Edgar e Alice sono alle soglie del loro cinquantesimo anniversario di matrimonio. Entrambi hanno fallito quelli che credevano essere gli obiettivi della loro vita: lui non è diventato maggiore, lei non è diventata attrice. Non rimane loro che il palcoscenico domestico per mettere in scena la loro feroce, rituale commedia.
Un frammento del capolavoro strindberghiano impreziosito da due grandi interpreti del ‘900, Lilla Brignone e Gianni Santuccio.
Lo specchio è un artefatto antico: ne sono stati trovati esemplari in tutto il mondo, alcuni dei quali risalenti al VI millennio a.C. Oltre allo specchio artefatto, prodotto dall’azione e dall’intenzione di qualcuno, c’è però anche lo specchio naturale, la superficie liquida, l’acqua. Noi che in genere non ci specchiamo mai sulla superficie dell’acqua potremmo considerare sfocata l’immagine che riflette, senza sapere che può dare invece risultati di altissimo nitore e grande precisione.
Ben lo sapeva il giovinetto Narciso, il cui mito ci viene subito alla mente se pensiamo al gesto di specchiarsi nell’acqua e alle sue, per Narciso, terribili conseguenze. Tutti conoscono Narciso, la cui struggente vicenda è narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Forse non tutti sanno però che il suo destino equoreo era in qualche modo predestinato dalla natura dei suoi genitori, un fiume (il Cefíso) e una ninfa acquatica, la cerulea Liríope (dagli occhi sfacciati, da lirós, sfacciato, e ops, opós, femm., occhio). Occhi sfacciati che la madre trasmise in eredità al figlio, dal momento che questi li usò in maniera sfacciata, per innamorarsi cioè della sua immagine riflessa nell’acqua di una fonte. Eppure l’indovino, il cieco Tiresia, interrogato dalla madre se Narciso sarebbe giunto a vedere una lunga vecchiaia, l’aveva avvertita. Ci arriverà, aveva risposto, «se non conoscerà se stesso» (si se non noverit, v. 348).
La bambola in negozio pareva viva; non appena in camera, Emanuela la trasse dalla scatola, la prese in braccio, la strinse a sé, la scostò, tornò ad abbracciarla, credendo così di suscitare in sé un po’ di tenerezza: inutilmente. Da bambina le accadeva lo stesso. S’estasiava davanti alla vetrina, affascinata da una bambola, la voleva, la otteneva, se la portava a casa in braccio, fieramente; ma quando poi rimaneva sola con lei, non sapeva che cosa farne. Le bambole d’allora avevano gli occhi fissi e un freddo sorriso di porcellana. «Stupida!» Emanuela le diceva piano: «Stupida, perché non parli?» La spogliava, la rivestiva senza divertimento; infine l’abbandonava. Delusa, andava alla finestra: rimaneva per ore a seguire i voli delle rondini, le nuvole che vagavano, mutando forme. Era il suo giuoco preferito.
Alba De Céspedes, Nessuno torna indietro, Mondadori
La tribù s’era fermata! Aveva trovato in mezzo al deserto un vasto paese ricco d’acqua, di prati e d’alberi e, involontariamente, senza che nessuno lo proponesse, invece di farvi una delle solite soste fugaci, aveva messo radice in quel paradiso, era stata avvinghiata dalla terra e non aveva più saputo staccarsene. Pareva fosse giunta a quel grado superiore di evoluzione ch’esclude la vita nomade; riposava della marcia secolare. Le tende lentamente si mutarono in case; ogni membro della tribù divenne proprietario.
Corsero gli anni. Alì, un guerriero inquieto, refrattario alla nuova vita, sellò il cavallo e galoppò da una parte all’altra di quello ch’egli s’ostinava di chiamare accampamento, gridando:
– Io proseguo, seguitemi.
– E chi ci porterà dietro la nostra amata terra? – domandarono i più.
Soltanto allora tutti ebbero coscienza d’essere legati per sempre a quel pezzo di terra, e Alì partì solo.
