Galleria. Nel bosco (dopo la censura)

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Quando la fotografa Clara Obermeier aveva chiesto notizie sul Faunal holz, gli abitanti del paese le avevano risposto che doveva assolutamente visitarlo perché era un bosco fatato. «Sì, va bene», aveva tagliato corto la fotografa, che era una positivista inossidabile e a quell’epoca s’interessava solo di micologia, «Ma a parte gli incantamenti, ci sono funghi?» Gli abitanti rimasero in silenzio, attoniti: chi si avventurava nel Faunal holz, l’ultima cosa che aveva in mente erano gli ovuli e i porcini. Clara aveva concluso che erano scemi e decise comunque che la mattina dopo avrebbe fatto una breve puntata nel bosco prima di prendere il pullman. Di funghi non ne trovò nemmeno uno, ma la sua vita cambiò radicalmente, infatti non ripartì mai più.

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Galleria. Nel bosco

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Quando la fotografa Clara Obermeier aveva chiesto notizie sul Faunal holz, gli abitanti del paese le avevano risposto che doveva assolutamente visitarlo perché era un bosco fatato. «Sì, va bene», aveva tagliato corto la fotografa, che era una positivista inossidabile e a quell’epoca s’interessava solo di micologia, «Ma a parte gli incantamenti, ci sono funghi?» Gli abitanti rimasero in silenzio, attoniti: chi si avventurava nel Faunal holz, l’ultima cosa che aveva in mente erano gli ovuli e i porcini. Clara aveva concluso che erano scemi e decise comunque che la mattina dopo avrebbe fatto una breve puntata nel bosco prima di prendere il pullman. Di funghi non ne trovò nemmeno uno, ma la sua vita cambiò radicalmente, infatti non ripartì mai più.

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Galleria. La metro

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Tante volte aveva fantasticato su un addio così: lei che correva sconvolta nelle gallerie della metro, un treno che dopo qualche attimo gliela portava via per sempre e lui che sprofondava in un vuoto irreparabile. «Non è un vuoto, quello viene dopo, ma non sempre», gli aveva spiegato un amico esperto di addii, «sul momento è il morso di una belva invisibile che ti azzanna improvvisamente qui, fra lo stomaco e il cuore». Lui aveva provato a immaginare e subito si era ritratto, spaventato. Ma la curiosità per quella tragedia sentimentale a lui sconosciuta si era fatta col tempo sempre più forte; lo assaliva, specialmente, quando sua moglie parlava con qualcuno del loro matrimonio: «Pensa, in vent’anni mai un diverbio, una parola di troppo. Naturalmente abbiamo attraversato qualche momento difficile, ma lo abbiamo sempre affrontato serenamente e il rapporto ne è uscito rafforzato. E sai perché? Non abbiamo segreti uno per l’altro.»
Lui, invece, il suo segreto l’aveva: la nostalgia per quell’addio (con relativo morso doloroso) che non avrebbe mai conosciuto. Ogni tanto, la moglie notava un’ombra malinconica sul viso di lui, e subito gli andava accanto (perché era una donna molto vigile, come si può immaginare) per chiedergli dolcemente: «A cosa pensi?». «Alla metro», rispondeva lui. «Meno male», diceva lei «Avevo paura che pensassi a un’altra donna», e si metteva a ridere forte, perché era una donna allegra e positiva, oltre che vigile.

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Galleria. Pamela e Bert

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Pamela aveva faticato non poco per imporsi ai genitori che avrebbero voluto fare le foto del dopo cerimonia nella villa di famiglia. Che noia i gruppi! Gli sposi con gli zii materni, poi con quelli paterni, poi con gli uni e gli altri insieme. E con i nonni superstiti, con i colleghi e i superiori ai quali il suocero teneva moltissimo perché erano persone influenti. Eccetera. Invece era tanto più bello che lei e Bert si facessero fotografare nel parco, proprio sotto l’albero che era stato il testimone del loro primo bacio. Bello tornare sotto quelle fronde dove era iniziata un’intimità che da oggi sarebbe diventata sempre più stretta. Bert, era perplesso: «Tutti gli alberi sono uguali, come puoi pensare di riconoscere il nostro dopo cinque anni?». Pamela, invece, era certissima e marciava decisa. Era così distratto, il suo Bert! Fortunatamente aveva incontrato lei che avrebbe saputo guidarlo. Sempre. Qualche volta temeva la sua svagatezza, ma si rassicurava pensando che tutti gli uomini hanno sempre la testa immersa nei loro progetti,  nei loro affari… E sorrideva come ogni giovane donna nel più bel giorno della sua vita.

