Il video della domenica. Il potere del gesto. YURI ANCARANI, IL CAPO. 2’52”

il capohttps://vimeo.com/108898457
a
 cura di Francesco Ghisi

Non fatevi ingannare dal torace nudo e dai pantaloni corti; la concentrazione, l’esattezza millimetrica, la perentorietà del gesto di questo “capo” non sono meno preziose di quelle di un direttore d’orchestra. Intorno a lui non c’è un auditorium ma il paesaggio delle Alpi Apuane e l’orchestra che dirige è costituita da grandi, pericolose macchine che scavano il marmo. Sull’asse gesto/rumore si gioca un concerto fragoroso e dissonante, dovuto a una semplice ed efficacissima intuizione di Yuri Ancarano, video artista e film maker molto più noto, ahinoi, all’estero che in Italia.

Jane Martin, La majorette. Racconto

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Ho cominciato che avevo sei anni. La mamma segò il manico di una scopa, zio Carbo gli spalmò sopra una vernice d’argento, e io andai in cantina e cominciai a far volteggiare quel legno. Ho conosciuto il successo e la tragedia. Papà dice che mi ha messo energia nell’anima e acciaio nel cuore. Ho avuto la mano sinistra schiacciata da un cavallo, e anche se sono ritornata a far volteggiare il bastone, non ho più potuto farlo al massimo livello.
La gente crede che se fai volteggiare il bastone, se pratichi il twirling, sei uno sciocco. È un pregiudizio degli ignoranti. Una volta stavo esibendomi con quei bastoni infuocati in una gara notturna e all’improvviso vedo questo tizio che esce dalle tribune. Stavo esibendomi con tre bastoni e lui oltrepassa i giudici e viene verso di me: aveva in testa una fascia fermacapelli blu con le perline, riesco ancora a vederla. Arriva dritto su e quando mi volto di fronte dopo una giravolta, lui mi sputa in faccia. È stata l’unica volta in cui ho lasciato cadere il bastone. Li ho lasciati cadere tutti e tre davanti a sessantamila persone, e lui ha sorriso, e ha detto questa cosa che non ripeterò. È stato come venire violentata. Dimostra che la bellezza ispira l’odio, e che chi odia la bellezza è Satana in persona.
Non hai mai fatto twirling, vero? Riesco a capirlo dalle mani. Non puoi immaginare che cosa significa vedere quel bastone lì che volteggia in aria. Non puoi capirlo: i bastoni lasciano delle tracce, incidono l’aria, e se sei abile, se ce l’hai nelle mani, puoi avvicinarti al cielo.
Vuoi provare? Senti. Lascerò qui per te il mio bastone d’argento. Lo lascerò qui come se lo avessi dimenticato. E quando la gente uscirà tu puoi aspettare e raccoglierlo, può essere tuo, può diventare il tuo fardello. È la cruna dell’ago. Lo lascio qui per te.

Jane Martin, La majorette, “Narratori di poche parole”, Guanda, Traduzione Luigi Schenoni

Ludovico Leporeo (1582-1655), Il poeta raccomanda alla lavandaia la sua biancheria

Leporeambo alfabetico duodecasillabo trisono satirico
irrepetito àttile, èttile, òttile, ùttile

Mando fine cortine, acciò ben trattile,
Lavinia amata, ed in bucato mettile
e con man calchi pian, che non ischiattile;
che le apponti e le conti, e non barattile,
che son di fil sottil mia suppellettile,
e dentro al centro del tinozzo absettile,
né le strapazzi, né con mazzi sbattile.
Fa’ che non sia forte lessia che scottile,
né dello straccio il ceneraccio imbruttile,
ma monde e terse, dopo asperse, sbattile;
poi su le stanghe, corde e spranghe, buttile,
e a l’aure e al giel del chiaro ciel pernottile,
e al sol di maggio su l’erbaggio asciuttile.

 

Le figurine di Radiospazio. Una poesia

queneau piuma

Oh, buon dio del buon dio che voglia che ho di
scrivere una piccola poesia
Giusto adesso ne passa una
Piccola piccola piccola
vieni qui che ti infilo
sul filo della collana delle mie altre poesie
vieni qui che ti immetto
nel supercompresso delle mie opere complete
vieni qui che ti impappetto
e t’inrimo
e t’inritmo
e t’inliro
e t’impegaso
e t’inverso
e t’improso

porca vacca
se l’è data a gambe

Raymond Queneau, Una poesia
“Poeti francesi del ‘900”, Bompiani, Traduzione Vincenzo Accame

Racconto. Aleksandr Kuprin, Allez!

