Videogiocando con Baricco. ANNA ANGELUCCI, SE A SCUOLA NON SEI BARICCO SEI OUT

baricco tagliato

http://ilmanifesto.info/se-non-sei-baricco-sei-out/

Dice: forse ci sarebbero altri argomenti, diversi da Baricco. A parte che questo è un blog di non strettissima attualità e piuttosto digressivo per natura, anche occupari di Baricco può essere interessante, soprattutto se lo si fa con la lucidità di Anna Angelucci, che ci sembra tanto condivisibile quanto invidiabile.

Quel punto di mezzo fra la pancia e il cuore. THOMAS HOOD, RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

Honoré_Daumier, Gargantua

Honoré Daumier, Gargantua

Non si può dire che il senso dell’umorismo ci accompagni sempre nelle nostre incombenze quotidiane, così come il senso del grottesco: o meglio, il grottesco lo si trova in ogni angolo (delle cronache e delle strade) ma si tratta, per così dire, di un grottesco inconsapevole e quindi dannoso, come certi cibi troppo coriacei che si digeriscono solo dopo molte ore. Invece il grottesco letterario di buona fattura è molto digeribile, come un piatto di frutta d’estate. Thomas Hood (1799-1845) fu un poeta che, a parte altre virtù, seppe parlare ironizzare con eleanza e preveggenza sui maniaci della buona tavola. Questo suo ritratto del sentimentale epicureo anticipa, nobilitandolo, gli insopportabili pseudo-gourmet che, per aver visto qualche serie di trasmissioni sulla cucina, affliggono le tavolate di chi incautamente sta cenando con loro.

RICORDI DI  UN NTIMENTALE EPICUREO

S’era di maggio, credo, l’ho scordato
quando nacque la mia passion fatale
ma so che si mangiava il biancostato
e non era più tempo di maiale.

O fu a Natale? So ch’ero invitato
a un pranzo, e là conobbi la mia bella
e sospirai: che viso delicato
e che squisito fritto di cervella!

Fremevano d’invidia i giovanotti
quando, proprio al suo fianco, presi posto
e lei sorrise sopra gli agnolotti
ed arrossì quando le offrii l’arrosto.

Affascinato dal suo sguardo fiero
io soffersi e languii per tre portate
e mi trovai col cuore prigioniero
quando si giunse ai dolci e alle cassate.

Con il mio estratto conto, e non è strano,
ai suoi mi presentai… fu un grave passo
e poscia a Lei offersi la mia mano
che reggeva un vasetto d’ananasso.

Le chiesi di divider la mia vita,
ella non fé la minima obiezione
e la sposai. La data mi è sfuggita,
ma so che, al pranzo, offrimmo cacciagione.

E andammo a… uhm… Ma certo c’era il mare
ché l’indomani, oh giorno santo e bello,
la mia sposa rimasi ad ammirare
mentre mangiava un piatto di nasello.

Quell’anno mai non mi potrò scordare,
oh dolci notti, oh giorni memorabili…
Ricordo, le carote erano care
ed i piselli pressoché introvabili.

Vivevamo così, felicemente,
quali amanti cantati dai poeti
un solo cuore ed una sola mente:
entrambi adoravamo i sottaceti.

Ma il Destino non volle ch’io gioissi
e un dì la Morte… Chi l’avria pensato?
Al mondo nulla è certo, come dissi
quando il gatto scappò con lo stufato.

La mia diletta fu preda innocente
di un male che nessuno mai comprese,
la tisi, forse, e l’assalì repente
dopo un piatto di scampi in maionese.

Perse le forze, perse l’appetito
furon vane le cure e i beveroni
respinse ogni suo piatto preferito
perfino il lattemiele coi lamponi.

Fra dubbio e speme invan mi dibattei
mentr’ella si struggea come un lumino;
infin la vita si partì da lei,
proprio quando arrivava il beccaccino.

Ella morì, lasciandomi straziato
in preda al più profondo e amaro duolo,
cos’è la solitudine ho imparato
mentre mangiavo i primi aspargi… solo.

