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Sanguineti, il cinema, il Novecento

Quando si scopre un aspetto meno conosciuto (almeno ai nostri occhi) di un autore è sempre una bella sorpresa. Ricordo quando, tanti anni fa, ascoltai Le devin du village: mi sembrava straordinario che Rousseau, nel 1752, mentre traduceva Orazio ed lavorava su Socrate e Catone, avesse composto anche questo intermezzo buffo (parole e musica); così come mi stupirono le incisioni di Alfred Kubin: avevo appena letto quello straordinario romanzo che è L’altra parte e la meraviglia fu grande quando constatai che lo scrittore riusciva a ricreare nelle sue tavole l’angoscia che aleggiava nella sua scrittura (per la verità, nel romanzo l’angoscia si sostanzia in un pulviscolo, mentre nelle incisioni plasma degli incubi modellandoli su infinite gamme di grigi).
La rivelazione che ci regala questo prezioso Un poeta al cinema, tuttavia, solo relativamente se consideriamo l’ampiezza del fronte sul quale si sviluppa il lavoro di Edoardo Sanguineti: poeta, narratore, critico letterario, dantista, drammaturgo… – e qui Clara Allasia, che con Franco Prono cura la pubblicazione, mi raccomanderebbe di non dimenticare “lessicografo”. Il cinema, dunque, non poteva non rientrare nell’orizzonte sanguinetiano, anche se il nostro autore premette: “Non sono un esperto di cinema, però ho avuto dei trascorsi da cinefilo in giovinezza”, che francamente sembra un understatement eccessivo, perché la maggior parte dei cine fili di mia conoscenza si dedica prevalentemente a memorizzare i cast e a cronometrare la lunghezza di ogni piano sequenza. In ogni caso, la vera sorpresa di questo libro è l’uso che Sanguineti fa del cinema, inserendolo in un suo discorso d’interpretazione del Novecento, del quale il montaggio è elemento costitutivo.
Che cos’è il montaggio? È molto facile darlo per sottinteso, perché intuitivamente si capisce che cos’è: così fanno certe edizioni del Vocabolario dell’Accademia della Crusca dove alla voce gatto si legge; «animale noto» e non se ne dà nessuna definizione. Diverso è il caso di un pesce raro o un insetto esotico; invece se diciamo gatto ci intendiamo tutti anche se non abbiamo mai visto un siamese o un persiano… La stessa cosa si può dire per il montaggio: se un dizionario dà una definizione quale «procedimento di costruzione di un’opera, massimamente filmica», ecco che si capisce subito di che si tratta. Dal punto di vista pratico, pensiamo a una striscia di pellicola che qualcuno taglia con un paio di forbici e poi incolla con grande precisione alla moviola (anche se oggi l’ipertecnologia ha profondamente cambiato il procedimento). Bene: il montaggio è questo e la cosa è risolta.
In realtà il montaggio è un meccanismo costruttivo che va molto al di là del cinematografo, perché investe praticamente qualsiasi comunicazione intersoggettiva. Qualunque testo è opera di montaggio, e possiamo dirlo perché oggi viviamo in un’età in cui ne abbiamo consapevolezza. Posso leggere La Divina Commedia come un testo che è opera di montaggio, però evidentemente Dante non ne aveva (non poteva avere) un’idea di montaggio ma, certamente, aveva un’idea strutturale molto forte. La Divina Commedia è un’opera costruita in modo particolarmente meditato, non foss’altro per l’ossessione del numero tre: tre cantiche, trentatré canti in ognuna delle cantiche più uno (cento canti), le tre fiere e tutta la simbologia trinitaria, il nome di Beatrice… La cabala dantesca non lascia dubbi sulla cura costruttiva. Però pensare che tutto ciò nasca come montaggio sarebbe sbagliato, anzi possiamo usarlo come esempio di antimontaggio. Nel campo del cinema Pudovkin è stato considerato spesso il rappresentante più tipico dell’antimontaggio. Egli sosteneva la sceneggiatura di ferro in cui tutto è previsto, per cui il film viene costruito sulla base di una fedeltà tendenzialmente assoluta alla sceneggiatura. Il film è tutto scritto, anche la durata delle varie sequenze è prevista, quindi non c’è nient’altro da fare che metterle insieme. Per molto tempo nelle storie del cinema e nei trattati teorici le opere di Ejzenštejn e Pudovkin sono state presentate come emblemi del montaggio aperto e del montaggio chiuso, del montaggio sì e del montaggio no. La Divina Commedia, se considerata dal punto di vista del montaggio, potrebbe essere definita un’opera dal montaggio chiuso. Non possiamo pensare che Dante, arrivato al decimo canto dell’Inferno non sapesse come procedere. Non avrà minuziosamente precostituito ogni particolare, ma in ogni caso non poteva non sapere che sarebbe andato avanti per terzine; forse non aveva deciso di scrivere trentatré canti per ogni cantica, ma quello che conta è che sostanzialmente l’idea generale era già definita e preordinata. Per Ejzenštejn invece il montaggio era l’ultimo momento del suo lavoro e non il primo, ovvero non pensava alla struttura di un film nel momento in cui cominciava a girare, se non in termini molto aperti.
Edoardo Sanguineti, Un poeta al cinema
a cura di Franco Prono e Clara Allasia, Bonanno editore
FRANCESCO M. CATALUCCIO, GUIDA ALLA BIENNALE D’ARTE 2017 (da Doppio zero)
L’altro Gadda. DARIO BORSO, FRATELLI (da Le parole e le cose)