Tessuti-2.jpg«Allez!…»
Questo grido imperioso, ripetuto a scatti, era il primo ricordo della mia infanzia grigia, monotona e raminga: la fredda arena del circo, l’odore di scuderia, il pesante galoppo del cavallo, lo schiocco secco della lunga frusta, la sferzata straziante, che soffoca di colpo l’indecisione momentanea causata dalla paura:
«Allez!…»
Immaginate una minuscola bambina di cinque anni, tremante per l’agitazione e il gelo, con la corta gonnellina di garza, con le gracili nude braccia, illuminate dalla luce artificiale proprio sotto la cupola del circo, sul trapezio che oscilla energicamente. Sullo stesso trapezio pende  a testa in giù, agrappato con le ginocchia alla stanga, un uomo tarchiato, impomatato e implacabile. Solleva le braccia abbandonate, dirige ai miei occhi lo sguardo penetrante e ipnotico dell’acrobata e… batte in colpo sul palmo della mano. Il mio cuore all’improvviso raggela e cessa di battere per il terrore; lo spazio in basso, sotto le gambe, sembra un abisso.
«Allez!…»
Avevo sedici anni appena compiuti ed ero molto bella; in quella stagione nel circo “lavorava” in qualità di artista girovago il clown Menotti, il primo clown solista e venerato dalla bella società, l’ammaestratore famoso in tutto il mondo, vincitore di premi di valore e così via e così via…
Durante una prova mattutina, Menotti salutandomi trattenne la mia mano nella sua, mi guardò con occhi stanchi e umidi. Io mi confusi, arrossii e sottrassi la mano. Questo momento decise il mio destino.
Dopo una settimana, Menotti mi propose di recarmi con lui al ristorante di un sontuoso albergo. Al secondo piano si trovavano salottini riservati. Salendo mi fermai un attimo per l’agitazione e per un’ultima morale esitazione. Ma Menotti mi strinse con forza il gomito. Nella sua voce risuonò una passione brutale e il comando inesorabile dell’acrobata di un tempo, quando mormorava:
“Allez!…»
Per tutto l’anno lo seguii di città in città. Mi occupavo del suo guardaroba, lo aiutavo ad ammaestrare i ratti e i maiali, gli spalmavo sul viso la cold-cream  e, ciò che era ancora più importante, credevo con il fervore dell’idolatra nella sua universale grandezza.
Dopo un anno si era stancato di me. Rivolse il suo sguardo triste a una delle sorelle Wilson, che eseguivano i “volteggi nell’aria”.
Una volta, di notte, dopo lo spettacolo nel quale il primo ammaestratore del mondo venne fischiato, perché aveva colpito troppo violentemente con la frusta un cane, Menotti mi ordinò esplicitamente di togliermi dai piedi. Obbedii, ma mi fermai proprio vicino alla porta della camera e con uno sguardo implorante mi volsi all’indietro. Allora Menotti si avvicinò di corsa alla porta, con una spinta violenta del piede la spalancò ed emise un grido:
«Allez!…»
Ma dopo due giorni come un cane percosso e scacciato, mi trascinai di nuovo dal padrone. Mi si offuscò la vista quando il lacché dell’albergo con un sorrisino sfrontato mi disse: «Da lui non si può, è nel salottino riservato, occupato con una signorina».
Salii di sopra e mi fermai davanti alla porta di quello stesso salottino, dove un anno prima ero stata con Menotti. Aprii di scatto la porta e vidi Menotti disteso sul divano senza finanziera e la Wilson con il corpetto sbottonato. Mi scagliai sulla Wilson e la colpii alcune volte in viso con il pugno, poi mi gettai davanti a lui in ginocchio, e, cospargendo di baci i suoi stivali, lo pregai di ritornare da me; Menotti mi respinse e, stringendomi violentemente il collo con le forti dita, disse: «Se tu ora non te ne vai immediatamente, canaglia, io ordinerò al lacché di trascinarti fuori di qui!»
Mi alzai, ansando, e sussurrai: «Ah, ah! In questo caso… in questo caso…»
Il mio sguardo cadde sulla finestra aperta. Trepidamente e agilmente, come una vera ginnasta, balzai sul davanzale e mi inclinai in avanti, reggendomi con le mani a entrambi i telai esterni.
Le mie dita diventarono fredde e il cuore cessò di battere per un momentaneo terrore… allora, chiusi gli occhi, emettendo un profondo respiro, sollevai le braccia sulla testa e lanciai un grido proprio come nel circo: “Allez!”

Alexandr Kuprin, Miniatures

Luoghi letterari clandestini. Bologna, La Fontanina. ATTILIO BERTOLUCCI, PAGINA DI DIARIO

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È possibile che qualche turista, fra gli sbracati di agosto che visitano Notre-Dame ricordi la figura di Quasimodo aggirantesi fra le navate della cattedrale; meno probabile che, in Spagna, qualcuno colleghi i mulini a vento di Consuegra al famoso assalto di Don Chisciotte, o ancora che il laghetto del Central Park di New York richiami alla mente il giovane Holden. Ma i luoghi letterari più rari e quindi pregiati sono quelli che sfuggono alle guide turistiche e che si nascondono fra le righe di un testo poco frequentato. Come La Fontanina di Bologna, scomparsa da chissà quanti anni. Era un locale alla periferia della città dalle parti di San Ruffillo. I suoi séparé, sparsi lungo i gradoni di un giardino frammentario come un labirinto un po’ ebbro, erano arredati con un tavolino e un paio di sedie metalliche appena ammorbidite da qualche cuscino. Due sedie: non ne occorrevano di più perché il luogo era evidentemente destinato a proteggere le coppie con una riservatezza che nel suo verdeggiare richiamava i prati della rustica camporella ma con in più il comfort del locale accessoriato di bevande alcoliche, analcoliche e camerieri ammiccanti. Conviene precisarlo: i camerieri erano tutte oneste e linde persone ma la natura labirintica del luogo faceva sì che la loro comparsa risultasse sempre a sorpresa: anche la persona più impassibile risulta ammiccante se sbuca senza preavviso da una siepe o da un cespuglio – né i camerieri potevano annunciarsi con un colpetto di tosse, perché allora sì che la loro entrata sarebbe stata maliziosa. Io conobbi  la Fontanina di Bologna prima di aver letto questa Pagina di diario, e rimasi sorpreso, postumamente, quando scoprii che quel locale era un minuscolo luogo letterario. Ripensai allora ai camerieri che nel ricordo mi apparvero  effettivamente “furbi e lisi” proprio come vuole il poeta, alla porticina che introduceva alle amorose promesse del giardino.  Ritrovai soprattutto in questi pochi versi quello spiffero di innocente peccato che spira solamente nella scrittura e nei locali affidati alla memoria.

A Bologna, alla Fontanina,
un cameriere furbo e liso
senza parlare, con un sorriso
aprì per noi una porticina.

