Galleria. Le maschere

«Un attimo, e sono da te», gli aveva detto staccandosi da lui – forse doveva salutare qualcuno, impartire disposizioni ai domestici o cose del genere. La seguiva con lo sguardo mentre, a ogni qualche passo, si intratteneva con questo o quell’invitato. Vecchi notabili travestiti da pirati e da ammiragli che la guardavano con le ultime gocce di desiderio; colleghe antipatiche e antipatizzanti travestite da amiche del cuore che l’abbracciavano – normale routine per una padrona di casa.
In fondo al salone il costume da Pierrette di lei si era congiunto (forse ricongiunto?) con quello di un samurai. Era palesemente il più chiassoso ed egocentrico di tutti i costumi presenti. Forse per questo lei aveva riso forte e leggermente stonando quando l’aveva incontrato. Forse per questo lo aveva preso sottobraccio ed era scomparsa con lui in una porticina mimetizzata nella parete.
La festa aveva incominciato a calare. Lui era rimasto sempre lì, accanto al buffet. Infine, svaniti gli invitati, era comparsa una piccola schiera di domestici che avevano incominciato a riordinare. Li dirigeva un maggiordomo anziano. Era un uomo che nel suo lungo corso doveva aver incrociato molti dolori quasi tutti non suoi – ciò che ora gli conferiva una certa distaccata umanità. Mentre i servitori giovani portavano via le bottiglie, il maggiordomo gli chiese se volesse bere ancora qualcosa. Formulata da un altro, la domanda sarebbe suonata sarcastica; detta da lui, significava che l’attimo, dopo essere stato stiracchiato oltre ogni logica, si era del tutto esaurito.
La notte era umida e freddina, così che le foglie del viale erano diventate scivolose. Non essendo più tanto giovane, si allontanava con cautela – una caduta sarebbe stata tragicomica; ebbe per un istante la visione di sé con le gambette secche a bicicletta nell’aria. Di tanto in tanto si volgeva alla villa, come per dire: «Sappiate che io me ne sto andando.» Le finestre, tutte chiuse, rispondevano: «E allora?», sempre più spazientite.

Galleria. Lo scoppio

Lo scoppio era stato forte. («Un éclat.», se lo ripeteva in francese per sdrammatizzare).  Dopo tanti anni di assidua amicizia. Solo un’amicizia? Evitò di addentrarsi nei corridoi troppo tortuosi della ricostruzione dei fatti. Un’assidua amicizia. Punto. Ipocondriaco com’era, temette qualche lesione. L’udito funzionava come prima, eppure un’incrinatura doveva esserci, la percepiva anche se non sapeva dove localizzarla. Si sottopose a numerosi di esami, tutti negativi. Accrebbe la sua sfiducia nei medici, e anche in se stesso.

Galleria. I due figlioli

Quanto lavoro, per farli, quei figlioli! Non i due atti riproduttivi, che erano stati il meno, anche perché se n’era occupata prevalentemente sua moglie. Pensava a tutto il lavoro successivo. Le scuole che non finivano mai – e ogni anno volevano essere nuovi libri, quasi sempre inutili. Le malattie, che i medici ingigantivano solo per gonfiare le parcelle; non perdevano occasione per insistere su quanto fossero gracilini, anemici e chissà cos’altro; sua moglie, naturalmente, abboccava e il farmacista rincarava la dose aggiungendo alle prescrizioni nuovi intrugli costosi. Stanco di tutti gli straordinari che gli toccava di fare, il padre tentava di riportare la moglie alla ragione: «Io da ragazzo non ho mai preso niente e sono venuto su bene, mi pare. Tu non te ne intendi di genetica, i ragazzi sono come me, tali e quali.» «Eh, magari…», sospirava la moglie.

