Il video della domenica. Intimità del genio: GLENN GOULD E BACH. 3′

Da ascoltare (e anche molto da guardare, nonostante due stacchi fastidiosi: uno sulla facciata della casa in legno (e passi), l’altro su tre insulsi gabbiani.

La preghiera

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/09/donald-trump-presidente-grillo-vaffanculo-generale-e-apocalisse-informazione-succedera-cosi-anche-con-m5s/3179326/

Questa dei morti è diventata un’ossessione. Il pensiero della morte accompagna tutti i vecchi: quelli meglio riusciti lo stemperano in un sorriso composto, un po’ dolente, e a volte anche venato di dolcezza quando chinano le barbe per osservare un bambinetto che gattona fra le aiuole o due passeri che si contendono con comica ira un pezzetto di pane. Il vecchio ben riuscito – cioè che tenta di sublimarsi nel personaggio del vecchio letterario – ricorda di quando lui stesso era passeretto frenetico e bambino ipercinetico, sempre in quel giardinetto e sempre sotto gli occhi dei vecchi del tempo; ricorda i loro occhi nascosti dietro la cataratta che lo spiavano indulgenti mentre uccideva i suoi compagni di giochi con la pistola di latta o semplicemente sparando con l’indice e il pollice: “Morto Giorgio… morto Pietro… morta Giovanna…” Ma erano uccisioni così festose che parevano quasi grida di ingresso nella vita. Nel vecchio riottoso che si oppone ottusamente alla morte, la voce del bambino diventa grido strozzato, il suo Ego s’incarognisce e si compiace di vedere morti complottanti contro di lui. Nel suo corpo stanco continua a scorrere una grottesca linfa giovane che lo illude di poter ancora uccidere con la leggerezza di una volta, puntando le dita a pistola e facendo “pum pum” con la bocca mentre non rinuncia a saltellare fra le aiuole nonostante gli scricchiolii delle ossa. Lo spettacolo del vecchio che arranca fra le aiuole imitando il passero iroso ha mobilitato un vasto pubblico entusiasta, e sull’onda del plauso popolare (“Il mio popolo”, dice egli fra sé) il vecchio viene percorso da scariche di eccitazione fuori età e si abbandona alla coprolalia (contrassegno dell’adolescenza e della disperazione senile). Strepita “vaffanculo”, come il bambino maleducato alla mamma (ma già, nessuno sgrida più i bambini, ai nostri giorni, e tanto meno i vecchi). Continua a ripetere il grido compulsivo, del quale è ormai prigioniero, e mulina le braccia immaginando che siano due grandi falci che mietono nemici. (E’ una sindrome che caratterizza il vecchio mal riuscito: i nemici crescono proporzionalmente al numero degli anni). L’allucinazione, che si autoalimenta, disegna scenari funebri sempre più ampi. I morti diventano schiere, gironi, categorie: i politici, i giornalisti… E’ un’ascesa tenace, quella che il vecchio sta compiendo, al termine della quale, forse, s’illude di incontrare il Male e, chissà, forse anche la Morte, per sopprimerli entrambi in un gesto che egli spaccia per Purità totale ma che nasconde solo una fiammella di paura, non si sa dove nascosta nel corpo in disarmo e che si rivela durante i momenti di stanchezza, quando il vecchio si assopisce borbottando: “Vaffanculo… pum… Vaffanculo… pum pum…”, questa volta come una preghiera.

Il baccellone e i batteri. La vittoria di Trump

 

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Pochi giorni fa, il famoso astrofisico Stephen Hawking lanciava un monito: “E’ molto probabile che gli extraterrestri esistano ma è meglio non cercare di entrare in contatto con essi perché potrebbero riservare sorprese spiacevoli, ad esempio colonizzarci senza pensarci due volte, visto che sarebbero enormemente più evoluti di noi appariremmo ai loro occhi come dei batteri, niente di più. Richiesto poi di un giudizio su Donald Trump, Hawkins ha detto: “È più imperscrutabile dei misteri sull’origine dell’universo”. 