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Galleria. Al bancone

non era cattivo Bertrand

Stavano prendendo tempo tutti e due. Lei cercava una risposta interlocutoria, lui aspettava un cenno, anche piccolo. Apparentemente non era un nodo tanto difficile da sciogliere. Un invito a cena. Formulato in modo discreto, si sarebbe potuto dire quasi elegante, anche se lui era un tipo semplice e niente affatto mondano, lo si vedeva dalla goffaggine con cui continuava a ordinare calici di vino che rimanevano sul bancone. Un invito a cena può voler dire tutto o niente, ma lei sapeva come vanno queste cose e non si fidava: non di lui, di se stessa. Che era rimasta senza lavoro, mentre lui aveva un avviato negozio di cordami ed era in cerca, appunto, di una commessa, una ragazza onesta, capace e desiderosa di far carriera. Diventare cassiera e un domani, perché no?, occuparsi dell’amministrazione.
Una volta era entrata in quel grande negozio tutto di legno; conteneva una miriade di corde d’ogni metraggio e spessore. Anche accanto alla vecchia insegna penzolava una grossa corda con un nodo che la faceva rabbrividire quando ci passava davanti perché assomigliava a un cappio. Ripensandoci, le parve un segno, forse indicava la fine obbligata di una storia che la spaventava e l’attraeva. Una fine necessariamente tragica perché si sa come va a finire quando ci sono troppe corde in giro. Ma il presente aveva una faccia così grigia! E poi non era detto che la testa nel cappio l’avrebbe infilata lei.

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Galleria. La riunione

la riunione

Gli aveva detto:
– Perché non vieni anche tu, mercoledì prossimo? Ci si riunisce, si fanno quattro chiacchiere.
– Ci si riunisce chi?
– Gente che ha voglia di parlare delle cose che succedono. In tempi come questi bisogna stare con quelli che la pensano come te.
– Ma tu cosa ne sai di come la penso io?
– Non mi dirai che la pensi come loro!
– Dipende. Chi sono loro?
– Quei figli di puttana che conosciamo bene tutti e due.
Aveva deciso che era meglio non andare.

Rispondi

Galleria. Betty

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Il locale era come tanti altri, ciò che lo rendeva unico era Betty. O meglio: il sorriso di Betty. L’aveva scoperto per caso, una mattina che il Next Door era chiuso per lutto di famiglia. Non gli piacevano i morti, così anche quando il locale riaprì decise di cambiare, per scaramanzia. Fu allora che incontrò Betty. “La sorte”, si disse, e aggiunse: “Qualche volta anche un morto può rendersi utile”. Il sorriso di Betty illuminò la sua vita. Anzi l’abbagliò, tanto che il primo giorno riuscì a balbettare solo “Grazie” quando lei gli porse  un bicchiere luminoso come il suo viso. Il secondo giorno, si preparò a dovere e le chiese:
– Come ti chiami?
– Betty.
– Io mi chiamo Ben.
– Ciao Ben!
Nessuno lo aveva mai guardato così intensamente mentre gli diceva “Ciao Ben”.
La mattina seguente si era fatto trovare davanti al locale mezz’ora prima dell’apertura. Quando Betty era arrivata le aveva sorriso e da dietro i vetri era riuscito anche a vederla mentre s’infilava il grembiule. Era stato il primo cliente. Si disse: “Mi piacerebbe molto essere anche il suo primo uomo”.
– Ciao Ben!
Gli disse Betty mentre gli porgeva il bicchiere.
Ben si disse: “E’ come pensavo. Sono il suo primo uomo”, e rimase a guardare quel sorriso che non calava mai d’intensità. “Come il sole”, si disse, e pensò che Betty l’aveva trasformato in un poeta.
Entrarono nuovi clienti che Betty servì con lo stesso sorriso, Identico.
– Ciao Freddy!
– Ciao Malcolm!
– Ciao Tom!
Dopo Edwin, Gregory, Richard e Alan, decise che si sarebbe fatto forza e che l’avrebbe uccisa. Anche se i morti non gli piacevano.

