Onorevoli e barbieri

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Quando i barbieri non erano ancora hair stylist ma semplici barbieri, venivano considerati dagli altri artigiani come una categoria leggermente eteroclita; anzitutto per la natura stessa di quel lavoro, frivoletto anche se socialmente utile: era un’arte, sicuro, ma per l’appunto tutti sanno che gli artisti non muoiono certo di fatica, persi come sono dietro le loro fantasie. E di fantasie ne fluttuavano molte, nelle barberie: sulle donne, soprattutto: non le mogli che a volte comparivano sulla soglia della bottega per riprendersi il marito, ma sulle ragazze che occhieggiavano con le gambe fuori e i seni promettenti su certi calendarietti profumati, omaggi riservati ai clienti più intimi e arzilli che li conservavano nei comparti più segreti del portafoglio, piccoli e maliziosi conforti a cui fare ricorso durante la lunga bonaccia matrimoniale. In quell’ambiente così maschio la femmina immaneva, inconoscibile, con la forza dell’assenza e della contraddizione, ma un mistero di tutt’altra natura, fra il burocratico e il sindacale, circondava la figura del barbiere, la chiusura del lunedì, che ad alcuni sembrava uno sberleffo immotivato e anarcoide. I barbieri se ne fregiavano come di un’onorificenza e raccontavano di turbinosi raid al mare consumati con ragazze imprecisate (doveva esistere un magazzino segreto nel quale si conservavano ragazze sempre libere il lunedì). L’invidia dei più diventava diffidenza, e qualche volta giudizio moralistico; quelle ventiquattro ore di deboscia gettavano un’ombra sulla figura del barbiere che nella vita reale smentiva i racconti fantasiosi di alcuni, e dedicava il suo giorno libero a innocenti occupazioni.
I tempi, come vuole l’adagio, sono cambiati, ma di fronte alla quasi plebiscitaria assenza di parlamentari alla discussione sul Testamento biologico è necessaria una postuma e tardiva riparazione che riabiliti i miti barbieri, responsabili unicamente  nei confronti della loro clientela.

P.S. Riguardo ai banchi vuoti alla Camera, lunedì 13 marzo, qualche giornale ha attenuato i toni. Come La Stampa, ad esempio: “Chi conosce le procedure sa che a presenziare sono tenuti solo coloro che, di ogni partito, hanno lavorato alla legge”. Quanto alla Repubblica, ha riportato una dichiarazione di Giachetti, che presiedeva la seduta: “Girano video che mostrano l’aula vuota, ma è una cosa che si verifica sempre in occasione delle discussioni generali che coinvolgono solo i deputati chiamati a intervenire mentre nelle fasi successive c’è un coinvolgimento pieno dell’aula”.
Ma dopo il clamore, stimolato dagli stessi media che oggi attenuano, un profumo di bergamotto è rimasto nell’aria, irrancidito.

 

 

 

Il video della domenica. AMELIA ROSSELLI legge brani da SERIE OSPEDALIERA

Quando i poeti si leggono, riescono quasi sempre a sorprenderci. Spesso pensiamo che leggano male, ma non lo confessiamo perché ci sembra che quella lettura, in quanto coincidente con la fonte della poesia, debba essere forzatamente la più attendibile. La nostra delusione non è immotivata: ci hanno insegnato, fin da piccoli, che la poesia è musicale, ma senza avvertirci che la musica può essere concreta, atonale, dodecafonica, ecc. Quando, cresciuti, abbiamo ascoltato gli attori che leggevano versi, le loro voci vibranti, le loro casse toraciche risonanti, loro fosse nasali perfettamente lubrificante, le loro corde vocali tirate a lucido hanno arrotondato, ripulito e riplasmato la parola. Così, quando il poeta si legge ci sembra sempre nudo, con quella sua voce inadeguata in quanto semplicemente umana, e soprattutto con quella stramba musica alla quale intona, sorprendendoci (deludendoci?) i suoi versi. Quando i poeti si leggono, appaiono sempre inadeguati a quella “buona forma” che abita in noi e che ci impone passeggiate sempre uguali nella routine del Bello. Vale la pena di sottrarsi, non senza fatica, a questa noiosa tiranna per riscoprire la fatica del discorso poetico in costruzione. 

