Luca Ronconi, il teatro irriducibile

ronconi angelicaNella comunicazione mediatica, la ritualità che accompagna l’uscita di scena dei grandi personaggi opera con un coltello dalla lama piuttosto grossolana e frettolosa. Si sa: i tempi televisivi sono ristretti… la grande platea mediatica non sopporta i distinguo… un telegiornale non è la sede per un discorso critico… ci sono le sedi opportune per i necessari approfondimenti… Infatti ieri sera Rai 5 ha dedicato la programmazione all’opera di Luca Ronconi trasmettendo la versione de L’Orlando furioso che il regista aveva allestito per la tv nel 1975. Visto il carattere culturale del canale, credo che si sarebbe dovuto far precedere la trasmissione da un lungo e articolato dibattito (magari anche un po’ pedante, visto che Rai 5 è un canale di nicchia) sulla intraducibilità di quest’opera che nel 1969 aveva segnato uno spartiacque nella ricerca dello stesso Ronconi e nella storia del teatro italiano. La rilettura di Ronconi e Sanguineti, aveva sottratto il poema ariostesco alla dimensione claustrofobica del teatro restituendolo agli spazi aperti e a quell’aria che circola incessantemente nell’opera originaria; le azioni sceniche avvenivano simultaneamente e di conseguenza si operava una rottura del concetto di platea mettendo il pubblico nella necessità di scegliere quale sequenza seguire; le macchine sceniche, che tanta importanza avrebbero avuto nella drammaturgia ronconiana, si stagliavano nella piazza modificandone per una sera la morfologia. Tutto questo non poteva essere rinchiuso nella scatoletta televisiva; era evidente fin dalle premesse che quella riscrittura non poteva restituire la forza e l’evidenza di uno spettacolo memorabile, ma questo andava ricordato, come prologo critico e magari anche scomodo prima della trasmissione.
Ricordo una breve intervista radiofonica di Ronconi che risale, direi, a una ventina d’anni fa; una giovane intervistatrice gli poneva una domanda che a quei tempi era quasi di rigore: “Che cosa pensa del rapporto fra teatro e televisione? Pensa che la tv possa essere utile al teatro?” Alla quale Ronconi rispondeva, con un certo understatement: “Non saprei… c’è già tanta televisione nel nostro teatro…”

Integralismi, globalizzazione, narcisismi. EDOARDO SANGUINETI, “IO E’ UN ALTRO”

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GRISELDA“IO E’ UN ALTRO, UNO SLOGAN PER LA LOTTA AL NARCISISMO”. Integralismi, globalizzazione, narcisismi nell’intervista di Riccardo Bonavita a Edoardo Sanguineti, pubblicata su griseldaonline,  il portale di letteratura del dipartimento di italianistica dell’Università di Bologna. L’intervista è del 2002: in tredici anni lo scenario mondiale è profondamente mutato e la questione islamica si è caricata di implicazioni e di urgenze allora impensabili ma la lettura che ne fa Sanguineti si rivela ancora oggi preziosa, necessaria.

 http://www.griseldaonline.it/temi/l-altro/io-e-un-altro-intervista-riccardo-bonavita-sanguineti.html

 

Il video della domenica. Giorgia O’Brien (da non perdere)

