Il video della domenica. INGMAR BERGMAN, SCENE DA UN MATRIMONIO, di Maria Dolores Pesce

 

Un rapporto di coppia “apparentemente” felice che improvvisamente deflagra dentro le strutture ereditate ma sempre meno accettate del matrimonio. È un film di Ingmar Bergman del 1973 dalla sintassi fortemente drammaturgica che in fondo ripropone nel loro evolversi, che si apre lentamente alla contemporaneità, le angosce e le asprezze del confronto/scontro tra i sessi, suggestivamente suggerendo Ibsen e Strindberg, del quale ricordiamo “Danze di morte”, primi indagatori del conflitto con le resistenze e le reticenze che il loro essere maschi comportava. La mente di Bergman si lega al passato di questa nostra modernità ma il suo sguardo punta al suo oscuro futuro che è, ora, davanti ai nostri occhi. Un futuro/presente in cui il sesso e il conflitto tra i sessi, oltre quella “gabbia”, si è come disperso e liquefatto nel virtuale della “rete”. L’esplosione o l’implosione della intimità sessuale diventa così, sempre di più, una perdita, anziché l’attesa conquista di libertà. Le cronache purtroppo ci insegnano che la guerra divampa feroce ma senza più un campo di battaglia condiviso e dunque senza regole, stritolando le persone in un gioco crudele e senza “giudizio” e coartando in schiavitù ogni loro anelito di liberazione. Oggi, quel film di oltre quarant’anni fa che parla di una “gabbia” che reprime ma può anche “custodire” sentimenti forti, molto ci dice della giovane che si suicida per la persecuzione scatenata da un suo gesto avventato di presunta libertà, o della tredicenne violata per anni con tacito consenso di tutti, o infine della ragazza violentata in discoteca e filmata dalle “amiche”. Ricostruire una qualche condivisione del conflitto appare difficile ma anche sempre più necessario. Bergman possedeva e ha potuto condividere gli strumenti, culturali e artistici, per comprendere. Oggi quegli stessi strumenti hanno una voce sempre più flebile e lontana.

Maria Dolores Pesce

Il video della domenica. LA ARGERICH RUBATA

 https://www.youtube.com/watch?v=oxuelaJMPO4  

Ho conosciuto attori impegnati in ruoli complessi (il conte Hans Karl Bühl de L’uomo difficile, di Von Hoffmanstahl, per dirne uno) che, rintanati in camerino, guardavano la partita fino a un attimo prima di entrare in scena e altri che ricorrevano compulsivamente al Johnnie Walker; ho colto un famoso esecutore nell’atto di riscaldare il flauto flirtando con una giovane amica pochi istanti prima di iniziare un concerto: sono lampi istruttivi perché ribaltano la retorica della performance artistica proponendo un’antisterica nella quale trova posto una casistica inesauribile che sollecita le nostre più basse tendenze all’aneddoto e al pettegolezzo. Che cosa succede nell’attimo che precede la grande interpretazione, anzi che cosa vorremmo accadesse? Un’amica attrice, che aveva partecipato a un film girato in Italia da Billy Wilder, mi raccontava che Jack Lemmon colmava le lunghe attese fra un ciak e l’altro in compagnia di un fiasco dell’amato Chianti, seduto per terra, appoggiato al muro, ma che si riscuoteva dal torpore alcolico con uno scatto ginnico al momento del “si gira”. Ci seduce questo modello di interprete scaraventato in scena da un Demone, o non preferiamo, invece, l’attore/monaco che consuma l’attesa nella penombra del camerino masticando mantra ed erbe dai fantasmatici poteri?
Non sapremmo in quale categoria inserire la superba Martha Argerich, così come la conosciamo in questo brevissimo video che ruba i pochi spiccioli di tempo precedenti l’esibizione. L’audio è molto approssimativo ma le poche immagini sono eloquenti, ci raccontano la tensione, i brevi gesti quasi inconsulti e anche qualche piccolo tic affiorante dal profondo che ci avvicina al mostro sacro per alcuni secondi.

 

Il video della domenica. De Sica, LADRI DI BICICLETTE (1948). La mozzarella dei poveri

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https://www.youtube.com/watch?v=Myo2vOIGvLQ

Roma, secondo dopoguerra. Antonio Ricci, un disoccupato, trova lavoro come attacchino comunale. Per lavorare deve però possedere una bicicletta e la sua è impegnata al Monte di Pietà per cui la moglie Maria è costretta a dare in pegno le lenzuola per riscattarla. Proprio il primo giorno di lavoro, però, mentre tenta di incollare un manifesto cinematografico, la bicicletta gli viene rubata. Antonio rincorre il ladro, ma inutilmente.

