Laurie Penny, Il mondo vuole delle donne trasparenti (Internazionale)

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Una questione politica
Sono furiosa per la tranquillità con la quale la società sembra guardare alle ragazze che puniscono e trascurano i loro stessi corpi, anche e soprattutto in nome dell’ossessione per la salute.

Sono arrabbiata per tutto il tempo e tutta l’energia che le ultime e intelligentissime generazioni sembrano ancora sprecare per odiarsi e danneggiare i loro corpi, come facevamo noi solamente in maniera leggermente più efficiente. Non sono arrabbiata con loro. Lo sono con il resto di noi perché non ci prendiamo più cura di loro. E più di tutto sono furiosa per la maniera in cui tutto questo è diventato normale.”

Leggi l’articolo
https://www.internazionale.it/opinione/laurie-penny/2018/03/11/donne-trasparenti

 

QUOTIDIANA. Sottovoce in platea

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La platea è assorta. Eros Pagni, nel ruolo del Padre, conduce la navigazione del primo atto di Sei personaggi in cerca d’autore con quella sua dizione che col tempo sta diventando una sfida virtuosistica: più il volume si abbassa, più cresce la nitidezza concettuale e testuale (nonché l’eleganza, e non è un particolare ornamentale). Gaia Aprea (la figliastra) interrompe il flusso del racconto/monologo/discussione (sul teatrare, sulla possibilità di raccontare teatrando) con una fisicità vocale plebea e sapiente. Molto assorto a mia volta, mi viene da pensare che da qualche tempo non mi trovavo in una platea così attenta. Una voce maritale alle mie spalle sussurra alla moglie, riferendosi a Pagni: “Ma quello lì non ride mai?”

in Quotidiana leggi anche:

Due ragazzi al tavolino di un bar
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/30/quotidiana-due-ragazzi-al-tavolino-di-un-bar/

Persone che raccontano
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/13/quotidiana-persone-che-raccontano/

Il metodo Pinter
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/20/quotidiana-il-metodo-pinter/

L’opera
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/27/quotidiana-lopera/

L’ippopotamo Pippo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/03/07/quotidiana-lippopotamo-pippo/

 

Raccontare l’arte: “Magritte, le thérapeute” (ROA)

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Mi dicevano che vivevo d’espedienti, che ero un fannullone.
Io che di notte camminavo per sentieri di ciottoli e terra, con il mio bastone che mi sorreggeva durante le folate di vento d’inverno…………
Leggi il resto dell’articolo: https://rivistaonlinedavanguardia.com/2018/03/11/11932/#more-11932

 

Il video della domenica. GIORGIO MORANDI, Non vi è nulla di più astratto e surreale del reale. 4′

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https://www.youtube.com/watch?v=JPwqVWdB0l8

“È vero, ho fatto più nature morte che paesaggi, ma i paesaggi li amavo di più. Ma bisognava viaggiare, e soffermarsi in un posto e nell’altro, e ritornarvi per completare il lavoro.

Se c’era in Italia un giovane pittore che seguiva con passione i nuovi sviluppi dell’arte francese, quello ero io. Nei primi vent’anni di questo secolo, pochissimi italiani erano interessati quanto ero io all’opera di Monet, Cézanne e Seurat.

Il più bel paesaggio del mondo lo so io qual è. È andando su verso Grizzana. A un certo punto c’è una curva, e lì, quando si esce dalla curva, c’è il più bel paesaggio del mondo.

Sappiamo che tutto quanto riusciamo a vedere nel mondo oggettivo come esseri umani, in realtà non esiste così come lo vediamo e lo percepiamo. Per me non vi è nulla di astratto. Peraltro ritengo che non vi sia nulla di più surreale e di più astratto del reale.”