Nata nel 1930 a Parigi, Amelia Rosselli crebbe tra la Francia, L’Inghilterra e gli Stati Uniti in un contesto fitto di tragiche vicende di storia privata, politica e sociale. Figlia di Carlo – esule antifascista, fondatore del movimento «Giustizia e Libertà» – nel profilo psicologico, intellettuale e artistico della Rosselli ebbe grave impatto, nella già problematica vicenda familiare, avere assistito, a sette anni, all’assassinio di suo padre, e del fratello di questi, Nello, perpetrato dai fascisti dinnanzi all’intera famiglia.
Il periodo della prima giovinezza fu contrassegnato da continui cambiamenti di residenza tra l’Europa e l’America. Il trauma dell’assassinio del padre, aggiunto alla malattia mentale e morte della madre, indussero uno stato di psicosi nella Rosselli, a causa del quale seguirono ripetute degenze presso ospedali psichiatrici.
Nel 1958 pubblicò il poemetto La libellula. Nel 1964, usciva con Garzanti la raccolta Variazioni belliche, seguita nel 1969 da Serie Ospedaliera.
Nell’Italia post-bellica, la Rosselli affiancava all’attività di poeta quella di musicista, sia come etnomusicologa, sia come esecutrice. Svolse attività di traduttrice letteraria, consulente editoriale e collaboratrice di riviste, che richiamarono sulla sua opera l’interesse di poeti come Zanzotto, Raboni, e Pasolini.

Nel 1969, le fu diagnosticato il morbo di Parkinson.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita nella mansarda in via Del Corallo a Roma, dove, nel 1996, si tolse la vita.

In treno, con qualche cesta di gatti e una bambina di troppo. PAUL LÉAUTAUD, PASSATEMPI

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disegno di Saul Steinberg

In una società che sommerge i bambini di smancerie per mascherare il suo sostanziale disinteresse nei loro confronti, bisogna apprezzare le poche voci politicamente scorrette. Ho detto poche, ma sono in realtà pochissime e per trovarle bisogna leggere gli scrittori fuori dal coro, isolati, dandy, e anche un po’ misantropi. Come Paul Léautaud (1872 -1956), un autore che costeggiò con poco trasporto la narrativa, il teatro, la poesia e che preferì dedicarsi alla scrittura diacritica, più appartata e apparentemente circoscritta. Abbandonato in culla dalla madre, il piccolo Paul cresce con un padre che, vivendo nel mondo dello spettacolo, trova le attrici molto più interessanti di un neonato; da grande, Paul collezionerà un numero notevole di amiche spigliate che ribattezzava con nomi fantasiosi e significativi: “Pantera”, “Flagello”, “Sheherazade”… Ma più delle donne lo interessavano i gatti e in misura leggermente minore i cani (“Ho avuto almeno trecentocinquanta gatti e centocinquanta cani. Sono morti bene a casa…

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Foto storiche. Radioménage (1953)

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Il nonno maneggia la manopola della sintonia con una cautela che tradisce la diffidenza. La di lui figlia amorosa lo assiste nel suo contatto instabile col Progresso, sfiora la mano paterna pudicamente (con una confidenza che forse non si permetterebbe senza una ragion pratica). La bimba osserva, interessata e intimidita: non può nemmeno sospettare che quell’oggetto così costoso e misterioso entrerà fra qualche anno nella sua routine conducendola con le sue canzonette lungo i tornanti di amori più immaginati che realizzabili; se non morirà prima, riuscirà a vedere i suoi nipoti zampettare sul tablet e i videogiochi. La nonna è refrattaria: sia il Presente gravido di modernità che il Futuro con le sue vertigini sono categorie inesistenti; per lei, il Tempo è una catena (fortunatamente morbida) di punti che si sommano scanditi dal metronomo dei ferri. E questo è il senso del Tutto, che le basta.

Il video della domenica. IL GOVERNO DI GROUCHO MARX: tasse, lavoro e dicasteri

Nel “non libero” stato di Freedonia, il surreale esprime il suo più genuino prodotto, Groucho Marx. Fin dalle prime battute il neopresidente del Consiglio lascia intuire un programma politico che non ha niente da invidiare a un sistema democratico in via di disfacimento come quello in cui ci stiamo dibattendo.