La stanza vuota e assolata dava
su un canale
per cui silenziosa, uguale,
una flotta d’anatre navigava.

Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
che ci inebbriò;
l’amore, nei tuoi occhi neri,
fuoco in una radura, s’incendiò.

Attilio Bertolucci, La capanna indiana, Garzanti

EUGÈNE IONESCO, PERCHÉ SCRIVO?

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Me lo sto ancora chiedendo. Scrivo da molto tempo. A tredici anni scrivevo un lavoro teatrale, a undici o dodici anni alcune poesie, e sempre a undici anni ho voluto scrivere le mie memorie: due pagine di quaderno. Eppure, cose da dire, ce ne sarebbero state. So che all’epoca serbavo ricordi della primissima infanzia, di quando avevo due o tre anni, di cui adesso ho solo il ricordo di un ricordo di un ricordo. C’era già stato il risveglio dell’amore verso i sette, otto anni, quando ero molto attratto da una bambina della mia età. Poi, a nove anni da un’altra, Agnès. Abitava a otto chilometri dal mulino di La Chapelle-Anthenaise, dove ho trascorso l’infanzia, una fattoria a Saint-Jean-sur-Mayenne. Facevo ogni sorta di smorfie per farla ridere, e infatti lei rideva, chiudendo gli occhi; quando rideva aveva le fossette; e aveva i capelli biondi. Che cos’è diventata? Se è ancora viva, è una fattoressa grassa, forse è nonna. E ci sarebbero state anche altre cose da raccontare: la scoperta del cinema o della lanterna magica; il mio arrivo in campagna, una stalla, il focolare, padre Battista, cui mancava il pollice della mano destra. E molte altre ancora: la scuola, il maestro, padre Guené, il curato, padre Durand, che se ne tornava ubriaco fradicio dalle sue bicchierate nelle fattorie del comune. Gli davano da bere sidro di mele o di pere. C’era stata la mia prima confessione – quando avevo risposto sì a tutte le domande del prete, perché non le capito a causa della sua dizione – e assumersi peccati fittizi era preferibile al fatto di dimenticarne qualcuno. Avrei potuto parlare degli ammiccherai, Raymond, Maurice, Simone, e raccontare i miei giochi. Ma per questo ci voleva tutta la tecnica, che s’impara molto tardi. Si parla della propria infanzia quando ormai non ci si è più, quando non la si capisce più tanto bene. E’ evidente che non ci si capisce nemmeno quando si è bambini, ma, in ogni caso, quando ero nella Cayenne, avevo coscienza di vivere nella felicità, nella gioia, e ogni istante era pienezza, senza che io conoscessi la parola pienezza.
Vivevo nell’annebbiamento. La mia prima lacerazione fu lasciare la Chapelle-Anthenaise. Ma con il tempo, la l ce si sarebbe offuscata e non vedo come avrei potuto fare il coltivatore, poco dotato come sono per i lavori manuali. Alcuni compagni della scuola comunale, Lucien, Augusta, sono diventati grossi fattori. Mi sembra che facciano una vita quotidiana molto dura, e che la loro vita non sia più un gioco. Guardano i bambini giocare con occhio indifferente. Sarei potuto diventare il maestro del villaggio, ma non avrei più avuto cavane all’infuori delle vacanze, che non sono più vere vacanze per gli adulti.
Fra i motivi per cui scrivo il principale è indubbiamente quello di ritrovare il meraviglioso dell’infanzia al di là del quotidiano, la gioia al di là del dramma, la freschezza al di là della durezza. La domenica delle Palme, i vicoli del villaggio erano cosparsi di fiori e di rami e tutto era trasfigurato sotto il sole di aprile. Nei giorni di festa, salivo il sentiero sassoso, in pendenza, al suono delle campane della chiesa che vedevo apparire a poco a poco: prima la punta del campanile con la banderuola, poi il campanile per intero sullo sfondo di un cielo blu. Il mondo era bello, tutto fresco e puro e ne avevo consapevolezza. Ripeto, proprio per ritrovare quella bellezza, intatta nel fango, io faccio letteratura.

