Il video della domenica. TONY RICHARDSON, TOM JONES (in taverna con la lussuria)

cena tom joneshttps://www.youtube.com/watch?v=oWEx40H3Qu8

Dal 1958 al 1962, Tony Richardson realizza quattro film di culto che diventano altrettante pietre miliari del nuovo cinema inglese e che al tempo stesso rappresentano una cerniera fra il linguaggio teatrale e quello cinematografico. Qualche titolo: I giovani arrabbiati, ispirato al famoso Look Back in Anger, di Osborne; Il grande peccato, riscrittura cinematografica di Santuario, di Faulkner; Sapore di miele, rielaborazione del dramma omonimo di Shelagh Delaney; Gioventù, amore e rabbia, scritto da Alan Sillitoe. Forse oggi alcuni di questi nomi dicono poco ai più giovani, ma Osborne, Delaney, Sillitoe, erano i drammaturghi bandiera di quella generazione che venne definita “degli arrabbiati” e il loro passaggio dal palcoscenico al set cinematografico fu un ingresso davvero fastoso negli anni Sessanta.
Nel 1963 (qui arriviamo al nostro video), Richardson volta pagina e si dedica a uno dei grandi romanzi della letteratura inglese del XVIII secolo, Tom Jones, di Fielding; la sceneggiatura di Osborne garantisce la continuità con la drammaturgia del nuovo teatro inglese. Da un capolavoro letterario nasce – caso molto raro – un capolavoro cinematografico. (A qualche cosa la scrittura serve – sembra un’osservazione lapalissiana ma non guasta ricordarlo a qualche attore presuntuoso). La chiave di lettura di cui si serve la coppia Richardson/Osborne è l’ironia – ma non quella a cui potrebbe pensare l’attore presuntuoso di cui sopra, fatta di ammiccamenti al pubblico – l’ironia, qui, nasce da un preliminare, metodologico distacco critico da cui il regista prende le mosse per imprimere alla narrazione minuscoli slittamenti, impercettibili sovratoni, piccole parentesi stranianti, lievi esagerazioni del trucco… La scrittura cinematografica poggia su un sistema di segni calibrati e leggermente devianti che l’attore in questione non coglierebbe mai (infatti la visione di questo film gli è sconsigliata).

Veniamo alla nostra sequenza, perché ci siamo troppo dilungati. Ma prima, una brevissima silloge sul romanzo di Fielding nel quale si racconta, con ritmo picaresco, l’educazione sentimentale del giovane Tom, trovatello accolto da una ricca famiglia inglese e poi cacciato di casa quando il suo ambiguo benefattore si accorge dell’amore del ragazzo per l’aristocratica Sophie destinata a un adeguato matrimonio.
La virtuosistica sequenza che vi proponiamo è interpretata dal grande Albert Finney e da una non meno brava Joyce Redman nei panni di una ninfa boschereccia raccolta da Tom durante le sue peregrinazioni e condotta a banchettare in taverna.

 

Il video della domenica. ALEXANDRE DUMAS, KEAN (a proposito di Shakespeare)