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Galleria. Il tè

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Lizzie era abituata a fare le cose bene, perciò aveva lavorato non poco per organizzare quel tè. Sapeva da sua madre che per la buona riuscita di un ricevimento era importante la scelta degli invitati che devono essere eterogenei ma compatibili. Il cane Spike e l’orso Teddy li aveva già in casa, quindi sarebbe stato scortese non invitarli; eterogenei lo erano senz’altro, e tutto sommato anche compatibili, a parte certe intemperanze di Spike che ogni tanto addentava Teddy scuotendolo dissennatamente col rischio di fargli uscire la segatura e  lanciandolo nell’aria come per risvegliarlo da quel suo torpore, senza capire che ciascuno ha il suo temperamento e che la flemma di Teddy faceva di lui un ottimo compagno di sonno. Per gli altri invitati, Lizzie aveva pensato a tre gatti che frequentavano il giardino e che erano senz’altro affiatati. Forse la mamma, che era un po’ moralista, avrebbe detto: fin troppo, visto che Andy e Asterix erano tutti e due mariti di Blondie, ma per fortuna la stagione degli amori era lontana.
Lizzie aspettava gli ospiti con una certa apprensione: era il suo primo tè (a parte quelli con le bambole); Spike e i gatti si conoscevano solo di vista e non si sapeva se avrebbero legato – basta niente per mandare all’aria un ricevimento: il padre e lo zio di Lizzie, per esempio, gridavano come pazzi quando la domenica parlavano di politica, tanto che la mamma doveva cacciarli tutti e due in giardino. Invece sotto questo aspetto gli invitati si erano comportati bene, nessuno screzio, nessuna parola di troppo. Anzi, nessuna parola in assoluto. Erano entrati e subito si erano disposti intorno al tavolo fissandola con una fastidiosa aria interrogativa – una cosa per niente educata. Lei aveva provato a fare conversazione, ma loro erano rimasti immobili, con quegli sguardi insistenti che ripetevano la stessa domanda: “Quando si mangia?”. Di Spike non si era stupita perché lo conosceva; quanto ai gatti, sperava che fossero gente più di mondo, ma nemmeno loro avevano capito che si trattava di una finzione. Solo Teddy era superiore, non gliene importava niente della pappatoria.
Lizzie era rimasta molto delusa da tanta grossolanità, poi si era consolata pensando che quella sera, sotto le coperte, lei e Teddy avrebbero avuto molto da dirsi su quei quattro zoticoni.

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Galleria. Un vecchio racconto

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C’era un vecchio racconto che tutte le mamme narravano ai loro bambini quando li portavano al parco. Era per l’appunto un racconto sul parco e su un vecchio signore che viveva solo. Nel vecchio racconto, il signore, oltre a essere solo, era anche povero (le mamme sottolineavano sempre questo particolare: per preparare i loro bambini al peggio? per instradarli al risparmio? per instillare in loro il senso del patetico ormai del tutto espunto dalla vita moderna?). Dunque, nonostante le ristrettezze il vecchio signore teneva sempre in tasca una manciata di nocciole quando faceva la sua passeggiata al parco, sì, proprio quel parco in cui si trovavano loro in quel momento (le mamme lo sottolineavano sempre: per creare un effetto realtà?). Dunque, un giorno in quel parco il vecchio signore aveva incrociato uno scoiattolo che attraversava il viale di corsa passandogli quasi sui piedi; solo com’era, subito pensò che quella creaturina doveva assolutamente diventare sua amica. L’indomani lo rivide. Questa volta era su un ramo. Il vecchio signore posò una nocciola per terra e si allontanò di qualche passo. Con molta cautela, l’animaletto scese, afferrò la nocciola e corse via. Da quel momento, il vecchio signore, che non aveva nient’altro da fare, pensò solamente al momento felice in cui il suo futuro amico avrebbe preso la nocciola direttamente dalla sua mano e incominciò ad allontanarsi sempre meno dal boccone, dopo averlo posato per terra. Giunte a questo punto del racconto, le mamme, diminuivano la distanza fra il vecchio signore e lo scoiattolo con una lentezza esasperante: “Un giorno si fermò a due metri… il giorno dopo, a un metro e novantanove centimetri… poi  a un metro e ottantotto centimetri…” (ignoravano che ogni suspense ha un limite), così che ai bambini non gliene importava più niente di quell’addestramento così noioso e correvano via per i viali del parco con le bocche spalancate gridando: “Aria, aria!”. Il vecchio racconto cominciò a perdere la sua energia narrativa (che era già flebile in partenza) finché, anche per ragioni di età (era un racconto anonimo ormai sfibrato dal tempo), non tirò le cuoia lasciando i suoi protagonisti a una ventina di centimetri l’uno dall’altro in attesa di un contatto che non sarebbe mai avvenuto.