II
Il vecchio Hussein era chiamato a decidere una questione insorta fra due proprietari di terreni limitrofi. La questione era complessa di molto. Uno dei due diceva spettargli anche una parte del raccolto dell’altro, perché per errore l’aveva lavorato; la colpa poteva essere dell’altro, che non aveva saputo imprimere sul terreno i segni del proprio diritto.
Hussein lungamente meditò, poi disse:
– Consulterò le leggi della tribù.
Il giorno appresso, nel Consiglio degli anziani, dovette dichiarare che la legge non prevedeva quel caso. Era la prima volta che un coltivatore chiedeva giustizia, perché prima non c’erano stati coltivatori.
Gli anziani si portarono alla piazza dei comizi pubblici e convocarono l’intera tribù:
– Noi non sappiamo fare giustizia; se qualcuno sa dettarcela, parli franco.
Tutti tacquero. L’intera tribù non aveva saputo sciogliere il difficile problema.
III
Hussein allora parlò:
– Fratelli! La nostra tribù è ricca di tutto fuorché di leggi! Per avvicinarmi il più possibile, nel caso concreto, alla giustizia che ignoro, decido che il raccolto, che diede luogo al litigio, sia diviso in parti uguali fra i due contendenti. Acché in avvenire i nostri giudici possano evitare anche la piccola ingiustizia da noi quest’oggi commessa, la tribù invii un suo membro a studiare l’organizzazione dei popoli che vivono da secoli nell’assetto che noi conosciamo soltanto da anni. Costoro hanno certamente leggi che regolano i diritti di chi lavora e di chi possiede.
Tutti consentirono. Avevano capito che la tribù doveva creare la propria giustizia.
Hussein disse ancora ai querelanti le generose parole:
– Uno di voi due è stato oggi tradito dalla tribù che gli doveva la giustizia esatta. Non vi dolga! Forse il vostro litigio sarà ricordato con riconoscenza dai posteri.
IV
Achmed partì. Gli anziani lo elessero a delegato della tribù, all’unanimità. Era giovanissimo ma, per la sua età, sorprendentemente attivo ed assennato. I profeti (nella tribù ve n’erano ancora) dicevano ch’era destinato ad aumentare il benessere e la gloria della tribù; e gli anziani, per rispetto ai profeti, agirono in modo che la profezia si avverasse.
Achmed partì. Conscio dell’importanza della missione affidatagli, quando si trovò solo sulla via, ripetè a se stesso il giuramento fatto poco prima agli anziani: – Patria mia, io ti porterò la giustizia.
Giunto in Europa, per lunghi anni studiò, tanto che di lui si diceva: Achmed studia come un’intera tribù.
V
Quando, dopo sì lunga assenza, ritornò in patria, non ancora sceso da cavallo, passando per le vie della piccola città, s’accorse subito che le condizioni della tribù s’erano mutate di molto. Non ne fu sorpreso. Era troppo naturale che così fosse. La legge economica non perdeva della sua forza neppure nel centro del deserto; e le piccole linde casette, che avevano da prima sostituite le tende, erano scomparse per far posto a sontuosi palazzi e a luride catapecchie. Passavano uomini seminudi ed altri coperti di stoffe preziose.
Achmed si rizzò sulla sella per guardare lontano. No! Il comignolo della fabbrica non era ancor giunto fin lì.
“Arrivo in tempo per importarlo io” pensò Achmed.
Gli anziani si radunarono per ricevere le comunicazioni di Achmed.
Ma la prima assemblea non fu che una lezione di giustizia pratica che Achmed diede ai suoi compatrioti. Egli aveva trovato i suoi beni occupati da altri. O che lo si aveva mandato via per derubarlo con comodità?
Gli anziani riconobbero la giustezza dell’osservazione e deliberarono di versare ad Achmed tanto oro quanto egli avrebbe potuto trarre dalla vendita dei suoi terreni.
Ad Achmed però non bastava:
– E come sarò retribuito di tutto il tempo che dedicai esclusivamente al bene della tribù? Io oggidì avrei aumentato considerevolmente quel mio patrimonio; possederei altre terre e palazzi se, nell’epoca in cui la proprietà fra voi andava formandosi, io non fossi stato assente. Esigo che all’importo, che mi sarà destinato ad indennizzo, vengano aggiunti gl’interessi degl’interessi in base ad un computo ch’io v’insegnerò.