Nel dormiveglia della notte elettorale, l’alieno è arrivato. Per la verità, era da qualche tempo che soggiornava sul nostro pianeta sotto forma di baccello, come nel famoso film di fantascienza del 1956 L’invasione degli ultracorpi. I baccelloni provenienti da un altro mondo giungevano in qualche modo sulla Terra, poi, dopo un periodo di incubazione, prendevano sembianze umane. Così è stato per Trump; la trasformazione, piuttosto frettolosa per via della scadenza elettorale, non è ancora del tutto compiuta, come dimostra il ciuffo, ancora baccellare, ma per il grande pubblico può andare bene, soprattutto se il grande pubblico vuole qualcosa di diverso e di forte a tutti i costi. L’alieno evocato da Hawking non è stato stuzzicato, si è presentato lui alla porta. Ha bussato energicamente con la mazza del suo spaventoso Ego, e visto che nessuno apriva ha sfondato direttamente la porta fra il plauso generale (o quanto meno di una sembra solida maggioranza). Ora è difficile dire se si limiterà a cambiare l’arredamento e a fare delle pulizie di routine oppure se opterà per una disinfestazione radicale incominciando dai messicani e dagli immigrati così come aveva promesso in campagna elettorale, ma se scatterà l’operazione battericida, anche molti degli stessi elettori di Trump dovranno incominciare a temere: siamo tutti batteri. In questo, ahimè, fratelli.

P.S. Il sito che regola le richieste di emigrazione in Canada è appena andato in tilt per eccesso di richieste.

La malinconia del gianduiotto

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Avete mai sentito un narratore che dice del suo romanzo: “Si ride… si ride molto?”. A me non era mai capitato. E giurerei che non l’abbiano mai detto autori come Jerome, Campanile, Courteline, Twain; per non parlare di Flaubert, che pure scrisse uno dei libri più divertenti e al tempo stesso crudeli, Bouvard e Pécuchet.
Invece quel narratore c’è, l’ho sentito io alla televisione, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo. È Andrea Scanzi. La cosa è andata così: al termine del talk, la Gruber, accomiatandosi dai suoi ospiti, ricordava I migliori di noi, l’ultima fatica narrativa di Scanzi, di prossima uscita (ormai sarà in libreria da qualche giorno). Questa di ricordare il libro di un ospite, anche se non c’entra nulla con l’argomento della puntata, è una carineria del conduttore, ormai entrata nell’etichetta, è un viatico che praticano anche due ristoratori miei amici, i quali, dopo il conto, ti presentano un vassoio di gianduiotti. Dunque, l’impeccabile padrona di casa Gruber, credendo di far bene, dice qualche parola sul romanzo di Scanzi: la storia di due amici che si ritrovano dopo tanto tempo. Il destino li ha separati. Affiorano i ricordi, gli affetti. Forse i rimproveri: “Perché mi hai lasciato solo per tutti questi anni? Eravamo i migliori. I migliori di noi. Tra fratelli figli unici, non si fa.” (Cito dal materiale promozionale in rete, non ho ancora visto il libro, ma non è questo il punto). Siamo, insomma, sulla china dei sentimenti. Scanzi, di solito così accorto, si abbandona, entra nel ruolo romanziere importante, “di spessore” (d’ora in poi denominato Scanzi 2), e si lascia sfuggire la parola malinconia. Ma prima che l’abbia terminata, si risveglia in lui il suo Daimon (d’ora in poi denominato Scanzi 1), che gli tira uno scappellotto come facevano una volta i maestri con gli scolari sventati – il Daimon era invisibile, in quanto all’interno dello Scanzi televisivo (Scanzi 3), ma l’effetto si è visto in primo piano: per un attimo il romanziere Scanzi 2 è rimasto impietrito, ha visto il grafico delle vendite franare subito dopo il lancio gruberiano, forse gli è comparsa davanti, per un attimo, la faccia del suo editor, che non sarà stata raggiante, e si è immediatamente corretto: “Ma si ride, intendiamoci, si ride molto…” Troppo tardi, la malinconia, sia pure evocata di sfuggita, aveva macchiato lo spot come una goccia di caffè sul pantalone di lino bianco. Rimane, per i fan di Scanzi, il dubbio: “Davvero si riderà tanto?” Non più di tanto, azzarderei: come disse Céline, per far ridere davvero bisogna essere un po’ più che morti, e tutti gli Scanzi hanno troppo da fare per perdere il loro tempo con i viaggi oltremondani.

