QUANDO L’ESSERE DIVENTA INSOSTENIBILE. MILAN KUNDERA

unnamedL’insostenibile leggerezza dell’essere è il romanzo in cui Milan Kundera struttura su più livelli un’analisi profonda e disincantata dell’esistenza: la vita, la morte, l’amore, la necessità e la scelta, la libertà, la leggerezza e la pesantezza, la menzogna e la verità dell’essere. L’autore scava nell’animo umano, decostruisce la coscienza collettiva, così nella sezione sesta del suo romanzo, intitolata La Grande Marcia, ci svela la dinamica di un potere che non si manifesta più nel fanatismo di un’ideologia o nel delirio di onnipotenza, ma si insinua e si radica sul conformismo delle persone:
“Dietro tutte le fedi europee, religiose e politiche, c’è il primo capitolo della Genesi dal quale risulta che il mondo è stato creato in maniera giusta, che l’essere è buono e che è quindi giusto moltiplicarsi. Chiamiamo questa fede fondamentale accordo categorico con l’essere. Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita dai puntini, ciò non avveniva per ragioni morali, […] il disaccordo con la merda è metafisico [..] l’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. […] Il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.” (M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, p. 268)
Dunque l’imperativo diventa seguire la norma esterna e l’arte che glorifica il potere non può ritrarre ciò che non si conforma, deve cantare la bellezza di ciò che il potere rappresenta, è l’accordo categorico con l’essere. Ma il Kitsch non è solo gusto artistico, diventa pervasivo, assume una prospettiva politica ed etica poiché è la volontà del bello e dell’armonia a tutti costi e offusca il bene; è un potere che indossa una maschera di bellezza e si esercita attraverso il male conforme alla legge:
“Il Kitsch comunista. Il suo modello è la cerimonia detta del primo maggio. […] Quando il corteo si avvicinava alla tribuna centrale, anche i visi più annoiati si illuminavano di un sorriso, come a voler dimostrare di essere doverosamente contenti o meglio di essere doverosamente d’accordo.” (Ivi, p.269)
Il Kitsch impone il proprio senso di armonia nei confronti del mondo come universalmente condiviso, il potere, specie se totalitario, vuole un soggetto che non ha dubbi, che non pone domande: ogni espressione di individualismo, di ironia, è bandita dalla vita e il Kitsch assume così il carattere di una scelta ontologica perché è un modo di pensare all’essere come negazione della realtà, un paravento che nasconde la morte. Kundera “smonta” le figure negative e smaschera la vera funzione del Kitsch:
“La parola d’ordine non scritta e tacita non era -Viva il comunismo!- bensì -Viva la vita!-. La forza e l’astuzia della politica comunista consistevano nel suo essersi appropriata di quella parola d’ordine. Era appunto quella stupida tautologia a trascinare nel corteo comunista anche coloro che alle tesi del comunismo erano indifferenti”. (Ibidem, p.269).
La più banale delle tautologie toglie dal campo del giudizio ciò che ha di inaccettabile la vita.
Come lottare contro il Kitsch? Per Kundera la dissidenza non basta, perché spesso chiude una ferita che invece deve rimanere aperta tra le uniche due istanze autentiche: nascere e morire, allora è la costante e difficile, poiché pesante, disidentificazione da quelle variabili che caratterizzano l’identità che ci permette di giungere alla verità.

Monica Daccò

I tormenti di un grande fotografo, NADAR E I FACCIONI ELETTORALI

bakunin giorgioneQuelle faccione giganti che spuntano in città in periodo di campagna elettorale, e poi per ringraziare gli elettori se si è vinto e rassicurarli se si è perso, e a Natale per fare gli auguri e ricordare che a breve la campagna ricomincia, e poi ancora in periodi non sospetti, ecco tutte quelle facce ugualmente tondette, lucide di trucco e filtri in ugual abbondanza, tutte quelle facce su mezzibusti-bellimbusti incravattati che ti guardano sorridenti e mansuete mentre sei in coda al semaforo, ecco quelle facce lì, con il loro bel logo del partito in basso a destra, a me hanno sempre, indiscriminatamente, fatto pensare a Gerry Scotti che mostra orgoglioso il suo chilo di risochenonscuoce.
Che poi questa storia del “metterci la faccia” è cosa vecchia come la fotografia stessa visto che già Nadar, più di un secolo fa, si scandalizzava nel trovarsi sulla scrivania, tra una lettera di Monet e un qualche esperimento sul quale lavorare, il volto di un politico che lo fissava. E dire che lui ha ritratto figure di tutto spessore come Bakunin ma anche re, principi e ministri, personaggi che dietro ai baffoni avevano un contegno tutto loro, un rigore un po’ impettito, al massimo affettatamente altero: chissà se davvero lui e Niepce, a immaginare le facce tonde e inceronate che sarebbero seguite, si sarebbero rifiutati di progettare un’arma pericolosa come la fotografia.

