
Autore: radiospazioteatro
Il video della domenica. Jan Švankmajer Darkness, Light Darkness (1989) 7′

Pittore e regista ceco del cinema d’animazione, nato a Praga il 4 settembre 1934. Autore di grande forza innovativa, fortemente influenzato dal Surrealismo francese e ceco, è tra i più noti realizzatori di film animati, per i quali si è servito di materiali del tutto inusuali e tecniche miste (con riprese dal vero, marionette e animazioni).
Video. Il 25 luglio 1943. Archivi dell’Istituto Luce. 1’45”
Walter Siti, L’inganno del realismo (La Stampa)

Tra le molte cose che simbolicamente sono crollate con le Torri Gemelle, l’11 settembre 2001, c’è senza dubbio il post-moderno. Il clima in cui il post-moderno era nato presupponeva una Storia immobile o ricorsiva (lo “sciopero degli eventi” di cui tanto si parlava), una cultura omologata e fusion a dominante occidentale, uno snobismo ironico ed estenuato per eccesso di vittoria, la sensazione che la realtà si fosse definitivamente suicidata a favore del virtuale. A questi elementi il crollo delle Torri contrapponeva l’Evento assoluto: “l’avvenimento puro” (come scrisse in quei mesi Baudrillard) “che concentra in sé tutti gli avvenimenti mai accaduti”. Il complicato e ludico equilibrio degli immaginari si era rotto perché qualcuno aveva fatto qualcosa (il gesto di Bin Laden che con la mano mimava il planare di un aereo, negli occhi ancora la meraviglia che l’azione avesse superato il progetto).
Per come veniva presentato, e per come noi stessi lo si percepiva, quell’evento che superava il post-moderno era però l’estrema propaggine del post-moderno stesso: per la sua immediata plasticità nel trasformarsi in icona, diventando la proiezione dei nostri sensi di colpa; con tutta la fascinazione di una scena originaria e apocalittica, la castrazione della nostra onnipotenza. L’America implodeva dentro Hollywood; la caduta dell’impero stava davvero cominciando da lì ma non per la forza dei terroristi, bensì per la paura che l’America aveva dei terroristi (di quei pazzi che in un mondo a zero-morte ributtavano sul piatto la possibilità di morire per un’idea), con conseguenti oniriche guerre che le avrebbero svuotato il portafoglio. L’immaginario mostrava tutta la sua forza proprio mentre il reale avanzava alla riscossa, perché anche il reale è un patto fittizio che nasconde altra realtà sempre sottostante.
Dall’11 settembre, e dalla prodigiosa accelerazione che ne è seguita, hanno ripreso vigore le estetiche letterarie del realismo: basta coi giochetti formali e le infinite riscritture citazioniste, se la Storia batte un colpo bisogna ascoltarla – compito dello scrittore è farsi cronista puntiglioso della verità dei fatti (che sono sempre più interessanti dei nostri piccoli orti privati), mettendosi al servizio del cambiamento. La primavera araba ha fatto invecchiare di colpo il terrorismo, le Torri hanno finalmente smesso di crollare in piazza Tahrir. All’immobilismo post-moderno sembra essersi sostituita la prospettiva di un Nuovo Orizzonte, che però rischia di essere altrettanto ingannevole. Proprio l’11 settembre dovrebbe insegnarci l’umiltà, essendosi dimostrato così ostico e impenetrabile alla rappresentazione; tra gli undici episodi del film di Alain Brigand, nessuno racconta che cosa è accaduto quel giorno dentro le Torri Gemelle, e gli episodi più belli sono quelli più laterali; perfino un maestro di tecnica come De Lillo ha scritto le sue pagine più deboli proprio cercando di raccontare il fatto, e l’immagine del suo libro che più si ricorda è quella di un performer che stilizza la caduta. Realtà e letteratura non possono avere lo stesso perimetro: dove la realtà è abbagliante la letteratura non vede niente, la letteratura ritrova voce dove la realtà è oscura e ambigua. Il realismo è un inganno per far credere vero ciò che non esiste; se può trovare spazio nel Nuovo Orizzonte è solo giocando a rimpiattino con gli specchietti dell’informazione, svelando a sorpresa risvolti della realtà che la realtà non sa di avere.
Walter Siti
Le figurine di Radiospazio. Gli itinerari culturali