La ricerca della bicicletta rubata è al tempo stesso odissea e romanzo picaresco di un padre e un figlio, due straordinari attori “presi dalla strada” (Lamberto Maggiorani e il piccolo Enzo Staiola). Sopravviene lo scoramento, la disperazione. Per superarla, Antonio propone al figlio la piccola follia di una pizza. La sequenza, una delle più famose, racconta molto: del rapporto padre/figlio, dell’appartenenza a una classe e di quelle barriere socio-culturali che si manifestano nell’etichetta, carattere distintivo del censo (“Ppe’ magnà come quelli lì, poco poco, bisognerebbe guadagnà un milione al mese!”). (Lo stipendio di Antonio, se riuscirà a recuperare la bicicletta, sarà di 24.000).

Il video della domenica. TOM KING, BEACH DICK

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https://vimeo.com/171701857

Su un lido immaginario ma non privo di riferimenti alla realtà, un cazzone da spiaggia si esibisce nel suo molesto repertorio. Brevissimo e poverissimo video  che vuole avere funzione di scongiuro per gli amici che questa domenica si trovano sciaguratamente su certi lidi.

Il video della domenica. TOBIAS GREMMLER, VIRTUAL ACTORS IN CHINESE OPERA

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Il corpo dell’attore è svanito, rimane l’interpretazione.  

https://vimeo.com/173139879?ref=fb-share&1

 

 

Il video della domenica. 1954, LA PRIMA FINALE IN TV. LA FINE DELLA SQUADRA D’ORO

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https://www.youtube.com/watch?v=ejNVSjeIr9E

Il primo miracolo l’aveva compiuto la tecnologia che aveva imprigionato le immagini in una scatola – anzi in pochissime, molto costose, che solo certi nuovi ricchi possedevano, quelli più stagionati e blasonati se ne guardavano: “mettersi il mondo in casa” era una frase a effetto, ma poi non si sapeva chi sarebbe entrato (un casino, insomma, anche se allora non ci si esprimeva così), quindi il mondo poteva starsene dov’era sempre stato, e quando uno aveva voglia di incontrarlo bastava che prendesse l’automobile e andasse a farci un giro.
Nel 1954, la televisione italiana incominciò la sua colonizzazione. I rari televisori, nelle vetrine dei negozi di elettrodomestici o In qualche abitazione di un pioniere facoltoso, radunavano folle considerevoli di passanti e di condomini, nonché di inquilini poveri ma giudicati meritevoli che si allineavano in piedi lungo le pareti dei soggiorni manifestando una controllata euforia per quell’imprevisto lampo di socialismo umanitario.
Il secondo miracolo lo fecero i mondiali di calcio, nello stesso anno. I poveri (ancora loro) e la piccola borghesia (che riusciva ad arraffare qualche sediola) facevano mentalmente i calcoli di quanto sarebbe costato l’ingresso in uno stadio svizzero, e ringraziavano i padroni di casa, il Progresso, forse anche il buon Dio, per quel dono che veniva recapitato gratuitamente a domicilio attraverso l’etere, che qualcosa col buon Dio doveva aver pure a che fare.
Il terzo miracolo lo fece la squadra della Germania Ovest che batté in finale l’Ungheria per tre a due. La faccenda non era priva di complesse striature emotive e ideologiche: i tedeschi erano il baluardo dell’Occidente contro il comunismo, ma la guerra, terminata da nove anni (un battito di ciglia) aveva lasciato molti strascichi; si scrutavano i turisti che sull’Adriatico venivano a ingurgitare pesciolini fritti e di vinello frizzante chiedendosi quanti anni avesse nel 1945 quel signore grasso e cotto dal sole; nell’incertezza si ricorreva alla fisiognomica e si finiva per dire che aveva una faccia da SS.
L’Ungheria era fortemente legata all’Unione sovietica ma la sua nazionale era composta da artisti del pallone, e per gli anticomunisti si trattava di un ma importantissimo perché pareva loro che quei calciatori funamboli (Puskas, Kocsis, Hidegkuti e tutti gli altri)  rappresentassero una protesta vivente, forse un antidoto al totalitarismo; per di più, durante il Fascismo c’era stata una forte circolazione di autori ungheresi melanconici e vellutati che avevano alimentato i sogni delle giovinette e i rimpianti delle loro madri.
Doveva dunque vincere l’Ungheria, cioè la fantasia magiara contro l’ottusa possanza atletica dei crucchi,  l’estro contro lo schema, il violino tzigano contro l’organo di Barberia.
Non andò così, e questo fu il terzo e doloroso miracolo. La Germania Ovest vinse rocambolescamente e crudelmente; molti dissero poi che la vittoria fu rubata, pilotata e anche drogata, ma le ricostruzioni e le accuse non poterono rimettere sul piedistallo la squadra che traeva la sua invincibilità dalla bellezza. Quella tranche di mondo che era “entrata nelle case” aveva distrutto un mito celebrato dalla letteratura giornalistica (chi aveva mai visto una partita dell’Ungheria, prima di quelle dirette televisive?). Fu un piccolo dramma sentimentale collettivo. Due anni dopo, nel 1956, un dramma di altra portata si sarebbe consumato a Budapest..