Eugène Ionesco, Antidoti, Traduzione Isabella Facco e Sonia Ferro

Narrativa. L’insostenibilità del padre. JOHN CHEEVER, INCONTRO

L’ultima volta che ho visto mio padre è stato alla Grand Central Station. Stavo andando da mia nonna sui Monti Adirondack, in una villetta sul Capo che mia madre aveva affittato, e avevo scritto a mio padre che sarei rimasto a New York, tra un treno e l’altro, per un’ora e mezza; gli avevo chiesto se potevamo pranzare insieme. La sua segretaria mi aveva risposto che lui mi avrebbe aspettato all’ufficio informazioni a mezzogiorno, e alle dodici spaccate lo vidi arrivare facendosi largo tra la folla. Per me era un estraneo: mia madre aveva divorziato tre anni prima, e da allora non ero più stato con lui. Ma appena lo vidi capii che era mio padre, carne della mia carne, sangue del mio sangue, il mio futuro e il mio destino. Sapevo che una volta cresciuto avrei somigliato a lui, in qualche modo; avrei dovuto progettare le mie campagne entro i limiti che lui mi avrebbe posto. Era un uomo grande e grosso e di bell’aspetto, e io ero tremendamente contento di rivederlo. «Ciao, Charlie», disse. «Ciao, ragazzo. Mi piacerebbe portarti al mio club, ma è oltre la Sessantesima, e se devi prendere un treno il pomeriggio presto credo che faremo meglio a mangiare qualche cosa qui vicino.» Mi mise un braccio sulle spalle e io annusai mio padre come mia madre annusa una rosa. Era un forte miscuglio di whiskey, di dopobarba, di lucido da scarpe, di indumenti di lana, con l’odore acre di un maschio maturo. Sperai che qualcuno ci vedesse insieme. Desiderai che qualcuno ci fotografasse. Volevo un ricordo del nostro incontro. Uscimmo dalla stazione e andammo in un ristorante in una strada laterale. Era ancora presto e il locale era vuoto. Il barista stava litigando con un fattorino, e vicino alla porta della cucina c’era un cameriere molto vecchio con una giacca rossa. Ci sedemmo, e mio padre chiamò il cameriere ad alta voce. «Kellner!» gridò. «Garçon! Cameriere! Ehi tu!» La sua arroganza nel ristorante vuoto sembrò fuori posto. «Si può venire serviti qui?» gridò. «Gnam gnam.» Poi batté le mani. Quel gesto attirò l’attenzione del cameriere, che arrivò al nostro tavolo strascicando i piedi. «Batteva le mani a me?» chiese. «Si calmi, si calmi, sommelier», disse mio padre. «Se non è troppo chiederglielo, se questo non significa offendere le sue prerogative, gradiremmo due Gibson con Beefeater» «Non mi piace che mi chiamino battendo le mani», disse il cameriere. «Avrei dovuto portare il mio fischietto», disse mio padre. «Ho un fischietto che può venire udito solo dalle orecchie dei vecchi camerieri. Adesso tiri fuori il blocchettino e la matitina e vediamo se riesce a scrivere giusto: due Gibson con Beefeater Ripeta con me: due Gibson con Beefeater.» «Credo che fareste meglio ad andare da qualche altra parte», disse tranquillamente il cameriere. «Questo», disse mio padre, «è uno dei consigli migliori che abbia mai ricevuto. Vieni, Charlie, andiamocene di qui, diavolo.» Seguii mio padre fuori dal ristorante e dentro un altro. Questa volta non fu tanto arrogante. I nostri drink arrivarono, e lui mi fece un sacco di domande sul campionato di baseball. Poi colpì con il coltello l’orlo del bicchiere vuoto e ricominciò a gridare. «Garçon! Kellner! Ehi tu! Portacene altri due uguali, se non è di troppo disturbo.» «Quanti anni ha il ragazzo?» chiese il cameriere. «Questo», rispose mio padre, «non è affar tuo, accidenti.» «Mi dispiace, signore», replicò il cameriere, «ma non servirò un altro drink al ragazzo.» «Be’, devo darti una notizia», disse mio padre. «Una notizia proprio interessante. Succede che questo non è l’unico ristorante di New York. Ne hanno aperto un altro proprio all’angolo. Vieni, Charlie.»
Pagò il conto e lo seguii fuori dal ristorante e dentro un altro. Qui i camerieri avevano della giacche scarlatte come quelle dei cacciatori, e sulle pareti c’era un sacco di finimenti. Ci sedemmo e mio padre ricominciò a urlare. «Maestro di caccia»! Dalli dalli con tutto quel che segue. Vorremmo qualcosina da bere, sotto forma di un bicchiere della staffa. «Precisamente. Due Bibson con Geefeater.» «Due Bibson con Geefeater?» chiese sorridendo il cameriere. «Ha capito perfettamente bene quello che voglio», disse irosamente mio padre «Voglio due Gibson con Beefeater, e subito. Sono cambiate le cose, nella vecchia e allegra Inghilterra. Così mi ha detto il mio amico, il duca. Vediamo che cosa può produrre l’Inghilterra nel campo dei cocktail.» «Qui non siamo in Inghilterra», osservò il cameriere. «Non discuta con me», disse mio padre. «Faccia solo quello che le è stato detto.» «Pensavo solo che avrebbe gradito sapere dove si trova», disse il cameriere. «Se c’è una cosa che non posso sopportare», osservò mio padre, «è un cameriere impertinente. Vieni, Charlie.» Il quarto posto dove andammo era italiano. «Buon giorno», disse mio padre. «Per favore, possiamo avere due cocktail americani, forti, forti. Molto gin, poco vermut. » «Non capisco l’italiano», disse il cameriere. «Oh, la pianti», disse mio padre. «Lei capisce l’italiano, e sa perfettamente bene di capirlo. Vogliamo due cocktail americani. Subito.» Il cameriere se ne andò a parlare con il capocameriere, che venne al nostro tavolo e disse: «Mi dispiace, signore, ma questo tavolo è riservato». «Va bene», disse mio padre. «Ce ne dia un altro.» «Tutti i tavoli sono riservati», disse il capocameriere. «Ho capito», disse mio padre. «Non desiderate averci come clienti. E’ così? Be’, al diavolo. Vada all’inferno. Andiamo, Charlie.» «Devo prendere il treno», dissi. «Mi dispiace, figliolo», disse mio padre. «Mi dispiace moltissimo » Mi mise un braccio sulle spalle e mi strinse contro di sé. «Ti riaccompagno in stazione. Se solo ci fosse stato il tempo di andare al mio club.» «Fa lo stesso, papà», dissi. «Ti comprerò un giornale», disse. «Ti comprerò un giornale da leggere in treno.» Poi si avvicinò a un’edicola e chiese: «Gentile signore, sarebbe tanto cortese da favorirmi uno dei vostri maledetti giornali del pomeriggio da dieci cent che non valgono niente?» Il giornalaio si girò dall’altra parte e fissò la copertina di una rivista. «E’ troppo, gentile signore», disse mio padre, «è troppo se le chiedo di vendermi uno dei suoi disgustosi esemplari di giornalismo scandalistico?» «Devo andare, papà», dissi. «E’ tardi.» «Su, aspetta un momento, figliolo», disse. «Aspetta solo un momento. Voglio stuzzicare un po’ questo tizio.» «Arrivederci, papà», dissi. Scesi le scale e presi il treno, e quella fu l’ultima volta che vidi mio padre.