Gli anziani dimostravano di consentire.
VI
Ma il decrepito Hussein s’alzò per manifestare un’opinione ben differente:
– Il tuo computo noi lo conosciamo già, disgraziatamente. Sappi, Achmed, che la tribù non è più quella che tu lasciasti. Ho paura che il tuo viaggio sia stato inutile, perché noi, oramai, di leggi ne abbiamo anche troppe. Non si potè attendere il tuo ritorno per compilarle, e furono fatte giusta i bisogni che ci parevano urgenti, e seguendo assiomi che ci sembravano naturali. Pareva che queste leggi dovessero condurci alla felicità, e invece la tribù di eroi, che hai lasciata, s’è mutata in un agglomerato di vili schiavi e di prepotenti padroni. Oh! beato Alì, che non volle fermarsi con noi a coltivare questa terra traditrice! Sappi che io non dormo una sola notte intera dal rimorso di aver consigliata la tribù ad abbandonare la vita nomade. Ho voluto attendere il tuo ritorno per prendere una decisione che ci tolga a questo stato. Se tu ci saprai raccontare di un popolo, che, toltosi alla vita nomade, abbia saputo vivere più felicemente di noi, allora ti farò contare i tuoi interessi degli interessi. Altrimenti tu non riceverai nulla, e noi, così almeno io spero, torneremo alla vita nomade.
Achmed chiese un giorno di tempo per riflettere. La cosa era troppo importante per venir risolta su due piedi; gli interessi degli interessi del suo capitale dovevano produrre una somma elevata.
VII
Egli lesse le leggi della tribù e vi trovò in embrione tutto quanto esisteva negli stati moderni più perfetti. Avrebbe potuto qua e là correggere o completare. Sentiva un gran desiderio di ostentare la propria dottrina dettando nuove leggi che la tribù ignorava perché il suo stato economico, ancora rudimentale, non le chiedeva. Ma egli non era uno sciocco e non volle esporsi ad essere deriso.
Il vecchio Hussein gl’incuteva un grande rispetto. Costui, che nei tempi passati era stato l’uomo più eroico e più generoso della tribù, ne era ora il più perspicace, il più acuto. Quelle leggi, che certamente erano opera sua, erano chiare, semplici. Dettate per regolare conflitti avvenuti sotto gli occhi stessi del legislatore, non contenevano alcuna contraddizione. Uno spirito superiore e semplice aveva precisato nei singoli casi le affinità e le diversità.
Perciò Achmed non credette di poter mentire per salvare il proprio denaro. Doveva dire la verità; e la verità o quella ch’egli pensava tale – non poteva soddisfare Hussein.
Passò la notte insonne. Verso mattina gli balenò un’idea: “Forse mi riuscirà di salvare il mio denaro e fondare con esso la mia fabbrica”.
VIII
Il dì appresso, presenti tutti gli anziani, cominciò dal dichiarare che la storia della tribù non era altro che la storia stessa dell’umanità. Prima, finché nomade, la tribù costituiva un solo individuo che lottava per la vita; ora, nel progresso, ogni suo membro era divenuto un lottatore per proprio conto. I più forti vincevano e soggiogavano i più deboli. Ed era bene che così fosse. Hussein non si mostrava degno del suo posto, piangendo sulla sorte dei vinti. Ogni membro ragguardevole sarà un vero e proprio trionfatore e l’intera razza diverrà più forte e sosterrà facilmente il paragone con gli altri popoli nel conflitto economico. – La via sulla quale vi trovate è la buona e qualunque altra vi è interdetta. Le nostre leggi non sono ancora perfette ed io voglio aiutarvi a renderle più sicure, ma non a mutarle. Invano Hussein vorrebbe ricondurvi alla vita nomade; nessuno lo seguirebbe.
