C’è del metodo, in quella follia, anzi c’è una macchina produttiva mondiale perfettamente oliata e organizzata, ci dice Catherine.
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Il video della domenica. Che cosa dovettero vedere le tre donne? MARCELL IVANYI, WIND
http://www.mediacinema.org/files/52c0e0a89cb1c448001606decbc00b69-15.html
(a cura di Francesco Ghisi)
Sappiamo tutti che cos’è una panoramica cinematografica; a volte questo movimento di macchina è puramente funzionale per accompagnare un soggetto che vogliamo tenere in campo; altre volte è descrittiva, illustra, esplora dei soggetti che inizialmente non entrano nell’inquadratura; in generale, si tratta di un movimento morbido al quale alcuni preferiscono lo stacco, è una questione di stile, di gusto, di scelta narrativa. Questa panoramica dell’ ungherese Marcell Iványi inquadra inizialmente tre donne e si muove compiendo un cerchio di 360°. Al cinema, sei minuti (questa è la durata della panoramica) possono essere tanti o pochi: in questo la lentezza della macchina sviluppa una forte tensione perché il nostro sguardo diventa quello delle tre donne e noi, come loro, alla fine del giro, siamo messi di fronte a una realtà che non avremmo mai voluto vedere.
P.S. dopo aver cliccato sul link, il video va cercato sulla pagina che appare. E’ il terzo, “Wind”
Una strip di Stefano Disegni. Il cervello al muro
Un vento che impregna tutti i quartieri. ALBERT CAMUS, LA PESTE
Esistono romanzi che hanno la capacità di agire, nella mente e nella coscienza di ogni lettore, come uno specchio in cui si riflettono i fantasmi della storia e quelli personali.
Ne La peste di Albert Camus (1947) si volle vedere la rappresentazione del Male, e di quello nazista in particolare. Il lettore di oggi può cogliere, anche in un frammento, le straordinarie risonanze che emanano da questa scrittura.
Fu a metà di quell’anno che il vento si levò, soffiando per parecchi giorni sulla città appestata. Il vento particolarmente temuto dagli abitanti di Orano: non incontrando nessun ostacolo naturale sul pianoro dove la città è costruita, raffiche s’ingolfano nelle strade con intatta violenza. Dopo i lunghi mesi in cui non una goccia d’acqua aveva rinfrescato la città, questa era coperta d’una patina grigia che s’incrinò al soffio del vento. E il vento sollevò nubi di polvere e di carta che battevano sulle gambe dei passanti divenuti più rari. Li si vedeva frettolosi per le strade, curvi in avanti, con un fazzoletto o la mano sulla bocca. La sera, invece degli svaghi con cui si tentavano di prolungare il più possibile quei giorni di cui ciascuno poteva essere l’ultimo, s’incontravano gruppetti di persone ansiose di rientrare a casa o di ripararsi nei caffè; sì che per alcuni giorni, al crepuscolo, che a quell’epoca giungeva più rapido, le strade erano deserte e soltanto il vento vi inoltrava i suoi continui lamenti. Dal mare agitato e sempre più invisibile saliva un odore d’alghe e di sale; e la città deserta, sbiancata dalla polvere, satura di odori marini, tutta sonora dei gridi del vento, gemeva allora come un’isola maledetta.
Nel centro stesso della città si ebbe l’idea d’isolare certi quartieri particolarmente colpiti, e di non autorizzare a uscirne che gli uomini i cui servizi fossero indispensabili. Coloro che sino allora vi erano vissuti non poterono fare a meno di considerare questa misura come una vessazione particolarmente diretta contro di loro, e in ogni caso pensavano, per contrasto, agli abitanti degli altri quartieri come a uomini liberi. Questi ultimi, in cambio, nei momenti difficili trovarono una consolazione nell’immaginare che altri erano ancora meno liberi di loro. “Vi è sempre qualcuno più prigioniero di me”, era la frase che riassumeva allora la sola speranza possibile.