Il video della domenica.MICHEL HANEKE, LA PIANISTA

Quando vidi per la prima volta il film di Michael Haneke ricordo che ne rimasi particolarmente sconcertata. La violenza di alcune scene mi toccò a tal punto da catalogare la pellicola come l’ennesimo tentativo del nuovo cinema francese di pungere lo sprovveduto spettatore usando il trucco del voyeurismo sulla misera vita del soggetto al di sopra di ogni sospetto.
Fu un caso il fatto che mi capitò di vederlo una seconda volta. Un caso dal quale trassi la voglia di capire che cosa si cela dietro ad una storia dai sapori morbosi che non si può accontentare di un riduzionismo troppo abusato come rischiava di essere il mio.
Così cominciai ad agitare lo sguardo: l’inquadratura di una porta che si apre, una donna che entra, Erika. Ciò che segue è una lite tra madre e figlia che sfocia in un gesto di violenza da parte di quest’ultima. Dovrebbero tagliarti le mani! Picchiare tua madre in quel modo!
Buio.
Dopo, soltanto il precipitarsi degli eventi: la vita segreta dell’insegnante di pianoforte Erika Kohut, delle sue singolari sieste notturne nei sexy shop, sulle piane scure dei drive in, nel bagno, dove con un rasoio, si pratica mutilazioni genitali.
Buio.
E ancora: i suoi allievi bistrattati e Walter Klemmer che l’ama…l’ama? Buio. La richiesta di dolore e sofferenza fatta da una donna al suo giovane amante che dall’innocenza dell’infatuazione adolescenziale per la sua insegnante, passa ad essere il carnefice e lo spettatore di una vita distrutta poiché è in lui che si nasconde il fascino del morboso e dell’osceno, in lui il cittadino al di sopra di ogni sospetto, in Erika la vittima di un insolita tragedia consumata all’ombra di una strana forma di amore. Buio.
Fermai la pellicola e riavvolsi il nastro per la terza volta.

Luana Doni

 

 

Vegano in salsa macabra

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È un mio (tollerabile) rammarico non aver mai visto il museo del Grand Guignol, a Parigi, in rue Blanche, vicino a Pigalle. Me lo chiusero a tradimento, nel 1963; in seguito avrei cercato di compensare quella mia curiosità leggendo l’antologia di testi che Corrado Augias aveva curato per Einaudi nel 1972. Erano copioni modesti, ruvidi ed efficaci che piacevano a un pubblico desideroso di sensazioni forti. E più il pubblico gradiva, più si rincarava la dose. Gli autori conoscevano il mestiere (ci passò anche qualche titolato, però), erano ruvidi ma efficaci, puntavano al sodo, cioè al brivido immediato. Qualche volta aleggiavano implicazioni sociali (un sindacalista promuove lo sciopero dei treni ma a farne le spese è il suo figlioletto che muore tragicamente), ma per lo più lavoravano “a schiaffo” con sbudellamenti, strangolamenti, mutilazioni, esecuzioni capitali. Tutto improntato al massimo realismo.
Il repertorio alimentava il museo, nel quale si potevano passare in rassegna i morbosi effetti speciali che venivano realizzati in scena; fra essi si segnalava un impiccato che sussultava artisticamente mentre penzolava dal cappio.
Declinata la fortuna delle rappresentazioni, che erano iniziate nel 1897, il museo chiuse i battenti. Oggi la porta del Grand Guignol – ammodernato, sgangherato, insinuante, si socchiude con un post del ristorante vegano Piovono zucchine, di Brindisi. Ma qui il macabro nasce da un cinismo da cui ci si sente, chissà perché, assolti a priori in nome di un egocentrismo nel quale l’altro non è previsto, nemmeno se si tratta di un terremoto: “A noi non interessa se sta infastidendo qualcuno”, dichiarano le proprietarie del locale. E poiché le reazioni non sono mancate, chi protestava è stato rimbeccato: “Lei sta facendo qualcosa per le Marche oltre che indignarsi e condividere post sul terremoto? Ha mangiato tranquillamente a casa sua con la sua famiglia? È comodamente seduta ad indignarsi di quello che fanno gli altri? Bene, continui a fare quello che fa, noi facciamo altro.” Si apprende poi , dalle stesse incomprese proprietarie, che il messaggio intendeva scuotere le coscienze. (Senza perdere d’occhio la cassa, tuttavia, visto che non ci si dimentica di scrivere in calce: ”Aperto il 31 a cena”.)
Può darsi che la pubblicità di Piovono zucchine abbia funzionato. Certo ha riconfermato una semplice verità: astenersi dalla carne e dal sangue non preserva dal macabro.