gassman otellohttps://www.youtube.com/watch?v=_S9hxR69yIo

copertina puck blog

http://fondazionetpe.it/evento/puck-e-lallodola/2016-03-11/

Memorabile interpretazione di Gassman (con la coregia di un Francesco Rosi che debutterà nella sua opera prima due anni più tardi).  E’ il festival delle finzioni e degli istrionismi che moltiplicano le identità in un gioco di specchi. Nel 1836 Alexandre Dumas lavora sulla biografia del grande attore Edmund Kean, scomparso da tre anni, e ne riplasma il mito. Il film di cui vi proponiamo una sequenza è del 1956, un anno decisivo nella carriera di Gassman che interpreta Otello e Jago alternandosi con Salvo Randone. Il film su Kean, da lui diretto con Rosi, assume il valore di una consacrazione; come se non bastasse, nello stesso anno Gassman ottiene uno strepitoso successo televisivo con “Il mattatore”, una trasmissione che propone con disarmante impudicizia un turbine di personaggi collegati da un filo narcisistico che stravolge i telespettatori italiani. Nella sequenza che vi proponiamo, Kean sfida la (buona) società e così facendo decreta la sua fine – una sorta di lucido suicidio mediatico, compensato dal piacere del denudamento di sé e dalla vertigine del “bel gesto”. Gassman/Kean/Otello si strappa la maschera dell’attore e mostra l’uomo che grida (un secolo prima di Pirandello, a ben pensarci).
Stacco. Siamo ai giorni nostri, nel nostro piccolo lavoro quotidiano.
Stiamo provando Puck e l’allodola che andrà in scena alla Sala prove del Teatro Astra l’11 e il 12 marzo.
Anche in questa pièce entra il gioco il teatro, col suo fuori scena e con la qqche scorre ai bordi del palcoscenico come un rigagnolo mesto e un po’ torbido ma pullulante di microrganismi. Dimenticavo: sul palcoscenico scorre un’opera grandiosa, il Sogno di una notte di mezza estate nella versione musicale di Mendelssohn; in un angolo, come un contrappunto, la vita.
Il resto, nei prossimi giorni, sui taccuini dalle prove.

Il video della domenica. FABRICE. O. JOUBERT, FRENCH ROAST

FRENCH ROASThttps://www.youtube.com/watch?v=OnwxsMRtquw

Comica con alcuni momenti che ricordano spunti del primo Chaplin (la scena delle frittelle). Striature gialle e una goccia, ma piccola, di morale (che non altera il gusto).

 

Il video della domenica. Il genio a nudo. RAFFAELE ANDREASSI, I DOLORI DI ANTONIO LIGABUE, raro documento del 1962 (da non perdere)


vero ligabuehttps://www.youtube.com/watch?v=8OpJLvlJJ-U

Le etichette sono comode, di pronto uso, dove le applichi stanno, ma come certi cotonacci dopo un po’ si restringono e si stingono rivelando la loro pochezza. Per Antonio Ligabue, l’etichetta di naïf, troppo usata, risulta limitante e anche un po’ arrogante, come certi gesti infastiditi della mano: “Massì, sappiamo, quel mattocchio della Bassa non privo di un certo talento visionario”. Questo bel corto di Raffaele Andreassi entra nell’intimità del genio e ne accompagna le metamorfosi identitarie, da uomo/uccello a uomo/donna, a homo/eroticus in giacca e cravatta (straordinaria trasformazione, quest’ultima, nella quale Eros diventa un tenero bimbo che spasima per un bacino)

Il video della domenica. MICHAEL VARNUM, GIRL MISTAKES PROSTITUTE FOR CLOWN

Schermata 2016-02-11 alle 10.30.31https://www.youtube.com/watch?v=Qq2FY0sZxak

Questo corto è l’ennesima variazione di un  meccanismo elementare, caro alla pochade e alla farsa: lo scambio di persona o di indirizzo. In un irresistibile atto unico di Georges Feydeau, un giovane e sprovveduto provinciale, arriva a Parigi in cerca di una cocotte pronto uso, ma per sbaglio s’infila nel portone di una distinta famiglia la cui figliola sta aspettando il nuovo maestro di pianoforte. Da questo scambio d’indirizzo,  gli innumerevoli equivoci: la giovane che si dichiara desiderosa di imparare la tecnica delle mani; il compenso per ogni prestazione che dovrà essere stabilito dalla mamma (“Ah, perché sua madre è a conoscenza della sua intenzione?” “E’ assolutamente d’accordo, anzi è lei che decide le tariffe”), ecc.
Nel nostro caso, a sbagliare indirizzo è una call girl invitata a rallegrare un compleanno. Ma il festeggiato è a sorpresa.

Il video della domenica. ANDREA COSENTINO, SCENEGGIATO#1

Schermata 2016-01-24 alle 18.58.58https://www.youtube.com/watch?v=cXRkF1b3APY

 Il gioco del comico con lo scheletro del televisore è antico quanto il televisore stesso, ma liquidarlo subito con un “già visto” è un atteggiamento snobistico alquanto riprovevole (e poi le variazioni sul tema sono un metagenere che può dare piaceri inaspettati, soprattutto quando il comico ha un volto triste e feroce come quello di Cosentino).

