Galleria. Jack e Jackson

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Jack e Jackson avevano incominciato a farlo per caso, da bambini, così come si fanno certe sciocchezze in famiglia. Forse la prima volta era stato per il compleanno di nonna Sarah, ma non se ne ricordavano più perché troppo tempo era passato. Dopo quel debutto erano stati costretti ad esibirsi in ogni riunione familiare, anche se i loro numeretti non superavano la soglia di un volenteroso dilettantismo, ma non aveva importanza, erano i loro vestitini color confetto a conquistare la platea, con in più la stessa freschezza di quando erano bambini. Tali e quali. Ma gli spettatori occasionali erano turbati, e dopo lo spettacolo non mancavano mai di chiedere: “Siete omosessuali?”. “Siamo gemelli”, cantavano in coro Jack e Jackson, e correvano via ridendo.
Quella risposta elusiva innescava una serie di domande e di congetture negli spettatori:
– Che lo siano è certo. Mi chiedevo se anche fra loro due…
– Ma no! Sarebbe mostruoso!
– Chi lo può dire? Quando si prende una certa china…
– Non voglio neanche pensarlo. Per fortuna non lo sapremo mai.
La conclusione, comunque, era sempre la stessa: meno male che si esibivano nella cerchia ristretta dei parenti. Seguiva un elogio dell’istituto familiare, prezioso contenitore delle perversioni che altrimenti si riverserebbero nella società.

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Galleria. La padrona

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Non la si poteva dire una cattiva padrona: disordinata, piuttosto, e non solo perché riempiva la ciotola quando si ricordava, ma anche perché gestiva la casa con un temperamento ventoso e imprevedibile; era capace di giacere in uno stato di torpore per una settimana lasciando che la polvere si depositasse ovunque, che i vestiti si ammucchiassero in camera da letto, in soggiorno, dappertutto, poi una mattina si svegliava, strillava: “Che orrore!” e incominciava a spostare, lavare e rassettare furiosamente come una pazza. In quei giorni era insopportabile, gridava continuamente: “Pascal, levati dai piedi!” (gli aveva messo quel nome esagerato che lo rendeva ridicolo agli occhi degli altri cani del quartiere). Lui si spostava, ma sempre nel posto sbagliato, evidentemente, perché dopo un po’ lei lo sbatteva fuori di casa. Poi, a lavori terminati, erano baci, carezze e bocconcini. Però era stressante. La vita sentimentale della padrona non era meno turbinosa. Gérard le piaceva, ma non abbastanza da sopportarlo per più di una settimana, infatti spesso, già di mercoledì lo cacciava nel pieno della notte, tranne poi pentirsi e telefonargli alle due del mattino del venerdì intimandogli di venire subito perché non poteva stare senza di lui (mai che le tempeste si scatenassero di pomeriggio); ma nel frattempo, il giovedì sera, Armand, dopo un lunghissimo happy hour solitario, aveva un ritorno di fiamma e si attaccava al campanello mentre menava grandi colpi sulla porta. Lei non gli apriva subito, prima gli strillava da dentro che lui le aveva rovinato la vita e che piuttosto preferiva morire. Infine cedeva, perché, come ormai tutti sapevano, Armand a letto aveva un qualcosa in più. A volte, quando si annunciava l’alba, suonava anche Raymond, il marito separato, col pretesto di certe camicie che aveva lasciato nel cassettone due anni prima e delle quali aveva urgente bisogno. Naturalmente lei si guardava bene dal rispondere e lui incominciava a gridare: “Sei sempre la solita puttana!” fino a quando non apriva il bar vicino casa, allora se ne andava a far colazione.
Un pomeriggio, la padrona guardò Pascal negli occhi e gli disse: “Lo sai che non ne posso più?”, e poi, con uno dei suoi impeti improvvisi:” Vieni, andiamo al mare.” Detta da qualunque altra padrona, sarebbe stata una frase innocente, ma con lei c’era da preoccuparsi, anche perché, giunta sulla spiaggia deserta, aveva subito incominciato a spogliarsi. Era solo la fine di maggio, troppo presto per una nuotata. Sono cose brutte da pensare, ma bisogna essere realistici: Pascal si disse che se quella squinternata avesse compiuto un gesto insano lui non sarebbe stato in grado di trascinarla a riva. Decise comunque di non guardare e incrociò le dita. Ma era stressante.

