https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/28/intervista-di-a-g-con-primo-levi/
Quest’uomo, dall’aria fra l’appannato e il trasognato, è stato uno scrittore, anzi uno dei più importanti scrittori cechi del secolo scorso, anche se probabilmente questa definizione gli sarebbe andata stretta: nonostante la sua ricca e talvolta convulsa produzione letteraria, nonostante avesse scritto un romanzo grottesco e ferocemente antimilitarista, Il buon soldato Sc’vèik, la vera vocazione di Jaroslav Hasek era quella di “stare in baracca”, cioè andare per le bettole di Praga (tutte, a quanto risulta, visitate regolarmente) a bere e a far casino con gli amici – e se nel corso della giornata gli veniva da scrivere, non se ne tornava certo al tavolo di casa ma sfornava, lì dov’era, un racconto, annaffiandolo con nuovo e fresco carburante.
L’alcol gli doveva conferire una lucidità “altra” che produceva esiti fantasiosi, come quello, ad esempio, di scrivere su un giornale di destra e di contestarsi furiosamente su un organo di stampa anarchico – un esercizio impensabile per certi opinionisti che curano la loro immagine maniacalmente, con un’attenzione da manicure. Nel 1912, in occasione delle elezioni politiche, ad Hasek venne l’idea di fondare un partito dadaista al quale, contraddittorio com’era, diede il nome di “Partito del progresso moderato nell’ambito della legge”. Fra i molti amici intervenuti al comizio (in una bettola, naturalmente) ce n’era anche uno che in quelle occasioni nascondeva il suo imbarazzo dietro un sorrisetto svagato e formale, come a dire: sono qui ma lasciatemi stare. Il convenuto era Franz Kafka che secondo i testimoni fu sopraffatto dall’oratoria e dalla scorrettezza politica di Hasek e che si abbandonò a numerose, irrefrenabili risate. Pare che anche anni dopo, ricordando quella serata, Kafka non potesse trattenersi.
Riportiamo un frammento del comizio, grazie al blog “La tradizione libertaria”.
“Cari amici,
ho l’onore di presentarmi come candidato e dico subito, con franchezza: È noto che un deputato riceve un’indennità di dieci fiorini al giorno, una bella somma. È di questa, perché dovrei mentire, che m’importa soprattutto. Con il mio attuale lavoro di scrittore e di giornalista non potrò mai guadagnare dieci fiorini al giorno, a meno che non faccia la spia per la polizia come seconda professione. Dieci fiorini! Se sarò eletto saranno bene comune, che scialacquerò con amici di partito ed elettori.
Passando alla situazione politica, posso dire soltanto che è proprio schifosa, per quanto molto meno ripugnante della politica stessa, ciò che si può rilevare dalla voracità di molti noti uomini politici (acclamazioni: “Farabutti, truffatori, ladri, porci, ecc”). Giustissimo, è così che si deve intendere, se osservando tutte quelle porcherie e intrighi, ci ritraiamo in noi stessi, ci scrutiamo per giungere alla conclusione: infischiarsene di tutto e percorrere la strada che porta alla buona bevuta, che fa dimenticare tutto, la quale, in verità, deve portare all’alcolismo, come dice il programma. L’alcolismo è dunque in primo luogo, come detto, tanto diffuso, perché la gente vuole dimenticare e si sforza di sottrarsi a quegli scellerati, e inoltre, in secondo luogo, perché sono delle scimmie: di uno vogliono imitare tutto. Per esempio io comincio a trincare; subito si uniscono a me due, tre, dieci fratelli, bevono con me, e poiché i dieci danno ancora una volta un maledetto esempio, decuplicato, ad altri dieci, già bevono in cento e cento volte cento fanno diecimila e diecimila per diecimila sono un milione, tutta una nazione e popoli interi!
