Una febbre di sessant’anni. INGMAR BERGMAN, LANTERNA MAGICA. AUTOBIOGRAFIA

BERGMAN

Per il suo quarto compleanno Goethe ricevette in dono un teatrino con gli annessi burattini – ciò non implica che un bimbo, una volta cresciuto, scriva necessariamente un Faust, ma può aiutare. Ingmar Bergman, al contrario, che desiderava più di ogni altra cosa un proiettore, lo vide regalare per Natale al fratello. Ma l’amore per il cinema fu più forte della delusione e alla fine trionfò. Anzi, più che dal fascino del cinema il piccolo Ingmar era attratto dal Miracolo del fantasma che si muove di vita autonoma sullo schermo, come racconta in questa pagina della sua autobiografia, nella quale accanto al personaggio del grande regista affiora sorprendentemente lo scrittore.

Più di ogni altra cosa desideravo un proiettore. L’anno precedente ero stato al cinema per la prima volta e avevo visto un film che trattava di un cavallo, credo s’intitolasse Il bel nero. Per me fu l’inizio. Fui assalito da una febbre da cui non guarii mai più. Le ombre silenziose volgono verso di me i loro volti pallidi e parlano con voci inudibili ai miei più segreti sentimenti. Sono passati sessant’anni, non è cambiato niente, è la stessa febbre.
Venne il Natale, col pranzo e la distribuzione dei regali. Il papà officiava con il sigaro e il bicchiere del punch, i doni venivano consegnati, a ogni dono la sua poesia.
E adesso arriva la storia del proiettore. Fu mio fratello a riceverlo.
Io cominciai a ululare, fui sgridato, sparii sotto il tavolo e continuai a fare il diavolo a quattro, mi fu intimato che stessi almeno zitto; mi precipitai nella camera dei ragazzi, imprecai e maledissi, pensai di fuggire, infine mi addormentai per il troppo dolore. Più tardi, in serata, mi svegliai. Sul tavolo, tra gli altri regali di mio fratello, c’era il proiettore.
Presi una rapida decisione, svegliai mio fratello e gli proposi un affare. Gli offrivo i miei cento soldatini di stagno in cambio del proiettore. L’accordo fu raggiunto con reciproca soddisfazione.

Il proiettore era mio.
L’apparecchio era corredato da una scatola viola quadrata. Conteneva alcune immagini su vetro e una pellicole color seppia (35 mm), lunga circa tre metri, i cui capi erano incollati a formare un cerchio perpetuo. Sul coperchio c’era un’indicazione: il film s’intitolava «Frau Hölle». Chi fosse questa Frau Hölle non lo sapeva nessuno.
Il giorno successivo mi ritirai nel guardaroba, sistemai il proiettore e inserii la pellicola.
Sulla parte si presentò l’immagine di una giovane donna. Quando girai la manovella (e qui non posso spiegare, non posso trovare le parole per la mia eccitazione, in qualsiasi momento riesco a rievocare l’odore del metallo riscaldato, quello di naftalina e polvere del guardaroba, la manovella a contatto con la mia mano, il rettangolo tremolante sulla parete).
Girai la manovella e la ragazza si svegliò, si mise a sedere, si alzò lentamente, tese le braccia, girò su se stessa e scomparve verso destra. Se proseguivo a girare lei era di nuovo là e ripeteva esattamente gli stessi movimenti.
Si muoveva.

Ingmar BergmanLanterna magica, Garzanti, Traduzione Fulvio Ferrari

Jean Tardieu. Conversazione sinfonietta. Audio/Radiospazio. durata 11′

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Che cosa succede quando agli strumenti di un concerto si sostituiscono le voci degli attori? Verrebbe da rispondere: l’Ineffabile della Musica si trasforma in chiacchiera. Infatti quello che Tardieu mette in scena travestendolo della prosopopea della musica è il nostro parlato quotidiano, la nostra propensione a raccontare banalità spacciandole per romanzi e riflessioni profonde. Il risultato di questa mascherata linguistico-musicale è un grottesco esilarante che fa di questa piccola pièce un gioiello del teatro dell’Assurdo.