Albert Camus, La peste, Bompiani, Traduzione Beniamino Dal Fabbro
Folate di tenebra. “Le canard enchainé” nel mirino?
Appena il tempo di pubblicare un frammento di Cuore di tenebra, di Conrad, e le agenzie fanno sapere che sarebbe entrata nel mirino del terrore la più antica rivista satirica francese, “Le Canard enchainé”. Il progetto sarebbe quello di fare a pezzi i suoi redattori con la mannaia. La notizia, fondata o meno che sia, rappresenta un crudo contraccolpo che ci riporta dal libro al banco della macelleria e rende quanto mai urgente condividere il titolo d’apertura della rivista: “Coraggio, ragazzi, non lasciatevi abbattere!”
Oltre il nemico, oltre il terrestre. JOSEPH CONRAD, CUORE DI TENEBRA
E’ meglio non tentar di scrivere qualcosa di nuovo su Cuore di tenebra dopo il molto che è stato scritto, è un’opera che continua a produrre forti risonanze, quelle di cui, magari senza che ce ne rendiamo conto, abbiamo bisogno ; basterà dunque ricordare che questo libro è un viaggio unico all’interno di un male che si rivela progressivamente a mano a mano che l’imbarcazione del narratore protagonista Marlow procede sul corso del fiume Congo per una missione commerciale. Scorre il fiume e scorre la narrazione addentrandosi fra le spire di un colonialismo torbido che non è solo sfruttamento dell’uomo ma macchina diabolica e deprivata di senso, mentre si avvicendano sipari di corpi indistinguibili l’uno dall’altro. Dal grumo dell’indistinguibile, una figura si ritaglia, la leggiamo da due occhi stampati su un volto muto e da una mano che meccanicamente afferra un biscotto.
Il romanzo fu pubblicato nel 1902. Va letto, o riletto in questi giorni, oggi, con priorità su molti altri che possono benissimo aspettare.
Certe forme nere stavano accovacciate, sdraiate, sedute tra gli alberi, appoggiate ai tronchi mezzo confuse entro quella luce crepuscolare, nei più vari atteggiamenti della sofferenza, dall’accasciamento, della disperazione. Un’altra mina esplose sul ciglione, seguita da un leggero fremito del terreno sotto ai miei piedi. Il lavoro proseguiva. Il lavoro! E quello era il luogo dove alcuni di quei lavoratori si erano appartati per morire.
Che stessero lentamente morendo, era cosa assai chiara. Costoro non erano nemici, non erano delinquenti, non erano più nulla di terrestre, ormai: niente altro che quei simulacri della malattia e della fame, stramazzati confusamente in quel barlume verdastro. Portati in quel luogo dai più lontani recessi della costa con certi legalissimi contratti temporanei, sperduti in un ambiente ostile, nutriti con cibi non confacenti, si ammalavano, perdevano ogni efficienza, e venivano allora autorizzati a trascinarsi in dispare per risposare. Quelle figure moribonde eran libere come l’aria: e quasi altrettanti tenui. Cominciai a distinguere un luccicar d’occhi sotto le fronte. Allora, abbassando lo sguardo, scorsi, accanto alla mia mano, un volto. Il carcame nero giaceva disteso con una spalla contro l’albero: e vidi le palpebre sollevarsi lentamente e gli occhi incavati guardarmi, enormi, e vacui, come un bianco, cieco balenio. movente infondo all’orbita, che lentamente si spense. L’uomo pareva giovane, quasi un ragazzo: ma sapete bene che con quella gente è difficile giudicare. Non seppi far altro che offrirgli un biscotto rimastomi in tasca. Quelle dita ci si richiusero sopra lentamente e lo tennero stretto: a parte questo, non il più piccolo movimento, non uno sguardo. Aveva un filo di lana bianca legato attorno al collo. Perché? Dove mai lo aveva preso? Era forse un distintivo, un ornamento, un amuleto, il simbolo di un rito propiziatorio? Era comunque in relazione con un’idea qualsiasi? Aveva un’aria stupefacente, attorno al suo collo ero, quel pezzo di filo bianco venuto di là dai mari.
Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Einaudi, Traduzione Alberto Rossi
Metti, una sera, cinque ragazzi a L’Aquila. L’INCENDIO DEL PALAZZO. Video
La notizia, di qualche giorno fa, è di quelle piccolissime che non riescono a perforare le pagine della cronaca locale: dei vandali incendiano il muro di un palazzo settecentesco a L’Aquila. I danni non sono ingenti né irrimediabili, anche se il colore di Palazzo Paoni-Tatozzi era quello originario – ma vogliamo badare alle sfumature di colore, sprofondati, come siamo, nel buio? Il video che ha registrato l’episodio provoca un brivido di malessere: la notte vuota, il silenzio, il quintetto che entra in scena dinoccolato, appicca il fuoco e se ne va. Con naturalezza. Si pensa (almeno a me verrebbe da pensare) che un incendiario, sia pure in un video muto, debba palesare se non uno stato di raptus almeno un appagamento, o anche solo una una minima soddisfazione: che quelle fiamme, insomma, rappresentino per lui qualche cosa: rabbia, rivolta, estasi, non ha importanza. Qualche cosa. Invece niente: è stata una pausa vuota nel girovagare per i vicoli dei condannati al nulla. Il tempo di accendere una sigaretta. O un palazzo.
Una mamma, un cavallo e una pistola. CALAMITY JANE, Lettera alla figlia

Forse qualche lettore maturo di questo blog si ricorderà di Calamity Jane per averla incontrata negli albi di Pecos Bill, pubblicati per qualche anno in Italia dal 1949. La versione fumettistica proponeva una pistolera bionda, coi boccoli e sempre pronta a tirar fuori la pistola sparando prima e meglio degli uomini; una sorta di protofemminista del West che coniugava avventura e fascino, impeto e charme cavalcando impavida per le praterie con i biondi capelli svolazzanti sotto il cappellone. Ma Calamity Jane esistette davvero. Si chiamava Marta Jane Canary-Burke (1852 – 1903) e la sua forma umana era molto diversa da quella di Doris Day, che la interpretò, nel 1953, in “Non sparare, baciami”. Meno avvenente ma certo più interessante: galoppava, sparava e in più beveva come uno scaricatore (del quale aveva anche il fisico), probabilmente ruttava come i suoi compagni di saloon, giocava d’azzardo e al caso faceva a botte cavandosela piuttosto bene. Visse l’epopea del selvaggio West facendo la conduttrice di carovane, la cercatrice d’oro e forse anche la prostituta. Finì la sua carriera esibendosi nel circo di Buffalo Bill.
Fra un’avventura e l’altra, mise al mondo una figlia d’incerta paternità; lei pretendeva che fosse di Wild Bill, l’eroe della sfida all’Ok Corral; lui, il presunto padre, pare non la potesse vedere ma su queste faccende non si può mai mettere la mano sul fuoco, le notti accanto ai falò sono lunghe e tormentose.
Essendo la mamma troppo impegnata, la figlia non ebbe mai modo di conoscerla; il rapporto madre/figlia visse dunque in un epistolario a sola andata dal quale si ricava anche la vita di una madre che non può mettere d’accordo il suo desiderio e il suo destino.
Cara Janey,
tempo fa andai con la diligenza dai Cheyenne e fu piuttosto eccitante. Conduceva la diligenza Luke, e abbiamo fatto una bella chiacchierata. Prima di andarcene abbiamo fatto una gara di tiro. Li ho sconfitti tutti e mi sono montata la testa. Tuo padre mi sfidò a guidare la diligenza in quel viaggio. Io lo feci e mi sono trovata proprio in un bel guaio, Janey. I fuorilegge erano dietro di me, si faceva buio e sapevo che bisognava fare qualcosa, così saltai giù dal posto di guida sul cavallo più vicino, poi sul mio cavallo da sella che era legato accanto, e nel buio mi avvicinai ai fuorilegge. Tuo padre era dietro e nell’oscurità non potevo rendermi conto, ma dopo che ebbero fermato la diligenza e non ebbero trovato passeggeri ma solo mucchi di povere d’oro, allentarono la guardia. Tuo padre e io abbiamo preso tutto il branco. Ce n’erano otto e naturalmente abbiamo dovuto sparargli altrimenti non si sarebbero arresi. Spero che tu un giorno venga quaggiù, così saprai quante ne ho passate. Ancora due anni e poi verrò a trovarti, cara. Poi tu forse penserai a me qualche volta, non come a tua madre ma come a una donna sola che una volta amò e perse una bambina come te. Ti prenderò in grembo e ti racconterò tutto di quella bambina. Naturalmente non saprai di essere tu.