 

 

 

 

Il video della domenica. PURISSIMA VIRGINIA

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http://www.ilgiornale.it/video/politica/presidente-brocche-dacqua-e-bindi-ride-faccia-raggi-1323698.html

Il tabacco Virginia è delizioso, tuttavia solo pochi buongustai lo apprezzano fumato puro: è dolce, aromatico, leggero ma risulta un po’ urticante alla lingua e alla gola; per questa ragione viene tagliato con il burley, il latakia e altri tabacchi orientali. Che è un gesto grossolano e insensato come allungare il whisky con ghiaccio e soda. E poi, alcol e tabacco sono già così dannosi per loro conto che una piccola irritazione momentanea è davvero il male minore. Anzi, a pensarci bene, quel leggero fastidio può diventare una specie di compagno segreto che frequentiamo col gusto assurdo racchiuso nelle amicizie dissennate.
Come il tabacco omonimo, anche la sindaca di Roma è per intenditori, quindi nessuna meraviglia che la stampa e i media le diano addosso, prima di lei capitò a John Cage e a Marinetti, a Burri e a Pasolini (da vivo).
Quello che gli aguzzini mediatici di Virginia non hanno capito è una verità così trasparente che corre il rischio di non essere veduta, come certe vetrate troppo terse contro le quali si va a sbattere: la sindaca è, molto semplicemente, una pura di cuore, integrale e doc, come ce ne sono poche, anzi forse nessuna nel girone immondo dei politici che i Cinque stelle fustigano – ed è una sorprendente contraddizione che un movimento, dopo aver predicato (e attuato) una selezione democratica dal basso, sia adesso imbarazzato (infastidito?) dal miracolo del giglio spuntato sul letamaio.
L’ultimo, minuscolo atto unico che Virginia ci ha regalato rappresenta forse il sigillo della sua purezza. Il delicato evento (un fuori onda) si è verificato durante l’ultima commissione antimafia.

Virginia – Ma quand’è che passiamo dalle bottigliette alle brocche d’acqua?
Bindi – (bofonchia, imbarazzata) Abbiamo già tanti problemi organizzativi…”
Virginia – Lo sai che quello è tutto rifiuto? Non va bene, eh…
Bindi – (tamburella con la mano sul tavolo)
Virginia – Io ormai lo dico in ogni commissione nella speranza che qualcosa cambi…

Bindi – (sospira lungamente, sorridendo)
Virginia – Questi rifiuti, poi, li dobbiamo smaltire noi… Ci aiuti! (piccola pausa che precede il più candido dei luoghi comuni, diffuso in tutte le città italiane) Noi, a Roma, abbiamo l’acqua più buona del mondo”.
Bindi – (sospirando ancora) Mah, insomma non so se le tubature sono altrettanto all’altezza dappertutto…

Qualche insensibile ha riso. Anzi, più di uno, a dir la verità. Io invece ho pensato subito al passo del Vangelo di Matteo: “Dal cuore provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie. Queste sono le cose che rendono impuro l’uomo” (Mt, 15, 19).
Dunque la purezza di cuore preserva da tanti orribili peccati; dei suoi benefici influssi sulla pubblica amministrazione, l’Evangelista purtroppo non ha scritto. È un aggiornamento che tocca a noi.