Ma quando vidi schiere di dolenti
allineati, compunti, in vesti nere
non seppi trattenere più i lamenti
e si era, credo, al tempo delle pere…

Thomas Hood, Ricordi di un sentimentale epicureo, “Umoristi dell’800”
Garzanti, Traduzione Ida Omboni

Una proposta meno insensata di altre. AUGUSTO FRASSINETI, MISTERI DEI MINISTERI

giordano

Ci eravamo già occupati di Augusto Frassineti, il cantore feroce delle perversioni ministeriali e delle torme di postulanti che bussano alle porte dei potenti chiedendo (umilmente, sommessamente, devotamente, vergognosamente) di farsi ascoltare. Misteri dei ministeri, questo il titolo del viaggio nell’oltretomba ministeriale, è stato scritto nel 1952; al grigiore di quegli anni sono subentrati i colori irreali delle trasmissioni televisive; le suppliche hanno lasciato il posto alla rabbia, alimentata dai cronisti che aizzano gli intervistati sventolando i microfoni; nel corso dei dibattiti emergono proposte banali o farraginose, e per contrasto ritorna in mente la voce di uno dei tanti personaggi di Frassineti, tal Germanico Armando, che partecipa a un immaginario concorso ministeriale per risolvere il problema della disoccupazione. Letta oggi, la sua proposta sgrammaticata e grottesca non è peggiore di molte che vanno circolando in questi giorni – delle quali, almeno, è più divertente.

Al Ministero del Lavoro
che ha promesso un premio di un milione
a chi trova il miliore modo di levare
la disocupazione
Roma

I miliori modi da me conosiuti di levare la disocupasione di questo pianeta sono i presenti:
1° modo: Libertà di comercio e abolisione dello strucionismo.
2° modo: Utilisasione di tutte le cose utilisabili.
3° modo: Rimboschimento delle foreste
Io ò cominciato li esperimenti questano, ò mesi i semi dei pini in vivaio in cane bucate col trapano mese marce lunghe 1 metro. Ciano impiegato un mese a nascere un altro mese a fare 20 centimetri di radice. È il miliore risultato che ò cavato senza nesun concime.
Ora io debo studiare il buco, la qualità e la quantità di concime per le varie piante e posti diversi.
Se guadagno il milione lo utiliserò per il bene nei miliori modi da me conosiuti.
Distinti saluti
Germanico Armando

Augusto Frassineti,  Misteri dei ministeri, Einaudi

 

Il video della domenica. Esami di maturità 2015. NANNI MORETTI, ECCE BOMBO 1978. 2′

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Quella tristezza lunga un tubo. IRINA NAKHOVA. BIENNALE VENEZIA 2015

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Irina Nakhova, Senza titolo

L‘ho scoperta in rete, per caso, e in rete ho raccolto scarse informazioni sul suo lavoro. Irina Nakhova è un’artista concettuale, vive a Mosca, tiene corsi a Detroit, espone negli Uniti e in Europa. Devo dire che le altre sue opere  mi hanno interessato meno di questa donna (esposta alla Biennale di Venezia del 2015) che se ne sta in una stanzetta disadorna come un ripostiglio delle scope. E’ troppo mesta per essere un pilota o un’astronauta; il tubo, che finisce nel nulla fa pensare a una finzione cui la donna si sottomette per dovere. Un tubo dovrebbe condurre a una bombola di ossigeno, questo, invece si perde nella stanzetta, come abbandonato; è solo il simulacro di una salvazione impossibile, beffarda. Anche la donna  lo sa, lo si capisce dai suoi occhi tristi. Forse non morirà tra breve ma la sua sarà una vita di lenta e noiosa asfissia. 

Robinson Crusoe e dintorni. INTERVISTA DI MARIA DOLORES PESCE AD ALBERTO GOZZI. dramma.it

Schermata 2015-06-16 alle 12.21.52Con il tuo ultimo lavoro, Robinson Crusoe, il best seller, mi sembra tu abbia avviato una indagine sulla genesi e sulla scrittura come tramite per dare sostanza ed esistenza ad una storia. E’ come affondare le mani in un archivio indistinto ed indisciplinato, strutturarlo in scena e dare senso, un senso nuovo ai tanti significati potenziali. E’ una impressione corretta?……………………………………

leggi il seguito dell’intervista su

dramma.it

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Quando Dio è testimone. KAREL ČAPEK, IL GIUDIZIO UNIVERSALE

Manette-Mani

Questo racconto è tanto limpido che una qualsiasi introduzione rischierebbe di guastarlo. Vale solo la pena di ricordare che Karel Čapek non è molto noto presso i lettori italiani, soprattutto  come narratore; un po’ più conosciuta è la sua opera teatrale L’affare Macropulos, messo in scena da Luca Ronconi nel 1993 con una superba interpretazione di Mariangela Melato. 

