Il lampo dell’ispirazione, Richard Wagner

wagne e matilde con fette

In quegli anni (intorno al 1860) Wagner aveva una fidanzata – peraltro disponeva già di una moglie ma sappiamo che le due cose non sono inconciliabili. A sua volta, anche la fidanzata, Matilde Wesendonck aveva, per simmetria, un marito, Otto Wesendonck, grande amico e ammiratore di Wagner – e così la storia si struttura in una sua classica geometria. L’amoroso fluido scorre armoniosamente nel triangolo per qualche tempo. E’ passione o irresistibile affinità artistica (Matilde è poetessa)? Sta di fatto che i due amanti, quando non si frequentano nel cottage che il signor Wesendonck mette a disposizione di Wagner perché componga in tutta calma, si scrivono intensamente: le loro lettere sono all’altezza di due personaggi di così nobile profilo, parlano di musica, di poesia, dei tormenti creativi che accompagnano la stesura del Tristano e Isotta. In questo ricco epistolario troviamo un passaggio che illumina il rapporto fra l’ispirazione musicale e la prima colazione. La segnaliamo alle ditte eventualmente interessate e ai drammaturghi che amano le biografie.

Mia cara Matilde, ero disperatamente fermo su un passaggio del Tristano e Isotta senza poter proseguire. Ieri il mio tentativo di lavorare ha avuto un risultato pietoso. Il mio umore era pessimo, e l’ho scaricato in una lunga lettera a Liszt* Oggi guardavo il cielo grigio con assoluto sconforto, e pensavo soltanto a chi far pagare la mia amarezza — da otto giorni non riuscivo a comporre!
Finalmente, una mattina, mi arrivarono le vostre fette biscottate, cara Matilda, e mi resi conto di ciò che mi era mancato: le fette biscottate qui sono troppo amare, ecco perché non riuscivo a creare niente di sensato; ma le vecchie buone fette biscottate dolci, inzuppate nel latte, mi rimisero d’un tratto sulla buona strada. Ora sono perfettamente felice: il passaggio è riuscito al di là di ogni immaginazione. Dio che cosa non possono fare le fette biscottate quando sono buone! Fette biscottate! Fette biscottate! Siete la medicina giusta per i compositori in difficoltà! Ora ne ho una bella provvista; quando vedrete che sta per terminare, fate in modo di rinnovarle, sono un rimedio efficacissimo!
Richard

 * che era del tutto innocente (N.d.R.)
** non lei, Matilda, che ci sarà anche rimasta male (N.d.R.)

Un capolavoro della radiofonia. Samuel Beckett, Parole e Musica. Audio/Radiospazio. durata 17′

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Rappresentato da Radiospazio Teatro nel febbraio del 2011 presso la Biblioteca Arturo Graf di Torino. Interpreti: Roberto Accornero e Francesco Gargiulo. Regia di Alberto Gozzi

L’ascolto di questo radiodramma è impegnativo e non potrebbe essere altrimenti. Parole e musica, a più di cinquant’anni dalla sua nascita, si presenta ancora come una straordinaria e misteriosa macchina sonora che mette in conflitto due linguaggi, la parola e la musica e che pretende dall’ascoltatore una dedizione assoluta, forse addirittura un certo spirito di sacrificio. Come tutte le ascensioni, anche questa richiede fatica, e per l’ascoltatore la fatica più grande consiste nel rinunciare ad afferrare il senso immediato del dialogo per accettare le zone oscure dell’opera. Ne sarà ripagato. In Parole e Musica Beckett mette in campo il tema della creazione artistica e, specificamente, il tentativo (impossibile) di conciliare la Parola e la Musica. Il fallimento dell’impresa genera sgomento e frustrazione ma anche una comicità paradossale: c’è molto riso in questa scrittura, basta avere il coraggio di addentrarsi nella palude dell’Assurdo.
La trama, se si può parlare di trama, è semplice: c’è una coppia di personaggi, Musica (chiamato Bob) e Parola (chiamato Joe) fortemente dipendenti l’uno dall’altro, governati (dominata?) da un misterioso padrone di casa, Croack, che li blandisce, li accoppia, li pungola, nonostante egli stesso sia il primo a patire l’emozione che si sprigiona dal loro impossibile accoppiamento. (Quanti gemiti, in questo radiodramma! Quasi una colonna sonora parallela a quella della musica e delle parole). È un meccanismo sadomasochista? Forse sì, ma se riusciremo a entrarci senza pregiudizi ci accorgeremo che non è estraneo alla nostra individuale tragicommedia.

