I VOSTRI PREFERITI DI FEBBRAIO

DICKINSONSfiorare, passando, il desiderio. EMILY DICKINSON, LETTERA A OTIS PHILLIPS LORD

 

 

 

argillaLa fantasiosa argilla di Frankenstein. JAN SVANKMAJER, BODY (animazione) 7′  

 

 

GABERPer non parlare solo di satira, l’Invettiva. GABER, IO SE FOSSI DIO.

 

 

parkerIl silenzio corre sul filo. DOROTHY PARKER, UNA TELEFONATA

Le sceneggiate del generale. Una lettera di Napoleone a Joséphine

Metti una sera a cena un generale dalla redingote lisa, una dama un po’ più matura, con più charme che reputazione, ben piazzata in società grazie a nozze ben riuscite e ben concluse. Metti che il generale abbia grandi ambizioni sociali e minima esperienza amorosa, giusto qualche compagnìa sul campo di battaglia e un fidanzamento finito male. Metti che la donna, sentendosi un po’ avvizzitella, ceda senza al giovane appassionato che pure – dicono i maligni – la corteggia per ripiego. Finisce allora che il 7 marzo il generale è reclutato per condurre l’Armata d’Italia, l’8 firma il contratto di matrimonio, il 9 si sposa e l’11 parte al fronte.
E poi lettere su lettere, piene zeppe di quella retorica sentimentale assorbita dai romanzi di cui è ghiotto e che è perfetta per rendere più teatrali le solenni sceneggiate di un animo “forte e deciso” alle prese con un campo di battaglia sconosciuto e più difficile da gestire che un esercito intero.
D’altronde se ti chiami Napoleone Bonaparte non puoi mica scrivere letterine all’acqua di rose, e tanto peggio se suonano un po’ fasulle.

di Roberta Sapino

lettera napoleone

A cosa serve la Letteratura? Video

letteratura internazionalehttp://www.internazionale.it/video

Lo confesso: mi lasciano perplesso gli insegnanti, i genitori, la tv (Pubblicità Progresso) e in generale tutti gli educatori ansiosi che cercano di indurre un ragazzo alla lettura sostenendo che si tratta di una pratica importante, coinvolgente, formativa, rigenerante, e anche, sull’onda dell’entusiasmo, facile. Ecco, facile, no: sarebbe come tentar di convincere qualcuno che una passeggiata di quattro ore in montagna, sotto il sole d’agosto, non produce nemmeno una stilla di sudore. Meglio spiegare, se ci si riesce, che quella fatica ha un senso.
Mi sono imbattuto per caso in un video realizzato dallo scrittore svizzero Alain Botton e pubblicato da Internazionale: “Perché la letteratura ci aiuta a vivere meglio”; confesso che non mi ero mai posto il problema e mi sono meravigliato che qualcuno si facesse carico di una dimostrazione tanto politicamente corretta da sembrare inutile. Dopo la visione del video, peraltro inappuntabile, le mie perplessità sono rimase: questa visione finalistica, se non addirittura utilitaristica, della Letteratura mi ha ricordato il vecchio olio di fegato di merluzzo che un tempo i genitori somministravano ai figli perché “faceva bene”; una volta non si davano tante spiegazioni  ai bambini, gli si turava il naso e si procedeva con la fetida cucchiaiata; Alain Bottom, invece, s’impegna e ci spiega scrupolosamente tutte le buone ragioni per cui si dovrebbe leggere: sono undici. Forse qualcuno, un giorno, realizzerà un video per dimostrare quanto giovino alla  qualità della nostra vita le albe, i tramonti, il salmastro del mare, il saltellare del ruscello fra due strette rive rocciose, il canto degli uccelli sullo sfondo del cielo terso, in un giorno di primavera.