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Galleria. La soirée

Nel sogno, era finito su un palcoscenico, anche se non ricordava più come. Forse stava seguendo una ragazza che non aveva mai visto prima. Non sapeva perché la seguiva, visto che non gli piaceva, anzi non era proprio il suo tipo, era una di quelle ragazze che parlano troppo forte, ridono troppo spesso e sono troppo vestite – con troppa ricercatezza, intendeva, perché in realtà era molto discinta, ma come una che avesse passato un paio d’ore davanti allo specchio per spogliarsi al punto giusto. La ragazza si voltava spesso come per verificare di essere seguita, cosa che lo indispettiva e lo induceva ad aumentare il passo per raggiungerla: voleva semplicemente dirle che era una cretina se pensava che lui abboccasse a quel giochetto. Poi la ragazza era sparita dietro una quinta e lui si era ritrovato in scena davanti a un pubblico folto e attento. Troppo attento, e solo in quel momento si era accorto di essere completamente nudo.
Molti anni dopo quel sogno, questa sera lui sale su un palcoscenico che potrebbe essere quello del sogno. È una serata di beneficenza, probabilmente, di quelle in cui succede un po’ di tutto:  neo-diplomate che cantano “Casta diva”, arpiste disoccupate che eseguono tutte sole la Toccata e fuga in re minore di Bach, comici che imitano Proietti che imita Petrolini e attori che dicono poesie. Probabilmente anche lui è un attore, dal momento che è lì. Ne deduce che dovrebbe dire una poesia, ma in questo momento non ha la minima idea di quale. Corre nei magazzini della memoria ma trova solamente quattro versi di Ada Negri: “Sui campi e su le strade/ Silenzïosa e lieve,/ Volteggiando, la neve/ Cade.” Niente altro. Il pubblico lo fissa con curiosità crescente, alcuni con malcelata ilarità, come quella volta che era nudo. Riconosce la ragazza del sogno, è la seconda in basso a destra nella foto. Questa sera è vestita.

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Galleria. La giocatrice di poker

La cugina Erminia era timida. Ma non in modo patologico, forse le piaceva soltanto stare per conto suo – e poi, a quei tempi la timidezza non era forse lo scrigno impalpabile che custodisce (e in certo modo garantisce) la sensibilità di una fanciulla? Non bisognava dunque ingigantire la cosa, diceva la madre, e scambiare  una virtù per un difetto. Il padre non la pensava così. Era un uomo dalla doppia personalità: di giorno, un austero notaio, di notte, uno di quei fragorosi buontemponi che ammorbano le serate di tutti; gli sarebbe dunque piaciuto che la giovane Erminia gli somigliasse. Predispose quindi per la figlia un programma di graduale socializzazione che prevedeva come primo passo delle innocenti partite a carte tra fanciulle. Presto, Erminia scoprì che con le carte ci sapeva fare e si stancò di quelle sciocchine che giocavano senza impegno mentre parlavano di ragazzi e altre stupidaggini.
Dopo qualche tempo, fece irruzione nello studio notarile Antelami (il padre di Erminia) un cliente di antica data. Non si trattava né di un rogito né di un testamento, ma di una confessione: da molti anni il vecchio cliente dedicava le sue serate al gioco: era abituato a perdere, ma il suo notevole patrimonio gli consentiva di coltivare quel vizio senza gravi danni. Fino a una settimana prima, quando aveva incrociato una giocatrice giovanissima, imbattibile e spietata. La ragazza era entrata da poco nel giro del poker, e gli amici lo avevano avvertito di starne alla larga, ma lui, stupido, anzi morbosamente attratto, l’aveva sfidata subendo pesantissime perdite. “E chi sarebbe questa ragazza?”, chiese il notaio. “Nessuno lo sa, gioca sempre travisata perché è molto timida»