Sarà mica un po’ kitsch, questo blog?

Untitled-1È un numero bello. Sono estraneo alla cabala, mi annoiano i segni (così come i sogni) premonitori però quando me lo sono trovato davanti mi ha fatto subito un’ottima impressione; il 2 iniziale mi è apparso come il collo di un cigno la cui coda, un po’ fuori ordinanza e giovanilmente proterva, era rappresentata dal 7 finale – laddove un 11 sarebbe stato molto più simmetrico e dignitoso ma anche più banale. Di solito il cigno non suscita in me simpatia – neppure repulsione, per la verità: lascio che navighi nelle sue acque bastando a se medesimo; troppa tradizione incombe su di esso, da Leda al Carnaval des animaux di Saint-Saëns (è un brano che fa sdilinquire, credo con intenti parodistici: a bagno nel kitsch, direi, anche se il Carnaval è stato composto cinquant’anni prima che il termine fosse coniato). Mi pareva, comunque, che il kitsch implicito nel nobile animale – ecco, qui sta il suo cattivo gusto: nella nobiltà – fosse per una volta tonico e beneaugurante. Ma forse la mia percezione era viziata perché 2027 è il numero dei follower ((impensabile qualche mese fa) che oggi frequentano questo blog.

Innamorati dell’Assurdo. Jean Tardieu, Osvaldo e Zenaide. Audio/Radiospazio, durata 7′

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I due innamorati in scena sono zuccherosi, smancerosi e polverosi come il salottino che li ospita. Cosa c’importa di queste due giovani cariatidi d’altri tempi? – vien da chiedersi mentre ascoltiamo le prime battute del loro dialogo. Ma ben presto il meccanismo dell’Assurdo, di cui Tardieu è maestro, entra in azione e scopriamo che quell’apparente insensatezza è il ritratto feroce dell’ipocrisia amorosa e dei suoi funesti rituali ancora oggi in uso.

Cavallerizza, i miasmi del dopo incendio

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http://www.lospiffero.com/buco-della-serratura/nessun-carrozzone-alla-cavallerizza-17861.html

rinviamo alla lettura dell’articolo che ha sollecitato queste brevi considerazioni

Qualche volta il fuoco non purifica ma al contrario lascia dietro di sé residui paludosi, e il fatto che siano di natura linguistica non è meno inquietante, anzi.
Il consigliere Silvio Viale ritiene che la Cavallerizza debba essere venduta a dei privati, naturalmente “nel rispetto delle prescrizioni della sovrintendenza” (sono precisazioni a dir poco pleonastiche in bocca a un consigliere) e che la comunità non debba accollarsi alcuna spesa per fare della Cavallerizza un luogo dove si producono beni immateriali.
Inoltre, detesta la movida alternativa – una distinzione non troppo comprensibile: chi, come me, detesta le movide è irritato sia da quelle ufficiali che da quelle alternative, così come i nemici delle corride combattono indiscriminatamente quelle clandestine e quelle negli stadi.
A ciascuno le sue idee. La visione di una Cavallerizza trasformata in un centro commerciale, magari nobilitato, diciamo così, da Armani, Fendi, ecc. sarà forse ampiamente condivisa; speriamo invece che il linguaggio con cui il consigliere si esprime non si diffonda ma che resti un suo personalissimo stile. L’espressione “sedicenti artisti” con la quale vengono bollati i musicisti e gli attori che hanno animato la Cavallerizza negli ultimi mesi ricorda il “culturame” col quale Mario Scelba, nel 1949, marchiò gli intellettuali italiani di sinistra. Fra i giovani che si sono esibiti alla Cavallerizza ci saranno stati i bravi, i bravini e certamente anche i mediocri, i quali però non giustificano il disprezzo di quel “sedicenti”: questi giovani “si dicono” artisti per la buona ragione che provano ad esserlo, a loro rischio e pericolo. Sono scommesse di vita che meritano rispetto, soprattutto in quanto, almeno per molti, impossibili.