Luca Ronconi, il teatro irriducibile

ronconi angelicaNella comunicazione mediatica, la ritualità che accompagna l’uscita di scena dei grandi personaggi opera con un coltello dalla lama piuttosto grossolana e frettolosa. Si sa: i tempi televisivi sono ristretti… la grande platea mediatica non sopporta i distinguo… un telegiornale non è la sede per un discorso critico… ci sono le sedi opportune per i necessari approfondimenti… Infatti ieri sera Rai 5 ha dedicato la programmazione all’opera di Luca Ronconi trasmettendo la versione de L’Orlando furioso che il regista aveva allestito per la tv nel 1975. Visto il carattere culturale del canale, credo che si sarebbe dovuto far precedere la trasmissione da un lungo e articolato dibattito (magari anche un po’ pedante, visto che Rai 5 è un canale di nicchia) sulla intraducibilità di quest’opera che nel 1969 aveva segnato uno spartiacque nella ricerca dello stesso Ronconi e nella storia del teatro italiano. La rilettura di Ronconi e Sanguineti, aveva sottratto il poema ariostesco alla dimensione claustrofobica del teatro restituendolo agli spazi aperti e a quell’aria che circola incessantemente nell’opera originaria; le azioni sceniche avvenivano simultaneamente e di conseguenza si operava una rottura del concetto di platea mettendo il pubblico nella necessità di scegliere quale sequenza seguire; le macchine sceniche, che tanta importanza avrebbero avuto nella drammaturgia ronconiana, si stagliavano nella piazza modificandone per una sera la morfologia. Tutto questo non poteva essere rinchiuso nella scatoletta televisiva; era evidente fin dalle premesse che quella riscrittura non poteva restituire la forza e l’evidenza di uno spettacolo memorabile, ma questo andava ricordato, come prologo critico e magari anche scomodo prima della trasmissione.
Ricordo una breve intervista radiofonica di Ronconi che risale, direi, a una ventina d’anni fa; una giovane intervistatrice gli poneva una domanda che a quei tempi era quasi di rigore: “Che cosa pensa del rapporto fra teatro e televisione? Pensa che la tv possa essere utile al teatro?” Alla quale Ronconi rispondeva, con un certo understatement: “Non saprei… c’è già tanta televisione nel nostro teatro…”

Sfiorare, passando, il desiderio. EMILY DICKINSON, LETTERA A OTIS PHILLIPS LORD

lettera dickinson

Uno pensa a Emily Dickinson e subito si vede davanti la foto in bianco e nero di una giovane donna dall’aria austera, i capelli stretti dietro la nuca, l’abito scuro e ben accollato, un mezzo sorriso accennato appena, e allora ecco riemergere i ricordi liceali e un po’ stereotipati sulla “vergine di Hamerst” volontariamente reclusa nella casa in cui nacque-visse-morì.
Ma in tutto l’insistere su reclusione e verginità ci si perde un aspetto fondamentale e meraviglioso delle parole di Dickinson: il desiderio di cui sono intrise, e che si mostra gloriosamente nelle lettere che, cinquantenne ormai, Emily scrisse per l’uomo che amò.
1874, il padre muore e Emily si trova a vivere sola con la sorella. Tra le persone che se ne prendono cura c’è Otis Phillips Lord, giudice, di diciotto anni più vecchio, ben sposato, amico storico del defunto Mr. Dickinson e ospite relativamente assiduo della casa: qualche visita di cortesia in compagnia della moglie, tante lettere dal tono paterno, ed ecco che un anno dopo Emily annota una visita di lui solo, venuto a passare del tempo “con me”. Altri due anni e i reumatismi hanno la meglio su Mrs. Lord: il giorno del quarantasettesimo compleanno di Emily, Mr. Lord rimane vedovo. Che l’attrazione per la poetessa non fosse cosa nuova è ipotesi che pare confermata, fatto sta che mancati prima il vecchio amico, padre peraltro severissimo, e poi la moglie, a Lord non resta gran motivo per essere discreto. Di lettera in lettera i due si avvicinano, le visite si moltiplicano, fino a che lui si trasferisce a Hamerst e in famiglia si comincia a parlare di matrimonio. La salute peggiora però rapidamente, rallentando di riflesso il corso degli eventi, e all’inizio del 1884 Otis Phillips Lord muore.
A noi restano le lettere, da leggere e rileggere per dare una scompigliata immaginaria al rigore di quell’abito scuro.