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In questi giorni il nostro blog ha pubblicato il suo post numero mille: molti, anche se riferiti a quasi cinque anni di attività. Probabilmente troppi, ma poche cose tendono a permanere come le piccole manie che si ripetono giorno dopo giorno. Com’è naturale, un certo numero di frequentatori ha cambiato indirizzo, proprio come succede con i bar: li si frequenta tutti i giorni per un anno, poi improvvisamente si sente il desiderio di cambiare, per amore di novità, oppure perché una mattina il caffè ci è sembrato meno buono del solito; ogni tanto qualche antico frequentatore si riaffaccia, come per dire: “Ah, siete sempre lì?”. Nel frattempo altri sono subentrati. Anche loro cambieranno bar quando si accorgeranno che facciamo il caffè più o meno allo stesso modo: dipende dai giorni e da chissà quante altre cose.

 

GALLERIA. Il bacio rubato

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Si sarebbero poi sposati, molti anni più tardi, dopo essersi persi di vista per un bel po’. Tramite una comune amica, lei aveva sempre seguito le vicende di lui: che era emigrato in Germania; che si era fatto la moglie del suo datore di lavoro (piena di soldi, teneva le redini dell’impresa); che lei gli aveva messo in piedi una bella attività di import export; che poi si erano lasciati quando lui aveva conosciuto una pornostar d’origine italiana molto nota in Germania; che lui era diventato impresario e aveva ingaggiato una dozzina di ragazze con le quali andava in giro; che la pornostar si era incazzata di brutto perché lui si dava da fare con tutte e dodici e l’aveva piantato dopo averlo riempito di botte (perché, contrariamente a quanto lui pensava, le pornostar non sono di larghe vedute nella vita privata); che era tornato in Italia facendo il bodyguard di una cantante con la quale aveva avuto una storia tumultuosa finita anche sui giornali; che la manager della cantante lo aveva tolto dai guai perché era sempre stata innamorata di lui, così come la madre della cantante stessa; che fra le tre donne era scoppiata una rissa furibonda in una discoteca per il possesso di lui; che lui ne aveva avuto abbastanza ed era tornato al paese per cercare un po’ di tranquillità. 
Così, ventisette anni dopo quel bacio contro il muro che lui le aveva rubato, si erano sposati. Uscendo dalla chiesa, lei ripercorse rapidamente all’esistenza da talpa che aveva condotto fino a quel momento: l’impiego, rare uscire con qualche collega – tutti sul punto di divorziare – storie di pizza e birra con epiloghi frettolosi. Poco altro, già dimenticato o da dimenticare. Temeva di essere inadeguata quell’esuberante che aveva appena sposato, ma aveva la camminata di chi ha vinto il primo premio a una lotteria. Improvvisamente vedeva le amiche come quelle torpide trote che i ristoratori ingrassano negli stagni per prelevarle con la reticella all’ora del pranzo. Gettando il bouquet alle invitate (un gesto puramente rituale, perché erano tutte sposate), rabbrividì d’orgoglio e fu percorsa da un presentimento di piacere che di lì a poco si sarebbe rivelato del tutto immotivato.

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QUOTIDIANA. L’ippopotamo Pippo