giorgia a 2 senza raihttps://www.youtube.com/watch?v=9M43frkGfjg

L’avevo vista sul palcoscenico, dove sfoggiava una voce capace di passare dai toni del baritono a quelli del soprano con disarmante naturalezza e mi sorpresi a pensare, poco dopo quella sua esibizione,  che avrebbe figurato benissimo in uno sceneggiato radiofonico a puntate al quale avevo incominciato a lavorare, il Candido, di Voltaire. Nella riscrittura del romanzo avevo introdotto un personaggio jolly, la balia della protagonista femminile Cunegonda, con funzioni di coro e mi pareva che le due voci dalle quali era abitata Giorgia avrebbero accompagnato la sperduta fanciulla nelle sue miserevoli peripezie come le due voci genitoriali dalle quali non riusciva a staccarsi. Quando entrammo nello studio radiofonico, fu quasi inevitabile, fisiologico che Giorgia, oltre a recitare, incominciasse a cantare al microfono, così alcune parti di quello sceneggiato divennero, oltre che avventurose e filosofiche, anche musicali.
Mentre si dipanava il romanzo di Candido, scorreva parallelo anche quello della vita di Giorgia che a cena ne raccontava alcuni capitoli, sollecitata dai colleghi. Il Fascismo: durante le adunate, Giorgia, all’epoca ancora Giorgio, istintivamente si allineava con le Piccole italiane anziché coi Balilla. L’addio a Palermo dopo la rottura coi genitori (ma la madre, di nascosto, andò a Roma per il debutto teatrale del figlio, nel frattempo divenuto figlia). Il capitolo più  avvincente riguarda l’operazione a Casablanca, col chirurgo che durante la visita preliminare cade in un silenzio estatico (inginocchiandosi, secondo il racconto) di fronte all’ermafroditismo di Giorgia. E folgorante, dopo l’operazione felicemente conclusa, il gossip del chirurgo: “Questo stesso intervento l’ho effettuato, poco tempo fa (eravamo nel 1970, N.d.R.) su un intellettuale italiano molto famoso che oggi continua a indossare gli abiti maschili di sempre ma che porta a spasso un gioiello segreto come quello che ho realizzato su di lei”. Il chirurgo non volle e non poté dire di più. Il mistero del famoso intellettuale italiano col gioiello segreto rimane.
Nel romanzo che andava dipanando a puntate, Giorgia non raccontava dei suoi successi né delle sue collaborazioni con personaggi come Chéreau, Giuseppe Bertolucci, Gregoretti, Bussotti, ecc. perché durante una cena conviviale non si parla di lavoro, ci si siede e si gusta la vita dopo aver messo a capotavola i due ospiti d’onore, la Leggerezza e l’Ironia.

Ricette coniugali. HOREA GARBEA, FUNGHI AL POMODORO

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Confesso che non so nulla dello scrittore romeno Horea Garbea tranne le poche notizie che ho trovato sulla scheda di Wikipedia; ho scoperto questo suo breve racconto su griseldanoline, lo splendido portale di letteratura dell’Università di Bologna, che fra i molti saggi di alto livello propone qualche testo creativo di grande interesse, come questo Funghi al pomodoro dal quale sono stato conquistato: la sua scrittura sapiente e lineare fa risaltare l’humour noir  che pervade il racconto e che Garbea governa con l’impassibile serietà del comico di razza.

Dopo la pioggia spuntano i funghi. Almeno nei boschi. In città però spuntano le pozzanghere. Nessun sindaco bucarestino è riuscito a sostituire le pozzanghere con i funghi.
Ieri è piovuto. Dopo che è cessata la pioggia la mia vicina, la signora Vali, ha litigato furiosamente col marito Ene, perché, secondo lei, lui aveva votato per un sindaco che non aveva risolto il problema delle pozzanghere della mia strada che porta il nome di un quaranttotino. Ecco perché la signora Vali è dovuta andare al mercato attraversando delle pozzanghere. Al mercato ha comperato anche un chilo di funghi bagnati.
La signora Vali ha mondato i funghi con un coltello talmente affilato che sarebbe potuto diventare il corpo del reato in un delitto coniugale, ma non l’ha conficcato nel costato del marito. Poi ha lessato i funghi in acqua bollente che se fosse stata versata in testa ad un uomo l’avrebbe ammazzato. Ene l’ha scampata di nuovo.
La donna ha fatto saltare un po’ nel burro i funghi lessati insieme con della cipolla finemente tritata, mescolando in continuazione in una vecchia teglia di rame, che sbattuta in testa al compagno di vita l’avrebbe mandato direttamente all’obitorio. Ha aggiunto succo di pomodoro. Il signor Ene aveva detto mille volte alla signora Vali che se avesse continuato a mettere il succo di pomodori nella dispensa accanto al verderame avrebbe finito per confonderli. Ma lei non ha sbagliato la bottiglia nemmeno questa volta. Ha aggiunto sale, pepe, un po’ di dado. Quando la salsa si è ristretta abbastanza la signora Vali ha chiamato con voce arrabbiata il signor Ene in cucina, dove aveva apparecchiato per due. Ma lei non ha toccato il piatto di funghi. Ha preferito mangiare un po’ di formaggio. Diceva che non aveva per niente fame.
Se fossi uno di quegli autori che si rispetta scriverei che i funghi erano velenosi, che la signora Vali lo sapeva, perché non li aveva comperati ma li aveva coltivati appositamente, che il signor Ene ha pagato con la vita il suo poco ispirato voto e l’incompetenza del sindaco.
Siccome non sono uno di quegli autori devo confessare che non so esattamente cosa sia successo al signor Ene e nemmeno se quel giorno o un altro. Probabilmente è stato solo un incidente.