— E non ci porti altro? – chiese Hussein con mestizia. – L’infelicità di tanta parte di noi è dunque decretata irrevocabilmente?
IX
– Vi porto ancora qualche cosa! – disse l’accorto Achmed. – Vi porto la speranza. Nella tribù si lotterà ancora per lunghi secoli. Essa si trova appena all’inizio della lotta, che diverrà sempre più fiera. Una parte dei vostri simili sarà, senza colpa, condannata a passare la metà della giornata in ambienti malsani, a lavorare in modo da perdervi la salute, l’ingegno, l’anima. Diverranno dei bruti, disprezzati e spregevoli. Per essi non i canti dei vostri poeti, non il giuoco d’idee dei vostri filosofi. Sarà loro tolta ogni cultura che non sia puerile, e neppure potranno vestirsi e nutrirsi da uomini. La sventura attuale dei vostri poveri, obbligati a coltivare le vostre terre, è felicità e ricchezza in confronto alla sorte dei loro discendenti. E soltanto allora la tribù sarà giunta all’altezza dei tempi. Di là soltanto – dunque fra secoli – si vedrà albeggiare una nuova era. L’uomo, elevato da tanta sventura, aspirerà a un nuovo ordine di cose. I diseredati, uniti dalle fabbriche – la loro sventura – si coalizzeranno e, pieni di speranza, vedranno avanzarsi i nuovi tempi e vi si prepareranno. Poi, giunti i nuovi tempi, il pane, la felicità e il lavoro saranno di tutti.
– E questi nuovi tempi, li sai tu predire nei particolari, nelle leggi? – domandò Hussein ansioso.
X
Ho tanto viaggiato – rispose Achmed – e non trovai sinora alcun paese che fosse giunto a tale elevata organizzazione. So dirvi questo soltanto: In quel lontano avvenire la terra sarà della tribù e tutti i validi dovranno lavorarla. I frutti saranno di tutti. Non cesserà la lotta, perché dove è vita è lotta, ma la lotta non avrà per iscopo la conquista del pane quotidiano. Questo sarà il diritto, come oggi l’aria. Il vittorioso nella lotta non avrà altra soddisfazione che d’aver servita la tribù.
E dovremo attendere sì a lungo per raggiungere tanta felicità? – gridò Hussein con voce tonante. – Ti sei meritati i tuoi interessi degli interessi – aggiunse rivolto ad Achmed. – Sappi che la tribù vuole incominciare dalla fine.
Achmed si felicitò d’essere stato tanto abile e incassò il proprio oro. Lo contò, e pensò che bastava per fondare la fabbrica, l’oggetto dei suoi sogni, e proprio in mezzo alla tribù che lo pagava nel convincimento d’essere sfuggita alla fabbrica.
XI
Un europeo, stanco della sventura del proprio paese, bussò un giorno alla porta di Hussein e chiese d’essere ammesso a far parte di quella tribù felice.
– Impossibile! – disse Hussein. – Abbiamo sperimentato che la nostra organizzazione non fa per voi europei.
Offeso, l’europeo osservò: – Non siamo stati noi a immaginare le vostre leggi?
– Le avete immaginate, ma non sapete comprenderle né viverle. Abbiamo dovuto scacciare da noi persino un arabo, certo Achmed, che aveva avuto la sfortuna di essere educato da voi.
Evidentemente il mestiere di canzonettista le appariva come una parte necessaria della vita, e a quello riconnetteva tutto ciò che di bello e di grande aveva udito dire sull’arte e sugli artisti; cosicché le sembrava giusto, educativo e signorile uscir fuori ogni sera su un piccolo palcoscenico velato dal fumo denso dei sigari e cantare canzoni il cui valore emotivo era per lei fuori di discussione. S’intende che non rifuggiva dall’intercalarvi qualche scurrilità, com’è necessario per ravvivare un po’ ciò che è decente, ma era convintissima che anche la prima cantante dell’Opera Imperiale dovesse fare altrettanto. Certo, se si vuole assolutamente definire prostituzione il vendere per denaro soltanto il proprio corpo, e non, com’è costume, l’intera persona, allora bisogna dire che Leona occasionalmente esercitava la prostituzione. Ma quando per nove anni, come era toccato a lei dal sedicesimo anno in poi, si conosce l’esiguità delle paghe nei varietà d’infimo ordine, i prezzi delle toilettes e della biancheria, le ritenute, l’avarizia e l’arbitrio dei tenutari, percentuali su cibi e bevande consumati dai clienti messi in uzzolo e sul prezzo delle camere dell’albergo vicino, quando si deve giornalmente combattere con tutto ciò, litigare, calcolare, quello che per il profano è giocondo libertinaggio diventa un mestiere pieno di logica e di obiettività, con un suo codice professionale. La prostituzione è appunto una di quelle questioni che appaiono molto diverse a seconda che si considerino dal di sopra o dal di sotto.
Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi Traduzione di Anita Rho, Gabriella Benedetti, Laura Castoldi
Tutti i polizia sono razzisti. Fa parte del nostro lavoro. La polizia di New York odia i portoricani, la polizia di Miami odia i cubani, la polizia di Houston odia i messicani, la polizia di San Diego odia gli amerindi, e la polizia di Portland odia gli eschimesi. Qui da noi odiamo piú o meno tutti quelli che non sono irlandesi. O che non sono polizia. Chiunque può diventare un polizia – ebrei, neri, asiatici, donne – e una volta che ci sei dentro diventi membro di una razza chiamata polizia, che è costretta a odiare tutte le altre razze.
Martin Amis, Il treno della notte, Einaudi, Traduzione Gaspare Bona
«Allez!…» Questo grido imperioso, ripetuto a scatti, era il primo ricordo della mia infanzia grigia, monotona e raminga: la fredda arena del circo, l’odore di scuderia, il pesante galoppo del cavallo, lo schiocco secco della lunga frusta, la sferzata straziante, che soffoca di colpo l’indecisione momentanea causata dalla paura: «Allez!…» Immaginate una minuscola bambina di cinque anni, tremante per l’agitazione e il gelo, con la corta gonnellina di garza, con le gracili nude braccia, illuminate dalla luce artificiale proprio sotto la cupola del circo, sul trapezio che oscilla energicamente. Sullo stesso trapezio pende a testa in giù, agrappato con le ginocchia alla stanga, un uomo tarchiato, impomatato e implacabile. Solleva le braccia abbandonate, dirige ai miei occhi lo sguardo penetrante e ipnotico dell’acrobata e… batte in colpo sul palmo della mano. Il mio cuore all’improvviso raggela e cessa di battere per il terrore; lo spazio in basso, sotto le gambe, sembra un abisso. «Allez!…» Avevo sedici anni appena compiuti ed ero molto bella; in quella stagione nel circo “lavorava” in qualità di artista girovago il clown Menotti, il primo clown solista e venerato dalla bella società, l’ammaestratore famoso in tutto il mondo, vincitore di premi di valore e così via e così via… Durante una prova mattutina, Menotti salutandomi trattenne la mia mano nella sua, mi guardò con occhi stanchi e umidi. Io mi confusi, arrossii e sottrassi la mano. Questo momento decise il mio destino. Dopo una settimana, Menotti mi propose di recarmi con lui al ristorante di un sontuoso albergo. Al secondo piano si trovavano salottini riservati. Salendo mi fermai un attimo per l’agitazione e per un’ultima morale esitazione. Ma Menotti mi strinse con forza il gomito. Nella sua voce risuonò una passione brutale e il comando inesorabile dell’acrobata di un tempo, quando mormorava: “Allez!…» Per tutto l’anno lo seguii di città in città. Mi occupavo del suo guardaroba, lo aiutavo ad ammaestrare i ratti e i maiali, gli spalmavo sul viso la cold-cream e, ciò che era ancora più importante, credevo con il fervore dell’idolatra nella sua universale grandezza. Dopo un anno si era stancato di me. Rivolse il suo sguardo triste a una delle sorelle Wilson, che eseguivano i “volteggi nell’aria”. Una volta, di notte, dopo lo spettacolo nel quale il primo ammaestratore del mondo venne fischiato, perché aveva colpito troppo violentemente con la frusta un cane, Menotti mi ordinò esplicitamente di togliermi dai piedi. Obbedii, ma mi fermai proprio vicino alla porta della camera e con uno sguardo implorante mi volsi all’indietro. Allora Menotti si avvicinò di corsa alla porta, con una spinta violenta del piede la spalancò ed emise un grido: «Allez!