Roberta Sapino

I VOSTRI PREFERITI DI GENNAIO

gide

Il rimorso e l’attrazione. Una lettera di Gide a Proust

 

proust

Gastronomia kitsch, la madeleine inzuppata nel luogo comune

 

tango

Il video della domenica. Cento storie in una stanza. ZBIGNIEW RYBCZYŃSKI, TANGO

 

giorgi

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI. NEED TO WHACK SOMEBODY ??

 

Il rimorso e l’attrazione. Una lettera di Gide a Proust

Le cantonate editoriali sono spesso cosa curiosa, alcune sono passate alla storia, le si guarda con quel misto di stupore (ma come! Come ha fatto a non vedere?) e sottile compiacimento (ma allora anche L’Artista è un comune mortale!). E poi a pensarci c’è una bella dose di quella che Kundera ha chiamato l’ “illusione retrospettiva”, lo sguardo di chi legge il passato con la lente del dopo e si stupisce che altri, all’epoca, non abbiano saputo vedere.
Ma quando invece si è lì, sul momento, e la cantonata la si è già presa, che si fa? Ci si arrovella mica poco e poi, fuori da ogni strategia, si ammette la bellezza che era sfuggita e che invece ora sembra così palese –ora, appunto, cioè poi, guardando indietro, anche di poco.
Qui, in breve, la storia va così: fine 1912, Marcel Proust propone alla Nouvelle Revue Française un malloppo di settecento pagine dattilografate intitolato Du côté de chez Swann dicendosi disposto a contribuire alle spese di pubblicazione. Gli editori, tra cui Gide (che la rivista l’ha fondata e che nel 1947 vincerà il Nobel per la letteratura) danno un’occhiata sommaria e decidono che no, il libro non s’ha da pubblicare: una gran noia, un romanzo-tazza di camomilla, e poi l’autore è anche un po’ snob, un tipo da salotti…
Un annetto dopo, a fine 1913, Du côté de chez Swann è pubblicato da Grasset e in N.R.F. ci si mangia le mani interrogandosi su come riportare in Gallimard quella tazza di camomilla che invece è una rivoluzione.
E allora Gide scrive:

lettera gide proust

Come va a finire la storia?
L’anno stesso, dopo poco tempo ma tante lettere e lunghe trattative, Proust accetta di affidare alla N.R.F. alcuni frammenti di quello che sarà poi Le côté de Guermantes, il terzo libro della Recherche. Tre anni più tardi Gallimard ottiene di comprare le copie di Swann rimaste invendute, vestirle una nuova copertina e rimetterle sul mercato a proprio nome. Intanto, d’accordo con l’autore, si prende anche le bozze del secondo volume, sul quale addirittura l’editore Grasset già stava lavorando, e il manoscritto, e nel 1919 pubblica À l’ombre des jeunes filles en fleurs: sarà il primo Prix Goncourt della casa editrice.

 Marcel Proust, Lettere a André Gide, Milano, SE, 1987, Traduzione Lucia Corradini
articolo di Roberta Sapino

Una mamma, un cavallo e una pistola. CALAMITY JANE, Lettera alla figlia

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Forse qualche lettore maturo di questo blog si ricorderà di Calamity Jane per averla incontrata negli albi di Pecos Bill, pubblicati per qualche anno in Italia dal 1949. La versione fumettistica proponeva una pistolera bionda, coi  boccoli e sempre pronta a tirar fuori la pistola sparando prima e meglio degli uomini; una sorta di protofemminista del West che coniugava avventura e fascino, impeto e charme cavalcando impavida per le praterie con i biondi capelli svolazzanti sotto il cappellone. Ma Calamity Jane esistette davvero. Si chiamava Marta Jane Canary-Burke (1852 – 1903) e la sua forma umana era molto diversa da quella di Doris Day, che la interpretò, nel 1953, in “Non sparare, baciami”. Meno avvenente ma certo più interessante: galoppava, sparava  e in più beveva come uno scaricatore (del quale aveva anche il fisico), probabilmente ruttava come i suoi compagni di saloon, giocava d’azzardo e al caso faceva a botte cavandosela piuttosto bene. Visse l’epopea del selvaggio West facendo la conduttrice di carovane, la cercatrice d’oro e forse anche la prostituta. Finì la sua carriera esibendosi nel circo di Buffalo Bill.
Fra un’avventura e l’altra, mise al mondo una figlia d’incerta paternità; lei pretendeva che fosse di Wild Bill, l’eroe della sfida all’Ok Corral; lui, il presunto padre, pare non la potesse vedere ma su queste faccende non si può mai mettere la mano sul fuoco, le notti accanto ai falò sono lunghe e tormentose.
Essendo la mamma troppo impegnata, la figlia non ebbe mai modo di conoscerla; il rapporto madre/figlia visse dunque in un epistolario a sola andata dal quale si ricava anche la vita di una madre che non può mettere d’accordo il suo desiderio e il suo destino.