Le prostitute e le abitatrici dei bordelli sono delle vere samaritane, piene di bontà, in confronto alla prostituzione politica. Le innocenti e graziose creature sono proprio delle sante se confrontate con i beneficiari dei disordini politici che scuotono ininterrottamente con sobillazioni l’infelice penisola balcanica, insieme a imbrogli di corruzione, ciò che ognuno di noi può riconoscere chiaramente. Se sarò eletto, prometto ai miei elettori che, nell’ambito del nostro programma di partito, metterò in discussione in parlamento tutte le porcherie che ognuno di noi ha sotto gli occhi tutti i giorni.”
Lo scrittore Michel Tournier, uno dei grandi autori francesi della seconda metà del XX secolo, Prix Goncourt per Il re degli ontani, è morto lunedì all’età di 91 anni.
Fra le sue opere, Venerdì, o il limbo del Pacifico, Il re degli ontani, Il gallo cedrone e altri racconti; da uno di essi, Tristan Vox, abbiamo tratto uno spettacolo, del quale vi riproponiamo la registrazione.

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/01/michel-tournier-lo-sceneggiato-audio-tristan-vox-completo/
“Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?”, scriveva il giovane Kafka nel 1904 all’amico Oskar Pollak. I passanti non è un racconto deflagrante ma implosivo che fruga nelle ipocrisie e nella doppiezza della piccola retorica umana.
I passanti
Quando si passeggia di notte per una strada e un uomo, che si può scorgere già di lontano – perché la strada dinanzi a noi è in salita e c’è la luna piena – ci viene incontro correndo, noi non lo acchiapperemo, anche se è debole e cencioso, anche se un altro lo insegue gridando, ma lo lasceremo proseguire nella sua corsa.
Perché è notte e non è colpa nostra se la strada è in salita e c’è la luna piena, può darsi, poi, che i due si rincorrano per divertirsi, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito pur essendo innocente, forse il secondo ha intenzioni omicide e noi diverremmo complici di un assassinio, forse i due si ignorano a vicenda e ciascuno di essi corre per proprio conto verso il suo letto, forse sono dei nottambuli, forse il primo è armato.
E, infine, non ci è concesso di essere stanchi, non abbiamo bevuto tanto vino? Siamo contenti di non scorgere più neppure il secondo.
Franz Kafka, I racconti, Newton Compton, Traduzione Luigi Coppé e Giulio Raio
https://www.youtube.com/watch?v=18W_GWZkoTQ
Ultimo capitolo del piccolo spettacolo. Nel breve video, gli abitanti del quartiere chiudono il cerchio memoria/futuro
Sulla scena, un frammento tratto da una commedia di Elias Canetti: siamo in una società paradossale che non prova angoscia della morte perché ogni persona sa quanto vivrà. Ognuno custodisce la sua data di nascita e di morte in una capsula sigillata e appesa al collo; il loro nome è costituito dal numero di anni che vivranno.
Elias Canetti, Vite a scadenza
UNO A quei tempi!
L’ALTRO E tu credi che a quei tempi le cose andassero davvero così?
UNO Certo, l’ho letto coi miei occhi. Tanto tempo fa, un uomo usci di casa per comperare le sigarette. «Torno fra un paio di minuti, – disse a sua moglie – «vengo subito». Uscì dal portone e stava per attraversare la strada. All’improvviso un’automobile svoltò l’angolo e lo fece secco. Rimase lì disteso. Doppia frattura del cranio. Morto sul colpo.
L’ALTRO Era arrivata la sua ora.
UNO No. Questo è il bello di tutta la faccenda.
L’ALTRO Ma come si chiamava?
UNO Peter Paul.
L’ALTRO Il suo vero nome, dico.
UNO Peter Paul.
L’ALTRO Secondo te, a quei tempi, la gente viveva senza un vero e proprio nome.
UNO Certo, avevano nomi qualsiasi, che non significavano niente, come Peter Paul.
L’ALTRO E il nome non aveva niente a che fare con l’ora?
UNO Niente. L’ora era sconosciuta.