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Galleria. Il flipper

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Che non era poi una gran trovata, quella del flipper, che sembrava che Anatol (ma si può chiamare un bambino Anatol?) ci sapesse fare solo lui con le donne, che due o tre sue amiche c’erano state fin dalla prima sera e si erano trovate benissimo (ma che modo di esprimersi, neanche fossero andata dal parrucchiere). Guardava quella faccia da marpione triste e pensava che l’idea della sfida era molto volgare:
– Ce la giochiamo a flipper, sei d’accordo?
– Che cosa?
– Lo sai tu come lo so io.
– Ma cosa?!
– Si sa ma non si dice.
Che non era poi un gran partito, quell’Anatol, che faceva la guida perché ci aveva la parlantina, il berretto con la visiera (che gli stava anche bene, questo sì), ma non è che ci vuole tanto a far la guida, basta imparare qualche paginetta a memoria, e non è che si diventa ricchi, per quello che lei ne sapeva, metti pure le mance dei turisti, che è anche umiliante tendere la mano, che però lui diceva che non aveva bisogno di chiedere perché soprattutto alle signore veniva spontaneo, e qualcuna spaiata se la portava anche al Grand Hôtel du Palais Royal dove c’era un suo amico portiere di giorno che gli rimediava una camera gratis per qualche ora. Che non aveva capito proprio niente, se si vantava con lei di tutte quelle donne straniere, dalle tedesche alle cinesi, come se a una ragazza facesse piacere andare con uno che infila il suo coso in tutte le sconosciute che incontra. Che alla fine, per chiuderla lì,  lei gli dicevo: senti, non mi va di giocare flipper e faceva per alzarsi ma lui la fermava: hai ragione, così passiamo direttamente alla fase due – che allora lei non potevo far finta di non aver capito cosa intendeva, ma quelle parole “fase due” erano così innocenti, burocratiche quasi, come quando all’ufficio postale ti dicono: compili qui, qui e qui, che lei non poteva dargli uno schiaffo come se le avesse detto: andiamo a scopare, così si rimetteva a sedere mentre lui le diceva: dove credi che sia il Grand Hôtel du Palais Royal? E’ qui dietro, a cento metri neanche. Ci beviamo un drink. Aveva quel modo di girare le cose, forse perché era una guida, che uno pensava: finché si tratta di un drink non succede niente. Così lei si alzava e diceva: però ho solo mezz’ora. Ce la faremo bastare, diceva lui.

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Galleria. Il latte

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Una cosa alla volta, si diceva. Se lo ripeteva da quando era uscita di corsa: una alla volta, o mi scoppia la testa. Anzitutto il latte per i bambini. La cosa più importante. Non era vero, ma come madre sentiva in dovere di pensarlo: il latte per i bambini. Di cose importanti ce n’erano molte altre. Parlare con suo marito, ma anche con Bertrand. Le erano venuti in mente tutti e due nello stesso istante, da chi doveva incominciare? Forse non aveva importanza, perché il messaggio era lo stesso: “E’ finita”. Anche prendere il treno era molto importante, ma prima bisognava sapere per dove. Difficile, le cose non erano in sequenza e la testa incominciava a scricchiolare. Decise per Arles. Si chiese perché, ma si rispose che se incominciava a farsi delle domande perdeva il filo. Si disse allora: Carcassonne. Doveva lasciare una lettera? Che stupidaggine: se parlava con suo marito e con Bertrand era inutile. Però poteva essere la soluzione migliore: lasciare righe lasciate sul tavolo di cucina, e correre alla stazione. Adesso la lettera era in cima alla lista mentre le altre cose scappavano da tutte le parti. Una alla volta, ripeté. E ricominciò da capo, dal denaro per il biglietto.
Perché quel suo romanzo era così turbinoso e scomposto? Era stata la maledizione di sua madre? E già sua madre si era fatta largo fra le cose e si era seduta lassù in cima alla lista per guardarla meglio con quei suo occhi che erano stati sempre vuoti, anche da viva. Salmodiava dal naso: “Il latte per i bambini”. Se fosse stato possibile darle un pugno! Strinse più forte la bottiglia. 