 John Cheever, Incontro, “Narratori di poche parole, Guanda. Traduzione Luigi Schenoni

 

Romanticismo sui tetti. E.T.A. HOFFMANN, IL GATTO MURR

gatti con luci contrasto

Che un gatto scriva un’autobiografia non è tanto straordinario, soprattutto se si tratta di un gatto studente in belle lettere; la cosa incomincia a farsi complicata quando E.T.A Hoffmann, grande romantico autore letterario del gatto scrittore, inventa un marchingegno narrativo in virtù del quale il gatto Murr, per scrivere di sé, usa pagine strappate dalla biografia di un musicista; ne nasce un ingorgo di personalità che s’intrecciano e si sovrappongono. Senza addentrarci nel complesso, polifonico intreccio ricordiamo solo che il gatto Murr è molto simile ai nostri felini di casa, ma con in più qualche inevitabile tratto dello stesso Hoffmann, innamorato, visionario e soprattutto in vena di autoironia.

Da un abbaino lì presso uscì, lieve e silenziosa, una creatura incantevole oh, potessi dipingerla!… – Era tutta vestita di bianco soltanto una cuffietta nera sulla fronte graziosa e quattro calzini neri nelle delicate gambette. Una dolce luminosità le splendeva nei begli occhi verdi come l’erba, le morbide movenze delle orecchie appuntite esprimevano virtù e intelligenza, il modo di ondulare la coda rivelava una grazia suprema, una delicata sensibilità femminile.
La soave piccina parve non vedermi fissò il sole batté le palpebre e sternutì. Quello sternuto mi fece fremere fin nel profondo: il cuore si mise a battere fino a scoppiare il sangue a ribollire tumultuoso nelle vene e nei polsi. L’ineffabile, dolorosa, sconvolgente delizia proruppe infine nel Miao! lungamente represso. La piccina si volse di scatto mi vide gli occhi le si riempirono di sgomento e di infantile pudore. Zampe invisibili mi trascinarono irresistibilmente verso di lei ma, mentre spiccavo un balzo per ghermirla, rapida come il pensiero, la bella disparve dietro un comignolo. Disperato e furente corsi su e giù per il tetto, chiamandola con lamentosissima voce. Tutto inutile lei non riapparve più. Ah, povero me!… – Il cibo mi disgustava, le scienze mi nauseavano, non avevo più voglia di leggere né di scrivere.
Il giorno seguente, dopo averla cercata ancora dovunque sui tetti, in solaio, in cantina, in ogni angolo della casa rientrai sconsolato. Non pensavo che a lei alla mia piccina e perfino il pesce arrosto portomi dal maestro pareva fissarmi, dal piatto, con gli occhi di lei. – Cielo! – esclamai. Pazzo di gioia. – Sei tu?… La tanto attesa creatura dei miei sogni?…Cielo, cielo!… – e divorai il pesce in un boccone. Già un po’ più tranquillo, decisi di chiarire, come si conveniva a un giovane erudito, la vera natura del mio sentimento e, benché con grande fatica, mi immersi nello studio del “De arte amandi” di Ovidio – Ma nessuno dei sintomi ivi descritti ai adattava al mio caso. Tutt’a un tratto ricordai d’aver letto in una commedia che i contrassegni caratteristici di un innamorato sarebbero l’indifferenza a tutto e la barba incolta. Mi guardai nello specchio… Cielo!… Avevo la barba incolta… Cielo!… Mi sentivo indifferente a tutto!
La certezza di essere innamorato mi diede un po’ di conforto. Decisi di mangiare, bere, rifocillarmi e quindi di rimettermi a cercare l’oggetto dell’amor mio. Un dolce presentimento mi disse che l’avrei ritrovata davanti alla porta di casa scesi e la trovai per davvero! O vista!… Sconvolgente delizia, ineffabile trasporto d’amore!… – Mimì, così si chiamava la cara piccina, sedeva garbatamente sulle zampe posteriori e si faceva bella passandosi e ripassandosi lo zampino anteriore sulle guance e le orecchie. Con quale indescrivibile grazia compiva sotto i miei occhi quella doverosa funzione di pulizia e di eleganza! Non le occorrevano artificiosi espedienti di toilette per ravvivare i fascini naturali. Mi avvicinai con maggior prudenza e modestia della prima volta e le sedetti accanto. Essa non fuggì mi scrutò con occhio indagatore e quindi abbassò lo sguardo. – Divina! – le sussurrai. – Vuoi essere mia?…– Sfacciato! – rispose lei tutta confusa. – Chi sei?… Mi conosci forse?… Se sei un gatto onesto e sincero come sono io, giurami che mi ami veramente. – Oh! – esclamai estasiato. – Per la sacra luna e le stelle, e i pianeti che stanotte splenderanno in cielo se sarà sereno ti giuro che t’amo! – Anch’io, – bisbigliò la piccina, volgendo, soave e ritrosa, il capo verso di me.
Stavo per azzamparla con passione, quando due gatti giganteschi mi furono addosso con un balzo ringhiando come demoni. Mi morsero, mi graffiarono e, per soprammercato, mi rotolarono nel rigagnolo, dove un fiotto di risciacquatura mi travolse. Appena riuscii a sgusciare di sotto gli artigli di quelle bestiacce assassine e irriguardose del mio rango mi precipitai su per la scala strillando terrorizzato.