Cara Janey,
tempo fa andai con la diligenza dai Cheyenne e fu piuttosto eccitante. Conduceva la diligenza Luke, e abbiamo fatto una bella chiacchierata. Prima di andarcene abbiamo fatto una gara di tiro. Li ho sconfitti tutti e mi sono montata la testa. Tuo padre mi sfidò a guidare la diligenza in quel viaggio. Io lo feci e mi sono trovata proprio in un bel guaio, Janey. I fuorilegge erano dietro di me, si faceva buio e sapevo che bisognava fare qualcosa, così saltai giù dal posto di guida sul cavallo più vicino, poi sul mio cavallo da sella che era legato accanto, e nel buio mi avvicinai ai fuorilegge. Tuo padre era dietro e nell’oscurità non potevo rendermi conto, ma dopo che ebbero fermato la diligenza e non ebbero trovato passeggeri ma solo mucchi di povere d’oro, allentarono la guardia. Tuo padre e io abbiamo preso tutto il branco. Ce n’erano otto e naturalmente abbiamo dovuto sparargli altrimenti non si sarebbero arresi. Spero che tu un giorno venga quaggiù, così saprai quante ne ho passate. Ancora due anni e poi verrò a trovarti, cara. Poi tu forse penserai a me qualche volta, non come a tua madre ma come a una donna sola che una volta amò e perse una bambina come te. Ti prenderò in grembo e ti racconterò tutto di quella bambina. Naturalmente non saprai di essere tu. 
Da quando papà Jim mi ha dato i libri di scuola e il dizionario da portarmi a casa ho cercato di istruirmi così posso sillabare e leggere e scrivere. Aver rinunciato a te mi ha quasi ucciso, Janey. La tua gente ti ha chiamata Jane per me. Ecco perché io ti chiamo Janey. Prendo un libro per volta e cerco nel dizionario ogni parola di cui non conosco il significato. Ho fatto solo la terza a scuola, e anche se ho quei libri per studiare non è impresa da poco.
Voglio essere in grado di comportarmi come una bianca quando verrò a trovarti. Tutti pensano che io non possa leggere e scrivere nemmeno il mio nome, lascio che pensino così, trovo che è meglio. Tuo nonno e tua nonna furono istruiti anche se io no e non fu colpa loro se mancai la prima occasione che ebbi. Vedi, tuo nonno era un predicatore. Pensava di poter combattere l’intera Nazione indiana con una Bibbia. Io non ho paura di affrontarli finché ho due pistole alla cintura, ma com’è vero il diavolo, non lo vorrei proprio fare con una Bibbia sotto il braccio. Capirai tutto questo un giorno. Buona notte, Janey.

Calamity Jane, Lettere alla figlia, Feltrinelli
Traduzione Gabriella Agrati e Katia Bagnoli. 

 

 