Il video della domenica: le innocenti signore britanniche. ALEXANDER MACKENDRICK, LA SIGNORA OMICIDI. 1’20”

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L’anziana e rosea Louisa Wilberforce prende a pigione un sedicente professore e i suoi quattro amici che stanno preparando una rapina spacciandosi per componenti di un quintetto impegnato nelle prove del celeberrimo quintetto di Boccherini in Mi maggiore op. 11 N.5 (che ricorre ossessivamente come pregiata copertura delle losche attività dei banditi.) I furfanti, scoperti, progettano di far fuori la signora, ma presi dal panico muoiono uno ad uno, con fantasiose combinazioni mortifere. Il cast è notevolissimo, anzitutto per la presenza di Alec Guinness e del giovane Peter Sellers, ma anche per la delicata grazia di una Katie Johnson che ci riconcilia momentaneamente con le anziane signore britanniche.

(link per il film intero, molto consigliabile: https://www.youtube.com/watch?v=UwVAtqmqZzA)

Il video della domenica. VITA DA FORMICHE

Sarebbe troppo facile approfittare di questo video amatoriale per improvvisare un apologo che, in quanto troppo trasparente, risulterebbe barboso e moraleggiante. Forse qualcuno ne apprezzerà gli impliciti riferimenti allo zen, altri, più pragmaticamente, alla propria ansia quotidiana e alla propria capacità di affrontare le situazioni.

Il video della domenica. STAN LAUREL E OLIVER HARDY. ELOGIO DELLO SLAPSTICK

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Con buona pace dei Crozza (e dei Guzzanti e di tutti gli altri) siamo un po’ affaticati dalle risate con le stampelle. Le stampelle sono i personaggi della realtà (se pure si possono dire reali gli ectoplasmi che fluttuano nei televisori) coi quali i comici satirici si divertono a giocare. Dice: “Ma Crozza manipola i modelli di partenza, come Picasso faceva con la sua Fernande Olivier”. Non esattamente: nella riscrittura del modello (corporea e fonetica) che opera Crozza il referente è insopprimibile – come è logico, altrimenti il dardo satirico volerebbe senza bersaglio alcuno. Il comico puro non ha referenti: gioca tutto sul suo corpo e la sua azione si espande indefinitamente creando nello spettatore le risonanze più imprevedibili e soggettive. Il suo gesto è elementare: precipita in una fontana, cade da un tetto, viene folgorato, bruciato, calcificato, ecc.(tanto per restare a Stanlio e Ollio). Non a caso “slapstick” deriva dall’inglese slap stick, bastone per colpire. E’ lo stesso bastone dei comici della Commedia dell’Arte, un’elementare macchina scenica formata da due listerelle di legno unite a un’estremità, così da produrre un forte schiocco anche con un colpo leggero: un grande effetto generato da una piccola astuzia.

Il video della domenica. MONTY PYTHON, FINALE DI FILOSOFIA

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C’è qualcosa, nella comicità dei Monthy Pyton, che non mi ha mai convinto, neppure quando i nostri giovani apprendisti li consideravano un modello aureo. C’era, sì, qualcosa di scolastico, in loro, che mi immalinconiva: non intendo scolastico nel senso di semplice, elementare ma piuttosto un odore di aula legnosa, stantia, con gli studenti che motteggiano i professori e i professori (specialmente quelli progressisti) che azzardano battute di spirito per esorcizzare lo spettro della pensione o anche, semplicemente il gilet color nocciola che li aspetta sulla sedia e che indosseranno, tutti i pomeriggi, alla stessa ora, come un sudario ineluttabile. Però molti ridevano, e ridono, e così spero accada anche a molti nostri amici del blog.

Il video della domenica. JACOB FREY, THE PRESENT SHORT FILM. 4′

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click scrittaE’ una storiellina, ma costruita con una certa abilità, che si manifesta in almeno due colpi di scena. Pur non conoscendo il curriculum dell’autore, si può dire comunque che ha fatto buon uso dei manuali di sceneggiatura americani, a volte ingiustamente vituperati.

Il video della domenica. TOM WILLIAMS, STREET TYPOGRAPHY. Gli eredi inconsapevoli di Giotto 1’40”

Schermata 2016-04-06 alle 19.07.58http://www.ilpost.it/2014/04/06/tipografia-urbana/ Continua a leggere “Il video della domenica. TOM WILLIAMS, STREET TYPOGRAPHY. Gli eredi inconsapevoli di Giotto 1’40””

Il video della domenica. IL VANGELO SECONDO PASOLINI. Il sepolcro vuoto.

vangelo pasolinihttps://www.youtube.com/watch?v=P7RjM67QFRU

Buona Pasqua a tutti gli amici del blog!