 

La nudità di Gulliver. Il mondo fuori misura di RON MUECK

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Starsene seduti su uno sgabello, integralmente nudi e circondati da un piccolo stuolo di ragazzine è una situazione davvero anomala, come peraltro lo sono le dimensioni di questo signore che si guarda intorno sgomento dall’alto dei suoi tre metri e ottanta. Il suo creatore, Ron Mueck, gioca con le misure creando, a volte, giganti e, più raramente, lillipuziani; l’iperrealismo moltiplicato per il gigantismo suscita, in chi guarda, lo spaesamento e la meraviglia, oppure il dileggio, come nel caso di queste visitatrici adolescenti, convinte, fino a un attimo fa, che i giganti esistessero solo nelle favole. Quando Swift raccontò il risveglio di Gulliver a Lilliput, lo ritrasse legato al suolo da innumerevoli funicelle, e non spese una parola sugli abiti del suo protagonista, tutto preso com’era dalla componente filosofica di quell’avventura; Mueck, nel suo iperrealismo ossessivo, inchioda il suo soggetto a un duplice disagio: la nudità e la smisuratezza e, così facendo, mette in scena una situazione di sogno che abbiamo tutti sperimentato, quella dell’onnipotenza connessa alla vergogna.

Una digressione nel sottopalco. QUAGGIU’

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La stagione è finita, si pensa alla prossima. Sarà un lungo pensare, perché al momento nessuno è in grado di rispondere alla domanda: “Quando inizia esattamente una stagione?” – quelle teatrali sono ingabbiate entro calendari ministeriali, dunque oscuri, senza rondini e senza panettoni. Una stagione, in teatro, è quando si accende qualcosa; per ora qui si sente solo qualche borbottio indecifrabile che potrebbe anche essere l’eco della stagione precedente: di luci, neanche una. Dice: non resta che aspettare. Sì, ma non qui, meglio andare sotto, dove tutto è più confuso ma anche più duttile. Basta un clic, per chi ne ha voglia.
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Il video della domenica. MONTY PYTHON, FINALE DI FILOSOFIA

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C’è qualcosa, nella comicità dei Monthy Pyton, che non mi ha mai convinto, neppure quando i nostri giovani apprendisti li consideravano un modello aureo. C’era, sì, qualcosa di scolastico, in loro, che mi immalinconiva: non intendo scolastico nel senso di semplice, elementare ma piuttosto un odore di aula legnosa, stantia, con gli studenti che motteggiano i professori e i professori (specialmente quelli progressisti) che azzardano battute di spirito per esorcizzare lo spettro della pensione o anche, semplicemente il gilet color nocciola che li aspetta sulla sedia e che indosseranno, tutti i pomeriggi, alla stessa ora, come un sudario ineluttabile. Però molti ridevano, e ridono, e così spero accada anche a molti nostri amici del blog.

Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi

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Coerenti con la nostra tendenza ad aspettare che la cronaca si depositi, abbiamo lasciato passare un paio di mesi dalla scomparsa di Paolo Poli prima di scrivere questa testimonianza. Il testimone è un personaggio toccato da una grazia che non sempre merita, ma questo è il bello, che essa si posa su questo o quell’eletto secondo un capriccio tutto suo – oppure, secondo altri, seguendo sentieri indecifrabili, almeno agli occhi del prescelto. Ogni spettatore è sempre, potenzialmente, un testimone, anche se non lo sa, e tutto sommato è bene che sia così perché se oltre alla fatica di procurarsi il biglietto, uscire di casa e trovare un parcheggio dovesse anche sentirsi gravato da un ruolo così impegnativo, deciderebbe il più delle volte di cedere alla pigrizia e di restare a casa. Col passare del tempo, può capitare che lo spettatore si trasformi a sua insaputa in testimone, cioè si renda conto di aver assistito a un evento che all’epoca era routine ma che adesso gli appare di un certo rilievo; come chi avesse deciso, in una certa mattina del VII secolo a.C., di fare una passeggiata fuori Roma e si fosse imbattuto in tre ragazzi sanguinolenti che con le spade sguainate ne rincorrevano un quarto diretto verso il centro della città. Forse il passeggiatore mattutino avrebbe pensato che ci fosse di mezzo una qualche ragazza della Suburra; se gli fosse toccato in sorte di vivere ancora qualche secolo, avrebbe scoperto, leggendo Tito Livio, che quella scaramuccia non aveva niente a che fare con le faccende di cuore, ma che si trattava del duello fra gli Orazi e i Curiazi, un pezzo forte – credo ancora oggi – dei libri scolastici, anche in quelli delle elementari. Continua a leggere “Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi”

Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA

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Berciare, “strillare in modo sguaiato”, deriva curiosamente dal tardo latino berbex, pecora. Riesce difficile ricostruire (ma per un filologo sarebbe uno scherzo) la traslazione di significato di questo termine che all’origine indica un suono tutto sommato dimesso come il belare, e che oggi è diventato il mood dei talk show televisivi. Ma forse la contraddizione è meno clamorosa di quanto appaia a prima vista: nel bercio, ogni voce si appiattisce, ogni individualità si torce mostruosamente come una bottiglia di plastica nel fuoco finché non si trasforma, spossata, in una poltiglia combusta e indecifrabile; così, nel branco delle pecore inquiete è impossibile distinguere la fonazione del singolo (che potrebbe perfino essere portatrice di un’istanza originale) dal gemito collettivo – giustamente ignorata dal pastore, per il quale quell’enunciato clamante/berciante rientra nella routine di un’Arcadia rovesciata e del tutto priva di interesse. Continua a leggere “Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA”

Il video della domenica. GRANT WOOLARD. A Classical Music Mashup. QUELLE 33 TESTOLINE CHE SUONANO E BALLANO SU E GIU’ PER LE SCALE

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 Per molti, il mondo della musica che viene definita classica appare come una caverna gigantesca nella quale i temi musicali si rincorrono e si sovrappongono in una specie di boato fluviale in cui si riconosce per un attimo una melodia che si è ascoltata una volta ma della quale è impossibile ricostruire l’autore. Il giovane Grant Woolard si è divertito a mixare (ma forse lui preferirebbe “mashuppare”) cinquantasette notissime melodie di trentatré autori rivestendole col suono di una pianoletta senza pretese, e tanto per non generare frustrazioni nell’ascoltatore, identifica i musicisti che si affacciano sul pentagramma con nome e relativa testolina. Il video ricorda, anche per via del colore, delle arachidi – e in effetti le si sgranocchia con piacere, come di fronte a una giostrina domenicale.

MASSIMO BONTEMPELLI, LA SPIAGGIA MIRACOLOSA (racconto)

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Dell’etichetta “Realismo magico” si fa un uso spesso un po’ disinvolto,  forse perché gli ossimori attirano sempre, forse perché le etichette sono facili da applicare senza troppa fatica. Questo racconto (datato 1928) di Bontempelli, che del Realismo magico fu teorico, oltre che praticante, esegue sotto gli occhi del lettore un esemplare gioco di prestigio trasformando, con un coup de théâtre narrativo, un semplice interno borghese in un paesaggio realistico e al tempo stesso metafisico.