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Galleria. La finestra delle ragazze

perché proprio con lui

Perché lo facevano proprio con lui, si chiedeva? E solamente con lui, (lo aveva confermato una piccola e discreta indagine fra i pochi che frequentava), e tutti i giorni alla stessa ora, quando rientrava a casa, sempre a quelle implacabili 19.30 che l’inerzia della sua vita gli somministrava. Gli sembrava incredibile che le ragazze della casa non avessero mai nessun cliente a quell’ora ed era ancor meno plausibile che alle 19.29 se lo levassero di dosso (“Scusami un attimo, tesoro, torno subito”) per correre alla finestra e dare il via, non appena lui fosse spuntato da dietro l’angolo, a quella girandola di bocche, lingue, sospiri vogliosi e crudeli parodie di rantoli erotici. Scartata l’ipotesi, puramente di scuola, che le ragazze lo desiderassero per davvero, la sua indole mite si rifiutava di pensare che fossero spinte da un’intima e gratuita malvagità. Finì per interpretare quell’avvilente berlina quotidiana come la bastonata del maestro zen allo scolaro grullo: indecifrabile ma ricca di ammaestramenti. Col tempo, smise di cercare una risposta e quel teatrino gli diventò necessario, un ricostituente che agiva anche quando era rientrato in casa per cucinarsi le solite due cose. Dopo cena, stravaccato sulla sua vecchia poltrona con gli occhi semichiusi, si fidanzava ora con questa ora con quella ragazza e i confusi sensi di colpa che accompagnavano quei tradimenti gli regalavano le delizie degli amori più veri. 

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Galleria. Sorelle

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Adelina è fatta così, soprattutto il sabato pomeriggio. Durante gli altri giorni della settimana, qualche volta si riesce prenderla per il verso giusto ma il sabato è quasi impossibile. Incomincia a caricarsi verso le quattro e mezza. Entra ed esce per le stanze sbattendo le porte e imprecando fra sé fino a quando non le chiedo:
– Hai perso qualcosa?
– Non ho perso niente, è che in questa casa qualcuno sposta tutto, mette le mutande coi guanti, i guanti con le scarpe e le scarpe in cantina.
Viviamo insieme da molti anni, noi due sole, e ho imparato a non rispondere, perché non è questo il punto.
Il punto si palesa poco dopo le cinque, quando Adelina dice:

– Non so che intenzioni hai tu, ma io non voglio passare tutto il sabato in questa tomba.
– Va bene, usciamo.
– Non sei costretta, eh?
Uscire vuol dire sempre la stessa cosa, andare a sedersi su una delle panchine che costeggiano il corso; una volta, ma moltissimi anni fa, ci andavano le ragazze; fingevano di parlare fra loro e intanto facevano un po’ di vetrina per i maschi che passavano avanti e indietro. I maschi di allora sono in parte sposati e in parte trapassati, e quelli di oggi prendono i motorini per andare chissà dove, oppure si rintanano nei loro locali.
“Ormai, il corso è morto e defunto”, dice Adelina.
Questo povero corso cittadino non le aveva mai dato soddisfazione nemmeno quando era giovane: ogni tanto qualche ragazzo si fermava per attaccare discorso con lei, ma subito veniva congelato da un “Beh?” così sgradevole che lo faceva pedalare.
Invece io mio marito l’ho conosciuto proprio sul corso, come tutte. Quando ho detto a mia sorella che filavamo, ha risposto soltanto: “Contenta te… Ma già, tu sei di bocca buona”. A me fa malinconia venire qui, mi viene in mente che mio marito non c’è più da troppi anni, ma lei viene a vegliare il corso defunto tutti i sabati col piacere un po’ malato che si prova davanti al cadavere di un nemico.