Roberta Sapino

Volete uno straordinario esempio d’infatuazione maschile spinta alla follia? Quale dimostrazione più esplicita, dell’inspiegabile incoscienza di certi candidati, politici di professione che hanno escogitato, come supremo, decisivo mezzo per il successo, di inviare agli elettori la loro fotografia, la loro immagine di mercanti di parole? Quale potere attrattivo possono sperare di avere questi individui nei loro volti vergognosi, che esibiscono tutte le bassezze, tutte le porcherie umane, da cui trasudano la turpitudine, l’ignominiosa menzogna, e tutti i tratti fisiognostici della doppiezza, della cupidigia, del peculato, della depredazione?
[…]
E se avesse previsto l’ultimo colpo di coda di questa applicazione, Niepce non avrebbe fatto marcia indietro?

 Maurice Nadar, Quand j’étais photographe, Actes Sud

EUGÈNE IONESCO, PERCHÉ SCRIVO? (2)

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Assecondando la richiesta di alcuni amici del blog, pubblichiamo una seconda tranche del “Perché scrivo?”, di Eugène Ionesco, sperando di fare cosa gradita a molti altri.

Quando ero alla scuola comunale, i “grandi” del corso medio mi dicevano che si davano loro da fare compiti strani, e difficilissimi: alcuni temi da svolgere. Si chiedeva loro di scrivere racconti e qualche volta di trattare argomenti liberi. Rimasi turbato e mi dicevo che in effetti doveva essere molto duro, ma molto bello. Avevo fretta di poter provare. Per la maggior parte dei miei compagni, questa era la fatica peggiore. Per me aveva qualcosa di misterioso. Finalmente, l’anno dopo, essendo passato dalle elementari alle medie, fui messo alla prova del tema. C’era appena stata la festa del villaggio. Ci venne chiesto di raccontarla. Io raccontai la festa di un villaggio immaginavo, con alcuni dialoghi. Ebbi il miglior voto e il maestro lesse il mio tema ad alta voce davanti a tutta la classe. E lo impressionava sopra tutto il fatto che il racconto era dialogato, contrariamente a quello di tutti gli altri. Il maestro si congratulò con me per avere inventato il dialogo, che, mi disse, del resto era già stato inventato da tempo. Feci molti temi in seguito, con la stessa gioia. Siccome a scuola non ce ne davano da fare abbastanza, scritti qualche storia per me stesso. Posso dire ci essere scrittore dall’età di nove anni, cioè da sempre. Scrittore nato. Ma non sono mai stato capace di fare  una cosa differente dalla letteratura. La letteratura mi ha dato molto piacere, il mio e quello degli altri. Mi sono messo ad amare anche i quadri e amo ancora i quadri aneddotici, per esempio, quelli di Brueghel, in cui ci sono delle kermesse con molta gente, quelli di Canaletto, in cui anche si vede molta gente che passeggia, irreale, nella irreale città di Venezia, tutta una vita, tutto un universo preso nella realtà e diventato immaginavo, e poi gli interni olandesi, e poi i ritratti antichi, in cui la quantità della pittura si accompagna alla qualità documentaria, umana. Sì, sì, c’è tutto un mondo di cui non si sa se è vero o falso, un mondo che mi dava quasi una sorta di grandissima nostalgia per le cose che sarebbero potute essere o che sono state e che non sono più, come universi proposti o defunti. E io facevo letteratura per proporre a mia volta altri mondi possibili. Proprio nell’infanzia dunque ho avuto il piacere più puro di scrivere e la mia vocazione si è manifestata. Il miracolo del mondo era tale che non solo ne ero abbagliato, come vi ho detto, ma volevo imitare il miracolo e fare altri piccoli miracoli. Fare creazione.