L’ALTRO Insomma nessun uomo aveva idea dell’ora in cui sarebbe morto?
UNO Esattamente. Nemmeno uno.
L’ALTRO Io non so come facevano a vivere con tutta questa incertezza, questa angoscia!
UNO Eppure il mondo è andato così per secoli.
L’ALTRO Forse erano molto più stupidi di adesso. Oggi, da noi, il più semplice ciabattino sa molto di più dei filosofi di una volta. È sicuro del tempo che gli resta da vivere, può far progetti…
UNO Secondo me, aver reso nota a ciascuno la sua ora è il progresso più importante nella storia dell’umanità.
L’ALTRO Certo che prima erano proprio dei selvaggi. Dei poveri diavoli.
UNO Sì, dei bruti, diciamolo.
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I SIGNORA Tu che sei così brava a giudicare, quanto le dai?
II SIGNORA Non più di un anno, direi.
I SIGNORA Credi che le rimanga ancora un anno?
II SIGNORA Un anno scarso. Forse solo sei mesi.
I SIGNORA Davvero? Certe volte mi dice sei anni, altre volte sette… Dice che spera ancora di trovar marito.
II SIGNORA Con un anno solo? Non farmi ridere! E chi se la prende? Potrebbe anche essere la donna più bella del mondo, ma con un anno solo non se la prende nessuno. Se tu fossi un uomo, te la prenderesti una moglie con un anno solo?
I SIGNORA Beh, parecchi uomini ne sarebbero felici.
II SIGNORA Dici i mariti a breve scadenza! Una donna che tenga un po’ a se stessa, non si mette con tipi come quelli. Secondo me i mariti a breve scadenza sono dei delinquenti.
I SIGNORA Ci sono anche dei mariti a breve scadenza molto affascinanti. Mio cugino, per esempio: si è appena risposato con una cifra bassa. A lui piacciono moltissimo. Quando lei morirà, lui si riprenderà un’altra cifra bassa. Una cifra bassa si dà più da fare per lasciare un buon ricordo. E poi una cifra bassa è di poche pretese.
II SIGNORA Sono tutte sciocchezze. Una cifra bassa vuole godersi la vita, perché non può fare di meglio. Vuole uscire tutte le sere, divertirsi… Vuole nuovi amanti, vestiti nuovi… È una sprecona, tanto, cosa le importa di quel che viene dopo.
I SIGNORA Lo credevo anch’io. Ma mio cugino dice che mi sbaglio. Lui se ne intende, è la quarta volta che è sposato con una cifra bassa. Se ne intende ed è previdente. La prossima l’ha già scelta: è una cifra ancora più bassa.
II SIGNORA Ma organizza tutto mentre le altre sono ancora vive?
I SIGNORA Certo, questo è il vantaggio. «Quanto tempo voglio vivere con la prossima?», si chiede, e, una volta che ha deciso, incomincia a darsi un’occhiata intorno.
II SIGNORA Ma come fa a sapere che età hanno le sue fidanzate?
I SIGNORA Questione di esperienza. Per lui è una specie di sport indovinare l’età esatta. E poi donne lo desiderano a tal punto che alcune gli dicono addirittura quanti anni hanno ancora da vivere, spontaneamente.
II SIGNORA Quelle donne sono delle svergognate. Ma possibile che nessuna lo imbrogli?
I SIGNORA A volte capita. Una gli diede a intendere che le restavano due anni da vivere. Lui le credette e se la sposò tranquillamente. Dopo due anni, viene il giorno del compleanno della moglie. Passa la mattina, passa il pomeriggio… niente. Si fa notte e lui va a letto convinto che il mattino dopo la moglie sarà morta. Il mattino dopo, se la vede che passeggia su e giù in camera da letto. «Che significa?», chiede lui. «Mi sono sbagliata, — dice lei, — sono più giovane di quanto pensassi. Succederà soltanto l’anno prossimo». Lui sapeva che lei aveva mentito ma non ci poté fare niente, dovette rimanere con lei per un altro anno.