Il famigerato pluriassassino Kugler, inseguito da un vagone di mandati di cattura e da un’intera armata di gendarmi e detectives, si buscò sette palle, tre delle quali sicuramente mortali. Così, in apparenza, si sottrasse alla giustizia terrena. Ma quando la sua anima ebbe abbandonato il corpo, arrivò per Kugker l’inevitabile Giudizio Universale. I giudici erano tre, assai vecchi, consiglieri emeriti, e dai volti gravi e annoiati.«Di cosa vi dichiarate reo?» chiese il presidente. «Di nulla,» fece Kluger, da quel delinquente incallito che era. «Fate entrare il teste,» sospirò il presidente. Davanti a Kugler si sedette un gran vecchio, eccezionalmente imponente, vestito di un manto azzurro trapunto sdi stelline dorate. Al suo ingresso i giudici si alzarono.
Affascinato, contro la sua volontà, si alzò anche Kugler.
Dopo che il vecchio si fu seduto, lo fecero anche i giudici.
«Testimone, Dio Onnisciente» iniziò il presidente, «Questo Tribunale Supremo vi ha convocato perché testimoniate sulle azioni di Kugler Ferdinand. Poiché siete il Sommo Veritiero non dovrete prestare giuramento.Prego, cominciate».
Il testimone Dio tossì leggermente e cominciò : «Sì, Kugler Ferdinand. Ferdinand Kugler, figlio di un impiegato di una fabbrica, è stato fin da piccolo un ragazzo viziato; ragazzo mio, quanto sei stato cattivo! Amava moltissimo sua madre, ma si vergognava di dimostrarlo, perciò era caparbio e disubbidiente. Rubava già a dieci anni e mentiva continuamente, frequentava cattive compagnie, come quello straccione ubriaco di Dlabola, col quale divideva il cibo.»
Il presidente inforcò gli occhiali e disse blando: «Testimone, restiamo ai fatti. L’accusato ha ucciso?» Il teste Dio scosse la testa. «Nove persone ha ucciso.» «Perché ha ucciso?» chiese il presidente. «Come tutti» rispose Dio, «per malvagità, per brama di danaro, premeditatamente ed anche per caso, qualche volta per piacere, qualche altra per necessità. È stato generoso e qualche volta ha aiutato la gente. È stato buono con le donne, ha amato gli animali e ha tenuto fede alla parola data. Devo elencare le sue buone azioni?» «Grazie» disse il presidente, «non è necessario. Imputato, avete qualcosa da dire in vostra difesa?» No. Fece Kugler con indifferenza; ormai non gli importava più niente di niente. «La corte si ritira» annunciò il presidente e i quattro giudici uscirono.
Dio e Kugler rimasero nell’aula. «Chi sono quelli?» chiese Kugler indicando con un cenno del capo i quattro che si allontanavano. «Uomini, come te» rispose Dio «in terra erano giudici e lo sono anche qui». Kugler si mordicchiava le unghie. «Io pensavo… cioè, non me ne sono mai interessato, ma… mi aspettavo che avrete giudicato voi, come… come» «… Come Dio» terminò la frase il grande vecchio. «Ma è proprio questo il punto. Dato che so tutto non posso giudicare. Non è possibile. Se i giudici sapessero tutto, ma proprio tutto, nemmeno loro potrebbero giudicare; se solo fossero capaci di capire tutto, allora proverebbero compassione. Come potrei giudicarti io? Il giudice conosce solo le tue cattive azioni, ma io so tutto di te. Tutto, Kugler. Ecco perché non posso giudicarti». «E perché quei giudici… quegli uomini… anche in cielo?» «Perché l’uomo appartiene all’uomo. Io sono, come vedi, soltanto un testimone, ma del castigo, del castigo decidono gli uomini. Anche in cielo. Credimi Kugler, è giusto così: gli uomini non si meritano altra giustizia che quella umana».
In quel momento rientrò la corte e il presidente del Tribunale Supremo pronunciò ad alta voce: «Kugler Ferdinand riconosciuto colpevole di nove omicidi premeditati, rapina, rimpatrio illegale, e possesso illegale di armi, è condannato all’inferno a vita. La pena ha decorrenza immediata.»