E.T.A. HoffmannConsiderazioni filosofiche del gatto Murr, Formaggini
Traduzione di Rosina Pisaneschi

Narrativa. Georges Perec, L’inesauribile superficie del mondo

les deux magots

Esercitazioni.
Osservare la strada, di tanto in tanto, magari con una cura un po’ sistematica.
Applicarsi. Fare tutto con calma. Annotare il luogo: i tavolini di un caffè vicino all’incrocio Bac-Saint-Germain l’ora: le sette di sera la data : 15 maggio 1973 il tempo: bello stabile Annotare quello che si vede. Quello che succede di notevole. Sappiamo vedere quello che è notevole? C’è qualcosa che ci colpisce? Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere.
Bisogna procedere più lentamente, quasi stupidamente. Sforzarsi di scrivere cose prive d’interesse, quelle più ovvie, più comuni, più scialbe.
La strada: cercare di descrivere la strada, di cosa è fatta, a cosa serve. La gente nelle strade. Le macchine. Che tipo di macchine? I palazzi: notare che sono piuttosto confortevoli, piuttosto ricchi; distinguere i palazzi d’abitazione dagli edifici pubblici. I negozi. Cosa si vende nei negozi? Non ci sono negozi d’alimentari. Ah, sì, c’è una panetteria. Chiedersi dove la gente del quartiere fa la spesa. I bar. Quanti bar ci sono? Uno, due, tre, quattro. Perché aver scelto questo? Perché lo si conosce, perché è al sole, perché è un bar-tabacchi. Gli altri negozi: antiquari, abbigliamento, Hi-Fi, ecc. Non dire, non scrivere «ecc.». Sforzarsi di esaurire l’argomento, anche se sembra grottesco, o futile, o stupido. Non si è ancora guardato nulla, si è solo scoperto quanto era già stato scoperto da tempo.
Costringersi a vedere più piattamente.
Percepire un ritmo: il passaggio delle macchine: le macchine arrivano a gruppi perché, più su o più giù nella strada, sono state fermate da qualche semaforo.
Contare le macchine.
Guardare le targhe delle macchine. Distinguere le macchine immatricolate a Parigi dalle altre. Notare l’assenza di taxi, mentre, per l’appunto, sembra che parecchie persone ne stanno aspettando uno.
Bellezza delle donne. Vanno di moda i tacchi troppo alti.
Decifrare un pezzo di città, dedurne le evidenze: l’ossessione della proprietà, per esempio. Descrivere il numero di operazioni a cui attende il conducente di un’automobile quando posteggia al solo scopo di andare a comprare cento grammi di gelatine di frutta: – posteggiare mediante un certo numero di manovre – spegnere il motore – togliere la chiave, mettendo così in azione un primo dispositivo antifurto – estrarsi dal veicolo – tirar su il finestrino della portiera anteriore sinistra – chiuderla a chiave.
Decifrare un pezzo di città. La gente nelle strade: da dove vengono? Dove vanno? Chi sono?
Gente che ha fretta. Gente lenta. Pacchetti. Gente prudente che ha preso l’impermeabile. Cani: sono gli unici animali visibili. Si potrebbe scorgere un gatto che sta infilandosi sotto una macchina, ma la cosa non avviene.
Non succede niente, insomma.
Il tempo passa. Bere una birra. Aspettare.

 Georges Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Traduzione Roberta Delbono

Narrativa. Grace Paley, Madre

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 La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.” Grace Paley, grande scrittrice di poche opere, è incuriosita dal mondo delle donne (“La cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero”): la sua esplorazione dell’universo femminile è lucida, asciutta e un po’ crudele.

Un giorno stavo ascoltando la radio. Trasmettevano una canzone qualsiasi che me ne ricordava un’altra: «Oh, desidero ardentemente veder mia madre sulla soglia». Per Dio! dissi, la capisco questa canzone. Spesso ho desiderato ardentemente vedere mia madre sulla soglia. Effettivamente stava di frequente nei vani di svariate porte a guardarmi. Un giorno stava esattamente in questo modo sulla soglia di casa, l’oscurità del corridoio dietro di lei. Era Capodanno. Disse con tono triste: Se torni a casa alle quattro del mattino quando hai diciassette anni, a che ora tornerai quando ne avrai venti? Fece questa domanda senza sarcasmo o meschinità. Aveva iniziato i suoi inquieti preparativi per la morte. Non ci sarebbe stata, pensava, quando avrei avuto vent’anni. Così si interrogava.
Un’altra volta stava sulla soglia di camera mia. Avevo appena pubblicato un manifesto politico attaccando la posizione della famiglia nell’Unione Sovietica. Disse: Va a dormire, per amor di Dio, stupida sciocca, tu e le tue idee comuniste. Li abbiamo già visti, tuo padre ed io, nel 1905. Avevamo già immaginato tutto.Sulla porta di cucina disse: Non finisci mai di mangiare. Ti aggiri senza senso. Che ne sarà di te?
Poi mia madre morì.
Naturalmente per il resto della vita ho desiderato ardentemente di vederla, non solo sulle soglie, ma in un altro gran numero di posti – in sala da pranzo con le zie, alla finestra che guarda su e giù l’isolato, in giardino fra le zinnie e le tagete, in soggiorno con mio padre.
Stavano seduti su comode poltrone di cuoio. Ascoltavano Mozart. Si guardarono sorpresi. Sembrò loro di essere appena arrivati con la nave. Di aver appena imparato le prime parole inglesi. Sembrò loro che lui avesse appena superato un esame col suo professore americano di anatomia, Sembrò loro che lei avesse appena lasciato il negozio per la cucina.
Vorrei poterla vedere sulla soglia del soggiorno. Stette là per un attimo. Poi si sedette accanto a lui. Avevano un giradischi costoso. Ascoltavano Bach. Lei gli disse: Parla un pochino con me. Non parliamo più come una volta.
Sono stanco, disse lui. Non lo vedi? Oggi ho visitato forse trenta persone. Tutte malate, tutte che parlano parlano parlano. Ascolta la musica, disse lui. Una volta eri molto intonata. Sono stanco, disse lui.
Poi mia madre morì.