Eugène Ionesco, in “Antidoti”, Traduzione Isabella Facco e Sonia Ferro

 

Il video della domenica. La coppia sottosopra. TIMOTHY RECKART, HEAD OVER HEELS

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 a cura di Francesco Ghisi

Lui se ne sta coi piedi per terra, lei li tiene ben saldi sul soffitto, a testa in giù. E’ inutile aggiungere che non ci sono molti contatti fra i due coniugi. Ma un giorno… un giorno l’incomunicabilità esce da questa pur trasparente metafora e succede qualcosa. 

E a pranzo e a cena, una zaffata di fogna

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Une delle regole che governavano la vita quotidiana delle oneste famiglie di un tempo era: A pranzo e a cena non si guarda la tv. Sembrava che il precetto mirasse solamente a salvaguardare l’integrità del desco, la condivisione, il dialogo fra le generazioni: nel tempo, esso si rivela più che mai attuale e salvifico, soprattutto se, come capita da alcuni giorni, esattamente all’ora di pranzo e di cena (13.30 e 20.30) si viene aggrediti, mentre si sta per affrontare la pastasciutta o la zuppa, da uno spot mefitico. La scena rappresenta, un studio arredato con mobili lignei, solidi, illuminate da luci calde. Seduto in poltrona, una sorta di amico di famiglia, in giacca e panciotto tricottato all’anglosassone. Il personaggio, suo malgrado, non è del tutto limpido: i capelli grigiastri, lunghetti e accuratamente trasandati, i baffi troppo lunghi che coprono il labbro superiore e che non si può fare a meno di immaginare fluttuanti nel bicchiere mentre l’uomo beve un sorso di vino, parlano di un tipo che potrebbe tentar di esorcizzare la vecchiaia ricorrendo a pratiche anche inquietanti. Il signore in poltrona impersona uno psicologo, lo si dovrebbe desumere dal fatto che parlando si accarezza le labbra con una stanghetta degli occhiali. Le prime battute ci immettono nel cuore del problema, si tratta di una crisi matrimoniale per la quale il terapeuta ha già pronta la diagnosi: non si tratta di affiatamento ma di fiato, sì, di  zaffate disgustose che emanano dalle bocche-cloaca dei due coniugi. Lo psicologo si trasforma in nutrizionista: è colpa della cattiva alimentazione, con la dieta giusta, l’armonia tornerà a regnare fra marito e moglie. Colpo di scena con uno stacco sulla coppia in crisi: sono un cane e un gatto. Il cane uggiola, in preda allo scoramento. Stacco. Il terapeuta, improvvisamente simile a Mefistofele (provate a soffermarvi sul fotogramma), impugna due sacchetti di alimenti che, ristabilendo un’alimentazione corretta, depureranno anche l’alito mefitico dei due coniugi animali.
Venendo a noi umani che sconsideratamente ignoriamo le regole dei genitori e consumiamo il nostro monopiatto solitario davanti al televisore, queste disgustose fiatate che il dottor Satanello evoca, rovinano anche quei pochi bocconi che avevamo messo in preventivo: giusta punizione per chi ha dimenticato le regole dell’epoca prototelevisiva, ma forse la pena è sproporzionata all’infrazione.

Il video della domenica. Accadde in metro. PHILIPPE ORREINDY J’ATTENDRAI LE SUIVANT (I’LL WAIT FOR THE NEXT ONE)‬

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a cura di Francesco Ghisi

Il ragazzo si presenta bene, ha l’aria mite, parla con sincerità – percepisce, per di più, uno stipendio che di questi tempi è interessante (2600 euro al mese). Espone il suo caso ai viaggiatori del metro: single e non rassegnato a passare le serate davanti alla tv o a trafficare sui social, cerca una compagna di età compresa fra i diciotto e i cinquantacinque anni. Se fra le presenti c’è una candidata, non ha che da scendere alla fermata successiva, lui la raggiungerà. La candidata c’è ma il finale non ve lo sveliamo, naturalmente.