II SIGNORA Per me, questo non è amore. Puoi dire quello che vuoi, ma l’amore vero è solo quello con le cifre alte. Sono contraria a tutto ciò che è basso. Per me un uomo che non si chiami almeno Ottantotto è come se non esistesse.
I SIGNORA Teoricamente hai ragione, col tempo s’impara a scendere a compromessi. Anch’io una volta ero come te. E poi alla fine che cosa ho fatto?
II SIGNORA Ti sei sposata con un numero medio.
I SIGNORA Già. Anch’io sono una cifra media.
II SIGNORA Io non lo sopporto, il medio! Avresti fatto meglio a sposare un numero molto basso, magari un Venti o un Trenta qualsiasi, e poi, dopo la sua morte, darti da fare per vivere alla grande. Ma per l’appunto non sei altro che una cifra media.
I SIGNORA Senti un po’, non è che tu sei poi una cifra cosi alta!
II SIGNORA In tutti i casi ho sempre quindici anni di vantaggio su di te, no?
I SIGNORA Sì, ma non c’era nessun bisogno di sbattermelo in faccia.
II SIGNORA Non ti volevo offendere, ma devi capire che in molte cose la pensiamo in maniera diversa. Siamo per natura due caratteri diversi. Io sono una cifra alta, tu media, non c’è proprio niente da fare.
Appuntamento obbligato, gli anni del boom. v. link introduttivo http://youtu.be/SxEsLJzGlAA
Il titolo traduce con una certa fedeltà la luce rosea che irradia le risposte degli intervistati rievocanti gli anni Sessanta. Nessuna nota critica, nessuna riserva: il passato è sempre una piacevole passeggiata rieducativa – d’altra parte, i tempi presenti non mettono in mostra un particolare appeal.
In scena, gli attori sono impegnati nell’esecuzione a più voci di uno straordinario poemetto di Elio Pagliarani, pubblicato nel 1960. Sotto la Milano compiaciuta e convulsa dei grattacieli e del Pirellone si percepisce una febbriciattola tanto euforica quanto stolida.
Elio Pagliarani, La ragazza Carla
Attore Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all’ombra del Duomo
Attore Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? transocean limited
qui tutto il mondo…
è certo che sarà orgogliosa.
Attore Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il Signor Praték è molto
esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.
Attrice1 ufficio a ufficio b ufficio c
Attrice 2 Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
adesso che lavori ne hai diritto
molto di più.
Attrice1 S’è lavata nel bagno e poi nel letto
s’è accarezzata tutta quella sera.
Non le mancava niente, c’era tutta
come la sera prima – pure con le mani e la bocca
si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
di piangere di compatirsi
ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?
Attrice 2 Tira il collo all’indietro ed ecco tutto.
Attore All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente
cento targhe d’ottone come quella
transocean limited import export company
le nove di mattina al 3 febbraio.
Attore La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?
Attrice1 Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
Attrice 2 Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.
Attrice 1 E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
Attrice 2 sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
Attrice 1 non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?
Attrice 2 È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.
Elio Pagliarani, La ragazza Carla, Mondadori
Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi
https://www.youtube.com/watch?v=JngnCRmiGG0
Secondo frammento di APPUNTI PER UN ‘900 (v. link introduttivo)
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=6631&action=edit
Il ricordo frammentario della guerra, così come emerge dal brevissimo video, sulla scena trova un riscontro letterario nella ferocia parodistica di Gadda, che ritrae Mussolini arringante la folla
Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo
Una sorta di bugia senza riscatto veniva intessendosi in que’ raduni. Porgeva egli alla moltitudine la sua incontinenza buccale, ed ella vi metteva spola di clamori, e di folli gridi, secondo ritmi concitati e turpissimi.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
La moltitudine, che al dire di messer Nicolò amaro la è femmina, e femmina a certi momenti nottivaga, simulava a quegli ululati l’amore e l’amoroso delirio, siccome lo suol mentire una qualunque di quelle, ad «accelerare i tempi»: e a sbrigare il cliente.