Horea Garbea, Funghi al pomodoro, griseldaonline, Traduzione Gabriela Lungu

Riscritture. QUELLI CHE… da Prévert a Jannacci

prévert jannacci fumetto

https://www.youtube.com/watch?v=T-zuUwgjQpo

Negli anni Sessanta, Jacques Prévert era considerato il poeta degli innamorati (“I ragazzi che si amano si baciano in piedi/Contro le porte della notte”), le sue raccolte di poesie, ahilui, erano l’alternativa colta ai Baci Perugina (a volte i due prodotti erano complementari); qualche attrice in età ma  di cuore ancora caldo si esibiva in recital prévertiani (con l’accompagnamento di un pianista compunto) illudendosi di far rivivere in palcoscenico, grazie alle luci e al trucco, la ragazza amorosetta che era stata fino a una ventina d’anni prima. Sia gli innamorati che le attrici, presi com’erano dalle rispettive urgenze sentimentali, ignoravano il primo Prévert, quello che dagli anni ’20 e per un decennio milita tra i surrealisti, e d’altro canto era abbastanza logico: Surrealismo e innamorati sono due categorie del tutto incompatibili. C’è invece una notevole analogia fra un componimento del Prévert surrealista (1931), Tentativo di descrizione d’un banchetto a Parigi (Francia) e una famosa canzone di Jannacci, Quelli che, registrata nel 1975. Sarebbe del tutto improprio parlare di uno Jannacci post-surrealista, ma è innegabile che le due composizioni hanno lo stesso impianto: potete voi stessi confrontarle ascoltando la canzone Quelli che  https://www.youtube.com/watch?v=T-zuUwgjQpo mentre scorrete con gli occhi il testo di Prévert che riportiamo.

 Tentativo di descrizione d’un banchetto a Parigi (Francia)

Quelli che piamente…
Quelli che copiosamente…
Quelli che tricolorano
Quelli che inaugurano
Quelli che credono
Quelli che credono di vedere
Quelli che credono nel credito
Quelli che piumeggiano
Quelli che sgranocchiano
Quelli che andromacano
Quelli che vittoriovaneggiano
Quelli che maiuscolano
Quelli che cantano a tempo
Quelli che tirano i piedi e li lucidano
Quelli che ventreggiano
Quelli che chinano i rai
Quelli che sanno spartire il pollo
Quelli che son calvi dentro il cranio
Quelli che benedicono i labari
Quelli che rendono gli “onori del piede”
Quelli che si levino i morti
Quelli che baionettincannano
Quelli che danno i cannoni ai bambini
Quelli che danno i bambini ai cannoni
Quelli che fluttuano ma non s’immergono
Quelli che non prendono il Pireo per un uomo
Quelli che libertà han sì cara come sa chi per lei tasse rifiuta
Quelli che in sogno piantano cocci di bottiglia sulla grande muraglia della Cina
……………………………………………………………………

Jacques PrévertTentativo di descrizione d’un banchetto a Parigi (Francia)
“Antologia  dello humour nero”, Einaudi, Traduzione Mariella Rossetti e Ippolito Simonis

Per non parlare solo di satira, l’Invettiva. GABER, IO SE FOSSI DIO.