…» Ma dopo due giorni come un cane percosso e scacciato, mi trascinai di nuovo dal padrone. Mi si offuscò la vista quando il lacché dell’albergo con un sorrisino sfrontato mi disse: «Da lui non si può, è nel salottino riservato, occupato con una signorina». Salii di sopra e mi fermai davanti alla porta di quello stesso salottino, dove un anno prima ero stata con Menotti. Aprii di scatto la porta e vidi Menotti disteso sul divano senza finanziera e la Wilson con il corpetto sbottonato. Mi scagliai sulla Wilson e la colpii alcune volte in viso con il pugno, poi mi gettai davanti a lui in ginocchio, e, cospargendo di baci i suoi stivali, lo pregai di ritornare da me; Menotti mi respinse e, stringendomi violentemente il collo con le forti dita, disse: «Se tu ora non te ne vai immediatamente, canaglia, io ordinerò al lacché di trascinarti fuori di qui!» Mi alzai, ansando, e sussurrai: «Ah, ah! In questo caso… in questo caso…» Il mio sguardo cadde sulla finestra aperta. Trepidamente e agilmente, come una vera ginnasta, balzai sul davanzale e mi inclinai in avanti, reggendomi con le mani a entrambi i telai esterni. Le mie dita diventarono fredde e il cuore cessò di battere per un momentaneo terrore… allora, chiusi gli occhi, emettendo un profondo respiro, sollevai le braccia sulla testa e lanciai un grido proprio come nel circo: “Allez!”
L’incisiva definizione di William I. Miller, “Il kitsch disturba una persona dalla sensibilità evoluta ma, al tempo stesso, induce sensazioni piacevoli in coloro che hanno meno sensibilità,” apre le porte a una riflessione sulla dualità insita in questo concetto. Il Kitsch è una provocazione visiva, una collisione di stili e significati, eppure, paradossalmente, riesce ad attingere a un’audience più ampia, sfidando la nozione stessa di gusto artistico.
– Alle femmine piace l’insalata. – Che? – Alle femmine piace l’insalata. Questa è una vera differenza tra i sessi. Alle femmine piace l’insalata. – Tu la mangi l’insalata. – Esatto, ma non mi piace l’insalata. A nessun uomo piace l’insalata. Alle femmine piace l’insalata. E posso dimostrarlo. Lei attese. – Come? – Le femmine mangiano l’insalata quando sono cannate. Il maschio vuole la sua tavoletta di cioccolato, o il suo pane e burro con lo zucchero. Niente pomodori del cazzo. Le femmine mangiano insalata al mattino. Direttamente dal frigo. Solo una femmina può fare questo. Pensa quanto sono malate, le femmine”
Martin Amis, Cane giallo, Einaudi, Traduzione Massimo Bocchiola
È possibile che qualche turista, fra gli sbracati di agosto che visitano Notre-Dame ricordi la figura di Quasimodo aggirantesi fra le navate della cattedrale; meno probabile che, in Spagna, qualcuno colleghi i mulini a vento di Consuegra al famoso assalto di Don Chisciotte, o ancora che il laghetto del Central Park di New York richiami alla mente il giovane Holden. Ma i luoghi letterari più rari e quindi pregiati sono quelli che sfuggono alle guide turistiche e che si nascondono fra le righe di un testo poco frequentato. Come La Fontanina di Bologna, scomparsa da chissà quanti anni. Era un locale alla periferia della città dalle parti di San Ruffillo. I suoi séparé, sparsi lungo i gradoni di un giardino frammentario come un labirinto un po’ ebbro, erano arredati con un tavolino e un paio di sedie metalliche appena ammorbidite da qualche cuscino. Due sedie: non ne occorrevano di più perché il luogo era evidentemente destinato a proteggere le coppie con una riservatezza che nel suo verdeggiare richiamava i prati della rustica camporella ma con in più il comfort del locale accessoriato di bevande alcoliche, analcoliche e camerieri ammiccanti. Conviene precisarlo: i camerieri erano tutte oneste e linde persone ma la natura labirintica del luogo faceva sì che la loro comparsa risultasse sempre a sorpresa: anche la persona più impassibile risulta