie, Consuela. Sapevate che le ho salvato la vita?
Lei stava male. Il dottore disse: Che c’è? Si sente stanca? Ha avuto troppo da fare? Quanti bambini ha? Stanotte riposi, domani faremo gli esami.
Il mattino dopo telefonai al dottore. Dissi: bisogna operarla immediatamente. Ho guardato nel libro. Vedo dov’è il suo dolore. Capisco dov’è la pressione, cosa la provoca. Vedo chiaramente qual è l’organo che sta creando problemi.
Il dottore fece le analisi. Disse: Va operata immediatamente. Disse: Vicente, tu come lo sapevi?

Grace Paley, Più tardi nel pomeriggio, La Tartaruga, Traduzione Laura Noulian

I furbetti del mercatino (delle idee)

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C’è qualcosa di stravagante, di bizzarro, di sconveniente o anche semplicemente di degno di nota nel mettere in vendita una lattina di letame (del tutto ecologico, s’intende) inserendola in una linea di prodotti alimentari costosi, di nicchia e di massa al tempo stesso? E’ una trovatina un po’ stupida, bamboleggiante, ma del tutto coerente con la filosofia paffuta e benedicente di Eataly e del suo profeta Farinetti.
Invece Francesco Maria del Vigo, nel suo blog “Pensieri spettinati”, (“La merda radical chic sbarca da Eataly“) ritiene che la messa in vendita della lattina di sterco sia un’occasione preziosa per tirare in ballo il farinettismo, il renzismo e soprattutto per rimettere in scena il personaggio di una vecchia commedia che da tempo era uscita di repertorio, il “radical chic”, cioè quell’individuo debole e patetico che, per essere à la page con le idee correnti, ha sventolato il libretto rosso di Mao, ha fatto il viaggio in Indie sulle tracce dei Beatles, ha comprato le clark alte perché era convinto che fossero le scarpe più adatte alla guerriglia urbana.
Esiste ancora, è mai esistito il radical chic? Può darsi ma non mi sembra rivesta più interesse del benpensante militante che lo mette alla berlina: sono due figurette fittizie, inconsistenti, che andrebbero abbandonate nel loro limbo da Settimana enigmistica, insieme alle suocere petulanti e alle mogli coi bigodini e il mattarello.
Non sarebbe valsa la pena, dunque, di occuparsi degli strali di Francesco Maria del Vigo se nell’enfasi della polemica non si fosse allargato e non avesse coinvolto anche Piero Manzoni e la sua famosa “Merda d’artista” del 1961. L’occasione era ghiotta: l’analogia fra la merda di vacca di Eataly e la merda d’artista di Manzoni consente al blogger di sputtanare, insieme ai furetti del mercatino dei nostri giorni (dei quali pochissimo c’importa) anche un artista che ebbe un’importanza centrale negli anni Sessanta. A quando una rilettura ilare e livida dell’orinatoio di Duchamps?

R0BINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Backstage. La finzione e lo stupore.

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Non diversamente da un’azione teatrale, anche un video contiene molti elementi finzionali. Lo documenta questa foto, nella quale il regista mostra a Robinson come tagliare un tronco. Il paradosso sta nel fatto che il regista non ha la minima pratica di legni e segacci, mentre Brunati/Robinson se ne intende abbastanza.

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Purtroppo non è possibile ricostruire quale sia l’inquadratura che desta tanto stupito interesse in Robinson e in Venerdì. E’ da escludere che si tratti di un soggetto singolare, visto che la maggior parte delle inquadrature sono sempre le stesse: mare. sabbia, alberi. Probabilmente ciò che stupisce i due attori è il racconto che il videomaker e il regista stanno improvvisando.

 

Le allegre filastrocche del terrore. PIERINO PORCOSPINO

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Il travolgente successo di Benigni con i suoi “Dieci comandamenti” richiama alla memoria un libro molto più recente e certo assai meno diffuso della Bibbia, ma che rappresentò verso la fine del XIX secolo un decalogo laico al quale si attennero i genitori tedeschi nell’educazione della prole.  Il suo titolo originale è Der Struwwelpeter fu tradotto in Pierino porcospino. Sono dieci storielle in versi di taglio comic/horror che raccontano dei castighi riservati (dal Fato: i  genitori, ipocriti, non muovono un dito ma fra le righe non si dispiacciono troppo)  ai bambini disobbedienti: chi viene bruciato vivo dai fiammiferi, chi muore di consunzione per aver rifiutato la pappa, chi si trasforma in un orrendo mostro perché non si lava abbastanza, chi, come nella nostra storiella, viene amputato dei pollici perché deve perdere il brutto vizio di succhiarseli. Sublime e forse non casuale tocco di humour noir, l’autore era uno psichiatra, Heinric Hoffmann.
(La lettura è riservata agli adulti maturi (?), e sotto la loro personale responsabilità)

La storia del bambino che si succhia i pollici

Dice la mamma: ” Mio buon Corrado,
Per pochi istanti io me ne vado,
Vo’ che tu sia studioso e buono,
Non far disordine, non far frastuono.
E guai se il pollice succhiar vorrai!
In modo orribile ten pentirai. 