Sequenza tratta da Duck Soup (La guerra lampo dei fratelli Marx)

Aiwa!(“Andiamo avanti!”) Una mostra, un libro e molte storie

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www.stradebianchelibri.com/aiwa 

Le foto scattate col cellulare si prestano ad usi poco creativi, molesti e anche dannosi. Ma una volta tanto, lo smartphone è stato lo strumento che ha riunito ciò che era stato disperso, ha ricucito rapporti, ripercorso racconti, generato una mostra virtuale e, oggi, anche una pubblicazione.
Questa storia incomincia nel 2015 quando Daniela Morandini, curatrice di “Aiwa, la nostra Africa”, entra nel Casale San Nicola, a Roma, dove sono accolti giovani sui vent’anni che provengono da terre solo apparentemente lontane: Gambia, Senegal, Mali, Eritrea, Somalia… Daniela è giornalista, ma in questa occasione la sua dimestichezza con la scrittura le serve per insegnare l’italiano – cioè lo strumento primo e indispensabile che consente a quei ragazzi di decifrare il nuovo mondo al quale sono approdati. Non so di quali strumenti didattici disponesse Daniela, ma devo dire che non mi sembra molto importante: credo che l’unico ingrediente di una “buona scuola”, anche quella improvvisata e ambientata in un casale, sia un bravo insegnante, anzi, meglio ancora: un insegnante appassionato. Le tecniche, credo, vanno tutte bene, e Daniela scelse la più suggestiva, quella dell’abbecedario illustrato che, antichissima, precedette anche le mie scuole elementari: “A” di asino, “B” di bambino, e così via. (Per la verità, i ragazzi di Casale San Nicola scrivono intere parole illustrandole con un disegno: memorabile, fra i tanti, quello di una fiammante tromba rossa, impaginata con la parola TROMBA in verticale, nel quale mi parve di vedere del Magritte, e poco importa che non fosse una citazione volontaria.)
 Ma a questa “buona scuola” era riservata una corsia accidentata: gli abitanti piu’ influenti della zona non gradivano. così  protestarono con una certa vivacità, innescando un amplificatore che in queste situazioni sprigiona tutti i suoi watt devastanti, Casa Pound. Molti ragazzi, fra i quali gli autori di questi disegni, furono trasferiti in altri campi, ciò che significava per loro perdere i punti di riferimento che avevano di recente acquisiti: amici, relazioni, scuola, la conoscenza dei luoghi. Il Casale San Nicola sopravvive, sia pure con pochi ospiti, ma il corso d’italiano continua; i ragazzi trasferiti sono rimasti in collegamento con Daniela e il nucleo iniziale grazie allo smartphone e a FB, anche se non è facile quando non si hanno soldi per la scheda telefonica e il WiFi non è sempre dietro l’angolo; in ogni caso, il traffico (di disegni e di compiti) non si è arrestato, e i “ragazzi dei disegni” (Daniela li chiama così) continuano a frequentare la scuola per prendere il diploma di terza media. Qualcuno frequenta anche un corso di informatica; altri fanno musica, come Karamo, che suonava nella banda del Gambia e che adesso suona la tromba con la banda Cecafumo, o come Noradin, cantautore somalo, che canta con l’orchestra di Tor Pignattara.
Da questo scambio intenso e faticoso è nata una mostra virtuale e ora, a compimento del viaggio, Marcello Baraghini, l’editore delle storiche “Mille lire” ha varato una pubblicazione che, come scrive la curatrice, “Non è un libro d’arte. Sono pagine piene di sabbia. Ma con il cuore a colori. “

“Aiwa, la nostra Africa” sarà presentato sabato 4 marzo, alle 17, nella Sala conferenze “Benedetto XIII”, Istituto San Gallicano, via di San Gallicano 25a, a Trastevere.
P.S. Ho scritto “a compimento”, ma spero proprio che questa avventura si arricchirà di altri capitoli. Sarà un bene per i “ragazzi dei disegni” e per tutti.

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Il video della domenica. PASOLINI, IL CORPO E LA VOCE

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http://www.teche.rai.it/2016/11/pasolini-il-corpo-e-la-voce/

Un brevissimo trailer, frammentario e un po’ aforistico.

Chi desidera vedere l’intero documentario, ricco e ben antologizzato, può cliccare questo link: http://www.raiplay.it/programmi/pasoliniilcorpoelavoce/

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IN LETTURA: Maurizio Bettini, A CHE SERVONO I GRECI E I ROMANI?

Afu Chan.