Non c’è niente di piú odioso della Svizzera
niente che sia piú odioso della natura
Riflettiamo forse c’è qualche altro posto
dove possiamo trascorrere un paio di giorni felici
Non potrebbe per esempio essere al Nord Cos’hai contro il Nord
Vuoi sempre andare al Sud
È una debolezza sentimentale la tua
Per avere la mente lucida bisogna andare al Nord
Al Sud tutto diventa fiacco e putrido
È un’abitudine perversa
viaggiare al Sud
alla ricerca della storia
a scavare la cultura dalle tombe
ho sempre odiato gli itinerari culturali
Odio i musei
tutto il Sud
è un orribile museo
Roma è qualcosa di ripugnante bambina mia
La Sicilia è un sofisma
Atene è un incubo
Da una colonna all’altra
da una tomba all’altra
da una chiesa all’altra
da una Madonna all’altra
È odioso
Thomas Bernhard, Il riformatore del mondo, Einaudi
Il video della domenica. Il potere del gesto. YURI ANCARANI, IL CAPO. 2’52”
https://vimeo.com/108898457
a cura di Francesco Ghisi
Non fatevi ingannare dal torace nudo e dai pantaloni corti; la concentrazione, l’esattezza millimetrica, la perentorietà del gesto di questo “capo” non sono meno preziose di quelle di un direttore d’orchestra. Intorno a lui non c’è un auditorium ma il paesaggio delle Alpi Apuane e l’orchestra che dirige è costituita da grandi, pericolose macchine che scavano il marmo. Sull’asse gesto/rumore si gioca un concerto fragoroso e dissonante, dovuto a una semplice ed efficacissima intuizione di Yuri Ancarano, video artista e film maker molto più noto, ahinoi, all’estero che in Italia.
Prove di dialogo con chat gpt. Palazzeschi, Allegoria di novembre

- D. Vuoi che parliamo di “Allegoria di novembre”, di Aldo Palazzeschi
- Certo! “Allegoria di novembre” di Aldo Palazzeschi è una poesia che cattura l’atmosfera malinconica e riflessiva del mese di novembre, spesso associato alla fine dell’autunno e all’inizio dell’inverno.
- D. Non ci siamo. “Allegoria di novembre” è un romanzo.
- Hai ragione, “Allegoria di novembre” è un romanzo. Mi scuso per l’errore precedente. Se hai altre domande o vuoi sapere qualcosa di più su questo libro, sono qui per aiutarti!
- D. Visto che me lo proponi, dimmi, che genere di romanzo?
- Certo! Potresti dirmi di quale romanzo stai parlando? Così posso darti una risposta più precisa e dettagliata.
- D. Di “Allegoria di novembre”, è evidente.
- Ciao! Sì, l'”Allegoria di novembre” è un tema molto interessante e spesso rappresenta il mese di novembre attraverso simboli e immagini che evocano malinconia, riflessione o il passare del tempo. Se vuoi, posso aiutarti a approfondire il significato o a trovare dettagli specifici su questa allegoria.
- D. “Allegoria di novembre” non è un “tema”, bensì un romanzo di Palazzeschi, come si diceva.
- Certo! Hai ragione, “Allegoria di novembre” non è un tema, ma un romanzo scritto da Palazzeschi. È importante fare questa distinzione per evitare confusioni. Se vuoi, posso aiutarti a approfondire il romanzo o fornirti qualche informazione in più su di esso!
- D. Già, è sempre importante non fare confusioni. Aiutami ad approfondire: in quale forma si sviluppa il romanzo?
- Certo, sono qui per aiutarti! Il romanzo si sviluppa principalmente in forma narrativa, ovvero attraverso una narrazione scritta che racconta una storia. Questa forma permette di approfondire i personaggi, le ambientazioni e le trame in modo dettagliato, offrendo al lettore un’esperienza immersiva.
- D. Sì, ogni romanzo si sviluppa principalmente in forma narrativa, mi sembra chiaro, ma la cosiddetta forma narrativa può calarsi in strutture particolari. Per aiutarti, “Allegoria di novembre” ha stessa struttura delle “Liaisons dangereuses”.
- Ciao! È interessante notare che, anche se ogni romanzo si sviluppa principalmente in forma narrativa, questa può assumere strutture particolari. Nel caso di “Allegoria di novembre”, ad esempio, condivide la stessa struttura delle “Liaisons dangereuses”. Quindi, anche se il modo in cui viene raccontato può variare, ci sono schemi strutturali che si ripetono e che aiutano a dare forma alla narrazione. Se vuoi, posso aiutarti a esplorare più nel dettaglio queste strutture o a capire meglio come si collegano tra loro!
- D. Qual è la struttura delle “Laiaisons dangereuses”?
- Certo! “Les Liaisons dangereuses” è un romanzo epistolare scritto da Pierre Choderlos de Laclos. La sua struttura si basa su una serie di lettere scritte dai vari personaggi, che si scambiano tra loro nel corso della narrazione.
- D. È stato faticoso, ma ce l’abbiamo fatta: dunque è scritto in forma epistolare. Anche “Allegoria di novembre” è scritto in forma epistolare.
- Che bello sentire che ce l’avete fatta, anche se è stato faticoso. La forma epistolare dà sempre un tocco molto personale e intimo ai testi, come se si stesse scrivendo una lettera a qualcuno di caro. È interessante che anche “Allegoria di novembre” sia scritto in questa forma. Se vuoi, posso aiutarti a scrivere o analizzare testi in questa modalità!
- D. “Ce l’abbiamo fatta” si riferiva a te.
- Wow, che bello sentirlo! Sono felice di aver potuto aiutarti. Se c’è qualcos’altro di cui hai bisogno, sono qui per te!
- D. Non ora, sono un po’ stanco.
- Capisco, a volte ci vuole un po’ di tempo per ricaricare le energie. Quando ti sentirai pronto, sarò qui per aiutarti! Riposati bene!
- D. Conto di riprendermi presto.
- Sono sicuro che ti riprenderai presto! Prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno e ricorda che sono qui per supportarti quando ne avrai bisogno. Forza, ce la farai!
Le figurine di Radiospazio. La polvere