In Galleria puoi leggere:
Quella certa apprensione.
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I prototipi
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/13/galleria-i-prototipi/
La coiffure
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/06/galleria-la-coiffure/
A sipario chiuso
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/02/galleria-a-sipario-chiuso/ 
Il casco
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/25/galleria-il-casco/
Il maggiolino
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/09/galleria-il-maggiolino/
Il corvo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/16/galleria-il-corvo/
Certe sere
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/23/galleria-certe-sere/
Domeniche al mare
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Il bacio rubato
https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/15996
Un ménage
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/03/16/galleria-un-menage/
La finestra
https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/15693
L’eccitazione dentro
https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/16121
La ragazza con l’impermeabile
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/04/13/galleria-la-ragazza-con-limpermeabile/
L’apparizione
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/03/30/galleria-lapparizione/
Per mano
https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/16148
Notturnino
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/04/27/galleria-notturnino/
Bellissimi
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/05/04/galleria-bellissimi/
Una tata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/05/11/galleria-una-tata/
Il romanzo dello zio
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Galleria. Il romanzo dello zio

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Da quando era rimasto vedovo, lo zio era venuto a vivere con noi. Mia madre aveva opposto una certa resistenza: sapevamo tutti che i due coniugi non andavano d’accordo, infatti lui non aveva proprio l’aria di un uomo distrutto, quindi poteva benissimo starsene dov’era. Ma mio padre si era impuntato, gli sembrava che quell’accusa di insensibilità lanciata al fratello dovesse riverberarsi su tutta la famiglia. Ci fu anche qualche parola aspra. Mia madre infine cedette. Venne allestita per lo zio la camera che era stata occupata da mia nonna, deceduta, per un ingegnosa invenzione registica del destino, proprio tre mesi prima. Il trasloco non fu semplice, perché lo zio non aveva intenzione di lasciare la sua casa; si convinse solo quando gli fu garantito che sarebbe stato accudito in tutto e che avrebbe partecipato alla vita familiare nelle modalità che lui solo avrebbe deciso. Quando arrivò, con un piccolo bagaglio, lo zio giudicò la nostra casa insalubre e infestata da odori volgari, come cavolo, aglio e cipolla, quindi si richiuse nella sua stanza. Non lo si vedeva mai, tranne quando usciva velocemente per la sua passeggiata quotidiana. I pasti gli venivano serviti in camera; mia madre bussava tre volte e lasciava il vassoio davanti alla porta. Non si sapeva se essere più angosciati dalla sua presenza o dalla sua assenza. Mio padre ci raccomandava di non disturbarlo perché era impegnato in un lavoro di grande respiro, un trattato o qualcosa del genere, comunque un’opera che avrebbe dato lustro alla famiglia. Di cosa si trattasse lo scoprimmo solo dopo la morte dello zio: era un romanzo autobiografico che conteneva ogni sorta di malevolenze sulla nostra famiglia, dai bisnonni in poi. Il corpo senza vita dello zio venne scoperto un pomeriggio da mia madre, insospettita dal vassoio che era rimasto davanti alla porta. Lo zio stava ancora seduto al tavolo, con la penna in mano, intento a correggere il manoscritto. Per quello che si poteva capire di un uomo così indecifrabile, aveva un’espressione serena. 