Afu Chan. “I’m no different from a can of pineapple”

Al critico, il compito di parlare meditatamente di un libro solo dopo averne letta l’ultima pagina; al puro e semplice lettore l’arbitrio di segnalarlo, a caldo, subito dopo averlo incominciato. A che servono i Greci e i Romani?, attira fin dal titolo, a parte l’importanza del suo autore, s’intende: la domanda, così franca e diretta, “mette i piedi nel piatto”, ma lo fa con la grazia dell’aristocratico che può permetterselo. Dunque, servono questi Greci e questi Romani? Dalle prime pagine si direbbe proprio di sì, e credo che Bettini ce lo dimostrerà con la sua scrittura  limpida, ma non prima di aver smontato con gli strumenti del filologo i ponteggi ingannevoli che sorreggono il concetto di beni culturali.

Intendere la cultura come «bene» significa sì riconoscerne il rilievo e l’importanza – se si parlasse di «mali culturali» sarebbe peggio – ma implica anche equipararla a un oggetto economico: sia da custodire (quasi fossero gioielli depositati in una cassetta di sicurezza), sia da sfruttare per ricavarne profitto (alla maniera di un portafoglio azionario o di un appezzamento di terra). Non v’è dubbio che nell’ottica contemporanea i nostri «beni culturali» vengano intesi in entrambe queste accezioni, con una crescente enfasi sulla seconda. Quando nei media si critica il modo in cui tali «beni» sono gestiti, infatti, oltre che lamentare la scarsa tutela di cui sono oggetto, sempre più spesso si mette in evidenza l’incapacità di trarne il profitto che potrebbero produrre. Lamentele a cui generalmente seguono risentiti confronti con il numero dei biglietti staccati dal Museo del Louvre, o da altre grandi istituzioni culturali mondiali. Non c’è dubbio che i nostri «beni culturali» – ossia monumenti, musei, biblioteche, e così via – suscitino sempre più riflessioni a carattere economico, come del resto non può non avvenire quando si parla di oggetti definiti «beni».
[…]
Sullo scaffale contiguo a quello che contiene le espressioni che ruotano intorno ai «beni» culturali, stanno poi le metafore, ugualmente tratte dal mercato, ormai comunemente impiegate per descrivere quanto si fa nelle università. A cominciare dalla «valutazione», quella a cui viene ormai regolarmente sottoposta la ricerca che si volge in quest’ambito. Intendiamoci, non c’è nulla di male a valutare la ricerca, anzi, c’è molto di bene, ed era ora che si cominciasse a farlo. In ogni caso non va dimenticato che «valutazione» costituisce un sostantivo astratto da «valuta» e propriamente designa la «determinazione del valore di un bene ragguagliato in moneta». Si tratta dunque di una parola che ci viene specificamente dalla sfera finanziaria. Il che, di per sé, non desterebbe particolare allarme se alla valutazione dell’anvur (l’Agenzia nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca) gli studiosi e i ricercatori sottoponessero, che so, ricerche, articoli, libri o risultati di esperimenti, come sembrerebbe ovvio. Invece no: anche gli studiosi di scienze umane o sociali, o i ricercatori attivi nelle discipline di base, alla «valutazione» sottopongono «prodotti». Un libro dedicato al poeta ellenistico Callimaco, una ricerca sulla coordinazione in ittita o un esperimento dedicato al bosone di Higgs, vengono cioè definiti tramite lo stesso sostantivo – «prodotti» – con cui si designa una scatola di biscotti o un cuscinetto a sfera “prodotti” (per l’appunto) da una qualche azienda.
Nessuna meraviglia, dunque, che siano ormai numerosi i corsi universitari, master o dottorati che vengono proclamati – o che più spesso che si sono proclamati – «eccellenze» del nostro paese: proprio come «eccellenze» locali o regionali sono definiti certi prodotti gastronomici, salumi, formaggi, vini o tartufi che siano. Sempre secondo la stessa logica metaforica, inoltre, i corsi universitari, che una volta si dividevano semplicemente in fondamentali e complementari, oggi hanno un «valore» chiesi misura in «crediti»; e tutti insieme non costituiscono più il programma degli insegnamenti, ma forniscono la «offerta» formativa di un tenero. Coerentemente con queste metafore creditizie, quando si riflette sulla validità della formazione intellettuale non ci si preoccupa tanto della profondità o autenticità delle conoscenze acquisite, come sembrerebbe naturale, quanto della «spendibilità» di questi saperi: come se si trattasse appunti di gruzzoli, o di titoli di credito, non di complesse (e astratte) costruzioni intellettuali.