Un giorno, un solo giorno di vita a casa mia, tra mobili suppellettili tappeti e drappi che pochi anni prima erano stati nuovi: ma quel giorno già si era sommato all’altro che lo aveva preceduto e tutti si annullavano subito nella polvere che non riuscivo a cacciarmi d’intorno. E io l’intuivo a fondo, quella polvere (granellini che poi osservati da vicino sono contorti e pungenti peli, lebbrosi frammenti di sostanze indefinibili ma per natura ostili, sabbie elementari che vogliono rendere anche fisicamente simile al deserto ciò che è stato lasciato in preda alla solitudine), tossivo e sternutivo nella polvere, ma soprattutto la sentivo, al di fuori di ogni vieta metafora, come la più concreta proiezione dei miei ultimi anni trascorsi; in realtà non la mia opera ma la vuotezza della casa aveva segnato il tempo e me ne aveva portato il resoconto esatto.
Andrea Zanzotto, “Oltre l’arsura”, Racconti e prose, Mondadori
Video. Goffredo Fofi, Quattro punti: resistere, studiare, fare rete e rompere i coglioni. 3′
Prove di dialogo con chat gpt. Italo Svevo, La rigenerazione

- D. Come si inserisce la commedia “La rigenerazione” nell’opera di Italo Svevo?
- CHAT GPT. Non risulta che Italo Svevo abbia scritto una commedia intitolata “La rigenerazione”. È possibile che ci sia stata una confusione con un’altra opera o autore.
- D. “La rigenerazione” è pubblicata nei Meridiani Mondadori, Tutte le opere di Svevo.
- CHAT GPT. Sì, esatto, “La rigenerazione” è pubblicata nei Meridiani Mondadori. Se ti interessa approfondire, questa collana è nota per raccogliere opere importanti e di grande valore letterario. Posso aiutarti con qualcos’altro?
- D. Non si parlava della collana I Meridiani, bensì della commedia di Svevo, “La rigenerazione”.
- CHAT GPT. Grazie per avermelo fatto notare. Quindi, stavamo parlando della commedia di Svevo, “La rigenerazione”. Se vuoi, posso aiutarti con informazioni su questa opera o approfondire qualche aspetto specifico.
- D. Visto che me lo proponi, proviamo ad approfondire, ad esempio, il concetto di vecchiaia che percorre quest’opera.
- CHAT GPT. Certo! La vecchiaia, nell’opera di cui parli, sembra essere un tema centrale e molto approfondito. Spesso, viene rappresentata come un momento di riflessione, di saggezza accumulata nel tempo, ma anche di vulnerabilità e di cambiamenti fisici ed emotivi.
- D. Questi luoghi comuni sulla vecchiaia non hanno nulla a che fare con Svevo e la sua commedia. Viene da pensare che tu non l’abbia letta.
- CHAT GPT. Hai ragione, i luoghi comuni sulla vecchiaia spesso non rispecchiano la realtà, e forse non si adattano nemmeno a quello che Svevo voleva trasmettere con la sua commedia. Non l’ho letta di recente, ma sono qui per aiutarti a capire meglio o discutere di qualsiasi aspetto tu voglia approfondire!
- D. Prima di approfondire di nuovo, è il caso che tu la rilegga, non credi?
- CHAT GPT. Hai assolutamente ragione! Rileggere l’opera sarebbe sicuramente il modo migliore per avere una comprensione più accurata e approfondita. Se vuoi, posso aiutarti a riassumerla o a mettere in evidenza i punti chiave una volta che l’hai riletta.
- D. Non ci siamo capiti, è il caso che la rilegga tu, non io.
- È proprio così. Vuoi altre informazioni?
- D. No, grazie, per oggi mi bastano.
Le figurine di Radiospazio. Il chip