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Galleria. Una tata

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Le referenze erano molto buone: una donna sola, che non aveva voluto metter su famiglia per motivi suoi – peccato, perché sarebbe stata un’ottima madre, con i bambini ci sapeva proprio fare: in presenza degli adulti era riservata, taciturna, un po’ lontana, come immersa in un suo mondo arcano, ma quando era coi piccoli si trasformava e inventava giochi entusiasmanti. Per non parlare della fantasia: le storie che raccontava trasportavano il piccolo uditorio in regni straordinari; per renderle più realistiche, allestiva dei veri e propri spettacolini con scene e costumi. La sera, i bambini raccontavano ancora eccitati i fantastici viaggi del pomeriggio: nel paese dei liocorni, delle scimmie di mare, degli uomini senza testa, degli impiccati canterini…
«Gli impiccati canterini non saranno un po’ troppo?», chiedeva qualche padre staccandosi per un attimo dal televisore, ma la moglie gli dava sulla voce: la fantasia non era mai troppa, a meno che non si volesse diventare come lui: aridi tartufi inutilmente conservati sotto vuoto.
La bella stagione coincise con quella dei pic nic dalla mattina alla sera – sempre in costume: da pirati, da astronauti, da puffi, secondo l’argomento che tutti insieme, tata e bambini, democraticamente sceglievano. Dopo la chiusura delle scuole, per i genitori era un sollievo poter respirare fino all’ora di cena. Una mattina, la tata avvertì che per quella volta non era necessario preparare i panini: là dove andavano loro, non servivano.

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Galleria. Bellissimi

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Probabilmente erano tutti e due bellissimi, e doveva esserlo anche la loro storia, perché se lo ripetevano spesso:
– Ti rendi conto di questa cosa che ci sta accadendo?
– Sì.
– Non è che capita a tutti, sai?
– Lo so. A me non era mai successo niente di simile.
– Nemmeno a me.
Alle loro certezze, tuttavia, faceva da contrappeso una domanda di un certo rilievo: dove si trovavano? Per quanto potevano presumere, esisteva il resto della stanza, sulla cui parete doveva esserci verosimilmente una finestra, ma su quale panorama si aprisse non era dato sapere. Forse 
su un promontorio frequentato da scure imbarcazioni notturne; oppure su un orrido pittoresco, o su una collinetta punteggiata di capre tibetane e famiglie felici. Per i primi tempi, quell’indeterminatezza era stata eccitante, poi aveva generato momentanei smarrimenti e piccoli silenzi che si sarebbero dilatati nel tempo.
Probabilmente erano tutti e due bellissimi, ma non ne ebbero mai la la conferma perché l’inquadratura non si allargò mai abbastanza da mostrarli a figura intera.

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Galleria. Notturnino

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All’inizio ne aveva sorriso, poi, quando era diventata un’abitudine, la cosa aveva incominciato a infastidirla. Già il suo lavoro, H 24, non era dei più vari: l’unico diversivo era guardare il passeggio oppure, nei giorni fortunati, una di quelle  manifestazioni con i cassonetti bruciati e le cariche della polizia, ma il più delle volte i gestori sprangavano tutto prima che iniziasse la festa, così lei poteva seguire soltanto l’audio della kermesse da dietro la serranda.
Lui era di una puntualità esasperante: subito dopo le 23, arrivava col suo passo strascicato, si piazzava a mezzo metro di fronte e sprofondava in una contemplazione catalettica: innocente, e proprio per questo stucchevole. Francamente erano più interessanti i maniaci, anche se non brillavano per fantasia. E dire che i primi tempi si era fatta un po’ prendere da quello che lei chiamava “il gioco del miracolo”. Prima di sottoporsi alla plastificazione, aveva studiato, e fra i ricordi di scuola c’era un libretto di Anatole France che le aveva fatto leggere la professoressa di francese, Le jongleur de Notre Dame, un racconto edificante nel quale un povero artista da strada offriva alla Vergine i suoi modesti lazzi, rampognato dai frati bigotti. Questo ricordo, che la riportava alla sua vita di prima, suscitava in lei un furore sordo e impotente, nonché una profonda avversione per i derelitti dagli occhi troppo espressivi; erano gli ultimi, fastidiosi residui dell’umana che era stata, ma le avevano garantito che col tempo sarebbero stati riassorbiti anch’essi dalla plastica.