La saggezza critica del Merlo. TRILUSSA, LA POESIA

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La poesia/ma cos’è mai la poesia?
/Più d’una risposta incerta/è stata già data in proposito./Ma io non lo so, /non lo so e mi aggrappo a questo/come alla salvezza di un corrimano.
Quando Wislawa Szymborska scrisse questa definizione così domestica e confortante della poesia non poteva immaginare che un’immensa, quasi incalcolabile utenza si sarebbe aggrappata a questo corrimano – tutti ne hanno uno, dai  proprietari di ville a due piani agli inquilini delle monocamere periferiche. Il censimento dei praticanti il corrimano poetico è approssimativo, gli utenti di internet nel mondo sono poco meno di tre miliardi, dunque stando a quanto si legge in rete si desume che i poeti attivi sul nostro pianeta siano almeno un miliardo e mezzo; a tutti loro è dedicato questo componimento di Trilussa è scritto in un romanesco del tutto comprensibile: siamo convinti che la sua lettura sia di grande, pubblica utilità.

 La poesia

Appena se ne va l’urtima stella
e diventa più pallida la luna
c’è un Merlo che me becca una per una
tutte le rose de la finestrella:
s’agguatta fra li rami de la pianta,
sgrulla la guazza, s’arinfresca e canta.

L’antra matina scesi giù dar letto
co’ l’idea de vedello da vicino,
e er Merlo furbo che capì el latino
spalancò l’ale e se n’annò sur tetto.
– Scemo! – je dissi – Nun t’acchiappo mica…-
E je buttai du’ pezzi de mollica.

– Nun è – rispose er Merlo – che nun ciabbia
fiducia in te, ché invece me ne fido:
lo so che nu m’infili in uno spido,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
è che me schiaffi in una poesia.

È un pezzo che ce scocci co’ li trilli!
Per te, l’ucelli, fanno solo questo:
chiucchiù, ciccì, pipì… Te pare onesto
de facce fa la parte d’imbecilli
senza capì nemmanco una parola
de quello che ce sorte da la gola?

Nove vorte su dieci er cinguettio
che te consola e t’arillegra er core
nun è pe’ gnente er canto de l’amore
o l’inno ar sole, o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazzione
d’avè fatto una bona diggestione.

Trilussa, Tutte le poesie, Mondadori

Piccoli indizi appena accennati. ITALO CALVINO, INTERVISTA. 3’43”

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E’ un Calvino piuttosto sciolto, mi sentirei di dire quasi pimpante quello che si affaccia in questa breve e disimpegnata intervista: la piccola babele linguistica familiare, il suo pendolarismo fra Parigi e Torino… lo scrivere (ma affrontato solo di passaggio). L’intervista, lo si desume dal contenuto, è del 1973; Calvino ha alle spalle i romanzi resistenziali, la trilogia “I nostri antenati” ed è nella fase della scrittura combinatoria (Le città invisibili e Il castello dei destini incrociati). Nonostante il tono della conversazione sia leggero, quasi aneddotico, emergono in superficie alcuni temi interessanti: il piacere del plurilinguismo, il melting pot parigino in cui si mescolano spagnoli, portoghesi, nordafricani; c’è perfino un’anticipazione ai nonluoghi (pur senza nominarli). Particolarmente interessante è il passaggio in cui Calvino dice: “Da qualche tempo sento il bisogno di consultare (quando scrivo, N.d.R.) dei libri, cosa che una volta non mi succedeva”: un accenno lieve all’orizzonte metatestuale nel qual Calvino si muove mentre (forse) sta pensando a Se una notte d’inverno un viaggiatore