Galleria. La dottoressa Clancy

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La desiderava pazzamente, o almeno così credeva, perché in materia ne sapeva poco. Una volta aveva sentito il dottor Stillman (uno degli ingegneri che l’avevano costruito) confidarsi in laboratorio con il dottor Fuchs. Parlavano di una collega, la dottoressa Clancy. Stillman non parlava con la sua solita voce, emetteva dei brontolii che stavano fra il gemito e il rantolo: «Sono pazzo di lei! Quelle gambe mi mandano fuori di testa!» Il mite e laborioso dottor Stillman. Che passava l’intera giornata curvo tavolo da disegno. Un esempio per tutti. Almeno una volta doveva averla alzata, quella testa mentre passava la dottoressa Clancy. E gli era bastato per perderla.
PJ 18 era un robot programmato per azioni belliche leggere, più che altro come deterrente: lo avevano dotato di una piccola pistola con la quale poteva sparare scariche elettriche che teoricamente avrebbero dovuto spaventare il nemico. Una sera il dottor Stillman lo aveva convocato in laboratorio: «Sdraiati. Facciamo lo straordinario.» Lo aveva aperto, poi aveva incominciato ad armeggiare. Toglieva e metteva, senza dare spiegazioni, come sempre. Intanto parlava con quella voce che faceva paura: «Ho riflettuto a lungo e ho deciso che non è giusto… Anche tu devi sapere cosa significa… Adesso non puoi capire, ma quello che ti faccio è un grande dono, sai?» Lo aveva rimontato e PJ 18 si era sentito un po’ diverso da quando si era sdraiato sul lettino. Il mattino dopo, da come gli altri lo guardavano si rese conto che non era solo una sua sensazione. Quando incrociò la dottoressa Clancy, le si fermò di fronte, quasi sbarrandole il passo. Sentiva una necessità inedita, intensa e dolorosa, quella di parlarle a lungo ma lui stesso non sapeva di che cosa e comunque il vocabolario a sua disposizione sarebbe stato insufficiente. Riuscì soltanto a dirle: «Il dono…» La dottoressa Clancy rise: «Che ti prende, PJ? Siamo su di giri stamattina?» Si rese conto che le stava fissando le gambe. La dottoressa rise ancora e si allontanò.

PJ 18 si rese conto che quello di Stillman non era stato un dono. Senza quella maledetta modifica non si sarebbe mai accorto che la dottoressa Clancy era fornita di un paio di gambe, né tanto meno si sarebbe sorpreso a puntarle contro la pistola emettendo qualcosa che stava fra un gemito e un grugnito.

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Galleria. Le marionette

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aaaf84b0a48b8d65fa5f585b33ad3adcFino a quel punto, lo spettacolo era filato via abbastanza bene perché Pinocchio lo conoscono più o meno tutti, anche il pubblico della domenica pomeriggio che è popolare e proprio per questo bisogna prenderlo con le molle perché le anime semplici anelano al realismo e a nient’altro. Vagli a spiegare che con i finanziamento ministeriali di oggi non ti puoi permettere una ventina di personaggi come nel teatro degli anni Trenta, quando gli attori si scritturavano per un  pezzo di pane, e soprattutto non c’erano l’INPS, l’agibilità e così via. Per Geppetto e Mangiafuoco aveva risolto tagliando la barba di un vecchio mago e applicandola a un diavolone che faceva la sua figura; per la Bambina dai capelli turchini era stata riciclata una Cenerentola che aveva già interpretato tante altre squinzie, ma il Gatto e la Volpe non c’erano proprio: l’unica soluzione era stata quella di accorpare i due personaggi…

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Galleria. In due sulla panchina

Omone con pugno

Non le sopportava quelle come lei: vecchie scimunite con un piede nella fossa, che ne approfittavano per provocare: tanto, vivere una settimana in più o in meno, per loro non cambiava nulla. Sì, provocare, a incominciare da quelle vocine flebili con le quali invitavano gli altri a essere tolleranti e stronzate simili, senza rendersi conto che quella era la più grave forma di violenza. Lui era un uomo tranquillissimo, un pezzo di pane, ma non coglione, e se qualcuno provava a mettergli i piedi sulla testa (peggio ancora se con modi melliflui), sapeva reagire.
E poi, su quella panchina era arrivato prima lui. E ciascuno è padrone in casa sua, fino a prova contraria.