http://www.leparoleelecose.it/?p=27422#more-27422
Carlo Emilio Gadda (1893 – 1973) ed Enrico Gadda (1896 – 1918) erano due fratelli “vicini”, come si dice in questi casi: non solo per età ma, a quanto pare, anche per interessi e aspirazioni. Nel 1918, partirono volontari per la grande guerra. Il primo sopravvisse a un lager tedesco, il secondo non fece ritorno.
In questo bell’articolo, Dario Borso disegna il ritratto dell’altro fratello, presenza muta ma sicuramente viva e operante nella vita del Gran Lombardo.
Il video della domenica. ARTHUR DE PINS, GERALDINE
Il plot del giovanotto che una mattina si risveglia trasformato in donna non è nuovo, ma il ritmo e il disegno elegantemente trasandato del corto sono di qualità.
MAURIZIO SENTIERI, SOCIETA’ LIQUIDA E CHEF TELEVISIVI (da Doppio zero)

http://www.doppiozero.com/rubriche/92/201705/societa-liquida-e-chef-televisivi
“Il mio bagno, il mio living, la mia cucina”… recita la pubblicità mentre nella finzione il noto chef televisivo si aggira solitario nel suo appartamento…”
ERRI DE LUCA. PESCATORI DI UOMINI. (da Vita.it)
FRANCO BUFFONI, QUALCOSA RESTERA’. SU OMOSESSUALITA’ E LETTERATURA (da “Le parole e le cose”)

http://www.leparoleelecose.it/?p=27349
“Che cosa delimita i confini di una presunta letteratura omosessuale, ci possiamo chiedere. La vita erotica, presunta o dichiarata, di chi scrive? I temi trattati?”
Il video della domenica. Giorgio Strehler in prova. L’OPERA DA TRE SOLDI
Magnetico, dominatore, debordante, tirannico, instancabile fino alla distruzione di sé e degli altri, dominato da un narcisismo incontenibile, su Giorgio Strehler si è indubbiamente detto e scritto di tutto, ma è altrettanto indubbio che pochi hanno saputo costruire l’azione scenica come lui: con la sua fisicità che lo spingeva a sostituirsi all’attore in ogni momento, e non solo per mostrargli un gesto e un ritmo ma anche per diventare egli stesso attore: surrettiziamente, si potrebbe dire perché, come molti grandi registi Strehler, quando ha recitato in prima persona non è mai stato un bravo attore. Era semplicemente straordinario nel far recitare gli altri. In questo breve video, il maestro, esaurita la sua performance, lascia la scena a Gianni Santuccio e a Milva, impegnati nel famoso “Tango Ballade”, di Kurt Weill.
Dario Mangano, IKEA (da Doppiozero)
Luisa Bertolini. ALAIN BADIOU. VEDIAMO TUTTO NERO? (da Le parole e le cose)
Buon 1° maggio (b)
Buon 1° maggio (a)