Il cartellone del Teatro Stabile d’Abruzzo. LA PESANTEZZA OPACA DELLA FRIVOLEZZA

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La questione dei generi (letterari, ma non solo) è antica; volendo, la si può far risalire ad Aristotele. Per restare un po’ più vicini, si può ricordare l’orgogliosa necessità che Henry James rivendica ai generi alla fine del XIX secolo: “I ‘generi’ sono la vita stessa della letteratura, e la verità e la forza nascono dal completo riconoscimento di essi, dall’abbandonarsi al massimo nei loro sensi rispettivi, e dall’affondare profondamente nella loro coerenza”. Ma per un critico della tarda modernità, Fredric Jameson, il sistema del mercato li ha fortemente indeboliti, così che “Persistono nella loro vita dimezzata dei generi subletterari della cultura di massa, trasformati nelle collane di libri economici in vendita nei supermercati e negli aeroporti”.
Insomma, la questione si presenta come delicata e scivolosa ma quest’anno il TSA taglia il nodo proponendo un’efficace, anche se un po’ drastica, sintesi. Commedia, tragedia, dramma, pantomima, atto unico, acte sans paroles, mise en espace, tragicommedia, teatro del racconto, fiaba drammatica, farsa, ecc. sono un ingombrante fardello; come risulta dal cartellone dell’Ente abruzzese, in teatro esistono due generi, e non di più, il Teatro Comico e tutto il resto, che viene denominato, con critica sottigliezza, Panorama Teatro. Gestalticamente, la figura in primo piano è il Comico; il Panorama se ne sta, nella sua indeterminatezza, sullo sfondo; lo si poteva anche indicare come “Quella roba che si fa sul palcoscenico”, ma sarebbe stato inelegante. Qualcuno, da quanto si può leggere in rete, ha mugugnato, ma la dichiarazione della Presidente del TSA ha enunciato con limpida franchezza i suoi intenti, e quando la scelta è nitida si è già molto avanti: “Noi non siamo un ente privato ma un ente pubblico e il nostro dovere è rendere felici le persone che ci sostengono, cioè gli aquilani e gli abruzzesi che, anno dopo anno, continuano a confermare le loro presenze. Il programma che abbiamo elaborato, improntato a una maggiore leggerezza, propone contenuti coerenti con le esigenze degli spettatori.” Il termine “leggerezza” può essere molto variamente declinato; Calvino, ad esempio, nelle sue Lezioni americane, individua due leggerezze opposte: “Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.” È anche vero che se ci si sofferma troppo su Calvino, un cartellone teatrale chissà quando vien fuori, quindi è meglio tagliar corto e partire dal presupposto che chi governa un ente pubblico conosce, se non altro per ragioni di ruolo, quali sono le esigenze del pubblico – e i palinsesti televisivi stanno lì a confermare che il pubblico vuole soprattutto ridere. Qualcuno, come Walter Benjamin, fin dagli anni Trenta, riflettendo sul servizio pubblico suggerì una piccola regola: “Diamo al pubblico ciò che vuole ma con qualcosa che ci mettiamo noi” (e pazienza, mi viene da aggiungere, se la felicità del pubblico sarà appena un po’ meno estatica). Ma Benjamin, purtroppo, non fa ridere – certo assai meno di Dado, con “i suoi pezzi che hanno scatenato l’euforia del web e che hanno superato online la quantità di spettatori di una seconda serata televisiva.”.

 

PIETRO BARTOLO, LACRIME DI SALE

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Così come lo vediamo sullo schermo, il personaggio è asciutto; sembra perfino refrattario alle polveri sottili della tv del dolore, della compassione e dell’eroismo. Ma sulla pagina i racconti di Pietro Bartolo perdono anche quell’inevitabile luce azzurrina che contamina qualunque ospite di un talk, e soprattutto taglia via la compunzione del conduttore. Lacrime di sale è un contenitore di innumerevoli storie che molti non vorrebbero ascoltare e la testimonianza di una missione impossibile e proprio per questo indispensabile.