Blog Radiospazio. I più cliccati di agosto

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L’Aquila. Il fuori e il dentro

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/08/20/laquila-il-fuori-e-il-dentro/

 

queneau piuma

Un antidoto per le serate di poesia. Raymond Queneau, Una poesia

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/07/08/un-antidoto-per-le-serate-di-poesia-raymond-queneau-una-poesia/

 

scott fitzPiccoli frammenti per lui e lei. Francis Scott Fitzgerald, Taccuini

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/08/05/piccoli-frammenti-per-lui-e-lei-francis-scott-fitgerald-taccuini/

Gli incendiari non amano il teatro

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A fuoco nella notte la Cavallerizza Reale. L’incendio è doloso, ma il movente è un mistero

Intorno all’1.30 il rogo ha prodotto danni pesanti. Trovata carta imbevuta di liquido infiammabile. Distrutta un’ala del complesso barocco sotto tutela dell’Unesco dove sorgeva lo storico Circolo dei Beni Demaniali.

Per secoli, il fuoco ha convissuto con la vita quotidiana del teatro come strumento indispensabile per illuminare la scena e al tempo stesso come nemico costantemente in agguato. Gli incendi che hanno distrutto i teatri nel XVIII e nel XIX secolo sono innumerevoli ma quei calamitosi eventi facevano, per così dire, parte del gioco pericoloso e inevitabile che metteva in stretto contatto il legno e la fiamma. Ieri il fuoco non si è sviluppato per caso né per incuria ma è stato innescato da una mano criminosa. Viene da mettere in relazione l’incendio del Circolo Beni Demaniali con l’attività appassionata dell’Assemblea Cavallerizza che in questi mesi ha coinvolto la cittadinanza in un progetto di attività per i più piccoli, jam session, spettacoli. Spirava, insomma, in questo angolo splendido e trascurato di Torino, un vento nuovo che ieri si è scontrato con un altro vento, di segno opposto, mefitico e misterioso. E’ molto importante capirne al più presto la provenienza.

http://www.lastampa.it/2014/08/30/cronaca/a-fuoco-nella-notte-la-cavallerizza-reale-LQlXkHD0pJc6m7BcNBcA5K/pagina.html

Federico Fellini. L’ometto allo specchio. Audio/Radiospazio. durata 4’36”

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Un altro audio del giovane Fellini, che fra il 1939 e il 194o fa una breve ma intensa gavetta radiofonica prima di dedicarsi al cinema. La sua produzione è disimpegnata, veloce, artigianale ma contiene in embrione alcuni elementi della poetica felliniana. In questo “Ometto allo specchio”, per esempio, oltre al realismo magico che circola nella cultura italiana in quegli anni, si rivela un certo interesse per l’introspezione (con qualche compiacimento che poi scomparirà).

Per la lettura e per la scena: Pat Rushin, La velocità della luce

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Piccolo racconto dialogato, con un taglio finale che lascia sospesa la narrazione. Potrebbe essere il tassello di uno spettacolo ancora tutto da costruire montandolo con altri pubblicati in questo blog, perché no? Tempo fa, qualcuno mi ha chiesto perché andassi spargendo questi frammenti; mi piace pensare che fra i lettori ci sia anche un teatrante che va scegliendone alcuni per rimontarli sul filo di un suo personale spettacolo. Forse il senso di un blog ondivago come Radiospazio Teatro può anche essere quello di affidare dei materiali al vent0 della rete immaginando che vadano a ricomporsi da qualche parte e in qualche modo.