Da quando papà Jim mi ha dato i libri di scuola e il dizionario da portarmi a casa ho cercato di istruirmi così posso sillabare e leggere e scrivere. Aver rinunciato a te mi ha quasi ucciso, Janey. La tua gente ti ha chiamata Jane per me. Ecco perché io ti chiamo Janey. Prendo un libro per volta e cerco nel dizionario ogni parola di cui non conosco il significato. Ho fatto solo la terza a scuola, e anche se ho quei libri per studiare non è impresa da poco.
Voglio essere in grado di comportarmi come una bianca quando verrò a trovarti. Tutti pensano che io non possa leggere e scrivere nemmeno il mio nome, lascio che pensino così, trovo che è meglio. Tuo nonno e tua nonna furono istruiti anche se io no e non fu colpa loro se mancai la prima occasione che ebbi. Vedi, tuo nonno era un predicatore. Pensava di poter combattere l’intera Nazione indiana con una Bibbia. Io non ho paura di affrontarli finché ho due pistole alla cintura, ma com’è vero il diavolo, non lo vorrei proprio fare con una Bibbia sotto il braccio. Capirai tutto questo un giorno. Buona notte, Janey.
Calamity Jane, Lettere alla figlia, Feltrinelli
Traduzione Gabriella Agrati e Katia Bagnoli.
IL VIDEO DELLA DOMENICA. Omaggio a tutte le vittime. Institut National de l’Audiovisuel
CHARB – Non vedo come potrei vivere in un paese dove non potrei ridere di un certo argomento perché comporta un rischio. Un rischio giudiziario, un rischio mortale o un rischio… No, preferirei…
WOLINSKI – Ci sono sempre stati, in Francia, dei disegnatori satirici e quando non c’erano dei disegnatori c’era una tradizione di grandi scrittori. Risale a Rabelais, questa tradizione, di persone che avevano qualcosa da dire e che lo dicevano con una certa violenza e un certa asprezza. Noi siamo la prosecuzione logica dell’”Assiette au Beurre” (la più feroce rivista di satira sociale francese dell’inizio del Novecento, n.d.r)
CABU – L’humour è un pugno in faccia ma non lo si può fare con della carta velina o carta da caramelle, tutto qui.
TIGNOUS – Se invecchiando mi rammolirò e non avrò più voglia d’incazzarmi, perché sarò diventato indifferente dicendomi che non vale più la pena, arriveranno sempre dei nuovi giovani che…
BERNARD MARIS – Lo strumento di dominio degli esseri umani è l’insicurezza: dire tu non sai di cosa sarà fatto non il domani ma già la prossima ora.
La pentola, la routine, la fantasia
Questo blog ha una sua piccola programmazione: di massima, intendiamoci, e duttile, pronta a lasciare spazio a nuovi articoli che i fatti o il caso possano suggerire. Era previsto, per oggi, il racconto La gallina, di Clarice Lispector, che è appena comparso; prima di pubblicarlo c’è stata una leggera perplessità che vorrei condividere con i lettori: si poteva tornare, dopo i fatti di questi giorni, a una scrittura così compiuta e conclusa come questa della Lispector? Una piccola storia familiare così circoscritta a quattro pareti domestiche che il tempo ingrigisce e sbiadisce insieme ai deboli segnali di vitalità che di tanto in tanto affiorano? Siamo appena usciti (forse) da una tragedia che ha calamitato l’attenzione mondiale, e riaprire il sipario sul piccolo orrore impalpabile di una storia domestica mi è sembrato uno stacco forte, crudele ma ricco di risonanze: lo slancio umanitario, infantile, della bimba che vuole salvare la gallina si consuma nel nulla e la pentola appare come l’unico finale possibile, visto che nessuno dei personaggi che abitano la piccola tragedia (non la salvatrice, né la stupida beneficata, né gli inerti genitori) ha la fantasia per sottrarsi alla micidiale inerzia della routine.