GABER

https://www.youtube.com/watch?v=S3Fn7C7awqw

Tanti anni fa – anzi, meglio essere precisi, la data conta: era il 1980 – mi trovai ad essere coautore di un Famoso Giornalista per una trasmissione di rai 2 della quale curai anche la regia. La trasmissione prevedeva un’interminabile galleria di personaggi della vita politica, artistica, imprenditoriale ecc. italiana: da Agnelli a Mastroianni, Andreotti, Fellini, Missoni, Scalfari, Pajetta, e tanti altri. Parve opportuno, al F.G e a me, inserire in questa galleria variegata anche Giorgio Gaber. Ci ricevette, un dopocena, a casa sua, per una chiacchierata preliminare; avrebbe partecipato di buon grado alla trasmissione ma, si capì subito, la cosa che maggiormente gli interessava era parlare della composizione, Io se fossi Dio, che aveva appena terminato in quei giorni. Parlarne e farne ascoltare, magari, un breve estratto, visto che durava circa un quarto d’ora. Un Gaber inedito era un’occasione ghiotta, pensò il F.G., forse il titolo era un po’ forte… ma senza dubbio l’ironia di Gaber l’avrebbe stemperato… Quando di lì a poco passammo all’ascolto, fu chiaro che il registro era tutt’altro che ironico: Gaber aveva impugnato la spada dell’invettiva e la maneggiava con furia. Percepii il primo scricchiolio del F.G ai versi “Io se fossi Dio,/maledirei davvero i giornalisti e specialmente… tutti. / Che certamente non son brave persone”. Dopo qualche minuto, quando sembrava che il mio coautore si stesse riprendendo, arrivò la mazzata decisiva: Io se fossi Dio, /quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio, /c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire /che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana /è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana.” Il brano non era ancora terminato ma le palpebre del F.G. si abbassarono, come una serranda che si stava chiudendo per sempre, o forse come una ghigliottina. Aldo Moro, sequestrato e ucciso solo due anni prima dalle BR, era troppo. A quei tempi non era in uso l’espressione “politicamente scorretto” ma anche se fosse esistita sarebbe stata inappropriata, quella era una vera e propria blasfemia.
Inutile dire che
“Io se fossi Dio” non arrivò in trasmissione, anzi non fu mai trasmesso dalla rai.
Si parla molto, anzi troppo, da qualche tempo, della satira, dei suoi limiti, degli autori che dovrebbero regolamentarsi (o no? e dov’è il limite?)… Il discorso si è fatto stucchevole, mentre invece se ne potrebbe aprire un altro, più nuovo, sull’invettiva che è un genere non meno nobile e antico: forse perché nessuno la pratica, così come non viene praticata la maledizione che, pur non potendosi definire un genere letterario, ha origini altissime (addirittura bibliche). Ce ne occuperemo presto.

Piccoli massacri quotidiani. RONALD D. LAING, MI AMI?

mi ami 2Elizabeth Taylor e Richard Burton in Chi ha paura di Virginia Woolf

Psichiatra innovativo, (alla fine degli anni Sessanta incominciò a curare i malati schizofrenici senza l’ausilio delle terapie tradizionali, psicofarmaci compresi), Laing non cessò d’interrogarsi su quale fosse il linguaggio più adatto a comunicare la sua esperienza. E’ un’inquietudine inconsueta in uno psichiatra: le biblioteche e le libreria sono piene di trattati teorici, di manuali, di monografie su tutte le patologie immaginabili, e certamente gli autori, anche i grandi, non si sono mai posti problemi su quale scrittura adottare. Infine, la via si rivelò a Laing, non poteva essere che quella del teatro: aveva passato una buona parte della sua vita immerso nel dialogo e nei racconti dei pazienti che nel dialogo scivolavano per rappresentare con maggiore evidenza la loro storia. Ma, occorre precisarlo, i dialoghi di Laing non sono le trascrizioni delle sue sedute terapeutiche, bensì le creazioni di un drammaturgo che, dopo aver attraversato molte paludi esistenziali e cliniche, ne riproduce i colori, i miasmi, i gorghi insidiosi. E l’asciuttezza dei dialoghi disegna una patologia  domestica, quotidiana, che li avvicina a noi lettori, ce li rende familiari, riconoscibili – sì, pericolosamente riconoscibili.