Il mascelluto, tronfio a stiantare, a quelle prime strida della ragazzaglia era già ebbro d’un suo pazzo smarrimento, simile ad alcoolòmane, cui basta abbassare il bicchiere da sentirsi preso e dato alla mercè del destino. Una bugia sporca, su dalla tenebra delle anime. Dalle bocche, una bava incontenuta.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
Cuce il sacco delle sue menzogne, un gradasso: capocamorra che distribuisce le coltella a’ ragazzi, pronto sempre da issu’ poggiuolo a dismentire ogni cosa, a rimentire ogni volta.
Questo qui, Madonna bona!, non avea manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua mè son qua mè, a fò tutt mè. Venuto dalla più scipita semplicità, parolaio da raduno munitosi del più misero bagaglio di frasi fatte, prese a sbraitare, a minacciare i fochi ne’ pagliai, a concitare ed esagitare le genti: e pervenne infine, dopo le sovvenzioni del capitale e dopo una carriera da spergiuro, a depositare in càtedra il suo deretano di Pirgopolinice smargiasso sulla cadrega di Presidente del Conziglio in bombetta e guanti giallo canarino.
Pervenne, pervenne.
Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, ai guanti bianchi del commendatore e dell’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma lividamente invidiato borghese. Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano da du’ braccini corti corti: le quali non ebbero mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussero morte e di pezza.
Pervenne al pennacchione dell’emiro, del condottiero di quadrate legioni in precipitosa ritirata. (Non per colpa loro, poveri morti; poveri vivi!) Sulle trippe, al cinturone, il coltello: lo strumento osceno della rissa civile: datoché a guerra non serve: il vecchio cortello italiano de’ chiassi tenebrosi e degli insidiosi mal cantoni, la meno militare e la più abbietta delle armi. Il coltello del principe Maramaldo: argentato, dorato: perché di sul trippone figurasse, e rifulgesse: come s’indorano radianti ostensori. Sui morti, sui mummificati e risecchi dalle orbite nere contro il cielo, sui morti e dentro il fetore della morte lui ci aveva già lesto il caval bianco, il pennacchio, la spada dell’Islam, fattagli da’ maomettani di Via Durini a Milano.
Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Garzanti
Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

https://www.youtube.com/watch?v=P40-y_PMEEc
Il Polo del Novecento è un progetto in via di realizzazione della Compagnia di San Paolo di Torino http://www.compagniadisanpaolo.it/Programmi/Polo-del-900, per il quale il TPE e Radiospazio si erano impegnati a mettere in scena un piccolo spettacolo, il 17 dicembre scorso. Su che cosa? La risposta non era facile: anzitutto sul fatto che nel Polo, collocato all’interno di due splendidi e austeri palazzi, confluiranno archivi, memorie, filmati, ecc. sul XX secolo, e poi sul fatto che questa istituzione intende radicarsi in città, nel quartiere in cui sorge e nella vita quotidiana dei suoi abitanti. Posto che il Novecento è un cosmo in continua ridefinizione e che lo spettacolo durata circa un’ora, l’impresa era del tutto aleatoria. Accettato l’aleatorio e l’arbitrario come presupposti, abbiamo incominciato ad annusare il quartiere registrando voci e volti. Ne sono nate sei piccole clip che abbiamo alternato a frammenti di Novecento letterario, affidati a quattro attori, in parte reduci di Eva futura. Ve ne diamo una cronaca molto pallida, che forse potrà incuriosire qualcuno.
Nei racconti degli abitanti del quartiere, la percezione del tempo passato diventa elastica, contraddittoria: i fatti sono nitidi, difficile è collocarli nella prospettiva di un passato che in certi momenti ci appare come lontano come nella lente di un cannocchiale rovesciato e in altri sembra sedere. imbarazzante, al nostro fianco.