Alexandre Séon (1855-1917)
Sono così bianche le viole
del pensiero cresciute in
seno alla loro primavera e
messe poi a giacere negli
esatti giacigli della sera.
Anna Cascella, in “Nuovi poeti italiani !”, Einaudi
Il video della domenica. PER FARE UN POEMA DADAISTA. 3′
E’ un’alternativa agli innumerevoli video che insegnano come piegare le t-shirt o come riutilizzare i contenitori delle uova o le lattine di Coca cola. Il breve video mette in pratica le istruzioni contenute in Dada manifesto sull’amore debole e l’amore amaro, che Tristan Tzara lesse a Parigi, alla galleria Povolozky il 9 dicembre del 1920 e che pubblicò l’anno seguente.
E’ un gioco forse ozioso, ma gratificante, come spiega lo stesso Tzara al termine delle istruzioni, che qui riportiamo.
Prendete un giornale
Prendete delle forbici
Scegliete sul giornale un articolo lungo quanto intendete debba essere il vostro poema
Ritagliate l’articolo
Quindi ritagliate accuratamente ogni parola di cui è composto l’articolo e mettetelo in una borsa
Agitate un poco
Disponete ogni frammento uno dopo l’altro nell’ordine in cui si trova nella borsa
Copiate scrupolosamente.
Il poema vi assomiglierà.
Ed eccovi trasformati in uno scrittore assolutamente originale e di affascinante sensibilità, ancorché incompreso dal volgo.
Radiospazio, piccola storia di un blog

Quando questo blog è nato, i numeri non erano certo la sua prima preoccupazione. Anzi, all’inizio non doveva essere nemmeno un blog, ma un sito piuttosto statico, una vetrina (non importava se con un filo di polvere) nella quale esporre l’archivio di Radiospazio teatro. A disposizione di chi? Non era chiaro. Qualcuno diceva: di un eventuale impresario interessato ai nostri spettacoli. Ma era un’ingenuità fanciullesca alla quale nessuno credeva; tutti sapevamo che gli spettacoli non circolano (non vengono comprati, per dirla schiettamente) perché un direttore di teatro, navigando in rete, s’imbatte nel sito di una compagnia che per caso lo incuriosisce.
A parte le dichiarazioni di facciata, le vere ragioni erano probabilmente altre, più irrazionali e quindi meno confessabili; forse il desiderio di sottrarre gli spettacoli al loro destino naturale, che è l’oblio, e di conservare insieme alle loro piccole mummie allineate sugli scaffali del sito il profumo o almeno il senso di un lavoro collettivo che aveva preso forma a dispetto di ogni ragionevole previsione. Comunque, il sito di Radiospazio nacque ma ebbe una vita breve perché fu subito chiaro che le nostre competenze informatiche erano sconsolanti e non potevamo certo permetterci un webmaster.
Ripiegammo quindi sulla più modesta formula del blog fatto in casa, mimetizzandoci fra i tanti diaristi pubblici e fra i poeti del web. Ben presto ci trovammo di fronte a una contraddizione tanto spiacevole quanto insanabile: per ragioni che sarebbe troppo lungo raccontare (diciamo di programmazione), alla compagnia di Radiospazio, si presentò la prospettiva di lunghi mesi inattivi: il blog, strumento di comunicazione e di dialogo (con non si sa quale pubblico) ci apparve improvvisamente come una barchetta che non aveva senso calare in acqua nemmeno per la cerimonia inaugurale. O la si lasciava lì sulla spiaggia a marcire, o ci si imbarcava senza una rotta, in attesa che l’attività teatrale riprendesse. Così facemmo predisponendoci a una lunga, forse lunghissima fase di intrattenimento (come un prologo spropositato) e forse a un naufragio, che sarebbe stato comunque meglio di una inerte attesa, lì sulla riva, a guardare i velieri che filavano via disinvolti. Dopo qualche mese di navigazione in compagnia di pochissimi amici, il blog incominciò a crescere. La rotta era sempre bizzarra e a volte un po’ umorale, ma evidentemente le persone incuriosite dal frammentario erano più di quante pensassimo. Oggi sono (siete) in diecimila a seguire Radiospazio, che è una testata sempre più scollegata dalla sua ragione originaria. (Ma siamo tutti un po’ scollegati, e forzatamente, direi).