Io ero nel numero di quegli eroi che non avevano fuggito Roma all’assalto dell’estate. L’eroina eletta a confortarmi si chiamava Aminta. Questo una volta era nome di maschio; ma il padre della mia donna non conosceva la storia letteraria. Ai primi calori di quell’estate, non avevo faticato a convincere Aminta che dovevamo rimanere a Roma, anziché andare ai monti o al mare. Perciò fui molto maravigliato un giorno, quando Aminta, accostandosi a me nel profondo divano dello studio, disse tutt’a un tratto: «Caro, dovresti farmi un piccolo regalo, dovresti farmi fare un bel costumino da bagno.»
Subito m’insospettii: «Perché, Aminta? Che ti piglia? Non stiamo divinamente bene a Roma? Non ti verrà l’idea di andare ai bagni? «Sì, stiamo tanto bene a Roma, ma vorrei un bel costumino da bagno così… per avere un bel costumino da bagno.» «E poi che lo avrai?» «Me lo metterò.» «Quando?» «Ogni tanto. Un po’ tutti i giorni.» «E poi?» «E poi dopo me lo leverò.» «È tutto?» «È tutto. Te lo giuro.»
Era tanto limpida che il sospetto s’era dileguato dal mio animo. «D’accordo, cara. Fatti un bel costumino da bagno.» Batté le mani e fece un gran salto per allegrezza e mi baciò teneramente.
Dopo qualche giorno avevo quasi dimenticato quel giuoco, ma una mattina Aminta mi disse: «Tra un’ora, quando torni, è pronto.» «Che cosa?» «Il costume da bagno.» «Davvero?» «Sì, fa’ presto a tornare, vedrai, è riuscito una maraviglia.»
Rincasando, nutrivo ancora qualche sospetto : «Questa storiella del costume non preluderà a una campagna per farsi condurre al mare?». Entrato nello studio, mi accolse la sua voce dalla camera accanto.
«Non sono ancora pronta, aspetta sul divano!»
«Va bene… Ecco, sono seduto sul divano.»
Fissavo l’uscio della camera.
L’uscio della camera si aperse, nello studio entrò una gran luce, in mezzo alla luce era Aminta, vestita del suo costume da bagno. Il cuore mi impallidì. Aminta si avanzò. Quella luce veniva da lei. Era tutta la luce dei cieli, e si avanzava con lei. Io non mi mossi. Aminta si fermò in mezzo alla stanza. Era davvero maraviglioso. Giù dalla gola la seta colore di rosa pallida si tendeva a modellare il seno, si stringeva intorno ai fianchi, sbocciava in un gonnellino breve. Ora Aminta rideva di allegrezza con tutte le carni morbide, con tutto il costume verde e rosato; rideva e si scrollava come una pianta nel giardino: e la stanza era piena di profumo di paradiso. Aminta aveva gli occhi pieni di sorrisi, ora quasi lacrimava per la tenerezza. Cercava con gli occhi qualche cosa da dirmi. E la voce le tremava dicendo: «Vedi che è bello, senza bisogno di andare al mare?»
Sentii tutta la sua anima ingenua appoggiarsi a me. Fui pieno d’amore. Bisbigliai: «La modestia dei tuoi desideri merita un premio.» Lei rise allegramente; qualche cosa fremé nell’aria e venne a toccarmi. Vidi anche lei sentire qualche cosa nell’aria. E subito rabbrividire nelle spalle.«Che cos’è? Com’è bello!
Un rumore dolce e strano arrivò fino a noi, mentre tutte le cose della stanza sfumavano ai nostri occhi in una nebbia chiara, corsa d’ombre azzurre e di luci d’argento. I mormorii del suolo divennero più lunghi. Tutt’a un tratto lei dette un grido acuto e ritirò il piede, di scatto: «Guarda guarda!»
Il piede era bagnato fino alla caviglia.
«Ancora!… Continua ancora…
Il fiotto cresceva, il rumore delle piccole onde arrivava a battere il margine del tappeto, e tutte si spingevano contro i suoi piedi, lungo le sue gambe. Ella senza paura si piegò in avanti, tuffò le mani in quei flutti, le rialzò stillanti acqua: «Il mare, il mare…»
Il tappeto ardeva come la sabbia. Aminta si buttò stesa col seno giù fuori del margine, si rialzò, la seta bagnata si modellava sul suo petto, vi sollevava le piccole punte. Io estatico guardavo lei, ascoltavo il mare che era venuto a trovarci. Improvvisa un’onda più lunga mi raggiunse, sentii salirmi l’acqua su per i polpacci. S
ltai in piedi spaventato: «Aminta, è meglio che vada anch’io a mettermi un costume.»
Sì, ce n’è uno nel tuo cassettone, in basso; ma fa’ presto!»
Ed eravamo tutti e due molto felici.

Massimo Bontempelli, La spiaggia miracolosa (“Racconti d’amore del ‘900”), Mondadori

 

After Shakespeare. LIA TOMATIS, IL SOGNO DI BOTTOM. Teatro Astra – Sala prove 18 e 19 marzo

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Bottom e Quince stanno provando lo spettacolo che dovranno recitare al matrimonio del Duca di Atene. Finita la prova, Bottom si addormenta e per uno strano sortilegio si risveglia quattro secoli dopo davanti a un giovane regista che sta faticosamente cercando di mettere in piedi un “progetto produttivo” capace di ottenere qualche finanziamento pubblico. Un arido presente, nel quale le ragioni dell’arte e della cultura sono bandite, atterrisce Bottom che finalmente, dopo essersi di nuovo addormentato, si risveglia davanti al vecchio Quince: al quale racconta il suo sogno.