Karel Capek, Il giudizio universale, “Racconti da una tasca
Aktis, Traduzione Susanna Chiti

Il retrogusto amarognolo del palcoscenico. NATALIA GINZBURG, TI HO SPOSATO PER ALLEGRIA

vitti albertazzi

Monica Vitti e Giorgio Albertazzi nel film diretto da Luciano Salce (1967)

Perché ci si sposa? Giuliana ha sposato Pietro “anche per i soldi”, quando pur di pagarsi i debiti e era pronta a sposare anche un vecchio “con le guancione gonfie gonfie, quegli occhi da gufo”. Lui l’ha sposata “anche per pietà” oppure no, ché “se uno dovesse sposare tutte le donne che gli fanno pietà, starebbe fresco. Metterebbe su un harem”. L’ha sposata perché le altre “erano delle vespe” e lei non aveva il pungiglione ma, soprattutto, perché ha sempre sentito, guardandola, “una grande allegria”.
Ma su cosa si basa un matrimonio?
Quando Natalia Ginzburg scrive questa pièce per l’amica e splendida attrice Adriana Asti, in Italia convolare a nozze è cosa ben seria visto che ancora (e per il lustro seguente) per divorziare ci si deve armare di passaporto e partire all’estero: eppure di divorzio se ne parla, e molto, nella pièce, così come si parla di morte, di suicidio, di aborto. Temi molto densi che si insinuano nella quotidianità tra un cappello smarrito, un pollo ruspante da mettere in tavola, una suocera invitata a pranzo, un bicchiere di latte a mezzogiorno. Ciò che più emerge è proprio la voglia di parlare, raccontare e raccontarsi, mentre la solidità del modello borghese si incrina a poco a poco e dalle crepe si intravedono le questioni che negli anni settanta diventeranno battaglie.
Notevole il fatto che un aborto praticato clandestinamente, citato en passant e senza dramma nella pièce, un paio d’anni dopo diventi nel film di Luciano Salce un incauto tuffo in piscina seguito da manifesti sensi di colpa: a teatro si può dire più che al cinema?

Roberta Sapino

GIULIANA: E lì, a quella festa, ho conosciuto Pietro. Era seduto sul primo scalino e chiacchierava con una ragazza con dei pantaloni arancione, che ho poi saputo che era sua cugina. E alla fine io ero completamente ubriaca, non trovavo più il fotografo, e ballavo sola con le scarpe in mano. E mi girava la testa, e sono caduta proprio vicino a quei calzoni arancione. E ho detto: si ricordi che coi calzoni, non si portano i tacchi alti! […] E quella rideva, rideva… io sono svenuta. […] Poi Pietro mi ha riaccompagnato a casa. […] E abbiamo abitato insieme per dieci giorni, fino a quando è ritornata la Elena. E in quei dieci giorni, io ogni tanto gli chiedevo: Trovi che ho stile? E lui diceva: No. […] E poi, quando stava per tornare la Elena, gli ho detto: Peccato, adesso non potrai più stare qui, torna quella noiosa della Elena, che del resto la casa è sua. E lui ha detto: Sì, peccato. E io gli ho detto: Sposami. Perché se non mi sposi tu, chi mi sposa?
VITTORIA: E lui?
GIULIANA: E lui ha detto: È vero. E m’ha sposata.