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Galleria. Way out

Era fatta. Non credeva che ci sarebbe riuscita. Lui glielo l’aveva martellata continuamente per un anno, da quando le cose avevano incominciato a non funzionare: «Dici di volertene andare, ma sei patetica, te ne rendi conto? Non resisteresti una settimana da sola. E poi, andare dove? Da un altro? Per una come te sarebbe l’unica soluzione, ma dici che non hai nessuno. Io ti credo, sai?, e proprio per questo mi viene da ridere pensando a quello che dovresti fare. Affittare un appartamento – diciamo, più realisticamente, un monolocale – e già qui non ti ci vedo proprio in giro per agenzie, alle prese con il contratto, la caparra… A proposito, lo sai cos’è una caparra? Per non parlare poi della questione economica: con quello che guadagni, te le sogni un paio di scarpe al mese. Vedi bene che non ha senso, quindi smettiamola con queste stronzate e dormiamo, sono già le due.»
Invece era fatta, o quasi. Aveva portato con sé lo stretto necessario; il resto l’aveva lasciato nella casa in cui non sarebbe tornata: vestiti, scarpe, tutto. Le scarpe erano sessantaquattro paia. Pazienza. Per il momento le bastavano quelle che aveva ai piedi.

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Galleria. I due talamoni

Erano lì da più di duecento anni e credevano di aver visto di tutto, compreso un delitto piuttosto famoso del quale, ai primi del Novecento, avevano parlato anche i giornali. Negli ultimi vent’anni l’appartamento era rimasto disabitato per complicate questioni ereditarie, e nei precedenti quaranta era stato occupato dalla famiglia Dedominicis, che si riproduceva e moriva con una compostezza esemplare – in ambedue i casi avevano sempre cura di tirare bene le tende. Il ramo femminile della famiglia era sempre stato il più esuberante, e a volte capitava che le Dedomincis figlie portassero qualche ragazzo nel talamo coniugale anziché in camera loro, così, per il gusto di dissacrare, ma erano incontri furtivi, frettolosi, con un occhio all’orologio e l’altro, imbarazzato, al ritratto dei genitori collocato sul trumeau di fronte al letto. Verso queste ragazzate i due telamoni mostravano una certa indulgenza: «Non ci si può far niente, è la modernità» – e si compiacevano, sentendosi al passo coi tempi.
Una notte, il silenzio ventennale fu squarciato da una musica assordante e da una voce che gridava parole incomprensibili: “Cut my life into pieces/ This is my lastresort/ Suffocation” mentre una coppia di ragazze si spogliavano, lì alla finestra, davanti al mondo, preparandosi a entrare nel grande letto severo e quasi immacolato. I telamoni sgomentarono, ma nessuno dei due voleva passare per retrogrado. Infine, quello di destra chiese: «Anche questa è modernità? Oppure siamo oltre?»«Non saprei dire», rispose quello di sinistra, «Studiamo il fenomeno.»

Galleria. Crostacei a colazione

Li aspettava. Non vedeva l’ora che si avvicinassero. Lo avrebbero fatto, di questo era certa. Avevano incominciato a ridacchiare non appena era entrata, poi quando aveva ordinato un plateau di crostacei si erano spostati al tavolo di fronte e non le avevano staccato gli occhi di dosso dandosi di gomito e facendo gesti sempre più espliciti. Anche lei li fissava, e questo li eccitava ancor di più. Si ripromise di non esagerare, questa volta. Peccato, perché quei due la ispiravano proprio; avrebbe voluto provare su di loro il Colpo del Drago allo sterno che aveva eseguito solamente in palestra, ma dopo il casino scoppiato qualche giorno prima alla Piña Colada era meglio stare sul leggero evitando di fratturarli troppo. Era la prima volta che si trovava da quelle parti e non sapeva ancora niente dei giudici del Nevada.