 

SCIE CINICHE. Il trasparente mistero del risciò

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E’ almeno dagli anni Settanta, dunque infinitamente prima di Photoshop, che si pasticcia con i fotomontaggi. Si incominciava da bambini, quando le mamme cercavano di sopravvivere alle giornate di pioggia fornendo i loro bambini di forbicine di sicurezza, colla e vecchi rotocalchi; alcuni continuano da grandi smontando e rimontando teste e corpi con o senza malizia, non aveva importanza, tanto il trucco sarebbe stato scoperto, prima o poi. Ma non da tutti. Dunque, qualcuno si è divertito a dare forma a una presunta sudditanza di Giachetti, candidato del PD alle elezioni comunali di Roma, nei confronti di Renzi. Secondo i giornali, Giachetti è “l’uomo di Renzi”, ma proprio per questo sembra molto improbabile che un candidato operi un harakiri facendosi ritrarre come cavallo umano del suo sponsor. Invece i burloni che hanno fatto il sommario trapianto sono stati inaspettatamente gratificati da Massimo D’Alema che li ha presi sul serio rilasciando una dichiarazione angosciata: “Giachetti si è fotografato su Internet mentre traina un risciò su cui è seduto Renzi.” La dichiarazione, se autentica, ingenera una certa tenerezza: non è possibile, tecnicamente, “farsi fotografare su internet” perché l’enunciato denota una disarmante distanza dal mondo informatico. Il più gelido e astuto (per alcuni addirittura sulfureo) giocatore di scacchi della politica italiana si smarrisce di fronte a un trucchetto da due soldi come un nonno che guarda confuso la nipotina volteggiante sull’ipad. Personaggi come questo sono rari; vanno conservati, fatti sedere sulla poltrona più comoda e spolverati con la cura che si riserva alle tazze da tè liberty della bisnonna (peccato, era un bel servizio da sei e ormai ne sono rimaste solo due).

PUCK E L’ALLODOLA, questa sera seconda (e ultima) replica. TRAILER, I FIORI DELL’ALLODOLA

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Video di Francesco Ghisi

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PUCK E L’ALLODOLA. Taccuino dalle prove 6. La febbricola della generale

Defilè

Mino Maccari

La Sala prove dell’Astra ha creato un suo pubblico, e direi che è riuscita a crearlo in un tempo piuttosto breve. Sarà il cartellone, certamente, ma anche la collocazione, un po’ vaga, lassù al quarto piano, una sorta di nicchia alla quale gli eletti, in senso stretto, approdano dopo una breve ascensione… Fra gli eletti, alcuni spiccano per assiduità e partecipazione, come ad esempio le due gentilissime signore che ieri si sono presentate alla prova generale. Una di esse ha subito precisato che sarebbero intervenute anche alla prima dello spettacolo; la generale era, per così dire, solo una prima lettura dell’opera.
Ci sono svariati modelli di prova generale: mondano, istituzionale, liquido e pallido come un brodo di dado con qualche attore galleggiante nella platea, amicale (e di conseguenza rumoroso), quartieristico, con i fornitori quasi sempre delusi perché si aspettavano una cosetta meno impegnativa, eccetera. La generale di ieri era, direi, molto sobria, quasi spoglia, riservata a pochi addetti ai lavori, e la presenza di due spettatrici autentiche e sinceramente curiose alzava di qualche grado la temperatura, portandola alle soglie di quella febbricola che è necessaria a una prima rappresentazione.
A parte alcune fisiologiche imprecisioni, tutto è andato bene,  ma il breve dopoteatro ci ha riservato un brivido inatteso quando una delle due signore accomiatandosi mi ha detto, con un bel sorriso: “Ci rivediamo domani. (pausa) Avrò due o tre cosette da chiederle”.