Corrispondenze. ANDRÉ BRETON / AUBE

Per mettere finalmente le mani sulla corrispondenza di André Breton dovremo attendere il 2016, quando cinquant’anni saranno trascorsi dalla morte dell’autore e il veto da lui imposto sarà caduto. Unica eccezione: le lettere indirizzate alla figlia Aube, che l’autore le ha affidato interamente e che Gallimard ha pubblicato qualche anno fa in un’edizione elegantissima, con tanto di riproduzioni a colori di disegni e messaggi manoscritti.
Al tempo della lettera che vi proponiamo Aube vive a New York con la mamma, l’artista Jacqueline Lamba, la donna al centro di L’Amour Fou che però da Breton già si è separata. Ha appena compiuto tredici anni (il 20 dicembre: eccola qui la prima delle tre stelline, la festa speciale tutta per lei) e in famiglia fervono i preparativi per il suo trasferimento a Parigi, dove il padre è sempre più assorbito dalla vita letteraria e artistica. “Un giorno preferirai essere diventata grande a Parigi piuttosto che a New York” le scriverà lui a gennaio. A colmare la distanza, intanto, una fitta corrispondenza che ci permette di scoprire un Breton più intimo, severo nell’occuparsi dell’educazione della sua petite Aube chérie e insistente nel voler conoscere ogni dettaglio della sua vita lontana (“raccontami le tue giornate, i tuoi orari, i tuoi impegni”, le chiederà senza sosta anche quando lei, adolescente, si farà ostinatamente ritrosa), dolcissimo nel regalarle parole piene di immagini come quelle che leggiamo qui sotto: il periodo natalizio visto con gli occhi del poeta.

a cura di Roberta Sapino

lettera breton alla figlia 2

 André Breton, Lettres à Aube. 1938-1966, Gallimard

Corrispondenze. Antonin Artaud / Hans Hartung

L’Artaud della lettera che vi proponiamo ha già vissuto l’internamento, gli elettroshock, le camicie di forza, la droga, ma è già anche stato attore eccellente, costumista, commediografo, regista, poeta; è l’Artaud che si è legato al gruppo surrealista e che se n’è allontanato nel 1925 per poi fondare, l’anno seguente, il proprio teatro, l’Alfred Jarry di Parigi; l’Artaud che ha pubblicato due manifesti del suo Teatro della Crudeltà ma anche pièces, lettere, versi…
È un Artaud sofferente insomma, ma non stanco, che nel gennaio del ’47 sale sul palco del Vieux Colombier per quella che sarà la sua ultima apparizione pubblica e che esita, sparpaglia a terra appunti e occhiali, si ferma, interrompe la conferenza e dal quale eppure, malgrado tutto, il pubblico non riesce a distogliere lo sguardo, indeciso tra angoscia e fascinazione.
È anche l’Artaud che chiede a Picasso di illustrargli una raccolta di poesie (non che l’idea dell’illustrazione lo esalti, ma se proprio deve far contento l’editore allora perché non Picasso) e, non ricevendo risposta, gli scrive lettere piene di fuoco e la raccolta se l’illustra da sé.
Insomma: questo è l’Artaud che nell’aprile del ’47 impugna penna e inchiostro verde e spiega a un incredulo Hans Hartung (che intanto dalla Germania è arrivato a Parigi, ha esposto i suoi quadri insieme a Mirò e Kandinsky e sta diventando uno dei grandi nomi dell’arte informale) che no, nessuno potrà più ambire a illustrare i suoi lavori e tantomeno lui: è cosa troppo intima.
E se ancora il concetto non fosse chiaro, il gioco sul nome del pittore ribadisce chi comanda: Achtung Mr Hartung, stia attento.

a cura di Roberta Sapino
Antonin Artaud, Oeuvres,  Gallimard

 artaud grande con ombra

I VOSTRI PREFERITI DI NOVEMBRE

 

dark

ALIDA ALTEMBURG. HAYDN IN DARK
https://www.youtube.com/watch?v=h70fCfIakQ4

 

gombrowicz porno

Morbido e feroce, Gombrowicz a rai radio 3
nella messa in scena di RadiospazioTeatro
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/26/morbido-e-feroce-gombrowicz-a-rai-radio-3-nella-messa-in-scena-di-radiospazioteatro/

alphaville

6 flash da un mondo leggermente parallelo
AMY HEMPEL, LITANIA
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/25/6-flash-da-un-mondo-leggermente-parallelo-amy-hempel-litania/

 

archivio buzzati fine del mondo

DINO BUZZATI, LA FINE DEL MONDO. Audio/Radiospazio
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/07/dino-buzzati-la-fine-del-mondo-audioradiospazio-durata-530