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Galleria. Lo scoglio

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Lei lo vedeva così: pensieroso, svagato, ma capace di certe uscite ingegnose che la coglievano di sorpresa. Doveva essere un uomo gentile, altrimenti non avrebbe guardato con tanto trasporto quello stormo di uccelli; ne ebbe la conferma quando si accorse che riservava  la stessa sensibilità anche alle piccole quotidianità, una birra, un bizzarro mulinello di foglie secche, una persiana malandata ma espressiva e a tutte le cose semplici che scaldano il cuore.  Le vennero in mente, per contrasto, certi pretesi intellettuali, solo in apparenza disponibili, ma sordi, e contorti. Lui no, lui la avvolgeva con pensieri assidui e sempre misurati. Il suo perseverare così lieve le divenne col tempo necessario, poi nacque in lei il desiderio di avvicinarlo, di vedere il suo viso. Una mattina si stupì di aver avviato un dialogo, e in così poco tempo, con un uomo di cui conosceva solo la nuca e la schiena. Molte volte si chiese se sarebbe stata così ardimentosa da salire su un piccolo legno per remare fino a lui; il tratto di mare, non più lungo di una cinquantina di metri, le sembrava un oceano. Per il momento non si rispose e scelse di assaporare i piaceri dell’indecisione. Nel frattempo si sarebbe informata se da quelle parti noleggiavano barche.

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Galleria. L’impronta

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Anche se non ufficialmente, se n’era andata. Sulla parete dell’entrata aveva lasciato (volontariamente o per la fretta?) un’impronta di sé, ma così indecifrabile che persino lui faceva fatica a ricondurla all’originale – arrivò anche a pensare che si trattasse di qualcosa di simile a una pelle caduca di cui si era liberata per potersi sentire più leggera e più nuova.
Ispezionò le stanze della casa dove rintracciò alcuni effetti personali di lei, ma non era affatto detto che sarebbe tornata a recuperarli, anzi, tutto lasciava pensare che là dove aveva deciso di stare non ne avesse affatto bisogno.
Ritornò in entrata; l’impronta continuava a starsene per suo conto senza far caso a lui, com’era logico essendo estranei l’uno all’altro. Guardò la parete e provò a immaginare i giorni futuri (solo i giorni, non osò spingersi agli anni); a prima vista non sembrava una di quelle impronte che si ammorbidiscono col tempo; sarebbe rimasta così, ingiallendo insieme alla parete fino a che lui non avesse deciso di far imbiancare l’appartamento, ma era una prospettiva lontana e improbabile.

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Galleria. Tribù

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La prima volta che si erano incontrati, l’anziana signora si era lasciata andare sulla panchina senza nemmeno far caso a lui. Imprecava fra sé e sé contro non si sa chi, era proprio arrabbiata. Alan aveva evitato di darle corda perché le vecchie non erano il suo genere. Poi lei si era girata e se lo era studiato per bene: «Di che tribù sei?», aveva chiesto. Con chiunque altro Alan l’avrebbe presa storta ma era chiaro che la nonna non ci stava proprio con la testa, era fuori di suo, senza additivi. Straparlava di cinema, soprattutto di film western perché, diceva, era stata fidanzata con un tizio che faceva lo stuntman a Cinecittà; conosceva a memoria tutti i suoi film e durante i caroselli intorno alla diligenza rovesciata lo riconosceva sempre, anche in mezzo a una cinquantina di altri indiani. Nessuno montava come lui: «Anche a letto, sai?, mica solo sul set! Che bastardo!» Era scoppiata a ridere e gli aveva dato una manata sulla coscia: «Non ho mai più trovato un altro come quello!.» Alan non poté fare a meno di vederla che si rotolava nel letto col suo stuntman, carnosa, fiorente e al tempo stesso già un po’ morta com’era adesso. Quel pensiero gli metteva paura ma ne era attratto come da uno strapiombo di cui non conosceva la profondità.