ATTORE    Una sera, mentre eravamo a letto a guardare lo show di Johnny Carson, mia moglie mi disse che era finita.
ATTRICE   Voglio divorziare.
ATTORE    Quando?
ATTRICE   Il più presto possibile.
ATTORE    Perché?
ATTRICE   Non resisto più. Mi stai facendo diventare pazza. Non ti amo.
ATTORE    Improvvisamente mi sentii in preda alle vertigini.
ATTRICE   Capisci?
ATTORE    Sei stanca. Dormi un po’. Ne parleremo domani.
Il mattino dopo la radio mi svegliò con con una notizia che cancellò dalla mia mente l’episodio della sera prima. Un comunicato degli scienziati di tutto il mondo annunciava che la velocità della luce stava aumentando: 301.561 chilometri al secondo la sera precedente, più di 304.000 al momento dell’uscita dei giornali.
«E adesso che facciamo? Ce la prendiamo con calma, ci lasciamo prendere dal panico, o che cosa?»
ATTRICE   Non c’è niente da fare. È finita.
ATTORE    La mattina trascorse velocemente, con la televisione che era diventata un caleidoscopio di domande, teorie, spiegazioni.
ATTRICE   Che cosa stai facendo?
ATTORE    Niente. Cerco di prendere questa cosa con calma.
ATTRICE   Come ti senti?
ATTORE    Non è facile. Ti aspetti che le cose continuino come sempre, poi all’improvviso qualche cosa che hai sempre dato per scontato…
ATTRICE   Mi dispiace che sia dovuto succedere. So che è stato un colpo.
ATTORE    Un colpo, sì.
ATTRICE   Non lo faccio semplicemente per capriccio. Voglio che tu lo sappia. Ci pensavo da anni. Ma c’erano i ragazzi… Ho già fatto le valigie. Ho chiamato un taxi. I particolari possiamo sistemarli dopo. Dimmi solo che capisci perché lo faccio.
ATTORE    Le cose intorno erano troppo luminose. Tutto stava andando sempre più veloce. Non riuscivo a pensare, non riuscivo a guardarla.
«Fare cosa?»
Lei mi strinse il braccio. Sentii che singhiozzava, e le diedi un colpetto affettuoso sulla mano.
«Servirebbe a qualcosa parlarne?»

Pat RushinLa velocità della luce
“Narratori di poche parole”, Guanda. traduzione Luigi Schenoni

Arthur Clarke. I nove miliardi di nomi di Dio. Radiospazio/Audio. durata 10’45”

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Arthur Clarke è noto al grande pubblico perché fornì a Kubrick il soggetto per 2001, Odissea nello spazio ma i lettori di fantascienza lo conoscono come autore di romanzi che sanno uscire dalla letteratura di genere, come il racconto sornione e apocalittico dal quale abbiamo tratto lo sceneggiato che vi proponiamo questa settimana.

L’Aquila. Il blog di Radiospazio in trasferta

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Per definizione, un blog non risiede da nessuna parte, se non in un punto imprecisato di quella che viene definita la rete; capita tuttavia che l’estensore di un blog, non potendo usufruire della immateriale vaghezza di cui gode la sua creatura, si venga a trovare talvolta in un luogo preciso, individuabile, reale, come è accaduto in questi giorni a chi scrive. Il luogo è L’Aquila ed era, non dico inevitabile ma probabile che l’estensore si sentisse sollecitato a scrivere almeno una nota su questa città che in passato fu laboratorio di molte imprese culturali, per essere in seguito depauperata dalla noncuranza di alcuni (pochi, ma ampiamente sufficienti) e infine distrutta da una “calamità naturale”, come scrivono asetticamente i giornali, favorita dalla noncuranza di altri uomini – ma chissà, forse i noncuranti erano sempre gli stessi. Gli amici aquilani hanno accolto con affettuoso interesse l’articolo di ieri e molti hanno scoperto in questa occasione il blog di Radiospazio del quale si è parlato in modo fruttuoso. Fra l’altro si è risolto un piccolo mistero riguardante gli audio dell’archivio che pubblichiamo settimanalmente e che destano meno interesse degli articoli e dei materiali letterari. La spiegazione l’ha fornita, con lucido realismo, un’amica che non nominerò per non metterla nei guai: i materiali letterari si possono leggere durante l’orario di lavoro mentre sarebbe imbarazzante ascoltare in ufficio l’audio di uno sceneggiato tratto da un racconto di Moravia. L’idea che i frammenti di Cheever, di Queneau, di Scott Fitzgerald del nostro blog vadano a rasserenare le lunghe ore di lavoro davanti al computer, lo confesso, mi ha procurato una piccola vertigine e una visione olivettiana di qualche secondo nella quale il lavoro d’ufficio s’intersecava armoniosamente con la letteratura.
E’ molto utile che i blog vadano ogni tanto a fare quattro passi con gli amici.