Cronache del blog. PICCOLI SHOWMAN IN CERCA D’AUTORE

400 colpiUn piccolo episodio di vita blogghistica quotidiana. L’altro giorno ricevo sul nostro account twitter (@radiospazio2) una domanda diretta, senza preamboli: “Come professione sei anche regista?”. Rispondo cautamente di sì. Nuovo tweet: “e saresti disposto assieme a me e a un mio amico a darci una mano per comparire in uno show oppure a esserne i protagonisti?” Cerco di saperne di più e giungo a una scoperta tenera e imprevedibile: i due aspiranti showman, che chiameremo Pietro e Giovanni, hanno rispettivamente tredici e quattordici anni. Ciò che mi sorprende non è che due adolescenti sognino di realizzare uno show ma la naturalezza con la quale Pietro e Giovanni ricorrono alla rete.  Me li sono immaginati nei loro conciliaboli: “Insomma, vogliamo farlo, questo show?”. “Si era detto di sì…” “E allora diamoci una mossa. Ci vorrà un regista, ma dove lo troviamo?” “E dove vuoi trovarlo? In rete!” Cliccando a caso (ipotizzo) i due s’imbattono nel sito “Teatro e critica” e si trovano di fronte all’articolo “Hotel Belvedere. I presagi di von Horvát secondo Magelli”. Rapida ritirata. I due ragazzi giungono a “Dyonisus ex machina”, “La sentinella di Egisto. Elementi omerici nell'”Agamennone” eschileo” poi a “Vicende storiche e ricostruzione virtuale dell’acustica del ‘Theatrum Tectum’ (o ‘Odeo’) di Pompei. Quando, dopo svariati naufragi, i due aspiranti showman approdano non si sa come a Radiospazio Teatro, il nostro blog deve apparir loro come una tranquilla, ubertosa isoletta caraibica.
La fiducia che i giovani navigatori ripongono nella rete mi fa  venire in mente, per contrasto, l’unico show che sfiorai, molti anni fa, durante il mio lavoro di sceneggiatore. Le riunioni preparatorie, presso la direzione della rai in Viale Mazzini, durarono un anno: ai massimi dirigenti dell’emittente nazionale pareva che dodici mesi fossero il tempo minimo da dedicare a quella che chiamavano la filosofia della trasmissione, per  me fu uno sfibrante pendolarismo Torino/Roma/Torino. Bisogna dire, tuttavia, che quel grande dispendio di energie, alla fine, un risultato lo produsse: dopo un anno, lo stato maggiore della rai decise che lo show non andava fatto per nessuna ragione: era troppo innovativo e conveniva aspettare tempi migliori. 
Pietro e Giovanni, invece, di tempo non ne perdono. In questo momento siamo in corrispondenza privata ma mi accorgo che la sto facendo anch’io troppo complicata; chissà che i due, un giorno o l’altro, non si stanchino delle mie lungaggini e decidano di realizzare il progetto per conto loro, senza troppa filosofia.

I cento anni di BILLIE HOLIDAY (7 aprile 1915 – 19 luglio 1959), STRANGE FRUIT. 2’30”

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Nel giorno in cui “Lady Day” compirebbe cento anni, la ricordiamo con una delle sue più grandi interpretazioni. “Strange fruit” è una canzone di denuncia e di lotta contro il razzismo; la compose Abel Meeropol  nel 1939 dopo l’ennesimo linciaggio di due afroamericani.

-Lynching-1889

strange fruit traduzione

Pane, burro e una tettoia. La Grande Mamma del Rock, SISTER ROSETTA THARPE

rosetta

https://www.youtube.com/watch?v=SR2gR6SZC2M

Il pane e burro lo abbiamo aggiunto noi, su due piedi, così come lo evocano i due personaggi che scendono dalla carrozzella in una Liverpool grigiastra: sembrano reduci da una merenda in cucina: “Che dici, andiamo?” “Ma sì, facciamoci quattro passi e una schitarrata anche se è appena piovuto”. Tutto molto alla buona, molto casalingo, in un bianco e nero di mezzo secolo fa (1964).
Lui non so chi è, lei è Sister Rosetta, grande star degli anni ’30, esecutrice e manipolatrice di spiritual e rock, che influenzò Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, ecc.
L’understatement è il segno distintivo, il sigillo della vera star (ve la immaginate Greta Garbo che sgomita con Jean Harlow e Marlene Dietrich come un’olgettina da combattimento?); Sister Rosetta lo pratica con disarmante semplicità: infilata nel suo cappottone a campana e sotto la sua cuffia di lana, brandisce la chitarra come un coltello da cucina con un piglio da massaia che affetta un filone di pane (dagli con la cucina!) e ci dà dentro. Le ragazzine di Liverpool mostrano nel sorriso i denti inglesi. E’ il 1964,  l’ho detto, I Beatles hanno già pubblicato il quarto album (“Beatles for sale”) e sono sbarcati in America con un successo che nemmeno Gesù Cristo (stando a quanto disse in quell’occasione John Lennon); la Grande Mamma del rock restituisce la visita, dimessamente, a Liverpool: non è una controinvasione, ci mancherebbe: la sua grande storia, Sister Rosetta l’ha già vissuta e si diverte a prolungarla, con passetti accennati di danza, sotto una tettoia.