Maurizio Bettini, A che servono i Greci e i Romani?, Einaudi

GIACOMO LEOPARDI, LA CONVERSAZIONE ALL’ITALIANA

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Come i Presidenti del consiglio, anche i classici non andrebbero tirati per la giacchetta, ma lasciati agli specialisti. Lo so, e me lo sono ripetuto fino a poco prima di pubblicare questo post, ma poi ho ceduto alla tentazione – facile, lo confesso – di calare questo ritratto del conversatore italiano di due secoli fa nella realtà dei nostri giorni. Bisogna sempre contestualizzare, è vero, ma gli argomenti della riflessione leopardiana ci conducono direttamente alle tecniche comunicative attualmente in uso nel nostro paese (quando non si arriva alle randellate). Il gusto per la battuta ad ogni costo, la provocazione come espediente dialettico, la prevaricazione e la furia che sostituiscono l’ingegno ci appaiono, stupidamente, come quegli arrugginiti strumenti medici di qualche secolo fa di fronte ai quali diciamo: “Pensa tu come si massacravano una volta!”, senza pensare che li stiamo usando noi stessi, ancora oggi, in versione cromata e con un design “moderno” che ce li fa sembrare nuovi.

In Italia il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. La raillerie,* il persiflage*cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. Chi si distingue in essa è fra noi l’uomo di più mondo, e considerato per superiore agli altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove sarebbe considerato per il più insopportabile e il più alieno dal modo di conversare. Gl’Italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente e di se pousser à boutcolle parole, più che alcun’altra nazione. Il persiflage degli altri è certamente molto più fino, il nostro ha spesso e per lo più del grossolano, ed è una specie di polissonnerie*, ma con tutto questo io compiangerei quello straniero che venisse a competenza e battaglia con un italiano in genere di raillerie. I colpi di questo, benché poco artificiosi, sono sicurissimi di sconcertare senza rimedio chiunque non è esercitato e avvezzo al nostro modo di combattere, e non sa combattere alla stessa guisa. Così un uomo perito della scherma è sovente sconcertato da un imperito, o uno schermitore riposato da un furioso e in istato di trasporto. Gl’Italiani non bisognosi passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue. Come altrove è il maggior pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di che non vi può aver società, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, così in Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuole conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l’offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi.

*scherno * canzonatura * far uscire dai gangheri * impertinenza

Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente degli italiani, 1824

Foto storiche. In canottiera (1952)

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Il verbo al presente porta tutto il mondo.
Mi chiedo dove sono i popoli scomparsi.
Il fattorino vestito di grigio in cortile mi dice
che alcuni stanno nascosti sotto il primo sottoscala.

Ho portato con me sotto il primo sottoscala
le ceneri di Alessandro, il pianto di Rachele.
Il verbo al presente mi permette di scomparire.
Il fattorino non vede più dove sono scomparso.