Il sentimento del pennuto. CLARICE LISPECTOR, LA GALLINA

Mamma, bimba e papà. Una famigliola serena, forse un po’ grigia: l’ambiente adatto per un colpo di scena, piccolo, quasi insignificante come l’arrivo di una gallina. In poche righe, Clarice Lispector costruisce un racconto esemplare, tenendo un registro basso, tanto quotidiano che fa quasi male. E’ una cronaca familiare scritta con una penna tipo Parker 61 ( fu un mitico modello della casa americana, con la punta quasi interamente nascosta; lasciava un segno incisivo, piuttosto spesso, che non concedeva svolazzi) ma dentro questa scrittura lineare c’è l’ipocrisia di una commedia mal recitata che riguarda tutti: mamma, bimba, papà e gallina.
Pareva tranquilla. Ma a un tratto aprì le ali e con un goffo volo si posò sul tetto del vicino. Il padrone di casa, ricordandosi della duplice necessità di fare saltuariamente dello sport e di pranzare, indossò raggiante un paio di calzoncini da bagno e decise di seguire l’itinerario della gallina: a cauti salti raggiunse il tetto dove questa, incerta e vacillante, scelse d’urgenza una diversa direzione. L’inseguimento si fece sempre più pressante.
Alla fine, durante una pausa in cui si era fermata per godersi la fuga, l’uomo la raggiunse. Tra penne e schiamazzi, venne catturata e riportata in casa.
Fu allora che accadde. Semplicemente, per l’eccitazione, la gallina depose un uovo. Sorpresa, esausta, si accovacciò sull’uovo e rimase lì a respirare, aprendo e chiudendo gli occhi.
«Mamma, mamma, non ammazzare più la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!». Il padre con piglio brusco prese una decisione: «Se fai ammazzare questa gallina, non mangerò più galline in vita mia!».
«Neanch’io!» giurò la bambina con ardore.
La madre, infastidita, scrollò le spalle.
Ignara della vita che le era stata donata, la gallina prese a vivere con la famiglia e divenne la regina della casa. Tutti, tranne lei, lo sapevano. E continuò a vivere così, tra la cucina e il terrazzo di servizio, valendosi delle sue due facoltà: quella dell’apatia e quella del trasalimento.
Di rado, si ricordava ancora della gallina che si era stagliata nell’aria sull’orlo del tetto come per annunciare qualcosa. Ma neppure in quei momenti l’espressione della sua testa vuota si alterava.
Finché un giorno l’ammazzarono, la mangiarono, e gli anni passarono.
Clarice Lispector, Legami familiari , Feltrinelli, Traduzione. Adelina Aletti
JE SUIS CHARLIE. Susanna Trippa. Niente steccati ma il vento è forte
Lo scrittore Muin Masri se la cava troppo facilmente. Comoda la vita…
Non sono per gli schieramenti e gli steccati, parlo di una rivoluzione interiore per cambiare davvero le cose perché ci credo. Però, pur continuando a non erigere steccati, per come la penso io, ora un vento forte – come dice bene Alberto Gozzi – viene a svegliarci e a chiamarci ad esporci. Tutti.
E agli islamici chiedo una cosa sola: prendete posizione! Rivelateci da che parte state.