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In quegli anni (Sessanta), ero appena arrivato a Torino e incominciavo a muovermi negli ambienti. Si diceva “gli ambienti” gettando via la parola come il pittore lascia andare una pennellata distratta, di prova. «Chi è quello?», «Non lo so, è uno che gira negli ambienti…». Si evitava di dire “cultura” perché sapeva di vecchio, e poi perché gli ambienti erano entità fluide e composite, nelle quali confluivano un po’ di editoria, di pittura, di mondanità, di spettacolo, e soprattutto una certa ansia di esserci, ma ingenua, non troppo sgomitante come sarebbe diventata in seguito, e anche rassegnata a stare in secondo piano, come certe ragazze di quegli anni che si vestivano tutte carine pur sapendo che avrebbero fatto da tappezzeria. Negli ambienti si affacciava anche la pubblicità, che allora a Torino voleva dire lo Studio Testa. Poiché “gli ambienti” erano venati di un certo snobismo, la pubblicità veniva guardata con sufficienza: troppo ricca, troppo televisiva, con quel suo Carosello intasato di frigoriferi, di famiglie, di bambini bagnati, quindi si ergevano degli steccati e si riservava un sorriso di compatimento agli attori che avevano tradito la Prosa per pubblicizzare detersivi. Ma i capillari lunghi e insidiosi di Carosello s’infiltravano. Toccai con mano la contaminazione fra pubblicità e  spettacolo quando conobbi un giovane e promettente attore molto impegnato in certi piccoli spettacoli ambiziosi “di ricerca” e contemporaneamente nel teatro ufficiale – aveva addirittura recitato nel “Bruto Secondo”, di Alfieri, una prova di crudele disciplina per un attore scalpitante come lui.
Una volta mi salutò in fretta:
«Sono in ritardo, devo andare!…»
«In teatro?»
«No, oggi devo andare dall’ippopotamo.»
L’Ippopotamo si chiamava Pippo, era una creatura blu tondeggiante (in vetroresina, credo) che pubblicizzava pannolini saltellando goffamente dondolando il testone.
«Dall’ippopotamo a fare cosa?»
«Ci vado dentro. Siamo in diversi…» e mi nominò altri giovani e promettenti attori che animavano quell’idolo televisivo di tanti bambini.
Forse mi prendeva in giro (era il tipo), ma non ho mai voluto verificare, ho preferito mantenere intatta l’immagine di quel guscio pieno di attori sgambettanti su e giù per le colline di una televisione che si pretendeva umana.

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Due ragazzi al tavolino di un bar
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Persone che raccontano
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Il metodo Pinter
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L’opera
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La Striscia. ALBERTO ARBASINO

TESTATA STRISCIA ARBASINO

Michelangelo Antonioni 

Il “caso Antonioni” è un prodotto della Stagione dell’Alienazione, spiacevole tema che com’è noto ha portato male a tanti che l’hanno toccato o sfiorato. E’ quindi imbarazzante occuparsene, ormai, tanto più volendone parlar male, perché il regista è uomo assai permaloso: subito si fa vivo per protestare se non condivide i giudizi espressi; non li tollera se non dall’entusiasmo in su; prende come stroncature totali qualsiasi giudizio “misto”; non raccoglie le intenzioni ironiche perché non le vede, però al contrario esige che vengano raccolte talune intenzioni ironiche sue, che nessuno riesce a vedere tranne lui. Come se non bastasse pretende poi (e non di rado le ottiene) due o più recensioni a ciascuna delle sue opere, la seconda sempre molto migliore della prima, e contrassegnata dall’abbandono d’ogni rigore critico. Quindi, tutto difficile, tanto più che occorre difendersi dal tono vagamente ricattatorio dei corifei: il tono del “chi non capisce, è stupido”, “chi non applaude, è un ignorante”, “se non gli piace, peggio per lui”, “chi dice una parola contro, da oggi in poi è squalificato”, che forse involontariamente si è venuto creando intorno ai suoi film. 

Alberto Arbasino, “Ritratti italiani”, Adelphi

Franz Schubert “Alla musica” 3′

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https://www.youtube.com/watch?v=hsjRg1XatAE

Arte meravigliosa, in quante ore grigie, 
Quando il vortice selvaggio della vita mi opprime,
hai infiammato il mio cuore di caldo amore,
mi hai trasportato verso un mondo migliore,
trasportato verso un mondo migliore.

Spesso un sospiro uscente dalla tua arpa,
un tuo dolce, divino accordo,

Mi ha schiuso il cielo dei tempi migliori.
Arte meravigliosa te ne sono grato,
Arte meravigliosa, ti ringrazio.

Mi ha schiuso il cielo dei tempi migliori.
Arte meravigliosa te ne sono grato,
Arte meravigliosa, ti ringrazio.

Letti oggi, i versi di questo lied – del 1817 – possono sembrare enfatici, sovrabbondanti e pomposi. Schubert li ricavò da un poema di Franz Von Schober, e forse non sono fra i più belli della sua produzione liederistica, ma la tessitura musicale li riplasma fornendoli di un’anima che sulla carta rimane un po’ opaca e trasformandoli in un un manifesto del Sublime in musica.