lei                 e allora?
lui                 allora cosa?
lei                 l’hai fatto no?
lui                 di cosa stai parlando?
lei                 sai benissimo di cosa sto parlando
lui                 se intendi ancora quello ho già detto tutto ciò che ho da dire
lei                 l’hai fatto no?
lui                 non ho intenzione di subire un interrogatorio
lei                 dimmi solo la verità
lui                 te l’ho detta
lei                 chi era?
lui                 nessuno
lei                 sei un gran bugiardo
lui                 dicevi che non eri gelosa
lei                 non cambiare argomento
lui                 ma cosa stai cercando? Te l’ho già detto
lei                 io non sono gelosa ho soltanto bisogno di sapere
lui                 perché devi essere così sospettosa?
lei                 lo so chi era
lui                 te lo sei messa in testa tu. Non ho altro da dire
lei                 non credere di cavartela così
lui                 non c’è nulla da cui devo cavarmela
lei                 l’hai fatto lo so che l’hai fatto
lui                 no
lei                 tanto vale che tu lo ammetta
lui                 non c’è nulla da ammettere
lei                 me l’ha detto lei
lui                 lo so che stai inventando
lei                 è venuta da me e me l’ha detto
lui                 perché devi ricorrere a queste bugie?
lei                 non ti lascerò distruggere il mio senso della realtà come hai distrutto tutto il resto
lui                 sei paranoide
lei                 non credere di cavartela così
lui                 sei tu a essere attirata da lei
lei                 no
lui                 dovresti andare da uno psichiatra
lei                 non proiettare su di me
lui                 sei ossessionata
lei                 l’hai fatto lo so che l’hai fatto
(pausa)
adesso vado subito a telefonarle
(pausa)
l’hai fatto
(pausa)
lui                 una volta
lei                 sei un gran bugiardo
lui                 non mi è piaciuto
lei                 sei uno schifoso bugiardo

Ronald D. Laing, Mi ami?, Einaudi, Traduzione Floriana Bossi

 

Il video della domenica. Un muro dalle mille anime. BLU, MUTO a wall-painted animation

bluhttps://www.youtube.com/watch?v=uuGaqLT-gO4&list=PLE9E31C31CA2E4BE1

a cura di Francesco Ghisi

Sotto il laconico pseudonimo di Blu si nasconde un artista italiano noto in tutto il mondo, per il quale non si può usare il termine “graffitaro” col quale si classificano spregiativamente (e sbrigativamente) gli esponenti di questa difficile arte mescolandoli a tanti modesti imbrattamuri. Nel caso di Blu, poi, la pittura murale si fonde con l’animazione cinematografica elaborata a un livello raffinatissimo: è l’ennesima dimostrazione dei sorprendenti risultati che possono nascere dalla fusione di due linguaggi. 

Sfiorare, passando, il desiderio. EMILY DICKINSON, LETTERA A OTIS PHILLIPS LORD

lettera dickinson

Uno pensa a Emily Dickinson e subito si vede davanti la foto in bianco e nero di una giovane donna dall’aria austera, i capelli stretti dietro la nuca, l’abito scuro e ben accollato, un mezzo sorriso accennato appena, e allora ecco riemergere i ricordi liceali e un po’ stereotipati sulla “vergine di Hamerst” volontariamente reclusa nella casa in cui nacque-visse-morì.
Ma in tutto l’insistere su reclusione e verginità ci si perde un aspetto fondamentale e meraviglioso delle parole di Dickinson: il desiderio di cui sono intrise, e che si mostra gloriosamente nelle lettere che, cinquantenne ormai, Emily scrisse per l’uomo che amò.
1874, il padre muore e Emily si trova a vivere sola con la sorella. Tra le persone che se ne prendono cura c’è Otis Phillips Lord, giudice, di diciotto anni più vecchio, ben sposato, amico storico del defunto Mr. Dickinson e ospite relativamente assiduo della casa: qualche visita di cortesia in compagnia della moglie, tante lettere dal tono paterno, ed ecco che un anno dopo Emily annota una visita di lui solo, venuto a passare del tempo “con me”. Altri due anni e i reumatismi hanno la meglio su Mrs. Lord: il giorno del quarantasettesimo compleanno di Emily, Mr. Lord rimane vedovo. Che l’attrazione per la poetessa non fosse cosa nuova è ipotesi che pare confermata, fatto sta che mancati prima il vecchio amico, padre peraltro severissimo, e poi la moglie, a Lord non resta gran motivo per essere discreto. Di lettera in lettera i due si avvicinano, le visite si moltiplicano, fino a che lui si trasferisce a Hamerst e in famiglia si comincia a parlare di matrimonio. La salute peggiora però rapidamente, rallentando di riflesso il corso degli eventi, e all’inizio del 1884 Otis Phillips Lord muore.
A noi restano le lettere, da leggere e rileggere per dare una scompigliata immaginaria al rigore di quell’abito scuro.