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PUCK E L’ALLODOLA. Taccuino dalle prove 4. Il mistero è nell’Allodola

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Eleni Molos, L’Allodola

http://fondazionetpe.it/evento/puck-e-lallodola/2016-03-11/

Dice: «Ci sono ancora dei posti liberi». Non si sarebbe niente di male se non lo dicesse in orario di prove. C’è una contraddizione in termini fra le prove e la promozione: una specie di strangolamento: questo discorso scenico è ancora pieno di refusi, di pause che non sai se sono dovute alla memoria debole o all’esuberanza istrionica dell’attore, costellato di passeggiatine gratuite verso un invisibile chiosco di granite, e già qualcuno ti materializza il pubblico in platea, pronto, impaziente, che batte i piedi. Anzi, non il pubblico, tutte le teste del pubblico, ma le teste che spiccano per la loro assenza nel mare di teste. I sedili vuoti, dei quali tu sei ritenuto il responsabile. «Dov’è finito tutto il tuo pubblico di Eva futura?» «Non lo so, se ne starà rintanato nelle case, dopo mesi, ancora stravolto». La promotrice non ama l’ironia: «Bisogna stanarlo. La colpa è del titolo, io l’avevo detto: Puck e l’Allodola. Chi vuoi che alzi il culo per un’abbinata del genere? Forse Puck qualcuno lo conosce, ma dell’Allodola non gliene frega niente a nessuno. Bisogna che ci lavoriamo un po’, su questo uccello. Anzitutto: che personaggio è?»
«È una donna»
«Questo è già un casino che alla gente non piace. O è una donna o è un uccello. Avrà almeno un costume con le piume e il becco?»
«No, una tuta rosa e un paio di pantaloni.»
«Andiamo bene, siamo al Top. È almeno figa?»
«Non nel senso tradizionale…»
«Ho capito, è un cesso. Tiriamo avanti. Com’è il personaggio? Che cosa fa in scena?»
«Niente… sta in casa…»
«Sempre?»
«Sempre. Non esce nemmeno per fare la spesa. Sta in casa e parla.»
«Travolgente.»
«A volte parla in versi.»
«E allora non lamentiamoci, ce la siamo andata a cercare.»
«Però qualche volta dialoga con Puck»
«Meglio di niente. I due scopano?»
«In un certo senso, sì»
«Cosa vuol dire in un certo senso? O lo fanno o non lo fanno.»
«Lo fanno, ma fuori scena.»
«E allora chi se ne frega. Per me possono anche andare al bar, quando sono fuori scena. Senti, è inutile lavorare su questa Allodola, lasciamola lì in cucina dove si trova.»
«In cucina? Nel mistero, vorrai dire»

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PUCK E L’ALLODOLA. Taccuino dalle prove 3. Fra le pieghe del Sogno. 11 > 12 marzo Teatro Astra

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Fra le pieghe del Sogno di una notte di mezza estate, che si sta svolgendo sul palcoscenico, e del quale è interprete, Puck mette in scena una sua personale recita nella quale affiorano il prima e il durante; tempi della commedia shakespeariana e quelli della sua commedia s’incrociano. Fra i personaggi ricorrenti, miss Jordan, un’attrice sgambettante e manierosa che Puck non sopporta, e il regista, un uomo di solido mestiere – come si dice di chi al teatro non crede più da tempo.

Dice: – Non potresti fare anche tu un po’ di gioco di gambe? (il regista). Senza arrivare a sbatterti come fa lei, ma così… tanto per concedere qualcosa… per dare almeno una vaga idea di folletto. –
Nel suo piccolo, ha ragione. Da quanto tempo non gioco con le gambe?
Dice: – Cos’è, la paga? Hai avuto quello che chiedevi. È la parte? La prima volta che hai fatto Puck avevi venticinque anni. È l’usura, il logorio? Sei innamorato? Ti piace la Jordan? Non so, dimmi tu. Ti vedo così fuori. È un pubblico popolare, qualcosa dobbiamo dargli. Le mamme preparano i bambini: Sapete, fra poco arriva Puck… E poi entri tu, con quella faccia.–
Dico: Hai ragione, forse è andata così: un giorno, non so quando, il Sogno dev’essere uscito da me senza che me ne accorgessi.