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Galleria. Per mano

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Era stata sempre un po’ bambina – e quanto era piaciuto, a lui, fin dalle prime volte, insegnarle tutto, dal vino rosso che non si deve mischiare con quello bianco a come si mangiano le cozze, dalla consultazione dell’orario ferroviario alle pratiche sessuali, delle quali lei ignorava completamente l’esistenza. Sì, gli aveva dato delle grandi soddisfazioni, quella donnina che diceva sempre: “Ma davvero!?”, e subito aderiva a tutto, estatica, grata e felice di aver sposato uno che la sapeva tanto lunga. A volte, lui si era sorpreso a compiangere certi amici che raccontavano le loro beghe con le mogli testarde o addirittura ringhiose. Compiangeva, e tornato a casa inventava per la moglie qualcosa di mirabolante e sgangherato: un affare straordinario che li avrebbe fatti diventare molto ricchi, oppure un gesto eroico che lui aveva compiuto per alto senso civico. Non raccontava per mitomania, ma per sentirle dire  quel “Ma davvero!?” così gratificante. In mancanza di fantasia, analizzava la situazione politica con certe sottigliezze prive di senso, ma che alimentavano l’ammirata meraviglia di lei – il perno sfolgorante di quella felicità coniugale. Quando uscivano per una passeggiata, le chiedeva: “Dove ti piacerebbe andare?”; conosceva già la risposta ma non si stancava mai di ascoltarla: “A me piace andare dove vuoi andare tu.” E che voluttà sentire le ossicine di quella piccola mano che si rannicchiavano nel palmo possente di lui col più beato degli abbandoni! Quanta strada avevano fatto insieme, lui un poco avanti e lei che si faceva guidare come una principessa innamorata del suo cocchiere! Ma negli ultimi tempi, era sorto un inconveniente: lui non si ricordava più tanto bene i percorsi: da casa al mercatino rionale, tutto bene, ma al ritorno le strade, non si sa perché, si rigiravano, così a volte lui si dirigeva verso una casa che avevano abitato tanti anni prima, oppure verso il velodromo, in periferia, dove abitava la loro figlia. Sempre più spesso si piantava e a malincuore doveva fare ricorso a lei:
– Ma secondo te, dove siamo?
– E chi lo sa? 
Attraverso il tulle di una leggera cataratta (o era una delle tante varianti dell’angoscia?) gli arrivava il sorriso di lei, inalterato nel tempo e involontariamente crudele.

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Galleria. La ragazza con l’impermeabile

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Appena arrivato a casa, l’aveva subito raccontato alla moglie che, così a caldo, prima gli aveva dato del porco, poi del demente, poi del porco demente.
– E dove sarebbe successo?
– Al parco. Eravamo in due, seduti su una panchina, io e uno che leggeva il giornale…
– Ah, c’è anche un testimone! Mi piacerebbe sentire come la racconta quel tizio.
– Lui non ha visto niente. Era tutto preso dal suo giornale. Doveva essere un manager…
– Già, lo sanno tutti: i manager non sono interessati alle ragazze che si denudano nei parchi.
– Che ne so?…
– Insomma, questa strafiga avrebbe fatto il suo spettacolino solo per te. Devi averla proprio eccitata.
– Credo proprio di sì, altrimenti come lo spieghi?
Invece di rispondere, la moglie gli aveva indirizzato un’occhiata di commiserazione ma priva di tenerezza. Questo a lui era dispiaciuto.

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Galleria. L’eccitazione dentro