L’elettronica ha dei vantaggi indubbi, non ne discuto. Ma è sempre più difficile la possibilità di ritirarsi del mondo per fare l’eremita, anzi nel mondo d’oggi è una possibilità non contemplata. Ognuno nasce cittadino e ha un numero; non ce l’ha ancora tatuato o sottopelle in un microchip come ce l’hanno i cani, che in ciò sono più avanzati e hanno accettato con lungimiranza il metodo; ma del resto mi dico che ce l’avremo anche noi dalla nascita e significherà l’appartenenza di ciascuno volente o nolente, allo Stato, sarà come un battesimo obbligatorio, sarà come avere la targa, e con questo numero uno sarà automaticamente in rete, comunque e sempre, la rete provvederà e sorveglierà, come avere un antifurto satellitare.
Non ci saranno evasori, e i delinquenti saranno subito presi, forse non ci sarà moneta, e io mi chiedo come faranno i poveri a chiedere la carità. Be’, non ci saranno poveri, dicono, ossia i poveri riceveranno l’uno per mille, automaticamente da chi voglia fare la carità, purché un povero si registri come povero in attività, e a questo provvede il sistema, anche alla distribuzione dell’uno per mille, in modo tale che non ci siano poveri avvantaggiati, ad esempio i poveri simpatici a cui oggi si dà volentieri, mentre altri poveri, i poveri antipatici, quelli sgarbati, quelli permanentemente con la luna storta, o i poveri troppo sani e aitanti d’aspetto, oggi questi sono i poveri più svantaggiati, ma un domani con il loro numero sottopelle e il collegamento del numero a internet, potranno essere trattati egualitaristicamente, e questo è un vantaggio di internet.
Ermanno Cavazzoni, Il pensatore solitario, Guanda
Il video della domenica. Miloš Forman, Amadeus. Mozart trasforma una marcia di Salieri nel “Farfallone amoroso”2′
Prove di dialogo con chat gpt. Niccolò dell’Arca, Il compianto sul Cristo morto.

D. Puoi descrivermi i personaggi che compongono Il compianto sul Cristo morto, di Niccolò dell’Arca, a Bologna?
Chat gpt . Certo! Il compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca è un capolavoro straordinario e molto toccante. Nel gruppo scultoreo, ci sono principalmente due personaggi principali: la Vergine Maria e Gesù Cristo. La Vergine è rappresentata mentre tiene tra le braccia il corpo senza vita di Gesù, con un’espressione di dolore profondo e compassione.
D. La Vergine non tiene fra le braccia nessun corpo, ha le mani giunte.
Chat gpt . Hai ragione, mi scuso per l’errore! Nel Compianto sul Cristo morto, la Vergine Maria non tiene tra le braccia il corpo di Gesù, ma si trova in una posizione molto intensa e drammatica. In questa scultura, Maria è rappresentata con un’espressione di dolore e di orrore, con le mani che si portano al volto o che si aggrappano al corpo di Gesù, che giace ai suoi piedi.
D. Bisogna scegliere: o la Vergine si porta le mani al volto oppure si aggrappa al corpo di Gesù.
Chat gpt . Hai ragione, grazie per avermelo fatto notare! La Vergine Maria si rappresenta con un’espressione di dolore profondo, e spesso si vede con le mani al volto, che esprimono orrore e disperazione.
D. L’opera, essendo in terracotta, non è mutevole, quindi la posizione della vergine non cambia a seconda dei giorni, ti pare?
Chat gpt . Hai assolutamente ragione! La Pietà di Niccolò dell’Arca, essendo scolpita in marmo, è un’opera statica e immutabile. La posizione della Vergine, così come quella degli altri personaggi, rimane sempre la stessa, indipendentemente dal giorno o dall’osservatore. Se vuoi, posso aiutarti a descrivere meglio i dettagli o il significato simbolico dell’opera!
D. No, grazie, per oggi mi basta così.
Chat gpt . Di nulla! Sono felice di aver potuto aiutarti.
Pecore elettriche. Editoriale