Grace Paley, Madre, “Narratori di poche parole”, Guanda,
traduzione Luigi Schenoni

Narrativa. Anton Čechov, Un uomo di conoscenza (racconto)

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Dimessa dall’ospedale, mi trovai in una condizione in cui prima non ero mai stata: senza asilo e senza un soldo. Come fare? Per prima cosa mi recai in una casa di pegno e v’impegnai l’anello con turchese: l’unico mio prezioso. Mi diedero un rublo, ma… che comprare con un rublo? Con questo denaro non compri né una corta camicetta alla moda, né un alto cappello, né delle babbucce color bronzo; e senza queste cose io mi sentivo come nuda. Se avessi incontrato un uomo di conoscenza mi sarei fatta dare del denaro… ma uomini di conoscenza non se ne incontravano. Non è difficile incontrarli la sera al Renaissance , ma al Renaissance  non lasciano entrare in questa veste semplice e senza cappello.
Mi ricordai del dentista Finkel, un ebreo convertito, che tre mesi prima mi aveva regalato un braccialetto e a cui una volta, a cena al circolo tedesco, avevo versato in testa un bicchiere di birra. Andando da lui pensavo: «Se non mi darà qualcosa gli fracasserò tutte le lampade».
Ma quando fui davanti al campanello, cominciai ad aver  paura e ad agitarmi, cosa che non mi era mai successa. E suonai irresoluta. La cameriera mi accompagnò nel gabinetto del dottore e mi fece accomodare in sala lussuosa, magnifica. Mi balzò agli occhi un grande specchio, in cui mi vidi: una cenciosa senza l’alto cappello, senza camicetta alla moda e senza babbucce coloro bronzo.
Di lì a cinque minuti si aprì un uscio, ed entrò Finkel, alto, bruno, dalle guance grasse e gli occhi a fior di testa. Al Renaissance e al Circolo Tedesco di solito era brillo, spendeva molto per le donne e sopportava paziente i loro scherzi – per esempio, quando gli avevo versato in testa la birra, aveva soltanto sorriso e minacciato col dito – ora invece aveva un’aria cupa, assonnata, e appariva grave, freddo, come un superiore.
«Che desiderate?»
Diedi un’occhiata al viso serio della cameriera, alla sazia figura di Finkel, che a quanto sembrava non mi riconosceva, e arrossii…
«Che cosa desiderate?»
«I denti… mi fanno male.»
«A-ah… quali denti? Dove?»
Mi ricordai che avevo un dente cariato e glielo indicai: «Questo… Sotto a destra».
«Uhm! Aprite la bocca… Fa male?»
«Fa male…», mentii.
«Non vi consiglio di piombarlo… Sarebbe inutile».
Mi cacciò in bocca qualcosa di freddo… avvertii un dolore tremendo, mandai un grido e afferrai la mano di Finkel.
«Non è nulla, non è nulla… Su, un po’ di coraggio.»
Con le dita insanguinate mi accostò agli occhi il dente strappato, mentre la cameriera mi avvicinava alla bocca una tazza.
«A casa sciacquate la bocca con acqua fredda… e il sangue si fermerà.»
Finkel stava solo aspettando che me ne andassi. «Addio», gli dissi voltandomi verso l’uscio.
«Uhm!… E chi mi pagherà il lavoro?»
Arrossendo porsi a Finkel il rublo che mi avevano dato per l’anello.
Uscita sulla via, sentii ancor maggiore vergogna di prima, ma ora non mi vergognavo più della povertà. Non mi accorgevo più di non avere l’alto cappello e la camicetta alla moda. Camminavo per la via, sputavo sangue, e ciascuno di quegli sputi rossi mi parlava della mia vita, vita brutta, penosa, delle offese che avevo patito e ancora avrei patito domani, tra una settimana, tra un anno; tutta la vita, fin proprio alla morte.
Per fortuna il giorno dopo ero già al Renaissance  a ballare. Portavo un enorme cappello rosso nuovo, una camicetta nuova alla moda e babbucce color bronzo. E mi offriva la cena un giovane mercante, venuto da Kazàn.

Anton Cechov, Un uomo di conoscenza, “Racconti”, Rizzoli, Traduzione A. Poliedro

Narrativa. Paul Léautaud, In treno, con qualche cesta di gatti e una bambina di troppo

steinberg, gatti sgabelli

disegno di Saul Steinberg

In una società che sommerge i bambini di smancerie per mascherare il suo sostanziale disinteresse nei loro confronti, bisogna apprezzare le voci politicamente scorrette. Sui bambini, queste voci sono pochissime, e per trovarle bisogna leggere gli autori isolati, dandy, e anche un po’ misantropi. Come Paul Léautaud (1872 -1956), un autore che costeggiò con poco trasporto la narrativa, il teatro, la poesia e che preferì dedicarsi alla più appartata scrittura diaristicata.
Abbandonato in culla dalla madre, il piccolo Paul cresce con un padre che, vivendo nel mondo dello spettacolo, trova le attrici molto più interessanti di un neonato. Da grande, Paul collezionerà un numero notevole di amiche spigliate che ribattezzava con nomi fantasiosi e significativi: “Pantera”, “Flagello”, “Sheherazade”…
Ma più delle donne lo interessavano i gatti e, in misura leggermente minore, i cani (“Ho avuto almeno trecentocinquanta gatti e centocinquanta cani. Sono morti bene a casa mia e sono stati sepolti in giardino”. A vedersi, era un eccentrico che coltivava la sua diversità indossando un cappellino grigio e mulinando un bastoncino da Charlot col gusto di chi si maschera per sottrarsi allo sguardo degli altri (“Nessuno mi avrà conosciuto. Sono stato, sotto il mio riso, il disincanto, la disperazione assoluta”). Oggi saliamo con lui su un treno popolare per seguirlo, oltre che nel suo viaggio, nei suoi  umori.