Il video della domenica. KJ ADAMES, IDENTITY, 5′

Schermata 2016-01-24 alle 18.51.35https://www.youtube.com/watch?v=ikGVWEvUzNM

Le maschere, al cinema (quelle di cartone), le ammetterei soltanto per le sequenze delle rapine – quando il sorriso stereotipato crea un gradevole contrasto con la violenza dell’azione. In altri casi, la maschera rischia di condurre a un pirandellismo da filodrammatica che è quasi sempre fasullo come una finta lezione di filosofia. Tuttavia. Sì, tuttavia questo video è ben costruito, nella sua retorica (e al fervore sempre un po’ entusiastica degli americani un tocco di pirandellismo lo si può anche concedere).

Il video della domenica. ERIC ROHMER, LA MARCHESA VON O. Maria Dolores Pesce, Il tormento e la quiete

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In un luogo indefinito una donna di alto lignaggio concepisce inconsapevolmente un figlio, lo accoglie contro ogni convenzione e contro ogni convenzione ne ricerca il padre che rimane indeterminato ma con tenacia è ricostruito, quasi in una narrazione interna alla narrazione, e riconquistato alla scena. “La marchesa di O” è il luogo ove il femminile diventa irresistibilmente racconto proiettivo in cui Heinrich von Kleist fa confluire il suo tormento, le sue contraddizioni e le sue fratture per cercare e, almeno nella narrazione, trovare quiete. Collegabile e giustamente collegato in una triade che vede da un lato i drammi della contrapposizione “Pentesilea”, o della furia femminile, e “Caterina di Heilbronn”, ovvero della sua remissività, e quasi al suo centro questa novella che negli strati profondi dell’inconscio consente l’incontro tra maschile e femminile ed il concepimento oltre le maschere sociali. È infatti proprio nel reciproco scivolamento, indotto o spontaneo che sia, in quella zona neutra ed oscura dell’anima, che i due protagonisti consentono il prevalere della loro “sincera” attrazione e il reciproco dono. Quel luogo oscuro, nel deflagrare della guerra che intorno a loro prosegue, in un certo senso li protegge da schemi e convenzioni sociali, quegli stessi schemi e convenzioni che, per von Kleist, tutto rendono insincero. Il seguito della novella è infatti costruito sul tentativo, narrativamente perfetto anche nei suoi molto moderni meccanismi, dalla suspense al ripetuto colpo di scena, di far emergere e far accettare al contesto sociale quell’evento quasi incorporandolo a forza nelle sue rigide strutture, a partire da un patriarcato venato da sfumate pulsioni incestuose. Erich Rohmer ne ha tratto un film nel 1976, premiato a Cannes, che ha il grande merito di rispettare e riprodurre con estrema fedeltà la narrazione di Kleist, ivi compreso il suo serrato e profondissimo impianto dialogico, e nel contempo quello di esaltare nel medium cinematografico quei meccanismi interni di significazione che fanno la indubbia modernità di un Heinrich von Kleist, forse proprio per questo, assai poco apprezzato e capito dai suoi contemporanei. Un film pittoricamente impressionista, che si lascia appunto “impressionare” dalle forti suggestioni del racconto e ne asseconda il fluire dai tormenti delle guerre interiori alla quiete del riconoscimento e della accettazione, soggettiva ma soprattutto reciproca.

Maria Dolores Pesce

Il video della domenica. STANLEY KUBRICK, MACCHINA AL CENTRO

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Dalla collocazione della macchina da presa dipendono il tono e il senso di una sequenza; molti registi cercano la soluzione escogitando le prospettive più insolite, dal basso, dall’alto, di sguincio, dall’elicottero…
In questo brevissimo video, la soluzione limpida, aurea di Kubrick.