Il diario di un uomo che guarda. JULES RENARD, PER NON SCRIVERE UN ROMANZO

toulouse-lautrec-the-sofa-grangerToulouse-Lautrec, Il divano

Vittima di un suo stesso romanzo, Pel di carota, molto noto ma considerato ingiustamente per ragazzi, quindi proposto per lo più in una versione scioccamente edulcorata – Jules Renard si nutrì di una quotidiana perplessità nei confronti  delle sue qualità letterarie; di conseguenza, l’opera che più gli corrisponde è il suo Journal nel quale annota incontri, spettacoli, letture e soprattutto il suo rapporto con gli altri. Entra a far parte di cenacoli letterari importanti ai quali si sente sempre leggermente estraneo: molto spesso tace e guarda, annota, sempre misurando il suo essere leggermente eccentrico, un passo a lato alle cose e alle persone. In questa pagina del Journal lo ritroviamo, insieme all’amico scrittore Tristan Bernard, nello studio di Toulouse-Lautrec, tanto carnale e dedito agli eccessi quanto Renard è sorvegliato. Qualcosa, tuttavia, li accomuna: il rovello sullo status di artista, che appare sempre incerto e aleatorio.’

9 dicembre 1894

Ieri sono stato da Lautrec con Tristan Bernard. Dalla strada, dove pioveva a dirotto, siamo passati in un studio caldissimo. Lautrec ci venne ad aprire. Era in camicia, i pantaloni a penzoloni, un berretto da fornaio in testa. Nel fondo, sopra un sofà, vedo due donne nude: una mostrava il ventre, l’altra il sedere. Bernard va a salutarle e dice: «Buongiorno, signorine!» Io, imbarazzato, non oso guardarle. Cerco un posto ove posare il cappello e l’ombrello che gocciola.
«Non vorremmo interrompere il vostro lavoro», dice Bernard.
«Abbiamo finito», risponde Lautrec. «Vestitevi, signorine». E va a prendere una moneta da dieci franchi che posa sulla tavola. Le donne si vestono, riparandosi dietro il quadro. Di tanto in tanto, butto un occhio senza riuscire a vedere bene. Mi sembra di aver sempre addosso il loro sguardo di sfida. Finalmente, le donne se ne vanno. Ho fatto in tempo a intravvedere delle natiche biancastre, delle cosce cascanti, dei capelli rossi, dei peli gialli.
Lautrec ci mostra i suoi schizzi “di casino”, le sue opere giovanili: fin d’allora si era messo a dipingere il brutto con coraggio. Non saprei dire se ciò che dipinge ha valore, ma so che gli piace quel che non è comune e che è un artista. Questo ometto che chiama la sua mazza “mio caro bastoncino”, e certamente soffre del suo fisico, merita, per la sua sensibilità, di essere un uomo di talento.

Jules Renard, Per non scrivere un romanzo, Serra e Riva, Traduzione Orio Vergani

Alla periferia dello spirito

grillo

http://www.beppegrillo.it

Chissà perché, nel vedere questa icona che sta imperversando in rete, mi è venuto in mente un capolavoro del teatro inglese della Restaurazione, Così va il mondo, di William Congreve. L’opera è un mirabile e complesso congegno socio/amoroso/matrimoniale. I nomi dei personaggi sono fortemente allusivi: la protagonista è la bella Millamant (dagli innumerevoli spasimanti), il suo pretendente è Mirabell (ammirevole per aspetto e senno), e così via. Il  meccanismo della commedia funziona perfettamente, e tutti i personaggi, anche i  minori, hanno una funzione precisa come gli ingranaggi di un orologio di precisione. Tranne uno, Witwoud, l’uomo “di spirito” (Wit) tutto preso dalla smania di mettere in vetrina la sua acutezza. Va da sé che il personaggio è comico/patetico: mentre gli altri (tutti) sono coinvolti nella trama (che in teatro è il cuore pulsante, la vita), lui ne costeggia la periferia come un triste satellite solitario, gravitante in un orbita inutile alla quale si è condannato da se medesimo. Di tanto in tanto tenta delle sortite – anzi, diciamo meglio: prova a rientrare in gioco – ma le sue invenzioni spiritose (solo ai suoi occhi) lo allontanano di nuovo. L’autore ci fornisce un’utile chiave di lettura di questo spaesato personaggio: Witwoud è un inurbato, ripulito ma non abbastanza, che pretende di rinnegare le sue origini mulinando metafore e similitudini: materia delicata, fragile, che si rivolta contro chi pretende di usarla come corpo contundente. Insomma, un boomerang (questo, naturalmente, non lo scrive Congreve, ci siamo permessi di aggiungerlo noi).