Natalia Ginzburg, Ti ho sposato per allegria, Einaudi

La divina semplicità. LETTERA DI DOSTOEVSKIJ SU L’IDIOTA

dostoevskij

Se i giornali pubblicassero la notizia dello straordinario rinvenimento di una lettera di Dante a Cangrande della Scala, grande sarebbe il batticuore di tutti, anche di quelli che, dopo le scuole, hanno incontrato la Divina Commedia solamente in tv, grazie a Benigni. Quando poi La Repubblica pubblicasse in esclusiva la lettera, le tirature si impennerebbero; immaginiamo che il testo reciti più o meno così: “Caro Cangrande, sto terminando con grande fatica la terza cantica di un poema che si è rivelato forse troppo ambizioso per le mie forze. Nelle due prime cantiche sono andato abbastanza spedito, ma la terza, che è dedicata al Paradiso, è tosta; sono alla fine dell’ultimo canto, alle prese con la raffigurazione dei Beati e ti assicuro che non è affatto semplice: queste anime, in virtù della loro natura aleatoria, scappano, per così dire, da tutte le parti. Ho provato a dividerle in due gruppi: nel primo ho messo quelli che credono in Cristo venturo, nel secondo, quelli che credono in Cristo venuto. Mi sembrava una buona idea, il guaio è che non stanno mai fermi e devo sempre ricominciare da capo…”
Profondo sarebbe lo sgomento dei dantisti di fronte a delle considerazioni così basiche del Divino Poema da parte del suo stesso autore ma altissimo sarebbe il gradimento dei lettori, presumo, ben contenti di scoprire un Dante Alighieri così artigiano. Forse i lettori di questo blog si meraviglieranno, oggi, di fronte alla semplicità disarmante con cui Dostoevskij parla di un capolavoro come L’idiota, in questa lettera (autentica) a Sof’ja Alexàndrovna Ivanova. 


dostoevskij lettera su l'idiota

I giochi del professore. UMBERTO ECO, 40 REGOLE PER SCRIVERE BENE L’ITALIANO

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http://www.osservatoriesterni.it/speciali/le-regole-dello-scrivere-bene-secondo-umberto-eco

 

E’ ricomparsa in rete una “Bustina di Minerva”, di Umberto Eco. La rubrica, pubblicata settimanalmente su L’Espresso dal 1985 al 1998 (poi divenuta quindicinale) è uno sterminato serbatoio di riflessioni, divagazioni e incursioni che, letti in trasparenza, dicono molto del grande critico (meno, forse, del narratore); sono la dimostrazione, quanto meno, del fatto che una camera dei giochi è necessario averla e tenersela cara, a costo di rinunciare al pomposo salotto di rappresentanza.
La lettura è raccomandata a grandi, piccini, insegnanti e anche ai giornalisti.

 

 

 

 

COMPIANTO PER IL LICANTROPO

petrus borel autographeIeri abbiamo pubblicato un articolo su Pétrus Borel, un autore significativo della prima metà del XIX secolo. Ogni tanto questo blog si dedica ai recuperi di autori dimenticati o che hanno avuto scarsa circolazione in Italia e devo dire che nei loro confronti la curiosità dei lettori è sempre piuttosto vispa. Borel è stato una clamorosa eccezione: pare che gli amici del blog, già alla lettura del titolo, se ne siano ritratti infastiditi, forse inorriditi dicendo: “Ma siamo impazziti? Pubblicare un articolo su Borel…!” Nella presentazione avevo ricordato come il nostro autore avesse condotto una vita stentata, anzi decisamente misera, per  poi morire, finalmente!, nell’indigenza più assoluta. E dire che la sua opera aveva buoni requisiti per sfondare: racconti orrifici e immorali, più un romanzone, Madame Putiphar, che si sviluppa nelle più oscure carceri di una Parigi dominata da Madame Pompadour. E quel soprannome di Licantropo col quale lo battezzarono i suoi contemporanei avrebbe dovuto attirare almeno uno sguardo di sia pur momentaneo interesse – non meno, diciamo, di una band di ragazzotti che si esibiscono con i teschi e le T-shirt sporche di pomodoro. Niente da fare, l’insuccesso che caratterizzò la vita di Borel, che pure fu recuperato dai surrealisti come uno dei loro padri nobili, lo perseguita anche sul nostro blog. Date almeno un’occhiata partecipe al ritratto dello sfortunato autore (che giustamente ha l’aria torva, oltre che famelica); non è glamour, nonostante il sorriso del cane risollevi un po’ l’immagine, ma un minimo di umana partecipazione la merita. 