ammiccante se sbuca senza preavviso da una siepe o da un cespuglio – né i camerieri potevano annunciarsi con un colpetto di tosse, perché allora sì che la loro entrata sarebbe stata maliziosa. Io conobbi la Fontanina di Bologna prima di aver letto questa Pagina di diario, e rimasi sorpreso, postumamente, quando scoprii che quel locale era un minuscolo luogo letterario. Ripensai allora ai camerieri che nel ricordo mi apparvero effettivamente “furbi e lisi” proprio come vuole il poeta, alla porticina che introduceva alle amorose promesse del giardino. Ritrovai soprattutto in questi pochi versi quello spiffero di innocente peccato che spira solamente nella scrittura e nei locali affidati alla memoria.
A Bologna, alla Fontanina, un cameriere furbo e liso senza parlare, con un sorriso aprì per noi una porticina.
La stanza vuota e assolata dava su un canale per cui silenziosa, uguale, una flotta d’anatre navigava.
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri che ci inebbriò; l’amore, nei tuoi occhi neri, fuoco in una radura, s’incendiò.
Giovanni Morgeson, il mio editore – l’egregio uomo che aveva prima rifiutato il mio libro e che ora, mosso dal proprio tornaconto, dedicava tutte le sue energie a lanciarlo nella veste più in voga – non era già, come il Cassio di Shakespeare, assolutamente “un uomo onorato”. E nemmeno era il capo di un’antica Casa editoriale, il cui sistematico sfruttamento degli autori fosse stato consacrato dal tempo. Era un uomo nuovo, con nuovi metodi, e con buona provvista di nuova iniziativa e di nuova impudenza. Intelligente, furbo e diplomatico, era riuscito, per un verso o per l’altro, ad accaparrarsi il favore di una parte della stampa. Molte gazzette, quotidiane e settimanali, mettevano in evidenza le sue pubblicazioni, anche a detrimento di altre Case più giustamente note e stimabili. Mi spiegò in qualche modo i suoi metodi, quando mi recai da lui per aver notizie del mio libro. – Tutto è pronto per la settimana prossima, – disse, fregandosi le mani e con tutta la ossequiosità dovuta al mio conto corrente. – E siccome voi non badate al danaro, vi dirò subito quel che intendo fare. Farò pubblicare innanzi tutto una specie di preavviso, una cinquantina di righe nebulose anzi che no, per informare il pubblico che il libro è destinato a segnare una nuova era del pensiero; ovvero che non passerà molto e ogni persona che si rispetti sarà costretta a leggere quest’opera singolare; o anche: un tal lavoro sarà certo bene accolto da chiunque voglia e sappia intendere il corso di una fra le più delicate e ardenti questioni del tempo. Sono frasi fatte, capite, e non c’è privativa. L’ultima poi è di effetto sicuro, appunto perché vecchissima, visto che ogni allusione ad una questione ardente e delicata fa pensare a molti che il libro sia immorale, e per conseguenza lo fa andare a ruba! Ebbe un gorgoglio di soddisfazione per la propria perspicacia, ed io stetti muto a contemplarlo con un senso di curiosità e di diletto. Quest’uomo, la cui sentenza avevo aspettato con ansia umile e febbrile, era adesso mio strumento, pronto ad ogni mio capriccio purché pagato, ed io lo ascoltavo con indulgenza mentre egli mi andava svolgendo i suoi piani per il trionfo della mia vanità e del suo tanto per cento. – La pubblicità, – così continuava, – è stata fatta senza lesinare. Le commissioni sono ancora scarse, ma non mancheranno. L’annunzio che v’ho detto lo farò inserire in un migliaio di giornali qui e in America. Vi costerà su per giù cento sterline, fors’anche qualche cosa di più. Voi non ci tenete? – Nemmeno per ombra! – risposi, più che mai divertito. Stette un momento indeciso, poi mi si