Il video della domenica. Le ragazze e gli affari. DINO RISI, IN NOME DEL POPOLO ITALIANO, 1971

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Dopo l’Italia del boom (Il sorpasso, 1962), Risi mette in scena quella, proiettata in una sconsolante modernità, degli anni Settanta. Doppia prova di bravura dei due protagonisti, Tognazzi (il giudice Mariano Bonifazi) e Gassman (l’imprenditore Renzo Santenocito), che si scontrano intorno all’oscura morte di una ragazza, navigando in un magma non meno oscuro di affaracci e di olgettine ante litteram.

Il video della domenica. QUI E ORA, di FABIEN WEIBEL, SANDRINE WURSTER, VICTOR DEBATISSE. 5’25”

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Un incubo, che si ripete tutte  le mattine, puntuale come la sveglia, come la routine che corrode a rate implacabili, giorno dopo giorno. Ma dopo cinque minuti c’è, per fortuna, il lieto fine.

Il video della domenica. SALVADOR DALI’, il genio gioca in tv

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Il gioco è popolarissimo e funziona così: un ospite in studio, una manciata di concorrenti bendati devono indovinare la sua identità. Come in un Indovina chi dal vivo, l’individuo misterioso può rispondere soltanto sì o no. Facile.
Finché non ti si presenta qualcuno che risponde sistematicamente “yes” a tutte le domande. E che anche quando è costretto a dire no, e sono casi rarissimi, sembra che sottintenda un sì.
E peccato davvero che i concorrenti si perdano le sue facce.
“Ha a che fare con il mondo delle arti?” “Sì.”
“È già stato in televisione?” “Sì.”
“È un performer?” “Sì.”
“Può considerarsi un leader?” “Sì, certo.”
Ma anche: ““Ha a che fare con lo sport, o con atletismo di qualche genere?” No, fa il presentatore con la testa. “Sì”, dice serissimo Dalì. Di tanto in tanto il presentatore cerca di chiarire le idee, il risultato è confonderle ancora di più. “No, cioè, sì, in un certo senso. Si potrebbe dire, potremmo decidere di dire di sì”.
Intanto il pubblico se la ride. È uno scrittore, un fumettista, un disegnatore? Sì, sì, sì.
“Ha qualcosa di strano? Perché ridono tutti?” Niente di strano, succede sempre così. Certo.
“Ma è un essere umano, vero?” domanda un concorrente esasperato.
Poi, illuminazione: “Ma non è che ha dei baffi o qualcosa di simile che la renda riconoscibile?”
Yes.

Roberta Sapino

Il video della domenica. MARCO FERRERI, IL BANCHETTO DI PLATONE

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Della parola amore la nostra quotidiana contemporaneità è piena, e, come spesso accade oggi, alla ripetitività si accompagna il progressivo svuotamento di senso. Così si perde ogni suggestione o corrispondenza non soltanto con la sua natura di sentimento, per diventare quasi una semplice etichetta “commerciale” buona ad ogni uso e consumo, ma soprattutto si perde progressivamente ogni contatto con la sua essenza profonda che va oltre la stessa singola relazione con la quale siamo ormai indotti ad identificarla. Per ritornare al fondo del suo significare sincero, alla matrice della sua potenza (si sarebbe detto un tempo) è quindi utile ed efficace riascoltare le parole dell’antico filosofo che legge dalle labbra della sacerdotessa Diotima l’origine e la natura di Eros da cui tutto è nato anche se sembriamo essercene dimenticati. Marco Ferreri in un suo film del 1989 ormai dimenticato (Il Banchetto di Platone) ci accompagna, con discrezione ed insieme con grandissima efficacia narrativa e drammaturgica, a scoprire “eros” non solo come sentimento ma soprattutto come energia che ci attraversa, motore intimo dell’umanità, prevalentemente declinato nella nostra contemporaneità in desiderio, ma che si concentra e quasi si esaurisce nella “ricerca” (di ciò che non si ha o non si ha più), come movimento insieme metafisico ed esistenziale, oltre che psicologico.