E chiedo anche agli Imam di dichiarare se, nelle loro scuole coraniche e nelle moschee, continueranno a dire che le offese contro la religione sono da punire con la morte. E qui comunque si apre un capitolo: per loro ci sono altre offese da punire con la morte quali adulterio, omosessualità etc.
Per ora dichiarazioni forti, reali, in tale direzione, non le ho sentite.
Solo per questo motivo, anch’io dichiaro “Sono Charlie”, non perché mi piaccia in realtà la satira che diventa offesa. Ugualmente però ora dichiaro: “Sono Charlie”.
CHARLIE HEBDO. CONTROCAMPO: Lo scrittore Muin Masri, mussulmano e “italiano mal disegnato”
Ieri abbiamo socchiuso uno spiraglio del blog sulla strage di Parigi ripubblicando un minuscolo pamphlet di Voltaire che era uscito alcuni mesi fa, oggi ho citato un lucido articolo di Andrea Inglese su Nazione Indiana; mi sembrava che questo blog non dovesse restare bloccato sulla sua rotta frammentaria di materiali ondivaghi ma che, almeno per un giorno, fosse più sintonizzato con i fatti i quali, nel caso del Charlie Hebdo, bussavano piuttosto clamorosamente alla porta. Si poteva sempre rispondere:”Noi ci occupiamo d’altro, percorriamo rotte che incrociano la drammaturgia e la letteratura…” ma ormai è andata così, e dallo spiraglio è entrato un vento di quelli robusti che t’impediscono di chiudere subito la porta. Del tutto estraneo al giornalismo, non so come si gestisce una notizia né come si governa un dibattito. Ho lasciato che il vento entrasse. Lo scrittore Muin Masri ha inviato un commento all’articolo di Inglese, lo riporto con una premessa (che forse è giornalisticamente scorretta). Muin è un amico palestinese che da molto tempo vive in Italia dove lavora come informatico. Collabora con alcuni giornali, fra i quali “L’Internazionale”. Molti anni fa, ho pubblicato due suoi libri in una piccola e avventurosa casa editrice; erano storie di Nablus, limpide e un po’ trasognate, che raccontavano una quotidianità inedita, almeno per il lettore italiano. Con Muin abbiamo a lungo chiacchierato e discusso. Ricordo quando gli confidai che ciò che mi stupiva maggiormente nei suoi racconti (orali e scritti) era la totale assenza del concetto d’inconscio; mi era quasi impossibile immaginare che esistesse un mondo per il quale non era mai esistito Freud: da tempo siamo abituati a convivere con gli antifreudiani e i postfreudiani ma gli afroidiani non pensavo esistessero. Muin è mollemente accomodante e intimamente pacifico: credo che sia fuggito da Nablus perché non poteva continuare a veder morire i suoi amici e perché non intendeva prendere a sua volta le armi; ci sono tuttavia alcuni passaggi che non condivido, nel suo intervento. Il primo riguarda quei “due coglioni disegnati male”, che sarebbero gli assassini del Charlie Hebdo: il ritrattino, schizzato così, mi sembra tenda a deresponsabilizzare gli autori di un crimine non giustificabile e senza attenuanti. Un altro punto è la grigia accettazione (quasi levantina, verrebbe da dire) che Muin imputa al nostro Paese nei confronti di una serie di interlocutori di svariatissimo genere, dai malfattori in guanti gialli a quelli con le unghie orlate di nero. E’ senza dubbio vero, ma non basta a demotivare le reazioni di quanti si sentono feriti dalla strage e (forse ancor di più, se fosse possibile) dalle motivazioni che l’hanno provocata. Infine, il fatto che Mafia, servizi deviati, ecc. tolgano di mezzo con modalità più o meno brutali o complesse le persone scomode, non è una buona ragione per accettare nel club degli eliminatori un nuovo membro, che, come tutti i neo-iscritti, sta mettendo in mostra un attivismo tanto frenetico quanto destabilizzante.
“Je suis Charlie”. Confesso: non mi è mai piaciuto lo stile di Charlie Hebdo, spesso mi metteva in imbarazzo ma nonostante ciò ho sempre stimato e invidiato i vignettisti per la loro sensibilità intellettuale e il senso dell’umorismo.