accostò con la sedia e abbassò la voce. – Capirete, spero, che la mia prima sfornata sarà soltanto di duecentocinquanta esemplari. Questo numero mi sembrò assurdo e mi strappò un grido di protesta. – Che idea! – esclamai. – E come volete far fronte alle richieste del pubblico? – Adagio, caro signore, adagio! Voi siete troppo impaziente. Lasciate che mi spieghi. Tutti questi duecentocinquanta esemplari saranno distribuiti in omaggio il giorno stesso della pubblicazione… – Perché? – Perché? – e il degno Morgeson rise cordialmente. – Mi avvedo, caro signor Tempest, che voi siete come molti uomini di genio… non capite gli affari. Il motivo dell’omaggio sta in questo: che si possa subito annunziare in tutti i giornali che la prima copiosa edizione del nuovo romanzo di Goffredo Tempest essendo esaurita il giorno stesso della pubblicazione, una seconda è in corso di stampa. A questo modo, capite, la diamo a bere al signor pubblico, il quale non può sapere se un’edizione è di duecento esemplari o di duemila. Naturalmente, la seconda edizione è pronta da un pezzo, e sarà anch’essa di duecentocinquanta copie. – E cotesto processo voi lo considerate onesto? – domandai con la massima calma. – Onesto! – esclamò con una ingenua espressione di virtù oltraggiata. – Onestissimo, mio caro signore!
Marie Corelli,.Le angosce di Satana (1895), Parole d’Argento Edizioni
Tina era bella. Indiscutibile: lo si vede nei ritratti di Edward Easton a lei dedicati in cui appare abbandonata, oppure intensa e consapevole, o ancora adagiata in una malinconia sognante mentre guarda la strada dal balcone di una finestra. A confermarlo sono anche i tanti personaggi (scrittori, artisti, politici, rivoluzionari) che ne hanno subito l’influenza e testimoniano di lei un fascino ben oltre l’aspetto.
Il poeta Germán List Arzubide, esponente dell’estridentismo, un movimento messicano d’avanguardia degli anni Venti, fu tra i primi a riconoscere la sua attività di fotografa. Così ne scrive: «Non la definirei carina, ma bella. I suoi tratti erano molto italiani, voglio dire che c’era sempre una punta di tragico, di drammatico, nella sua espressione». E ancora Rafael Carrillo, membro del partito comunista: «Notai subito il suo grande interesse, la sua sete di sapere. […] Era straordinariamente bella, e tutti gli uomini – io non rappresento un’eccezione – si innamoravano di lei, nonostante non fosse affatto civetta, e non facesse niente per provocare queste reazioni. Aveva solo quella stupenda grazia naturale… La parola “innamorarsi” non è quella giusta; non c’era uno sfondo sessuale. Si sentiva solo il desiderio di starle vicini, di guardarla, di attirare la sua attenzione e di parlare con lei».
C’era chi si laureava in letteratura per passare poi a giurisprudenza. Altri volevano fare i giornalisti. Lo studente più brillante del suo corso di laurea, Adam Vogel, figlio di accademici, intendeva prendere un dottorato in filosofia e seguire le orme dei genitori. Rimaneva un folto contingente di studenti che si laureavano in letteratura in mancanza di meglio. Perché l’emisfero sinistro del loro cervello non era abbastanza sviluppato per le materie scientifiche, perché storia era troppo arida, filosofia troppo astrusa, geologia troppo legata al petrolio e matematica troppo matematica. Dato che non erano portati per la musica o per l’arte, non erano motivati dall’ambizione di far soldi o non erano così intelligenti, questi ragazzi cercavano di prendere una laurea facendo qualcosa che non era troppo diverso da quello che avevano fatto sin dalla prima elementare: leggere storie.
Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori, Traduzione K. Bagnoli