Sono andato a passare qualche giorno al mare, in Bretagna, ai confini con la Vandea. Faccio questo viaggio ogni anno, da dieci anni, per accompagnare una comitiva di gatti che vanno a passare l’estate nella proprietà della loro padrona. Il viaggio dura dodici ore. Vi assicuro comunque che si è ripagati della fatica una volta arrivati allo chalet. Appena in giardino, si aprono i panieri. I gatti mettono fuori la testa. cominciano a raccapezzarsi. Si mettono a correre, ad arrampicarsi sugli alberi, ognuno trova il suo solito cantuccio. Sembra che dicano fra sé: “Ci aspettano quattro mesi di felicità”. Il viaggio offre anche altri piaceri. Il modo di viaggiare, prima di tutto. Quando penso che ci sono grandi scrittori e ricchi, che viaggiano in prima classe, e senza pagare, grazie alle tessere ferroviarie che vengon loro concesse… Io, che sono un piccolo scrittore per il quale il denaro ha la sua importanza, son ridotto a viaggiare in terza, e pagando. È la giustizia di questo mondo. Poi ci sono i compagni di viaggio. Star solo, è la mia aspirazione! Solo dovunque, solo in ufficio, solo in casa, solo per strada, solo a teatro, solo soprattutto nella terza classe di un treno! Quest’ultima aspirazione resterà certo un sogno! C’era con noi, stavolta, una nonna impagabile, che portava la nipotina un mese al mare. La nipotina si chiamava Ninette. Non so quante volte questa nonna impagabile le ha detto: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”. Vediamo un po’. Si può fare un conto approssimativo: Ninette ci ha messo tre ore buone per addormentarsi. S’è svegliata tre ore prima dell’arrivo. È rimasta sveglia per sei ore. Dunque per sei ore la nonna le ha ripetuto il discorso. Una volta ogni quarto d’ora. Sentire ventiquattro volte una nonna ripetere alla nipotina: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”! Ci vuole una pazienza da santo per non buttarsi giù dallo sportello, o per non scaraventarci nonna e nipotina, e questa sarebbe stata evidentemente la cosa migliore.

 Paul Léautaud, Passatempi, Einaudi, Traduzione Alessandro Torrigiani.

La seduzione delle patate fritte. ANDY WARHOL, THE NUDE RESTAURANT. Video 7′

warhol. the nude restauranthttps://www.youtube.com/watch?v=87uqMzj3lsI

In questo ristorante  ovattato e un po’ tetro sono tutti nudi, i clienti e la cameriera. Sulla carta, può sembrare un omaggio,  forse addirittura un po’ conformista, a quella retorica hippie (siamo negli anni ’60) secondo la quale nudità rima con spontaneità, autenticità, verità e che, rime a parte, libera il corpo dalla schiavitù degli abiti per usarlo come un grimaldello capace di scardinare le serrature della morale borghese. Il gioco, invece, è più complesso e si avvia subito, appena la cameriera, Brigid Berlin, una delle star di Warhol, incomincia a  proporre il menu al cliente; i piatti sono di ordinaria routine, omelette, toast, frittelle, ma il sottotesto (come si diceva una volta) di natura erotica li avvolge nel grottesco, e la sensualità stralunata di Brigid  aggiunge una pennellata di comicità surreale. Di che cosa si parla, in questo ristorante? Di cibo, di sesso, oppure del non senso che si nasconde, maligno, in essi?

Narrativa. Augusto Montereroso, L’attrice al microfono

attrice di spalle

La signora di Fuchier si avvicinò al microfono. Insicura e goffa, mosse nervosamente una chiavetta per qualche secondo, fino a quando le riuscì di sistemare l’aggeggio all’altezza della bocca. Infine parlò:
“Mio caro pubblico, molte grazie. Innanzi tutto, voglio chiarire che non sono una grande attrice, come ha appena finito di affermare il mio caro amico, il maestro di cerimonie. Non sono nemmeno un’attrice. Certamente mi piacerebbe esserlo e potervi regalare di frequente alcuni minuti di allegria; ma, ecco, penso che l’arte sia qualcosa di molto difficile e tremo davanti alla sola idea di trovarmi davanti alla cinepresa, tutti i riflettori addosso, come se stessero per fucilarmi. Suppongo che sarebbe questa la sensazione. Non so quindi, davvero, perché lui ha affermato che sono una grande attrice. Non soltanto, un’attrice, badate, ma una grande attrice. Vorrei tanto che fosse vero perché nonostante tutto, ecco, sento una forte attrazione per il palcoscenico. A scuola sono già passati diversi anni, avevamo una piccola compagnia e rappresentavamo pastorelle bellissime, come ben potete immaginare, ma non riuscii mai a vincere la mia timidezza, e appena mi trovavo davanti al pubblico le idee mi fuggivano chissà dove, e sudavo perché mi rendevo conto che tutti mi osservavano come se fossi nuda, e poi non sapevo più se stavo recitando la parte della pastorella, della pecora o del Bambin Gesù. Pensate un po’. Quando dimenticavo la mia parte proprio perché mi trovavo lì; quel che mi veniva in mente era di inventare qualcosa e parlare, parlare di qualsiasi cosa pur di non stare zitta come una scema. Ecco, per questo vi prego di credere che chi sta per parlarvi sia un’artista, come si dice, consumata.”
Si ascoltarono in sala deboli applausi tra mormorii di impazienza. Un signore magro si rivolse alla moglie e le sussurrò: «Ma chi è questa qui?»

Augusto Monterroso, Non voglio ingannarvi, Edizioni Zanzibar