Tu non l’aspetti, ma, di soppiatto,
Entrerà il sarto tutto ad un tratto,
Taglierà il pollice col forbicione,
Come se panno fosse o cartone “.

La mamma appena la soglia ha tocca, 
Ed ecco il pollice è nella bocca!

S’apre la porta ed il sartore 
Entra a gran salti pien di furore. 
Col forbicione, zig zag, recide 
Al bimbo i pollici; il bimbo stride, 
Invan, ché il sarto se n’è già andato 
Col forbicione insanguinato!

La mamma attonita e sbigottita 
Vede Corrado senza due dita, 
E quei due pollici, così tagliati, 
Mai più a Corrado son rispuntati.

Heinrich Hoffmann, Pierino Porcospino, Hoepli, Traduzione Gaetano Negri

ROBINSON CRUSOE, IL BESTELLER. Backstage. Vita quotidiana.

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La prima inquadratura di Venerdì, quella che segna il suo ingresso nel racconto, ‘è una silhouette, così come ai conviene a un personaggio misterioso. Le punte dei suoi capelli si stagliano contro le cime degli alberi: la vegetazione e Venerdì, prima della sua acculturazione, sono Natura.

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L’immagine inquietante di Venerdì diventa familiare quando Robinson incomincia a curarlo con periodiche letture della Bibbia (nella foto la tiene sulle ginocchia). Sulle prime, la lettura dei sacri testi non entusiasma il giovane e a fatica Robinson riesce a fargli togliere le cuffie dell’ipod.

 

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Backstage: ARRIVA VENERDI’

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Venerdì è giovanissimo. Si chiama François Ndaymbaje, ha diciassette anni, s’interessa di cinema e di musica. Forse farà il regista o lo sceneggiatore. Il suo rapporto con Robinson si consuma anche nel confronto generazionaleM che diventa impietoso, quando si sviluppa sul piano fisico.

imageUna certa tensione è inevitabile, sul set. In Robinson scatta la ribellione quando gli viene chiesta l’ennesima gara di corsa con Venerdì.

 

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Minivideo backstage: L’isola dispettosa, 56″

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Questo frammento di backstage necessita di una breve introduzione. I due personaggi che vedrete in azione sono Robinson e il regista. Sulla costa di Silvi Marina, nei pressi di un canale naturale, scoprimmo fin dal primo giorno una piccola isola: sarebbe stata l’ideale per rappresentare le mire espansionistiche di Robinson. Purtroppo questo bottone di sabbia (una quindicina di metri, non di più) appariva e spariva senza regole. Un pomeriggio che l’isola era in stato di emersione decidemmo di agire, La distanza fra la terra ferma l’isola era inferiore al metro ma non avevamo la possibilità di costruire un ponticello né era pensabile di poter attraversare quel piccolo tratto di mare a piedi nudi, visto il freddo. Robinson, impavidamente, si offrì di saltare ma era molto rischioso: bastava un salto troppo corto e avremmo dovuto interrompere il lavoro. Si decise di fare come le federazioni di atletica in occasione delle olimpiadi: per partecipare è necessario fare un salto non inferiore a una certa misura. Questo breve spezzone di 56″ documenta la prova di qualificazione di Robinson per il salto sull’isola.

Nel giardino di facebook. Il ragazzo morto e le mutande della Pausini

 

 