Le virgolette adescatrici.

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http://www.notav.info/post/denunciata-per-violenza-sessuale-per-il-bacio-al-poliziotto/

“E’ stata denunciata per violenza sessuale e oltraggio a pubblico ufficiale Nina De Chiffre, la ragazza milanese No Tav, diventata famosa per il bacio al poliziotto durante la marcia contro la Torino-Lione, tenutasi il 16 novembre da Susa a Bussoleno. Lo ha annunciato il segretario generale del sindacato di Polizia (Coisp), Franco Maccari: “Ho denunciato la No Tav che ha baciato il casco del poliziotto” ha detto il sindacalista, intervistato durante la trasmissione di Radio24 “La Zanzara”. Ma perché violenza sessuale? “Se io la bacio sulla bocca, non é reato? – ha risposto Maccari – se fosse stato un poliziotto a baciare un manifestante a caso, sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale”.

Le virgolette – anziché mettere in evidenza, come ritiene chi ricorre con candida ingenuità a questo segno – complicano le cose, o per dire meglio le rendono problematiche. Non a caso, si è notato negli ultimi anni un proliferare di virgolette, quasi la testimonianza di una sfiducia diffusa nei confronti del linguaggio e  della possibilità di comunicare con gli altri. Non riesco a dimenticare il foglio scritto col pennarello incollato accanto alla serratura di un portone (è strano, la casa e le persone connesse a quel portone le ho invece cancellate) che recitava: «Si prega di chiudere sempre la “porta”». La prima volta non vi prestai troppa attenzione (forse avevo fretta, forse ero turbato… ma chissà perché frequentavo quella casa, e soprattutto: da chi era abitata?); in seguito, non potei fare a meno di notarlo e di chiedermi: perché avevano virgolettato quella “porta”? Forse perché si trattava, più propriamente di un portone? Ma allora, perché non scrivere direttamente portone (senza virgolette)? Certamente porta è più solenne e più letterario (“Queste parole di colore oscuro/ vid’ïo scritte al sommo d’una porta, Dante, Inferno, III); ne deducevo che il condomino scrivente era consapevole di rinunciare alla precisione semantica in favore di un registro linguistico alto, ma evidentemente  al momento di scrivere, il suo pennarello aveva esitato e quel piccolo smarrimento aveva generato le virgolette che incorniciavano la parola. E venendo, finalmente, al titolo dal quale siamo partiti, qui le virgolette abbracciano la parola bacio, che può comportare smarrimenti molto più intensi della parola porta. Per l’estensore dell’articolo, al centro della questione sta la natura di quel bacio: se non si tratta di un bacio-bacio (ma di un bacio fra virgolette, di un bacio-per-così-dire), come si può configurare il reato di violenza sessuale nei confronti del poliziotto? L’articolista, con le sue virgolette derubricanti, traccia un abile vallo difensivo: ma lo vogliamo chiamare bacio, quello, con la celata di plexiglas fra i piedi (fra le labbra dei soggetti)? Bisogna dire che l’icona, alla lettura, rivela un palese intento baciatorio: la bocca protesa di lei, gli occhi chiusi di entrambi (!) i soggetti… E’ peraltro vero che, una volta perpetrato, il bacio dovette andarsi a stampare sulla corazza trasparente di lui, lo si desume facilmente dalla traiettoria. E si può ritenere sessualmente rilevante – incalza la difesa – un bacio-per-così-dire posato su una parte del corpo protetta da una celata a prova di proiettile? Sarebbe come sostenere che un carrista si sente sessualmente aggredito da una ragazza che comprime leggermente le labbra suo Leopard. Queste argomentazioni, che a noi profani possono sembrare sensate, non hanno fatto recedere i denuncianti e ora la faccenda è nelle mani della magistratura, che forse avrebbe anche altre cose non meno delicate di cui occuparsi. In ogni caso, se si arriverà al dibattimento, è meglio che la difesa non si fidi delle virgolette, sono tanto seducenti quanto ingannatrici.