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Da qualche tempo, il sabato pomeriggio andavano per musei. Aveva deciso lei di fare gli abbonamenti senza dir niente. Quando lui, all’ora di cena, si era trovato quelle due tessere appoggiate alla zuppiera le aveva scambiato per multe da pagare (a volte lei gli faceva trovare sulla tovaglia delle bollette e altri corpi estranei). Sua moglie lo guardava un po’ rossa in viso e leggermente ansimante: eccitata – pensò lui – ma  in un modo del tutto inedito; l’altra eccitazione, quella coniugale, era stata archiviata da tempo e con un certo reciproco sollievo. Cercando di capirne di più, era rimasto sull’interlocutorio: «Beh, può essere un’idea…» La temperatura di lei si era improvvisamente alzata: non si trattava di un’idea, ma di una necessità, un’urgenza, eccheccazzo! (l’espressione non era questa, ma il tono sì); prima di morire, lei voleva provare a innalzarsi di qualche metro, su, in alto, verso il Bello – ormai di volare non se ne parlava proprio, visto che le loro povere ali incatramate li condannavano a starnazzare nella palude del quotidiano!
Non ci poteva essere dibattito.
Il primo decollo avvenne il sabato seguente. Pur fingendo di guardare le opere, il marito studiava obliquamente la moglie che si lasciava riempire dalla grandezza e dalla maestà del Bello. Ma questo importante travaso non provocava mutamenti sul viso di lei, che rimaneva indecifrabile come quando erano entrati, come a casa, come sempre. Non un battito di ciglia anomalo, non un dilatarsi della pupilla. Solo per un attimo lei si asciugò il naso, obbligatoriamente. Dopo due ore, guardò l’orologio e disse soltanto: “Bisognerà preparare cena”. La sera trascorse identica a tutte le altre sere. Per la prima volta lui pensò al dentro di lei; si rendeva conto che il termine era inadeguato, ma non sapeva quale altro nome dargli, a quel dentro.

Galleria. L’apparizione

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Fra le tante apparizioni che avevano attraversato quelle stanche mura screpolate, era senza dubbio la più originale. E anche la più moderna, senza tutta la paccottiglia tradizionale a cui erano affezionate le sue colleghe, come lo sferragliare di catene, le voci tremule e le musiche arcane d’accompagnamento. Per il vecchio abitante del castello si era accesa una stagione nuova e imprevedibile, così aveva licenziato senza rimpianti l’intera fantasmeria cigolante che da troppo non gli provocava più brividi ricostituenti ma solo una noia prodromica  di un eterno riposo. In preda a quella euforica primavera, aveva anche pensato di smantellare la biblioteca, ormai cadente sotto la polvere dei suoi inutili volumi plurisecolari per realizzare un soggiorno con divani accoglienti, due luci malandrine, un angolo della musica, un piccolo bar. Ma questo progetto si rivelò ben presto inutile, perché l’apparizione si fermava solo qualche minuto, nemmeno il tempo di un caffè, altro che i fantasticati long drink con tutta l’annessa atmosfera,  e spariva lasciandogli una frase che voleva essere rassicurante, sul genere di: “Tu  lo sai che io ci sono sempre, vero?” “Beh…”, avrebbe voluto rispondere il vecchio abitante del castello, ma non era mai abbastanza pronto. Col tempo e la pazienza, riuscì a sapere qualcosa di più sulla sua molto dinamica visitatrice: che lui non era l’unico a cui appariva (come aveva potuto pensarlo?), c’era tutta una schiera di beneficati fra i quali suddividere equamente il tempo; il lavoro, che con la crisi si era fatto sempre più assillante; senza contare la famiglia con le sue esigenze: vivendo da solo, lui non poteva capire cosa significasse un ménage, con le pulizie di Pasqua, la scuola dei ragazzi e tutto il resto.
Una sera, il vecchio abitante del castello si accorse che stava pensando alla Monaca dalla testa mozzata con una punta di nostalgia – era una donna piuttosto noiosa, ma almeno ululava per tutta la notte.

Galleria. La finestra

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A quell’ora lui era senz’altro là, dietro quella finestra. Per lei era una di quelle piccole certezze che aiutano a vivere un po’ meglio – e che fosse là era certo perché glielo aveva garantito sua cugina. Lui ignorava l’esistenza di lei,  quindi non sapeva nemmeno che tutte le sere lei se ne stava in un angolo del piazzale per un’ora, due, o anche più – dipendeva dalla stagione – guardando in su e lasciandosi riempire come un vaso vuoto che sente salire un fluido dal quale viene infine sommerso.  La cugina non aveva saputo indicarle con esattezza quale fosse la finestra, ma lei preferiva così, visto che lui era un tipo poco raccomandabile.