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Galleria. Lo stress del mattino

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«La vita è già così complicata», pensava Elisabetta, «che è proprio da stupidi guastarsi l’umore con certe piccolezze.» Anche quella mattina, poco prima di uscire, si ripeteva la solita tragedia: Teddy pretendeva di andarsene fuori così com’era nonostante il rigore invernale. Era incominciato un estenuante patteggiamento: del cappottino nemmeno parlarne perché secondo lui faceva vecchio bacucco, così Elisabetta aveva ripiegato su un giubbotto, ma Teddy l’aveva liquidato subito in quanto troppo tamarro; l’unico indumento che sembrava disposto a indossare era il coordinato di cotone con la maglietta e righe e i pantaloncini blu. Elisabetta aveva gridato: «Ma sei scemo? È il 18 gennaio!», ed erano partite due sculacciate. Poi gli inevitabili sensi di colpa e il tentativo di un compromesso: «Passi per il coordinato – è una follia, speriamo che non mi arrestino – ma se vuoi uscire devi metterti anche il cappuccio di pelo.» Come tutta risposta, Teddy si era denudato sostenendo che i due capi non erano compatibili. Ed eccoli lì, in entrata, impegnati in un deprimente braccio di ferro. Il temperamento autocritico di Elisabetta la portava a dirsi che in fondo la colpa era sua: una volta aveva letto su una rivista che è un errore molto diffuso diventare amici dei propri figli. Una madre deve fare la madre e basta.

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Galleria. Un addio

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Non era facile far stare tutto in centoquaranta caratteri. Ci sarebbero volute almeno dieci pagine per ricapitolare tutti i lamenti di lui, le sue gelosie, la sua tetraggine. La prima cosa che le venne in mente di scrivere fu: “Basta. Mi hai rotto le palle.” Ventotto caratteri. C’era spazio per aggiungere altro. Ad esempio: “Narcisista, impotente, pallone gonfiato”. Fece il conto: Sessantanove. Si fermò un attimo prima di schiacciare invio. Sabrina era una di quelle ragazze moderne che lodevolmente tengono ancora alle forme, ma le forme purtroppo richiedono spazio, come quei vecchi mobili monumentali e funerei che i nonni lasciano in eredità per rendere la vita dei discendenti non meno triste della loro. Prese tempo e ordinò un caffè. Doveva esistere un passepartout, una di quelle frasi collaudate che paralizzano con eleganza l’avversario (ormai poteva chiamarlo così). Il ragazzo portò un espresso ristretto come l’aveva chiesto. Lo bevve d’un sorso, amarissimo, e subito la formula le apparve nella sua irenica classicità. “In questo periodo ho bisogno di stare sola con me stessa.” Poi precisò: “A tempo indeterminato.” E per ammorbidire l’enunciato che poteva sembrare un po’ asciutto dopo un rapporto di quattro anni, aggiunse: “Un bacio”. Ci ripensò: e se il tipo si fosse appigliato a quel bacio per rifarsi vivo? (Perché era piuttosto appiccicoso). Decise infine di correre il rischio e il bacio rimase: un cioccolatino deve sempre avere la sua carta dorata, a maggior ragione se è avvelenato.
Rilesse: il messaggio era elegante, funzionale, ma ancora un po’ troppo asettico. Aggiunse: “Stronzo”. Così personalizzato, era perfetto. Inviò e ordinò un frizzantino.

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Galleria. Il romanzo del professore