Roberta Sapino

ALDO PALAZZESCHI, LA CONTESSA ROSA RAMINO LICCIO. Audio/Radiospazio. 6′

ramino licciohttp://www.spreaker.com/user/7367339/palazzeschi

tratto dallo spettacolo Palazzeschi: nel giardino delle contesse, rappresentato alla Biblioteca Arturo Graf di Torino nell’ottobre del 2011.
interprete Eleni Molos

La contessa Rosa Ramino Liccio  è uno dei molti personaggi che affollano Il codice di Perelà, il romanzo che rivelò nel 1911 le grandi doti del Palazzeschi narratore (il poeta si era affacciato alla ribalta letteraria pochi anni prima). Il protagonista del romanzo, Perelà, è una straordinaria invenzione: il fumo di cui è formato il suo corpo, è la sostanza più omogenea alla letteratura, al pensiero, nonché alla poetica del suo autore. (Perelà ripete spesso: “Io sono leggero… un uomo leggero… tanto leggero”). La diversità del nostro eroe si rivela fin dalla nascita che avviene senza travaglio, senza grida, nel silenzio di un camino dentro il quale egli è rimasto annidato per trentatré anni; davanti al fuoco siedono tre vecchie, Pena, Rete e Lama. Un giorno, le sillabe iniziali dei tre nomi si condensano, s’impastano col fumo e Perelà prende a veleggiare verso il mondo come un maturo e innocente fanciullo. Giungerà alla corte del Re dove conoscerà sia la fortuna che la rovina.
Fra le tante figure che affiorano dall’ordito del romanzo, abbiamo ritagliato questa contessa condannata a una pena dal sapore quasi dantesco: scrollarsi di dosso i veli di un pudore destinato a non estinguersi mai.

Piccolo e ringhioso teatrino su un divano. BUKOWSKI CONTRO LINDA. VIDEO

bukovski

https://www.youtube.com/watch?v=C2XWxlycvXA

Lui è Charles Bukowski, lei è Linda Lee Beighle, proprietaria di un ristorante salutistico, aspirante attrice con propensioni mistiche. Il duetto cui state per assistere è tratto da un’intervista; possiamo immaginare la scena: una piccola troupe,  l’operatore alla macchina, gli elettricisti, forse anche una sarta e una truccatrice,  il regista che grida: “Motore… Azione!”. E la rappresentazione ha inizio. Rappresentazione? Le escandescenze di Bukovski sono piuttosto realistiche e anche Linda sembra ben calata nella sua parte. Può darsi che lui “ci dia un po’ troppo dentro”  nell’interpretare il suo personaggio, come quando gli attori vanno sopra le righe o forse, invece, è tutto calcolato e collaudato da una lunga serie di repliche, per lei probabilmente estenuanti. Più o meno partecipato che sia, il breve video è di taglio bukowskiano doc, cioè politicamente scorrettissimo. Mi viene in mente, per contrasto, l’articolo di una giornalista inglese che ho letto molti anni fa: la giovane, molto preoccupata perché l’indomani avrebbe dovuto intervistare il vecchio mandrillo, si era preparata alcune strategie anti aggressione e fu molto stupita quando si trovò di fronte un maturo signore avvolto in un’elegante giacca da camera che rispondeva pacatamente alle sue domande sorseggiando una tazza di tè.

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, AUTOAMANTI

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Questa volta le immagini che abbiamo proposto a Mario Giorgi erano due; lui ha creduto di doverle combinare e così è nata una microsequenza.