Prepararsi un pasto caldo prima di affrontare la lunga traversata. Questo provavano a fare Amina e le altre donne collegando con una canna per l’acqua la bombola del gas a un fornello improvvisato. Il ritorno di fiamma non ha lasciato loro scampo. Ustioni sul novanta per cento del corpo. Una scena terrificante. Ma gli scafisti in Libia non hanno avuto alcuna pietà. Le hanno caricate a forza su un gommone e in quelle condizioni loro hanno viaggiato e sono finite alla deriva in preda a dolori lancinanti, finché a salvarle non è arrivata la guardia di finanza.
I soccorritori non sapevano nemmeno come toccarle, come prenderle a bordo delle motovedette senza farle soffrire ancora di più. Eppure, da loro, non un lamento, un urlo, un pianto. Nemmeno quando in queste condizioni i militari le hanno portate in banchina.
Non potevo crederci. Davanti ai miei occhi avevo una scena terribile. Non sapevo da che parte cominciare. Era l’ennesima sfida. Perché a ogni sbarco non sai cosa ti troverai ad affrontare. Non sai quale delle tante specializzazioni che non hai preso dovrai utilizzare.
Erano in ventitré. Una, appena diciannovenne, non era riuscita a sopravvivere. La più piccola aveva solo due anni ed era completamente bruciata. Ho cercato di procurare loro il minor dolore possibile. La pelle veniva via a brandelli lasciano scoperta la carne viva. Dovevamo trasferirle subito. Palermo, Catania: dovevano essere curato in strutture adeguare. Qui a Lampedusa non potevamo fare molto per loro. Una corsa contro il tempo, con gli elicotteri che facevano la spola avanti e indietro. Quando finalmente l’ultima è salita a bordo abbiamo sentito il nostro respiro tornare regolare. Anche stavolta, almeno in parte ce l’avevamo fatta.

Pietro Bartolo, Lidia Tilotta, Lacrime di sale, Mondadori

Il video della domenica.La tristezza planetaria della ricchezza. GIANLUCA VACCHI

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http://www.huffingtonpost.it/2016/10/13/gianluca-vacchi-video-tacchi-spillo_n_12471476.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

“A volte si considera una persona ‘seria’ solo perché indossa una cravatta e si finisce per giudicarla solo superficialmente”. Sono le parole di Gianluca Vacchi, in giacca e cravatta, seduto a una scrivania. Poi si alza, e il resto lo scopriamo in questo video (fortunatamente di un minuto, non di più). Che un signore esegua un balletto nel mezzo di un salotto (di dubbio gusto, diciamolo) esibendosi in doppiopetto, cravatta, mutande e tacchi a spillo non è né originale né sorprendente (le trasgressioni non si sa più dove stiano di casa e le perversioni hanno un sapore molto più forte). L’unico motivo d’interesse per le esibizioni del dottor Vacchi, laureato in economia e commercio, sta nel fatto che ciascuna di esse attira l’interesse di svariati milioni di frequentatori di Instagram, dai tre ai cinque. Uno spirito candido potrebbe chiedersi perché, ma la stessa logica dei social ci ha insegnato che la risposta è contenuta nel corto circuito della domanda stessa: milioni di persone guardano Vacchi perché il dottore è seguito da milioni di persone. Poi ci sono anche le ragazze, le barche, ecc., ma sono elementi di contorno: l’arrosto, il piatto forte è lui. Che naturalmente è ricco. Di famiglia. Non è però un perdigiorno, come si potrebbe pensare. No, il dottor Vacchi è un imprenditore. Creativo. Infatti ha dato vita alla GV Lifestyle. Non so perché, ma il termine “Lifestyle” ha su di me un potere urticante, forse perché riecheggia frasi moralistiche e intimidatorie (Il medico: “Lei deve cambiare il suo stile di vita”), e al tempo stesso profuma di riviste da anticamera del dentista. Comunque ho fatto un giro nello shop della GV, e ho trovato un solo articolo, proposto nella versione  uomo e donna: una t shirt con la scritta “Resilienza”. E questa è stata una sorpresa. Il termine si riferisce alla proprietà che hanno alcuni metalli di riacquistare la forma originaria anche dopo essere stati sottoposti a una deformazione; per analogia, in ambito psicologico indica la capacità che ha una persona di reagire alle avversità. Viene da pensare che un uomo dall’ego così pronunciato abbia voluto imprimere sulla t shirt una personalissima impronta ma riesce difficile immaginare quali traumi abbia potuto subire un personaggio che nuota nel grottesco con tanta felice inconsapevolezza. Forse Vacchi allude con uno sberleffo cinico alla resilienza dei suoi svariati milioni di follower.