I vostri preferiti di ottobre

Schermata 2014-10-04 alle 10.28.34

BRIAN ENO, Video Paintings (1981 & 1984)http://www.ubu.com/film/eno_14.html

 

 

libreria blog

La Zanzara che provò ad essere Iena
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/25/la-zanzara-che-provo-a-essere-iena-tragicomica-favoletta-mediatica/

 

 

Untitled-1MARIO GIORGI, Gelato
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/11/uno-contro-tutte-mario-giorgi-gelato/

 

Io, mammeta, tu e il mio ebook

 

Untitled-1

Oltre a tutto il resto, Leopardi aveva la vista lunga, come si suol dire. Abituato a misurarsi con la grande letteratura, da Omero al XIX secolo, lamentava che uno scrittore, ormai, si confrontasse col grigiore del tempo presente e che la sua opera circolasse solamente nel suo ristretto entourage. Lo Zibaldone, dal quale è tratta questa sua riflessione, è stato scritto fra il 1817 e il 1832. Viene da pensare, di rimbalzo, alla figura dello scrittore così come è stata trasformata dalla rete e dal fai da te. Queste poche righe di Leopardi evocano le migliaia di autori che si autopubblicano e che, questo è il guaio, perseguitano parenti, amici, fidanzate e amici delle fidanzate affinché comprino le loro opere in versione elettronica o cartacea. Quanto al misurarsi con Omero, Dante, Petrarca, (ma potremmo aggiungere anche Svevo, Joyce e Beckett) ecc. il problema in molti casi non si pone, se non altro per la buona ragione che gli autori autopubblicantisi li ignorano tout court.

 “Oggi più che mai bisogna che gli uomini si contentino della stima dei contemporanei, o per dir meglio, dei conoscenti; e i libri, della vita di pochi anni al più. (Oggi veramente ciascuno scrive pe’ suoi conoscenti).”

Giacomo Leopardi, Zibaldone.

Quattro formiche incappucciate su un foglio. Samuel Beckett, Quadrat. durata 5’23”

Se avete cinque minuti e ventitré secondi a disposizione, seguite le evoluzioni di queste quattro figure colorate (di bianco, di rosso, di blu, di giallo) su un quadrato: è una delle opere mature di Beckett (del 1981, otto anni prima della sua  morte), concepita per la televisione. La Süddeutscher Rudfunk  tedesca la trasmise l’8 ottobre 1981 ma dubito che possa trovare posto nei palinsesti di rai e mediaset. Come tutte le opere di Beckett, anche questa lascia il più ampio margine all’interpretazione del lettore o dello spettatore. Chi sono i quattro anonimi personaggi che entrano ed escono dal quadrato? A me piace pensare che siano le parole che s’incrociano su un foglio ancora da scrivere ma è una suggestione personale che non esclude quella, più filosofica, del nostro eterno vagare lungo diagonali prestabilite e solo apparentemente sensate, senza mai incontrare l’altro.

Sarà mica un po’ kitsch, questo blog?

Untitled-1È un numero bello. Sono estraneo alla cabala, mi annoiano i segni (così come i sogni) premonitori però quando me lo sono trovato davanti mi ha fatto subito un’ottima impressione; il 2 iniziale mi è apparso come il collo di un cigno la cui coda, un po’ fuori ordinanza e giovanilmente proterva, era rappresentata dal 7 finale – laddove un 11 sarebbe stato molto più simmetrico e dignitoso ma anche più banale. Di solito il cigno non suscita in me simpatia – neppure repulsione, per la verità: lascio che navighi nelle sue acque bastando a se medesimo; troppa tradizione incombe su di esso, da Leda al Carnaval des animaux di Saint-Saëns (è un brano che fa sdilinquire, credo con intenti parodistici: a bagno nel kitsch, direi, anche se il Carnaval è stato composto cinquant’anni prima che il termine fosse coniato). Mi pareva, comunque, che il kitsch implicito nel nobile animale – ecco, qui sta il suo cattivo gusto: nella nobiltà – fosse per una volta tonico e beneaugurante. Ma forse la mia percezione era viziata perché 2027 è il numero dei follower ((impensabile qualche mese fa) che oggi frequentano questo blog.