“Je suis Charlie”. Confesso: non amo i funerali, non so piangere e odio gli applausi ma ieri l’altro ho visto due coglioni disegnati male, quasi scalzi, armati fino ai denti e al grido di “Allah Ukabar” hanno mirato al cuore dei francesi: La libertà di pensiero. Impossibile, roba da matti. E qui, tra solidarietà a Charlie-Hebdo e chi la spara più grossa sul pericolo dell’Islam in Europa, tutti a gridare “Je suis Charlie”, “Siamo in guerra”, “Fuori gli arabi dai coglioni”. Sì, grazie, ma che caxxo c’entriamo noi con il Charlie che c’è in voi? Il Bel Paese è l’unico al mondo ad essere amico di tutti: USA, Gheddafi, Israele, Palestina, Ankara, Curdi, Putin e ogni sorta di sceicco, monarca o presidente losco e terzomondista. Certo, in Italia il pericolo dell’integralismo islamico è sempre in agguato e non va sottovalutato, ma, generalmente, dopo i funerali alla tv, gli insulti e i falsi allarmi, per fortuna, non succede mai niente anche perché non c’è bisogno di fanatici religiosi stranieri per fare stragi di innocenti e minacciare la democrazia e la libertà di espressione, ci pensano la Mafia, le schegge impazzite, i servizi deviati e certi politici a mettere i bavagli alle persone scomode, siano esse cittadini, giornalisti e vignettisti. “Je suis Pasolini”, “Je suis Falcone”, “Je suis Borsellino”, “Je suis Rostagno” “Je suis Don Puglisi”, “Je suis Ilaria Alpi”, “Je suis piazza Fontana”, “Je suis Stazione di Bologna”, “Je suis Moro”, “Je suis Ustica”, “Je suis scuola Diaz”, “Je suis Ahmed”…
CHARLIE HEBDO. Un omaggio di Andrea Inglese su NAZIONE INDIANA
Nel vortice che va frullando insieme cronaca, sangue, caccia all’uomo, dibattiti sulla satira (dev’essere senza limiti o a schiuma controllata?), fa piacere trovare su Nazione indiana un articolo lucido come quello di Andrea Inglese: “Un omaggio a dei lucidi rompicoglioni miscredenti” che oltre a un’interpretazione del lavoro di Charlie Hebdo ci propone uno straordinario frammento di François Rabelais.
http://www.nazioneindiana.com/2015/01/08/un-omaggio-a-degli-autentici-rompicoglioni-miscredenti/?utm_source=Nazione+Indiana+newsletter&utm_campaign=560a1b465d-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_47a12c4aae-560a1b465d-159854357
CHARLIE HEBDO. Un antidoto: rileggere Voltaire
Questo articolo è stato pubblicato sul blog alcuni mesi or sono, in occasione del rapimento delle studentesse da parte dei integralisti islamici. I recenti fatti di Parigi ci suggeriscono di riproporlo ai nostri lettori
Nel 1765, Voltaire scrive questo piccolo pamphlet contro l’intolleranza e la libera circolazione delle idee. Il suo obiettivo erano gli ambienti più oscurantisti della cultura francese. Per non incorrere nella censura, Voltaire crea un Oriente del tutto immaginario usandolo come una sorta di sponda contro la quale far rimbalzare il suo paradossale sarcasmo – una tecnica straniante, quella di scegliere un luogo tanto lontano da apparire improbabile, che il nostro autore aveva già messo in atto nel suo Micromegas (ambientato inizialmente su Sirio), ne La principessa di Babilonia e in altri racconti filosofici. Ora, per un corto circuito della storia, l’Oriente di Voltaire diventa meno fantastico e assume i connotati di una sconcertante realtà.
Voltaire, Sul terribile pericolo della lettura
Noi, Joussuf-Chéribi, per grazia di Dio muftì del Santo Impero ottomano, luce delle luci, eletto fra gli eletti, a tutti i fedeli che vedranno queste parole, idiozia e benedizione.