L’Aquila. Il fuori e il dentro.

imageimageDi notte, il buio dei vicoli innumerevoli viene interrotto dal brillare dei giunti delle impalcature. La scena rappresenta una foresta, anzi sono cento, forse duecento le foreste di un unico allestimento immobile per l’assenza di un copione e di una drammaturgia. Gli attori ci sono, ci sarebbero: questi aquilani che si aggirano fra le impalcature, che si siedono ai tavolini di caffè e ristoranti appoggiati sul nulla, che ascoltano musiche a palla risonanti nel vuoto. Anche durante la guerra la gente andava a teatro e al ristorante, ben vestita e desiderante, poi suonava la sirena, gli spettacoli si interrompevano, i camerieri riportavano in cucina i secondi e tutti via, di corsa, al rifugio. Era la regola del gioco: ogni felicità dura poco. E poi le guerre finiscono, lo si studia anche sui libri di scuola: ci metteranno uno, due, tre, cinque anni, ma finiscono, quando il nemico avrà distrutto tutto quello che c’è da distruggere, sarà finita e inizierà un dopo. Qui, invece, niente dopo; gli attori che si aggirano fra queste scenografie sanno che lo spettacolo non avrà luogo; qualcuno, per ingannare il tempo che non passa, ricorda gli spettacoli passati ma la Storia diventa un ferrovecchio arrugginito se non esistono ponti che collegano il passato al futuro.Questo mi pareva fino a qualche giorno fa.
Invece.
Invece l’amico Giancarlo Gentilucci mi ha fatto scoprire un teatro. Non la facciata di un teatro ma il dentro di un teatro che sta nascendo, anzi rinascendo. Un dentro che fra un mese incomincerà ad ospitare spettacoli. Quando vi sono entrato, mi ha colpito il legno del palcoscenico. E’ normale che il palco di un teatro perbene sia di legno ma raffrontandolo all’orgia insensata de ferro che ingabbia L’Aquila mi è parso un piccolo miracolo. “Il legno è vivo”, dicevano i vecchi falegnami; neppure l’imprenditore più alienato può dire altrettanto dei tubi innocenti. E ancor di più mi ha colpito la platea, ancora in via di allestimento: una montagna di poltrone (anch’esse di legno) un po’ sgangherate ma possiamo essere certi che fra un mese saranno a posto e accoglieranno un pubblico. Vero: di umani, dico, non di fantasmi aggirantisi fra scenografie spettrali. E’ un inizio, è un dopo che contiene futuro. Il teatro si chiama “Nobel per la pace”, un nome che contiene, evidentemente una storia. Spero che un giorno Giancarlo Gentilucci voglia raccontarla così come l’ha raccontata a me

 

Piccolo racconto/monologo. John Cheever. Stagione di divorzio.

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Viene chiamato il Cechov dei sobborghi ma a me sembra che non vi sia traccia di quel “teatro dell’isterismo” di cui parla Sanguineti ne “Il vaudeville tragico”. Circola invece, nei racconti di John Cheever, un’ironia crudele che sembra connaturata al nostro vivere quotidiano e che trova nel dialogo asciutto la sua evidenza, come appare in questo breve racconto che potrebbe essere portato sulla scena. 