Galleria. Domeniche al mare

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Certe domeniche mio padre andava al mare. Così almeno diceva. Con un certo suo amico, diceva: imprecisato, perché quando mia madre gli chiedeva con chi, rispondeva: che importanza ha l’amico? Anche il mare rimaneva imprecisato, perché a mio padre non gliene importava niente, l’acqua gli faceva schifo, non sapeva nemmeno nuotare; il mare gli apriva la fantasia, ecco perché ci andava, come una cura. Allora mia madre si metteva a ridere perché sosteneva che a lui la fantasia gliel’avevano amputata insieme al cordone ombelicale, quindi c’era poco da aprire. Noi andavamo nell’altra stanza perché quello di mia madre era il riso forzato di uno che prova a vomitare senza riuscirci e tutti stanno male per lui. Mio padre se la prendeva a morte e faceva come quelli che hanno bevuto e sostengono di non essere ubriachi, così per dimostrare che aveva fantasia incominciava a raccontare delle storie di pirati, di creature immaginarie e cose simili. Allora mia madre smetteva quel riso penoso e gli dava del truffatore e dell’imbecille. Sosteneva che erano soltanto riassunti di film.

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L’arma e l’aroma

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Senza titolo

Quando i (neo?)fascisti parlano di cultura, insorge in me una forte curiosità, così mi sono affrettato a leggere il programma di Casa Pound non appena l’ho trovato per caso in rete. E sono stato ripagato già alla quarta riga del paragrafo 12. “Per una cultura libera.” L’idea che la cultura sia un aroma contro la corruzione mi è parsa tanto (inaspettatamente) gentile quanto, al tempo stesso, flebile. Per dirla più chiaramente, solo una diafana, piccola maestra del primo Novecento avrebbe potuto parlare della cultura come aroma, mentre leggeva ai suoi scolari una poesia di Ada Negri (“Neve bella/ fatta a stella,/ bianca neve/ lieve lieve”…) ; solo quella candida maestra avrebbe potuto sperare che dalla cultura (la poesia, in quel caso) si sprigionasse un effluvio così intenso e avvolgente da indurre i corrotti a vergognarsi della loro bassezza, e quindi a pentirsi e magari anche ad autodenunciarsi. Poi mi è venuto in mente che forse si trattava di un banale refuso e che là dov’era scritto aroma dovesse intendersi arma, e i conti tornavano un po’ di più. Rimane da stabilire di quale arma si tratterebbe: bianca? da fuoco? o, per restare sul classico, qualcosa di più grezzo? Nonostante la sua probabile inefficacia, sarebbe ancora meglio l’aroma.

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Eva Illiouz, Le donne, sconfitte dalla rivoluzione sessuale? (“Le parole e le cose”)

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“Come il razzismo, il dominio degli uomini sulle donne è una forma di organizzazione che permette a un gruppo – in questo caso gli uomini – di beneficiare dei servizi di un altro gruppo – le donne – che sono state per molto tempo considerate inferiori. La differenza, tuttavia, è che le relazioni tra uomini e donne sono molto più attorcigliate di quelle tra neri e bianchi. La relazione di potere si intreccia con una relazione affettiva e sessuale che fa sì che gli uomini siano dipendenti da quelle che dominano.”

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QUOTIDIANA. L’Opera

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– Ti ho chiamato per dirti che non dovrei tardare molto.
(pausa) – …
– Mi hai aspettato?
– Lo saprai solo quando sarai qui, non ti pare?

Non la sopportava quando faceva la sibillina. Non era così scontato che lui tornasse, strano che non lo capisse.
Finita la telefonata, l’Opera si rimise in letto a tempo indeterminato. Nessuno sapeva se stesse aspettando o se si fosse abbandonata alle lenzuola in un mare di briciole. Mise su qualche chilo. Dopo alcuni mesi, sentì che oltre a tutto il resto anche il desiderio si andava squagliando. Non era più tanto contenta di farsi vedere così. Dal canto suo, lui, che presagiva ma non voleva dirselo, continuava a differire il ritorno.

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Due ragazzi al tavolino di un bar
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Persone che raccontano
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Il metodo Pinter
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