Visto che Said-Effendi, ambasciatore presso la Sublime Porta di un piccolo Stato chiamato Frankrom, collocato fra la Spagna e l’Italia, ha introdotto fra noi la pericolosa pratica della stampa, dopo aver consultato a proposito di questa novità i nostri venerabili fratelli cadì e imam della città imperiale di Stambul, e soprattutto i fachiri, conosciuti per il loro zelo contro lo spirito, è sembrata una buona cosa a Maometto e a noi condannare, proscrivere nonché bollare con anatema la suddetta infernale invenzione della stampa, e ciò per le ragioni che andiamo ad esprimere:
- Questa facilità di comunicare il proprio pensiero tende evidentemente a dissipare l’ignoranza, che è la custode e la salvaguardia degli Stati civilizzati.
- Si deve temere che, fra i libri importati dall’Occidente, ve ne siano alcuni sull’agricoltura e sui mezzi per perfezionare la meccanica, le quali opere potrebbero alla lunga, che Dio non voglia, risvegliare l’intraprendenza dei nostri agricoltori e dei nostri manifatturieri, nonché stimolare la loro intraprendenza, aumentare la loro ricchezza, e sollecitare nei loro animi aspirazioni più nobili e una certa sollecitudine per il bene pubblico, sentimenti del tutto inconciliabili con la santa dottrina.
- Di conseguenza i nostri libri di storia sarebbero privi di quelle meravigliose invenzioni che mantengono la nazione nella sua felice stupidità. Questi libri commetterebbero l’imprudente principio di rendere giustizia alle buone e alle cattive azioni e raccomanderebbero la giustizia e l’amore della patria, cosa che è palesemente contraria ai diritti della nostra terra.
- Col tempo, nascerebbero dei miserabili filosofi i quali, col pretesto specioso ma censurabile di illuminare gli uomini e di renderli migliori diffonderebbero delle virtù pericolose, delle quali il popolo deve restare sempre all’oscuro.
- Questi libri eleverebbero il concetto di Dio rivelando che egli è presente in ogni luogo; di conseguenza diminuirebbe il numero dei pellegrini alla Mecca, con grave detrimento delle anime.
- Ne conseguirebbe senza dubbio che, a forza di leggere questi autori occidentali che trattano di malattie contagiose e del modo di prevenirle, ci troveremmo in seria difficoltà a preservare la peste, cosa che sarebbe un grave attentato agli ordini della Provvidenza.
Per queste ragioni, per l’edificazione dei fedeli e per il bene delle loro anime, noi li diffidiamo dal leggere alcun libro sotto pena della dannazione eterna. E per evitare che essi cedano alla tentazione diabolica di istruirsi, noi vietiamo ai padri e alle madri d’insegnare a leggere ai loro bambini. E per prevenire eventuali infrazioni a questo nostro editto, noi li diffidiamo espressamente dal pensare sotto la pena della dannazione pocanzi espressa; ingiungiamo a tutti i veri credenti di denunciare alle istituzioni chiunque abbia espresso quattro frasi di senso compiuto. Ordiniamo che in tutte le conversazioni ci si serva di termini che non significano nulla, secondo l’usanza della Sublime Porta. E per impedire che qualche pensiero si insinui di contrabbando nella sacra città imperiale, coinvolgiamo in particolare il primo medico di sua Altezza il quale, avendo già ucciso quattro augusti personaggi della famiglia ottomana, ha più di ogni altro l’interesse a prevenire l’infiltrazione di ogni specie di conoscenza nel paese; gli diamo il potere, con questo scritto, di selezionare ogni idea che si presenti, espressa per iscritto o a voce, alle porte della città, e di portare la suddetta idea, mani e piedi legati, al nostro cospetto così che possiamo infliggerle il castigo che ci piacerà.
Emesso dal nostro palazzo della stupidità, il giorno 7 della luna di Muharem, anno 1143 dell’Egira.