Una sera, mentre lavavamo i piatti, Ethel mi parlò del dottor Trencher. “Sai, mi sono dimenticata di dirtelo. Trencher mi ha detto che mi ama. Non può vivere senza di me.”
Lì per lì, non diedi troppa importanza all’episodio. Poi una sera, mentre leggevo il giornale, mi accorsi che Ethel stava alla finestra e guardava giù in strada.
«È proprio Trencher, vieni a vedere.»
«Beh, che cosa c’è di strano? Sta soltanto portando a spasso il cane. »
«Dice che viene tutte le sere a guardare le nostre finestre illuminate.»
Trascorsero due settimane. Una sera, tornando a casa, trovai un mazzo di rose nel soggiorno. Ethel disse che gliele aveva portate Trencher nel pomeriggio.
«Quanto tempo si è fermato?»
«Solo un minuto. »
«Vuoi andartene via con lui?»
«Non so, ma chi può dire che non dovrei?»
Alle nove suonò il campanello. Era Trencher. Sembrava turbato ed emozionato.
«So che a lei non piace vedermi qui, ma amo sua moglie. Sono un uomo pratico, e mi rendo conto che non si potrà decidere niente finché lei non avrà divorziato».
«Fuori di qui», gridai. «Se ne vada all’inferno!».
Trencher uscì. Ethel era pallida, ma non piangeva. Andammo a letto, e durante la notte Ethel mi svegliò. Era distesa dalla sua parte del letto e piangeva.
«Perché piangi?»
«Perché piango? Perché piango? Piango perché mio padre è morto quando avevo dodici anni. Piango perché ho dovuto indossare un brutto vestito, un vestito passatomi di seconda mano, a una festa di vent’anni fa, e non mi sono divertita. Piango per qualche sgarbo che non riesco a ricordare. Piango perché sono stanca, perché sono stanca e non riesco a dormire.»
Udii che si stava sistemando sul divano, poi tutto tornò nel silenzio.

John CheeverStagione di divorzio, Garzanti, traduzione Marco Papi

Jean Tardieu. Il signor Io. Audio/Radiospazio. durata 9’15”

immagine tardieu.il signor io

Riproponiamo l’ascolto di un altro Tardieu nonostante i frequentatori del nostro blog l’abbiano inspiegabilmente trascurato (davvero incomprensibile il disinteresse per un gioiello come la Conversazione Sinfonietta ma si può sempre rimediare ascoltandolo, infine: il file è ancora sul blog). Questo è un Tardieu meno giocoso con delle striature, mi sembra, beckettiane: una clownerie enigmatica che funziona anche nella versione audio.

Piccolo racconto dialogato. Tama Janowitz. Incursione da Tiffany.

 

tiffany nuovoQuesto frammento è ritagliato da un libro di racconti che ha quasi trent’anni, Schiavi di New York. La allora giovanissima autrice, Tama Janowitz, veniva associata a un manipolo di autori di punta come Easton Ellis e McInerney, molto letti anche in Italia. I plot di questi racconti, minimali e aggraziati, hanno, mi pare, qualcosa da dirci ancora oggi.

ATTRICE        Fred aveva un problema: gli piaceva fermare le ragazze per strada e portarle a far spese da Tiffany. Dato che era un musicista disoccupato e che viveva in un alloggio all’ultimo piano senza ascensore né acqua calda, questo gli causava spesso dei guai.
Una volta, mentre mangiava un gelato a Soho, fermò una ragazza.
FRED            Senti, sono un miliardario e mi diverto a portare le ragazze da Tiffany. Ti andrebbe di venire? Potresti prenderti qualcosa di bello – un braccialetto, non so.
ATTRICE     “Okay”, accondiscese la ragazza.
Per quasi un’ora, Fred e la ragazza esaminarono anelli di smeraldi, braccialetti di lapislazzuli e collane di perle. Alla fine lei scelse una cintura di coccodrillo e argento da 3.000 dollari.
FRED              Ottima scelta.
ATTRICE        Mentre la commessa stava preparandogli la ricevuta, Fred cominciò a frugarsi in tasca e nel portafoglio
FRED               Accidenti, ho scordato la carta di credito. Che idiota!
ATTRICE        La ragazza si rabbuiò, ma disse che non importava.
Quella notte, Fred rivisse più volte l’episodio nel ricordo. Gli parve di non essere mai stato più eccitato, più in armonia con l’esistenza, che in quell’ora passata da Tiffany. Fred riuscì a mettere in atto l’innocuo stratagemma ancora qualche volta; alla fine, però, i commessi incominciarono a conoscerlo, e quando uno di loro lo vide entrare con l’ennesima donna, chiamò la polizia. Venne arrestato e interrogato per alcune ore. Tiffany decise di non sporgere denuncia a patto che Fred non mettesse più piede nel negozio.Fred pensò di invitare le donne a comprare qualcosa da Cartier, ma l’entusiasmo originale era svanito, le donne non gli piacevano più tanto, pareva  che persino le sue composizioni musicali avessero perso l’antico vigore.

Tama Janowitz, Schiavi di New York, Bompiani, Traduzione Rossella Bernasconi