Franco Fortini, Versi scelti, Einaudi

In margine alla Giornata mondiale della radio, fortunatamente già passata

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Ieri si è celebrata (consumata?, perpetrata?) la giornata della radio. Stranamente, è stato uno dei giorni in cui ho dedicato meno tempo all’ascolto radiofonico, fatta eccezione per “Prima pagina” di radio tre, un appuntamento rituale del mattino. La notizia della celebrazione l’ho appresa dalla stessa radio tre, e subito sono stato colto da un impalpabile, acidulo spleen, chissà perché. Forse perché fra qualche giorno inizierò il mio corso di Linguaggio radiofonico. Mi prefiguro il primo incontro con gli studenti: “Che cosa vi ha indotto a inserire Linguaggio radiofonico nel vostro piano studi?”. Segue un silenzio – gli studenti tacciono sempre alla prima lezione, a volte perseverano sino alla fine. Formulo altre ipotesi: “Forse qualcuno di voi ha fatto qualche esperienza in una radio”. Oppure: “Qualcuno ha giocato, per suo personale piacere o inclinazione, col suono, scaricando audio e musiche per poi manipolarli con Audacity o con altri programmi?”. Il muro del silenzio si alza di qualche metro e mi rimanda l’immagine di un vecchio professore che cerca di stimolare grottescamente i suoi studenti. Ripiego sul minimale quotidiano e chiedo, fingendo disinvoltura: “C’è qualcuno fra voi che ascolta la radio?” Ottengo alcuni mugolii. È già qualcosa. Sento che devo accontentarmi. Scendo ancora di un gradino e vado sul mercantile più sordido: “Non è da escludere che abbiate scelto questo corso perché il programma d’esame è piuttosto leggero”. Chi sorride, chi guarda altrove.
Il clima è plumbeo, ma non mi dispiace, anzi mi sembra il più adatto per iniziare questo corso che parlerà di fantasmi radiofonici, di frammenti di voci da tempo defunte e di una sintassi del suono polverosa come un antico manuale di latino.
Ho fatto per tanti anni la radio dentro un marmoreo edificio fascista (i gloriosi e da sempre polverosi studi di Torino). Le luci erano fioche, le pause interminabili. Pause fra le battute degli attori (ritmo slow, molto evocativo. Santo cielo, quante riposte risonanze andava cercando quella radiofonia!). Pause durante le riunioni preliminari ai programmi. Pause che erano lunghe attese di una riunione decisiva. E sonno. Il sonno radiofonico è un liquido amniotico in cui è immersa la vita apparentemente normale della radio: le impiegate compilavano moduli, i tecnici tagliavano e cucivano, i registi dirigevano (?), gli attori facevano gorgogliare nei microfoni quelle loro belle voci piene che andavano a massaggiare le ascoltatrici e gli ascoltatori (più sensibili le prime dei secondi) nelle loro case, e le vibrazioni delle voci stendevano nelle case un benessere soporifero e sempre un po’ solenne.
Poi, la radio ha scoperto il riso. Che ha scacciato il sonno generando la sovreccitazione tipica di chi ha il terrore di addormentarsi, pena la morte. Il riso dei vecchi “programmi leggeri” aveva una sua nobiltà funebre, come di cadavere ben conservato che sussulta per qualche attimo prima di ritornare alla sua compostezza definitiva. Il riso dei cazzeggianti al microfono è inesauribile, sembra nascere da una fonte isterica (la fonte inquinata dell’eterna giovinezza?). Non so come sia stata festeggiata (?) la giornata mondiale della radio, l’importante è che sia passata. Fra qualche giorno, dopo un adeguato silenzio, si potrà riaccendere l’apparecchio cautamente.

 

La signora vorrebbe cadere. Elena Santarelli nello spot Rocchetta

https://m.youtube.com/watch?v=6Q3KxibXOus

Fra i grandi clown acrobatici del secolo scorso, brillò a Parigi, accanto alla stella dei Fratellini, anche quella di Germain Ducoray, detto poeticamente Aéros. Il suo personaggio era quello di un ubriacone male in arnese, barcollante e farneticante, poco più di un relitto umano che fin dal suo apparire suscitava i lazzi più truci e protervi del pubblico. Il suo virtuosismo raggiunse l’apice quando Ducoray concepì un numero di “equilibrio squilibrato” nel quale faceva confluire la bassezza dionisiaca e la sublime leggerezza di un Apollo trionfante sulle leggi della gravità. Per raggiungere il filo sul quale si esibiva nelle sue prodezze acrobatiche, Aéros utilizzava una panca traballante, un tavolino tondo a un solo piede, una botte bucata, una scala instabile, insomma un’impalcatura pericolosissima che alla fine lo faceva crollare rovinosamente a terra dopo innumerevoli virtuosismi. Rialzandosi, esclamava: «Ah! Bene, vecchio mio! Che avventura!»
Un secolo più tardi, una creatura molto più eterea del vecchio Ducoray, e di sesso femminile, prova a cadere nello spot di un’acqua minerale. Il messaggio è indubbiamente meno ambizioso: non più una sfida fra la terra e il cielo, fra la degradazione e il sublime, fra la materia e lo spirito: nella mente dei creativi che hanno ideato lo spot, la caduta (prudentemente declassata a inciampo) quel gentile cedimento delle ginocchia dovrebbe conferire alla signora un piglio sbarazzino, l’elegante sventatezza di chi è capitato sul set quasi per caso ma che riesce a brandire una bottiglia d’acqua minerale e a fare “plin plin” con la  disinvoltura di chi è abituato a passare da un jet a un set, da un pupo a una passeggiata con il cagnolone senza che una ciocca della chioma vada fuori posto. Purtroppo l’impresa non è facile: per cadere bisogna poggiare su un qualunque ubi consistam, che la signora sembra proprio non possedere, aleatoria com’è. E poi ci vorrebbe un baratro in cui precipitare, o anche solo un semplice pavimento sul quale ammaccarsi il sedere, ma nello spot non ve n’è traccia: tutto è sospeso in un’emulsione di bianco (l’abito della signora, le pareti) ove spicca, se così si può dire, solo un flebile, diuretico turchese Rocchetta. Il resto è sorriso.