Il blog, un animale quasi preistorico e dal futuro imprevedibile

Senza titoloUn giochetto percettivo simile a quelli che circolano sui social: cosa vi suggerisce questa immagine? Non potrebbe sembrare il profilo schematico di un animale preistorico? Se avete dato questa risposta siete andati molto vicini alla soluzione perché si tratta della statistica delle frequenze di questo blog. La testolina, a sinistra, è il mese di agosto del 2015, segue il collo (settembre) che prelude allo sviluppo ottobrino (davvero imponente) del dorso; da gennaio in avanti incomincia la curva discendente di questo corpaccione che sembra voler terminare in una (non si sa quanto lunga) coda. Nonostante la protuberanza del mese di maggio (l’ultimo segmento a destra) siamo dunque nella parte terminale di questo blog che è nato un anno e mezzo fa, cioè un’era geologica. E’ difficile immaginare quanto sopravviverà un simile organismo; ci sono delle fini che sembrano non finire mai ed altre che dopo qualche avvisaglia pongono termine al gioco con un ultimo sussulto decisivo. Può anche darsi che l’animale blog subisca una mutazione per adeguarsi all’ambiente (ma quale? come intuire i desideri dei lettori?) e sopravvivere in forma di lucertolina o di Lepisma saccarina, pietosamente chiamato “pesciolino d’argento” per temperare il suo aspetto un po’ schifoso. Imperscrutabili sono i sentieri dell’evoluzione blogghistica.

Il racconto dell’immagine. SULLE RIVE DEL LAGO DEI CIGNI

 

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Questa è una.

idiot

Non era stato un vero e proprio colloquio di lavoro ma una prova molto più insidiosa: accompagnare mister Herriot alla prima del “Lago dei cigni”. Sir Herriot, solitamente, andava al balletto solo per accompagnare la moglie ma quella sera la signora era costretta a letto da un improvviso malessere, così era toccato a lui sostituirla quando mancavano solo due ore all’alzarsi del sipario. Nella graduatoria delle persone che avrebbero potuto sensatamente usufruire di quel biglietto ce n’erano svariate centinaia prima di lui, dalla responsabile delle comunicazioni esterne alle piccole centraliniste, se si volevano escludere l’amante storica di Herriot, Judy Kane, ormai logora, con i bordi consunti come un gettone del casino, e Sally Morris, in carica da troppo poco tempo per avere nel guardaroba un abito adatto. Mentre viaggiavano verso il teatro, lui aveva avuto il tempo di annaspare in una nuvola di congetture; costretto a rientrare velocemente in sé, si era aggrappato a un ultimo lembo di pensiero: Sir Herriot lo aveva invitato perché stava pensando di promuoverlo a suo assistente personale e voleva vedere come se la cavava in pubblico. In azienda, tutti erano convinti che quel posto sarebbe toccato a Greaves,  che parlava quattro lingue ed era lontano parente della moglie di Herriot, infatti  da qualche anno i tre facevano le vacanze insieme. Lui aveva sempre pensato che la nomina di Greaves sarebbe stata banale, ed ecco che il titolare gli stava dando ragione dimostrandosi uomo di libero pesiero e fine conoscitore delle qualità più riposte dei suoi dipendenti. Durante il primo atto, constatata subito la sua estraneità a quanto avveniva in scena, si dedicò a studiare il profilo di Herriot. Erano tratti duri, di un uomo che non fa sconti a nessuno, e l’idea di essere stato scelto da un esaminatore così roccioso produsse in lui l’effetto di un gin tonic a digiuno in un mattino d’estate. Ora, all’inizio del secondo atto, si sentiva colmo di benevolenza verso quelle fanciulle che erano costrette a svolazzare per contratto sul palcoscenico. Benevolo e indulgente. Forse, quando sarebbe stato seduto dietro la grande scrivania, ne avrebbe assunte un paio. La sua mente si perse nei meandri delle anzianità: fra due o tre anni miss Kane e miss Brown se ne sarebbero molto opportunamente andate in pensione, e il cambio con la terza ragazza della prima fila e la settima della seconda sarebbe stato molto favorevole. Forse erano acor meglio la quarta della seconda e la sesta della prima… Tutto si complicava perché i percorsi aziendali s’intrecciavano con quelli delle ragazze che si muovevano sconsideratamente impedendogli una scelta oculata… Alla fine del secondo atto, il profilo di Sir Herriot si voltò verso di lui. Visto di tre quarti appariva ancora più incisivo: gli occhi, soprattutto, mentre la bocca formulava una domanda: “Allora, cosa ne pensa? Le piace Cajkovskij?”. Una domanda così fuori luogo non poteva non nascondere un tranello, decise quindi di mostrare quanto fosse in grado di centrare il problema; Sir Herriot lo ripeteva continuamente: “Non perdetevi in fronzoli, cercate di centrare subito il problema”. Rispose quindi: “Credo che lavoreremo bene, noi due.”