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Galleria. Il treno della domenica

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Forse partire il lunedì mattina sarebbe stato più comodo, ma il treno della domenica sera esercitava su di lui l’attrazione di certi cibi che non amiamo ma che ci imponiamo periodicamente di riassaggiare perché vorremmo che ci piacessero. Era stato così anche per lo yogurt; da bambino non riusciva a sfiorarlo nemmeno con la punta della lingua, e se ne dispiaceva perché vedeva l’espressione beata degli adulti (soprattutto le donne: gli uomini di casa glissavano) mentre inghiottivano un cucchiaio dopo l’altro di quella sostanza purissima e subdolamente acida; gli pareva che proprio la natura respingente dello yogurt garantisse la superiorità di quell’alimento così lontano dalla facile seduzione del dolce di cui erano schiavi gli stupidi bambini come lui. Nel desiderio (infantile, ma che non l’avrebbe abbandonato nella vita adulta) di migliorarsi, aveva reiterato i suoi assaggi nel tempo, ma il rapporto con lo yogurt era rimasto in bilico, come una di quelle storie d’amore tormentate nelle quali la repulsione innesca il volano dell’attrazione, e così si trascinano avanti per anni, nonostante gli amici dicano: “Ma perché non lasciar perdere, piuttosto che tormentarsi in questo modo?”
Non dissimile era il suo sentimento per il treno della domenica. Seduto nel suo scompartimento, osservava lo spettacolo del distacco, e francamente gli sembrava che la drammaturgia calcasse un po’ troppo la mano. In fondo, quei mariti non andavano al fronte, rientravano semplicemente al loro lavoro in città per ricongiungersi con la famiglia il fine settimana successivo. Tutte quelle ostentazioni dei partenti e delle abbandonate erano davvero sopra le righe. Così si compiaceva di esserne esentato: nessuno lo salutava al binario e nessuno l’avrebbe atteso all’arrivo: era come aver finalmente conquistato lo yogurt, ma l’acidulo di fondo rimaneva. 

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Galleria. Salendo le scale

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Ce ne aveva messo di tempo a convincerla, nonostante fosse una di quelle donne che sua moglie definiva facili – e aggiungeva subito: “Per usare un eufemismo”. Invece con quella non era stato facile per niente: una trafila molto noiosa di fiori, bigliettini, telefonate, persino di cioccolatini. Alla fine lei, con molta degnazione, aveva detto che si poteva fare: a casa sua, per il momento, perché se la cosa funzionava lui avrebbe dovuto pensare a un appartamentino neutro e misterioso tutto per loro due. L’espressione “loro due” era spaventosa, non meno di quella scala che lo stava conducendo a un patibolo insensato. Indubbiamente era stato un idiota, ma di minuto in minuto la pena gli sembrava sempre più sproporzionata. Salire tutti quei gradini. Cercare di accendere in qualche modo il desiderio – lui che era incapace di gestire persino il boiler di casa; spogliarsi ed esporre il suo corpo massiccio al giudizio (certamente beffardo) di lei; infilare la lingua nella bocca di una sconosciuta. Sarebbe stato indispensabile anche ansimare – questo gli sarebbe riuscito più facile perché quelle scale non finivano mai.
Qualche gradino avanti, lei ancheggiava di malavoglia. Lui alzò gli occhi, che fino a quel momento aveva tenuti bassi, e per la prima volta in vita sua, si fece una domanda che gli apparve inedita e forse premonitrice di tempi nuovi: “Perché mai dovrei essere interessato a un sedere?”

Galleria. Sotto la pioggia

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Non sarebbe mai accaduto. Non sarebbero rimasti così stretti e infradiciati dalla pioggia battente; trafelati dopo la corsa che avevano fatto per corrersi incontro; un po’ balbettanti, anche, per quella gioia tumultuosa che rendeva così goffo e scomposto il loro bacio. No, non sarebbe accaduto. Nemmeno col sole. Nemmeno in una giornata grigia di febbraio che sarebbe stata trasformata per sempre dopo quell’incontro. Non sarebbe accaduto perché i due abitavano in racconti diversi, e solo per una sbadataggine narrativa i treni sui quali viaggiavano, uno diretto al nord, l’altro al sud, erano rimasti fermi e affiancati per qualche minuto in una stazioncina fuori programma. Per ingannare il tempo, o per curiosità, l’uno aveva gettato uno sguardo nello scompartimento dell’altro; forse quella ricognizione si era protratta fino a diventare quasi indiscreta, ma nulla giustificava un finale così impetuoso. Il narratore se ne rese conto e vi rinunciò.

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