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Nel locale lo chiamavano professore perché portava sempre con sé qualche pubblicazione. I camerieri più sfrontati sostenevano che non leggesse davvero: «Non si capisce, è capace di stare davanti alla stessa pagina per mezz’ora. Mio figlio che fa la seconda elementare e che è anche un po’ ciuco va molto più spedito.» La padrona strillava che i ciuchi erano loro: «Cosa volete saperne di quel che passa nella testa di un professore! Loro leggono in un modo tutto speciale, mica come voi che non andate oltre i titoli della Gazzetta dello sport!» I camerieri non replicavano perché la padrona aveva un debole per lui, lo serviva personalmente e intanto ne approfittava per dare una sbirciata a quelle pagine, per lo più senza ricavarne nulla. Qualche volta, invece di un libro o di un giornale, il professore si portava certe lettere scritte con inequivocabile calligrafia femminile; in quelle occasioni la curiosità della padrona si faceva più forte, e non potendo essere soddisfatta generava delle fantasticherie che col tempo erano diventate un embrione di romanzo. Si trattava di un grande amore infelice, ne era sicura, perché quando gli chiedeva: «Professore, ci vuole il cacao sul cappuccino?» lui s’immalinconiva, come se il cappuccino (oppure il cacao) evocassero un momento molto doloroso. Dal che la padrona deduceva che quella storia doveva essere stata tristissima, in quanto esclusivamente epistolare: erano sentimentalmente impegnati?; vivevano in città irrimediabilmente lontane? Questo e tanto altro, sperava, sarebbe stato rivelato dal seguito del romanzo. La padrona Narratrice era arrivata alla conclusione che i due si erano incontrati una sola volta, per una crudele mezz’ora, al bar della stazione di Piacenza durante un cambio di treno (lei diretta al nord, lui al sud); consapevoli che quel rendez vous sarebbe stato, oltre che il primo, anche l’ultimo, erano entrambi dominati da un forte imbarazzo che nel professore aveva assunto le proporzioni di un marasma. Di qui l’incidente, forse generato da un banale cappuccino. Ma qual era stata la dinamica? Nonostante la Narratrice avesse una bella fantasia, le era impossibile immaginare quel che può combinare un professore in preda a una tempesta emotiva, eppure qualcosa di fatale doveva essere accaduto, perché la signora dopo dieci minuti si era alzata e aveva salutato freddamente dicendo che temeva di perdere il treno.
È il mistero che nutre i romanzi popolari, e questo col tempo era diventato popolarissimo perché la padrona non mancava di diffonderlo oralmente fra i suoi dipendenti – ai quali, per la verità, il professore sembrava più un vecchio attaccapanni che un eroe romanzesco.
Un giorno, senza che nulla lo lasciasse prevedere, il professore non si presentò. La padrona ci rimase male, non tanto per lui, che non era particolarmente interessante, quanto per il romanzo che rimaneva fastidiosamente incompiuto. Col tempo, la figura, già evanescente, del vecchio evaporò del tutto. Ogni tanto, tornava ad aleggiare nel locale quell’odore di muffa tipico dei romanzi non risolti, ma la padrona, che non era donna incline alle nostalgie, diceva ai sottoposti: «Su, apriamo un po’ le finestre!»

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Galleria. La passeggiatina

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È vero che un padrone non ce lo si può scegliere, ma Toby non riusciva a capire perché la sua padrona avesse scelto proprio lui. Era sicuramente una brava donna un po’ malinconica, che passava molte ore al telefono con le amiche, ma sollecita e anche affettuosa, anzi fin troppo; tutto il giorno gli stava addosso, e quando guardava la televisione (non poche ore al giorno) pretendeva di tenerselo sulle ginocchia come si fa con i gatti. Il vero supplizio erano le uscite, sempre troppo brevi; non appena si trovava finalmente sulla strada, Toby sentiva che qualcosa si accendeva in lui, i muscoli si tendevano, pronti a scattare, aspettando un segnale, forse lo sparo di uno starter che lo facesse partire alla massima velocità, e questo desiderio che non si realizzava mai si traduceva in un rombo possente che la padrona scambiava per un ruggito: “Che ti prende, Toby? Non sei contento che facciamo la nostra passeggiatina?” La passeggiatina era una estenuante via crucis che prevedeva innumerevoli fermate con le amiche della padrona. Ne aveva una ogni cento metri: la droghiera, la parrucchiera, la sarta… Ogni sosta durava almeno un quarto d’ora. Toby doveva mettercela tutta per non partire, ma giorno dopo giorno i freni finirono per logorarsi, e un pomeriggio cedettero. La padrona gridò disperata, ma lui non poteva udirla perché in pochi metri aveva già raggiunto i cinquanta chilometri orari. Gli pareva che tutte le strade del mondo gli si aprissero davanti mentre superava i motorini e se la batteva alla pari con le utilitarie. Un giorno sarebbe tornato perché era un cane riconoscente di indole affettuosa, ma non prima di aver completato i mille chilometri necessari al rodaggio.

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