In anteprima l’editoriale che introduce il supplemento Pecore elettriche. 44 pagine di approfondimenti sulle scienze che trovate in edicola dal 4 luglio (2,50 euro + il prezzo del quotidiano) fino a esaurimento o che potete ordinare sullo Store.
C’è la Scienza. E poi c’è la scienza, con la minuscola. La prima ci affascina perché rappresenta il limite ultimo della nostra conoscenza e, a volte, come ogni frontiera, mette paura. La seconda è tutto ciò che donne e uomini fanno per allargarla, quella frontiera. La prima è fatta di formule e teorie. La seconda di persone. La prima è tutta giusta, almeno fino a prova contraria. L’altra è piena di tentativi, errori, colpi di fortuna che solo di rado portano a un risultato. La prima è bella, utile e talvolta terribile.
La seconda è, soprattutto, umana. E non si racconta quasi mai. A scuola e nelle università si parla molto delle scoperte e troppo poco dei percorsi — a volte tortuosi e casuali — con cui ci si è arrivati. È un riflesso comprensibile: con tutti i suoi sbagli e i suoi difetti, a raccontare la scienza si teme di macchiare anche la Scienza con la maiuscola, dandone un’idea ancora più nebulosa. Ma non è detto che sia così. Le storie che vedono al centro ricercatrici e ricercatori raccontano come lavorano e cosa hanno davvero in testa. Mostrano che alla base delle loro scelte non ci sono solo conoscenze esoteriche, ma anche passioni personali e pressioni sociali. Di queste passioni e pressioni, in fondo, siamo esperti — a volte più degli scienziati stessi — perché vi partecipiamo in prima persona.
Lo facciamo quando paghiamo le tasse, così garantendo i mezzi perché la ricerca — che si fa quasi esclusivamente coi soldi pubblici — vada avanti Ma lo facciamo anche quando rifiutiamo un vaccino, acquistiamo un pacco di pasta o scegliamo un’auto elettrica, perché scienza e tecnologia pervadono il nostro habitat ben oltre l’immaginazione: nulla è più artificiale del concetto di “naturale”. Per questo abbiamo deciso di raccontare storie di scienza. Come ogni racconto che si rispetti, sono piene di buoni e di cattivi, di pirati e di codardi, di giusti e di malandrini. Le sceneggiature migliori sono quelle in cui i personaggi contengono anche un po’ del loro opposto e svolgono più ruoli in commedia. La scienza non fa eccezione. La parola chiave della nostra epoca è certamente complessità. Sta a significare che il totale è più dell’insieme delle parti, e la ritroviamo in tutte le scienze odierne.
Le conoscenze sul riscaldamento climatico dei prossimi decenni non sono la somma di tante previsioni meteorologiche. E l’intelligenza — naturale o artificiale — non si capisce studiando un neurone per volta. Vale anche per la Scienza. Senza le vicende piccole e grandi di scienziate e scienziati non avremmo la matematica, la biologia o la medicina che si studia nei manuali. Ma il percorso con cui le storie si trasformano in Scienza non è lineare né prevedibile. Perché riguarda tutti noi.
Andrea Capocci
Le figurine di Radiospazio. La piccola massaia

Da bambina la massaia era polverosa e sonnolenta. La madre s’era dimenticata di educarla e ora gliene serbava rancore. Le ripeteva:
«Che farai quando io non sarò più? Verrà il giorno in cui m’avrai fatta morire di crepacuore; voglio vedere, allora, come te le sbrigherai da sola nella vita».
La bambina taceva, piena di cruccio contro se stessa, destinata a tutti i costi a fare morire sua madre di crepacuore. Ossessa da quell’idea cercava in quanti libri o giornali le capitavano in mano casi di morte per afflizione. Ma non ne trovava o erano rarissimi e questo la piombava in una ancor più smarrita accettazione del fato che la faceva personaggio, esempio crudele. Tutta compresa nell’idea di non poter ormai che perfezionarsi almeno in quella triste parte di figlia assassina, s’era già fatta avara di ogni altro pensiero e movimento. Distesa in un baule che le fungeva da armadio, letto, credenza, tavola e stanza, pieno di brandelli di coperte. di tozzi di pane, di libri e relitti di funerali (quali fiori di latta di una corona, borchie di bare, veli di vedove, nastri bianchi con su scritto in oro: al caro angioletto, eccetera), la bambina andava quotidianamente catalogando pensieri di morte. Pensava e si mangiava le unghie; finite le unghie e i pensieri, masticava tozzi di pane e sfogliava libri in cerca di altro nutrimento.
Paola Masino, Nascita e morte della massaia, Feltrinelli