2 fotogrammi autoamanti

Immobile, all’interno dell’autoimmobile, la ragazza osserva il telefono mobile. È rimasto sul sedile accanto, dove poco prima stava lei, mentre lui era al volante. Vorrebbe chiamare proprio lui, ora, ma ha paura di eccedere, di aggiungere uno slancio di troppo.
Immobile, all’esterno dell’autoimmobile, il ragazzo osserva non visto la ragazza ancora immobile. Si domanda, compiaciuto, perché non metta in moto. Squilla il telefono mobile, s’illumina il nome di lei sul display.
Non si scusa, non saluta, dice subito che ha bisogno di aiuto. Ha perso un orecchino, appartiene alla nonna. Il resto è noleggiato, compresa l’auto, si può ripagare, ma gli orecchini li ha avuti dalla nonna.
Lui, mentalmente, rivive l’amplesso. In auto, però, l’orecchino non riappare. Forse è caduto mentre lei scendeva, quell’ultimo bacio, dopo che lui le ha aperto la portiera. Oppure prima, nel vestibolo, prima di indossare i soprabiti, quando si sono allacciati. Non hanno resistito.
Il ragazzo si avvicina alla portiera di lei, la aiuta a scendere. Insieme, all’esterno dell’autoimmobile, scandagliano il terreno. Hanno trovato la torcia nel cruscotto, perfetta efficienza dei noleggiatori. L’orecchino, invece, non si trova, benché s’intestardiscano a illuminare l’asfalto, dimenticando il motivo e l’ora.
La ragazza decide infine che è inutile cercare ancora. Lui la accompagna e riapre la portiera, accennando una riverenza. Mentre si piega, il soprabito si schiude e rivela un luccichio nel taschino della giacca. Lei si avvicina e delicatamente raccoglie l’orecchino. Sorridono, ma evitano di abbracciarsi.
Immobile, all’esterno dell’autoancoraperpocoimmobile, il ragazzo osserva la ragazza che fissa l’orecchino all’orecchio destro. Poi lei si guarda nello specchietto e nota che lui è ancora lì, che la sta osservando. Mette in moto e se ne va.

Mario Giorgi

RADIOLIFTING. “Senti come cigola la porta”. Il (cauto) ritorno del radiodramma

radiodramma

Quando, per caso, trovandomi con altre persone, emerge che ho a che fare con la radiofonia, c’è sempre qualcuno che sente il dovere di sdilinquirsi e di infilare una collana di luoghi comuni. Per la verità, le perle sono sempre le stesse: “La radio stimola la fantasia”; “La radio è meglio della televisione”; “Amo pazzamente la radio, peccato che non abbia mai il tempo di ascoltarla”; “Io mi nutro esclusivamente di radio”. Quest’ultima perla è fasulla, di terracotta: bastano poche parole per capire che quel signore  ascolta solo isoradio quando è imbottigliato in autostrada .
I più lirici e spericolati si lanciano in un elogio dei radiodrammi, soprattutto di quelli gialli… La porta che cigola… i passi nel buio (evito di ricordargli che alla radio è sempre buio)… la pioggia che cade…; l’auto che si ferma… E qui il  lirico-nostalgico radiofonico finisce la benzina, ma non sa che esistono biblioteche con migliaia di effetti audio, dal treno all’otaria in amore con le quali potrebbe deliziarsi.
Il radiodramma è considerato vecchio,  ma è uno di quei vecchi che, stranamente, suscitano tenerezza: li si mette a capotavola, con un bel 
tovagliolo annodato dietro perché non si sa mai, e poi si parla d’altro,  voltandogli anche un po’ le spalle, tanto mica li capisce quei discorsi, il radiodramma. Alla fine lo si mette subito a letto, e di corsa a vedere la televisione.
Invece radio 24, che è un’emittente giovane e moderna, ha avuto un’idea: rifare il lifting al nonno. Anzitutto gli ha cambiato nome da radiodramma in audiogramma, e poi gli ha fatto delle flebo di cinema e di letteratura. In sintesi, scrive Sandro Mantini sulla sua elegante pagina online: “
Ogni puntata è un racconto nel racconto dove i suoni, le ambientazioni, le musiche e le voci del film prendono il posto delle immagini evocate dal romanzo, attraverso un adattamento radiofonico che unisce la voce narrante ai dialoghi estratti dal film stesso.” Nonno radiodramma, siliconato e palestrato, fa la sua figura nel palinsesto di Radio 24 (consiglio gli amici del blog di ascoltare queste fiction ben costruite) come certe signore sessantenni che dopo aver tirato le quattro in discoteca crollano nel letto vedovile senza nemmeno più la forza di struccarsi e di smontarsi, si buttano così come sono, circondate dal buio radiofonico pieno di cigolii e di porte che si aprono e si chiudono sul nulla.