La poesia, come il sogno, può realizzare questa compresenza inquietante di lontano/vicino. “Dalle regioni dell’aria” nelle quali Nelo Risi colloca il suo punto d’osservazione, “il mutato non sembra poi mutato”.
Nelo Risi, Di certe cose (1970)
Dalle regioni dell’aria
Visionando dall’alto la visione
visionando il visionabile in toto
come un involucro
che per meglio differenziare il prodotto
non fa che esprimere maggiormente il vuoto
il mutato non sembra poi mutato
Questo l’antico fogliame? le acque blu?
l’azzurro stemperato? le città
merlate di storia?
Questo l’idioma della quiete?
Questo il colore della totalità?
Si buca
il mansueto chiarore si va
dentro la nuvolaglia
già dove il sole scalda poco
dove il bianco candeggia
dove il verde è bruciato e dove l’acqua è scolo
dove gli uccelli vanno altrove
dove il paese è mortificato
dove i rumori esaltano i nervi come a tante rane
dove i clacson scampanano a morto
dove i polmoni hanno acini di piombo
dove non c’è immagine col suo valore giusto
non una sillaba di cui fruire
dove non si può più convincere
dove occorre sovvertire
dove la gente muore per correre in massa al mare
dove un’auto in pochi metri si mangia la nostra
quotidiana razione d’ossigeno
fate un po’ voi il conto del carbonio che disseminano!
E perché l’occhio abbia la sua parte
una ninfetta nuda dentro una sfera di cristallo
in orbita nel suo perielio pubblicitario
prova lacche rossetti deodoranti e assorbenti
tra il disordine oh! Studiato
di mini intimi indumenti.
(l’esecuzione della poesia è stata accompagnata da Poses, di Thierry de Mey e, con una certa perdita di controllo, da Sugli sugli bane bane de Le figlie del vento)
Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi
http://www.compagniadisanpaolo.it/Programmi/Polo-del-900
Non vi abbiamo detto niente prima, perché la serata era a inviti, era un rodaggio, un primo passo in uno spazio che si viene costruendo da alcuni mesi a Torino, questo: Polo del Novecento che sarà inaugurato in primavera e che può diventare uno straordinario volano per la cultura torinese.
Dal punto di vista drammaturgico, il nostro spettacolo è stato molto lineare e apparentemente piuttosto basico: quattro attori (Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo), sei videopillole di Francesco Ghisi e Claretta Caroppo, e un drammaturgo in campo impegnato a cucire i racconti degli abitanti del quartiere e i materiali letterari che gli attori andavano dipanando. Il gioco, per quanto semplice, era piuttosto spericolato, come lo sono sempre le analogie e i contrappunti che cercano di organizzare in un’unica partitura materiali eterogenei. L’esperimento è riuscito? A giudicare dalle reazioni del pubblico si direbbe di sì, ma la riprova l’avremo più avanti quando e se questo viaggio riprenderà con nuove tappe: il Novecento è una sterminata regione, tutta da interpretare e da ripercorrere.
http://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/
Non diversamente da quanto avviene nella vita quotidiana, anche in quella vita parallela e stralunata che si dipana in palcoscenico si verificano degli imprevisti, Gli attori ne sono ghiotti: vivendo avvolti dall’ineffabile (non si può raccontare uno spettacolo), e scendendo, replica dopo replica, i gradini di una scala che porta al nulla (uno spettacolo svanisce senza lasciare traccia), l’imprevisto appare loro come una piccola narrazione possibile e liberatoria, un evento che non perde nulla nel racconto orale e che dunque può essere replicato e arricchito continuamente. L’imprevisto si trasforma così in aneddoto, e va a confluire immaterialmente in quella grande memoria collettiva che si estende, sconfinata pianura, ai piedi della storia non scritta del teatro.