Maria Dolores Pesce

Il video della domenica. Quando il gossip veste classico. CHRISTIAN PALLADINO – MIA SIGNORA (GUEST: SEN. STEFANIA PEZZOPANE E SIMONE COCCIA COLAIUTA)‬

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“Torniamo all’antico, sarà un progresso”, così scrive Giuseppe Verdi il 5 gennaio del 1871 a Francesco Florimo, musicista amico di Bellini e wagneriano militante. La sfiducia di Verdi per gli spunti che la cronaca può offrire alla composizione di un melodramma è nota: “L’epoca attuale parla, si dimena, si affaccenda molto, produce poco e tende a fabbricarsi della musica nuova con della cipria e delle ossa da morto”, scrive a Tito Ricordi il 22 ottobre del 1862; tuttavia, ricorda il Maestro, la navigazione nel grande fiume della classicità non deve essere acritica: “Ma anche fra gli antichi bisogna scegliere, non tutto è bello”(lettera al senatore Giuseppe Piroli del 20 febbraio 1871).
Questo video di Christian Palladino sembra muoversi su una metodologia che ha del postverdiano: la scelta dell’argomento guarda al classico, La senatrice e l’ex spogliarellista è un soggetto ormai svincolato dal gossip: come accade alle falene di mezza età, le sue ali hanno perso la porporina frivola che lo faceva svolazzare nelle cronache rosa; reso maturo dal tempo, oggi rivela la sua robusta struttura mitologica che vive nel chiaroscuro delle contrapposizioni: notorietà/anonimato, donna matura/uomo giovane, ecc. – senza contare il riverbero che questa love story un po’ appannata continua a proiettare sull’attualità per via della sua componente politica, in sintonia col tam tam che risuona minaccioso sui media, giorno dopo giorno. La scelta di Palladino è sagace, ricorda quella del Rigoletto, che metteva in scena il malvagio duca di Mantova – del quale non importava niente a nessuno – per rimbalzare su una classe dirigente arrogante e proterva. E un altro e non meno prezioso riferimento si affaccia in questa breve opera: quello ai film “musicarelli” degli anni Sessanta, che sceneggiavano le canzoni di Gianni Morandi, Albano, Caterina Caselli, ecc. Ma questa rilettura ci sembra felicemente aggiornata, evita le lungaggini di quelle trame posticce e mette subito in tavola il boccon del prete: il nostro amore meraviglioso e pomellato è vittima di un male oscuro, (sicuramente un sortilegio degli invidiosi) ma infine le nostre mani si ricongiungono. Questo video può essere la primavera di una nuova, fortunata stagione come fu quella degli spaghetti western? Difficile dirlo. Palladino è pronto: a questo prototipo potrebbero far seguito delle coppie di sogno, ma per le quali bisognerebbe impegnarsi in un serratissimo casting: Renzi e un’anonima estetista fiorentina (sognando un impossibile Renzi/Boschi), Giorgia Meloni e Pietro Porretto (membro dei The Wise, bocciati a X Factor), e chissà quanti altri. C’è un ostacolo: riuscirebbe l’autore a trovare interpreti così disponibili e dotati come i due protagonisti di questo video? Recitare il proprio vivere,  e vivendo abbandonarsi voluttuosamente al bacio della telecamera non è una tecnica che si possa apprendere, forse è un dono inspiegabile e mostruoso come quello che la sorte elargisce ai contorsionisti, agli uomini pesce, ai corridori sul palo spalmato di grasso nautico e a tutte le creature misteriosamente generate dal brodo neoprimordiale dei talent.

Il video della domenica. JEAN COCTEAU, LA VOCE UMANA (Anna Magnani)

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http://youtu.be/78KPiLDxfFo

Uno dei più famosi monologhi della storia del teatro, il sogno proibito, e purtroppo a volte anche realizzato, di molte attrici di qualche generazione fa. Oggi è scarsamente rappresentato, forse per un cresciuto senso critico delle nostre interpreti – o più probabilmente perché viene considerato troppo minimale e tutto sommato polveroso: una donna telefona all’amante che l’ha appena lasciata e al quale non chiede niente se non di prolungare lo strazio del distacco. E’ tutto qui, ma la scrittura di Cocteau offre all’interprete occasioni straordinarie di mettere in gioco la sua gamma espressiva – e Anna Magnani  fornisce una delle sue più prove più intense e al tempo stesso misurate.
(Il video integrale è disponibile su youtube)