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In un tempo molto lontano, prima di internet, gli accostamenti fortuiti e bizzarri che il Caso offriva a chi passeggiava per le vie della città erano tanto innocenti che i begli spiriti (si chiamavano così quei personaggi solitamente un po’ noiosi che s’incaricavano, chissà perché, di divertire amici e conoscenti) li collezionavano per riproporli, la sera, quando erano in combriccola. Le targhette dei campanelli erano una ricca sorgente di abbinamenti buffi : “Dottor Panza, ostetrico”, “Avvocato Cinquemani”; “Avvocato Bugiardini” e, sulla porta di fronte, allo stesso pianerottolo, “Avvocato Della Veritò… Bastava che il cacciatore di bizzarrie tenesse gli occhi aperti e, passo dopo passo, i nomi gli apparivano ad altezza d’occhio, uno dopo l’altro, come le facce dei calciatori schierati al centro del campo durante l’esecuzione degli inni nazionali. Trasposto a livello planetario, il gioco degli accostamenti genera orrendi mostri, come nel post che ho trovato su facebook, riguardante l’orribile morte di un ragazzo. Il tono che l’articolista si sforza di mantenere è quello della compunzione ma il pezzo è incorniciato da un link che recita “Pausini, senza mutande”. L’enunciato è ambiguo per via di quella virgola dalle intenzioni non troppo chiare che lascia aperte svariate intrerpretazioni: “Lei mi parla della Pausini…? Ma per caritò, è senza mutande”. Oppure imperativo, come un ordine militaresco: “Pausini Laura, si levi subito le mutande!”  O ancora, come un’accorata deplorazione: “Sempre lei, Pausini… ancora senza mutande…”  Secondo me, il punto non è costituito dalle mutande della Pausini ma dalle mutande della rete che se le mette e se le toglie in continuazione, articolo dopo articolo, a seconda dei casi: in questo vortice di biancheria, di togli e metti senza paraventi, è inevitabile che qualche mutanda rimanga appesa là dove non dovrebbe. O forse non si tratta di una svista?

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. 2 gennaio. Backstage

Passata la bufera dell’anno vecchio, il 2015 porta sole e lavoro (è un po’ altisonante ma anche beneaugurante per tutti). Il mare è sempre aggressivo ma senza l’alleanza con l’acqua che viene dal cielo diventa uno di quei giganti incatenati che ringhiano e si dimenano solo per dare spettacolo. Non so esattamente quanto abbiamo girato ma il minutaggio è decisamente buono; già al mattino abbiamo registrato svariate sequenze, e ne avremmo portate a casa ancora di più se i vagabondaggi di Robinson non fossero stati interrotti da passeggiatori con cane e senza cane, da salutisti che facevano jogging per smaltire la notte e da un signore di Silvi Marina che ha preteso di portare il nostro naufrago a visitare le carcasse di due tartarughe morte in un punto molto lontano della spiaggia, una grande e una piccola – madre e figlia, sosteneva lui, per caricare di pathos l’escursione. Naturalmente Robinson ha accettato, così per un po’ l’abbiamo perso. Recuperatolo, senza tartarughe, per fortuna, tutto è filato liscio.

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In questa foto sembra che non succeda niente ma non è così; il videomaker sta sorvegliando la scena nel mirino; Robinson, in campo lungo, legge un librone che più avanti si rivelerà essere la Bibbia, e il regista, alla sua destra, non sta prendendo il fresco marino ma è in stretto colloquio con Robinson: gli parla, gli suggerisce posizioni da assumere, qualche volta s’inventa situazioni alle quali Robinson dovrebbe reagire, Per essere un film muto che supporterà uno spettacolo teatrale, circolano moltissime parole.

 

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Dopo la pausa pranzo, siamo tornati alla spiaggia e abbiamo scoperto che uno dei tanti bastoni usati dal Naufrago e piantati a marcare il territorio poteva funzionare da meridiana. Nel romanzo di De Foe, e in misura minore anche nella nostra riscrittura, il tempo ha un’importanza centrale: una delle prime preoccupazioni di Robinson dopo che è scampato al naufragio, è di riuscire a tenere il conto dei giorni, dei mesi e degli anni; forse pensa che la sua storia, disancorata del tempo, potrebbe sembrare una pura e semplice fantasia. Costruire una meridiana, tuttavia, non è impresa facile e abbiamo lasciato perdere, troveremo altri strumenti di misurazione. 

 

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Fra le molteplici prospettiva che il romanzo di De Foe offre al lettore c’è anche il recupero, anzi l’invenzione, della manualità. Prima di essere rigettato esanime sull’isola, Robinson era soltanto un marinaio divorato da una febbrile smania di avventura (che sfocia in un desiderio di autodistruzione, considerando tutti i naufragi di cui è vittima in queste pagine). Nudo, sprovveduto e abbandonato da Dio, il marinaio Robinson deve inventarsi agricoltore, cacciatore, carpentiere. Questa foto di scena ci mostra Robinson in quello che si potrebbe definire il suo laboratorio. Paolo Brunati, scrittore e artista figurativo, una volta insediato in questa struttura che abbiamo trovato sulla spiaggia e che abbiamo arrangiato alla meglio, non voleva più uscirne. Se lo avessimo assecondato, ne sarebbe uscito materiale per alcune mostre.