Due sere fa Eleni Molos, che interpreta Sowana (misteriosa entità aleggiante nel laboratorio di Edison), preparandosi a entrare in scena, si accinse ad accendere le luci come al solito. Il costume di Sowana è un’ingegnosa creazione per la quale Augusta Tibaldeschi ha attinto alle suo immaginario cinematografico adolescenziale (Walt Disney e Guerre stellari, direi) per dar corpo a una creatura casta e spumeggiante di luci. Ma l’altra sera le luci non si accesero, per un guasto alla batteria, al cavo di alimentazione o per chissà cos’altro. Ora, Sowana senza luci non è così irreparabile come il Cid senza spada ma il piccolo black out è certamente destabilizzante. La Molos se la cavò benissimo lo stesso, e ieri sera si rincuorò grazie a una batteria che consentiva un’illuminazione adeguata (anzi, secondo me anche più potente). Presto, l’incidente sarà elaborato e troverà il suo posto nella galleria degli aneddoti : “Quella sera che l’Apparizione recitò nel buio”.
https://www.youtube.com/watch?v=Z0f00Ymg_DQ&feature=youtu.be
8 – 13 dicembre Teatro Astra
http://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/
Come altri spettacoli che ho realizzato in questi anni, anche questo nasce da una riscrittura. Ogni volta mi verrebbe da sottolineare: questa è la più profonda, la più radicale, ma credo sia una suggestione dovuta al debutto imminente. Come nei rapporti amorosi, le implicazioni e le modalità di un tradimento letterario (una riscrittura lo è, inevitabilmente) sono molteplici e difficili da ricostruire. In questo caso, la vittima del tradimento è un romanzo dimenticato come questo di Villiers de L’Isle Adam – tanto dimenticato da garantire al traditore una quasi certa impunità: solo uno storico della letteratura francese o uno dei rari lettori contemporanei di Villiers potrebbe smascherare la filiera dei misfatti compiuti sulla scrittura arabescata della Eva futura originale: anzitutto la sua riduzione a fabula, poi l’intervento devastante del frullatore drammaturgico, infine quello della macchina del dialogo, che scarnifica, asciuga come un fon e proietta la salma dell’opera originale, coi suoi capelli dritti stecchiti, in un luogo del tutto a lei estraneo com’è il palcoscenico, con quegli attori così terribilmente corporei rispetto alla natura impalpabile dei personaggi narrati da Villiers. E tuttavia (perché c’è un tuttavia, altrimenti non saremmo qui a parlarne) qualche legame sottile con l’opera originale, a parte la fabula, credo sia rimasto; anzitutto l’ossessivo macchinismo da cui nasce il romanzo (del 1886): Edison costruisce una donna artificiale che rimpiazzi quella reale, ritenuta insoddisfacente dal suo innamorato Lord Ewald; e poi la contrapposizione fra tecnologia e metafisica; e ancora: un susseguirsi di passeggiate nei giardini del Bello, dell’Ideale, del Sogno. Ma su quest’ultimo punto devo rassicurare lo spettatore: tutta questa architettura speculativa è franata nel passaggio dal romanzo alla scena, e i pochi ruderi rimasti sono innocui, anzi quasi comodi, come quelle rovine romane sulle quali siedono i turisti per consumare un panino sorvolando sulla loro passata maestà. È accaduto, e non da oggi: quasi due secoli fa Victor Hugo, nella prefazione al suo Cromwell, aveva intuito la necessità del Grottesco inteso come chiave d’interpretazione dell’uomo, crogiolo di bello e brutto, cielo e terra, umano e divino. Nell’Eva futura originale, Villiers costeggia il Grottesco, che stempera nella ragnatela della scrittura; durante la caduta fatale dal romanzo al palcoscenico quei fili fragilissimi si sono strappati e ci ritroviamo tutti “qui nel nostro qui” scenico (lo confessa il nostro Edison nelle prime battute), consapevoli che una caduta non è la fine del mondo ma, al contrario, una benefica fuga dal Sublime (ancora tanto pateticamente ostentato dalla cultura di massa nella sua versione kitsch).