 

Quando i filosofi fanno divulgazione. SLAVOJ ŽIŽEK, UNA BARZELLETTA CONIUGALE

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La logica della triade hegeliana può essere tradotta perfettamente nelle seguenti tre versioni del rapporto tra sesso ed emicrania. Cominciamo con la scena classica: un uomo chiede alla moglie di fare sesso, me lei risponde: “Scusa, tesoro ho una terribile emicrania, adesso proprio non posso”. Questa posizione iniziale è poi negata/rovesciata dall’avvento della liberazione femminista; ora è la donna che chiede di far sesso al povero, stanco marito, il quale le risponde: “Scusa, tesoro, ho una terribile emicrania”. L’intervento conclusivo della negazione della negazione, che capovolge di nuovo l’intera logica trasformando questa volta la ragione-contro in ragione-per, si ha quando la moglie esclama: “Tesoro, ho una terribile emicrania, perché non facciamo un po’ di sesso così mi rimetto in sesto?”
E’ perfino possibile immaginare un momento, piuttosto deprimente, di negatività radicale tra la seconda e la terza versione: marito e moglie hanno entrambi l’emicrania e decidono di comune accordo di sorseggiare tranquillamente un tè.

Slavoj Žižek107 storielle di Žižek, Ponte alle Grazie

Il video della domenica. JOSIAH HAWORTH, JOON SHIK SONG & JOON SOO SONG. “BRAIN DIVIDED”. 5′

Il plot si inserisce su una tradizione vetusta, quella delle contraddizioni psichiche (con forti componenti ormonali). Ma il gioco sulle disavventure di un giovanotto tanto timido quanto allupato è divertente.

Le grandi signore della scena

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Si vuole che le grandi signore della scena, e in qualche misura anche i loro omologhi maschi, ma assai meno, indossino in pubblico la maschera di un ascetico – a volte persino tremebondo – distacco e che inorridiscano di fronte a tutto ciò che riguarda il denaro, i contratti, il successo; si tratta di una maschera, naturalmente, ma nessuno chiede loro di essere autentiche; di recitare bene, invece, sì. O se non proprio bene, almeno con un minimo di stile. Per le grandi signore, il successo non esiste (non il loro, non l’insuccesso altrui). Anzi, esse si chinano sull’affanno delle colleghe derelitte con una sollecitudine materna e ricostituente: «Non dimenticherò mai l’occhiata che hai lanciato a quel trombone che fa il protagonista… come si chiama?… non ha importanza… quando l’hai guardato, dal basso in alto, così minutina come sei, con quel vestitino dimesso, per un attimo ho visto la Magnani. E quando gli hai voltato le spalle e subito sei uscita a passi decisi? Una regina!» (In quella scena la piccola attrice non aveva nemmeno una battuta). Per le grandi signore, il successo è solo il primo stadio di un vettore che le ha proiettate nella Storia dello spettacolo e che si è disintegrato tanto tempo fa nel cosmo non meno che nella loro memoria. Non scenderebbero mai dall’Olimpo per sottolineare l’effimero successo di un mortale (paragonandolo, con un modesto rimbalzo dialettico, al loro, che credono sempiterno). Non citerebbero un Andy Warhol da Baci Perugina invecchiati in magazzino – anche perché con Warhol, là dove si trovano, ci prendono il tè ogni mercoledì. Le grandi signore della scena.