Un rapporto di coppia “apparentemente” felice che improvvisamente deflagra dentro le strutture ereditate ma sempre meno accettate del matrimonio. È un film di Ingmar Bergman del 1973 dalla sintassi fortemente drammaturgica che in fondo ripropone nel loro evolversi, che si apre lentamente alla contemporaneità, le angosce e le asprezze del confronto/scontro tra i sessi, suggestivamente suggerendo Ibsen e Strindberg, del quale ricordiamo “Danze di morte”, primi indagatori del conflitto con le resistenze e le reticenze che il loro essere maschi comportava. La mente di Bergman si lega al passato di questa nostra modernità ma il suo sguardo punta al suo oscuro futuro che è, ora, davanti ai nostri occhi. Un futuro/presente in cui il sesso e il conflitto tra i sessi, oltre quella “gabbia”, si è come disperso e liquefatto nel virtuale della “rete”. L’esplosione o l’implosione della intimità sessuale diventa così, sempre di più, una perdita, anziché l’attesa conquista di libertà. Le cronache purtroppo ci insegnano che la guerra divampa feroce ma senza più un campo di battaglia condiviso e dunque senza regole, stritolando le persone in un gioco crudele e senza “giudizio” e coartando in schiavitù ogni loro anelito di liberazione. Oggi, quel film di oltre quarant’anni fa che parla di una “gabbia” che reprime ma può anche “custodire” sentimenti forti, molto ci dice della giovane che si suicida per la persecuzione scatenata da un suo gesto avventato di presunta libertà, o della tredicenne violata per anni con tacito consenso di tutti, o infine della ragazza violentata in discoteca e filmata dalle “amiche”. Ricostruire una qualche condivisione del conflitto appare difficile ma anche sempre più necessario. Bergman possedeva e ha potuto condividere gli strumenti, culturali e artistici, per comprendere. Oggi quegli stessi strumenti hanno una voce sempre più flebile e lontana.
Maria Dolores Pesce