http://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/
Questa icona che (forse) sta perseguitando gli amici del blog da qualche tempo è stata generata alcuni mesi fa dal connubio fra il fotogramma di un’attrice degli anni Cinquanta (forse), protagonista di un film fantascientifico e da un’immagine trovata in rete. Si può dire (certamente) che sia nata prima della stesura del copione, quindi molto prima di questo allestimento che stiamo portando a termine; ce lo possiamo immaginare – questo mezzobusto di donna glaciale ma allusiva, determinata ma curiosa (ecc.) – seduto sul nulla di un copione ancora da scrivere e di uno spettacolo ancora da pensare. Di questa donna (di questa attrice) è stata perduta l’identità, nessuno degli addetti ai lavori ricorda chi sia. Forse qualche amico del blog l’ha vista per caso in una maratona cinematografica dedicata alla fantascienza rétro, ma se non riusciremo a identificarla non avrà molta importanza, la conserveremo come si fa con i fossili che affiorano durante le gite in montagna: tracce di individui non conoscibili ai quali dobbiamo qualcosa.
Si può parlare di Proust mentre si è immersi nell’orrore? È quanto ha fatto un gruppetto di ufficiali polacchi, internati nel gulag di Grjazovec tra il 1940 e il 1941.
Nel gelo dell’inverno sovietico, sfiancati dal lavoro della giornata, i prigionieri si ammassano nel refettorio e a turno parlano di ciò che conoscono, ciò che amano. Organizzano delle vere e proprie conferenze. Gli argomenti sono sottoposti al controllo delle guardie: tempo prima, un tentativo più clandestino ha portato alla deportazione di molti. Nessun libro sostiene le loro parole, nessuna ricerca è possibile. Solo la memoria li aiuta, la memoria capricciosa in cui i ricordi si nascondono, si mescolano, cambiano aspetto fondendosi con l’immaginazione, finché non riemergono all’improvviso, suscitando anche un po’ di sorpresa. Ci si può organizzare una conferenza intera, solo con i ricordi.
Uno degli ufficiali, Józef Czapski, si occupa di arte e letteratura. Studia la Recherche da una ventina d’anni, dopo averla scoperta durante il riposo forzato di una lunga convalescenza. E proprio a Proust dedica una serie di queste conferenze semi-clandestine, preparate con una cura meticolosa di cui gli appunti, da poco raccolti in volume, restano a testimonianza. Proust stesso, dice Czapski, “nella sua camera surriscaldata e tappezzata di sughero, si sarebbe meravigliato e forse commosso”.
Roberta Sapino
Nel cuore della notte, in una Parigi completamente immersa nelle tenebre, il critico Ramon Fernandez viene svegliato da una visita inattesa; è Proust: “Perdonatemi, sono venuto solamente per chiedervi un piccolo favore. Vi prego di pronunciare per me queste due parole italiane: senza vigore”. Fernandez, che conosceva bene l’italiano, pronunciò le due parole, dopodiché Proust scomparve con la stessa rapidità con cui si era palesato. «Con quale emozione» racconta Fernandez «ho poi letto, dopo la sua morte, in uno dei volumi del romanzo, un dialogo sulle automobili nel corso del quale Albertine usa en passant quelle due parole». […]
Nell’edizione del suo epistolario ho trovato una breve missiva risalente ai suoi ultimi anni di vita, indirizzata a un critico parigino (Boulanger, mi pare) che Proust all’epoca non conosceva personalmente e che voleva incontrare per ringraziarlo di aver scritto un articolo entusiastico su di lui. In un post scriptum Proust aggiunge: “Vi prego di perdonare i due “che” consecutivi, ma sono molto di fretta”.
Józef Czapski, Proust a Grjazovec, Adelphi, Traduzione di Barbara Delfino