EVA FUTURA. Prima della prima (di questa sera)

Dal blog del TPE, i personaggi di Eva Futura si autoritraggono in poche parole, ma così poche che non ci si può distrarre neanche per un attimo.

image

http://fondazionetpe.it/pillole-di-eva-futura-alicia/

Schermata 2015-12-08 alle 09.45.56

http://fondazionetpe.it/pillole-di-eva-futura-sowana/

Schermata 2015-12-08 alle 09.43.30

http://fondazionetpe.it/pillole-di-eva-futura-edison/

coupone eva giovedì domenica

EVA NELLA METRO, molti anni dopo

imageIl métro di Parigi fu inaugurato in occasione dell’Expo 1900, quattordici anni dopo la pubblicazione di Eva futura. Fra i tanti temi che s’intrecciano nel romanzo di Villiers de L’Isle Adam sono centrali quelli del futuro e del progresso, disegnati con una penna sottile e beffarda. Lo striscione del nostro spettacolo che campeggia nelle stazioni della metro torinese sembra concludere oggi un percorso circolare allusivo e piacevolmente contraddittorio.

EVA FUTURA. L’Arabesco e il Grottesco

locandina eva futura leggera

8 – 13 dicembre Teatro Astra

http://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/

Come altri spettacoli che ho realizzato in questi anni, anche questo nasce da una riscrittura. Ogni volta mi verrebbe da sottolineare: questa è la più profonda, la più radicale, ma credo sia una suggestione dovuta al debutto imminente. Come nei rapporti amorosi, le implicazioni e le modalità di un tradimento letterario (una riscrittura lo è, inevitabilmente) sono molteplici e difficili da ricostruire. In questo caso, la vittima del tradimento è un romanzo dimenticato come questo di Villiers de L’Isle Adam – tanto dimenticato da garantire al traditore una quasi certa impunità: solo uno storico della letteratura francese o uno dei rari lettori contemporanei di Villiers potrebbe smascherare la filiera dei misfatti compiuti sulla scrittura arabescata della Eva futura originale: anzitutto la sua riduzione a fabula, poi l’intervento devastante del frullatore drammaturgico, infine quello della macchina del dialogo, che scarnifica, asciuga come un fon e proietta la salma dell’opera originale, coi suoi capelli dritti stecchiti, in un luogo del tutto a lei estraneo com’è il palcoscenico, con quegli attori così terribilmente corporei rispetto alla natura impalpabile dei personaggi narrati da Villiers. E tuttavia (perché c’è un tuttavia, altrimenti non saremmo qui a parlarne) qualche legame sottile con l’opera originale, a parte la fabula, credo sia rimasto; anzitutto l’ossessivo macchinismo da cui nasce il romanzo (del 1886): Edison costruisce una donna artificiale che rimpiazzi quella reale, ritenuta insoddisfacente dal suo innamorato Lord Ewald; e poi la contrapposizione fra tecnologia e metafisica; e ancora: un susseguirsi di passeggiate nei giardini del Bello, dell’Ideale, del Sogno. Ma su quest’ultimo punto devo rassicurare lo spettatore: tutta questa architettura speculativa è franata nel passaggio dal romanzo alla scena, e i pochi ruderi rimasti sono innocui, anzi quasi comodi, come quelle rovine romane sulle quali siedono i turisti per consumare un panino sorvolando sulla loro passata maestà. È accaduto, e non da oggi: quasi due secoli fa Victor Hugo, nella prefazione al suo Cromwell, aveva intuito la necessità del Grottesco inteso come chiave d’interpretazione dell’uomo, crogiolo di bello e brutto, cielo e terra, umano e divino. Nell’Eva futura originale, Villiers costeggia il Grottesco, che stempera nella ragnatela della scrittura; durante la caduta fatale dal romanzo al palcoscenico quei fili fragilissimi si sono strappati e ci ritroviamo tutti “qui nel nostro qui” scenico (lo confessa il nostro Edison nelle prime battute), consapevoli che una caduta non è la fine del mondo ma, al contrario, una benefica fuga dal Sublime (ancora tanto pateticamente ostentato dalla cultura di massa nella sua versione kitsch).

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. Il black out rivelatore

image

http://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/

Durante le prove di ieri, non abbiamo potuto proiettare, per alcune ore, i video che abbiamo realizzato in chroma key, una decina di inserti che solo in un quattro momenti si combinano con gli attori: per lo più sono brevissime sequenze autonome dal punto di vista narrativo: potremmo definirli microracconti compiuti che fanno progredire l’azione di qualche centimetro, ma che non assolvono soltanto a questa funzione (nulla è puramente funzionale, su un palcoscenico): la loro natura fredda, altra, artificiosa (attori che diventano fantasmi di attori per riacquistare un attimo più tardi la loro compiutezza umana) dilata il tessuto scenico rendendo più elastica la scatola teatrale – è un aprire di tanto in tanto la finestra per respirare un’aria diversa, magari più freddina: si torna ritemprati alle proprie occupazioni, oppure, dipende dai temperamenti, si rimpiange quell’altrove che si è appena sbirciato e si pensa come sarebbe appagante un’Eva futura realizzata tutta in video con innumerevoli scenari colorati che si avvicendano grazie alla versatilità del chroma key.
Tornando alle prove di ieri, la notizia che per un paio d’ore non sarebbe stato possibile proiettare i video (ragioni tecniche) è stata accolta come un piccolo lutto, specialmente dagli attori – a me sembrava un fastidio, ma superabile: avremmo potuto provare le numerose scene senza video, mettere a fuoco alcuni passaggi non ancora ben risolti, insomma il lavoro non mancava. Ne abbiamo discusso per un paio d’ore, fino a quando la luce dei video non è ritornata, e come dopo un black out (di natura prevalentemente spirituale, direi) gli attori hanno battuto le mani, bimbi sottratti al buio, oppure privati ingiustamente di un giocattolo. In quel momento ho capito che lo spettacolo, ahimè, era pronto.

EVA FUTURA. Il mistero della donna perduta e irreperibile

32X45 locandina EVA FUTURA-2

http://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/

nuovo coupon eva

Questa icona che (forse) sta perseguitando gli amici del blog da qualche tempo è stata generata alcuni mesi fa dal connubio fra il fotogramma di un’attrice degli anni Cinquanta (forse), protagonista di un film fantascientifico e da un’immagine trovata in rete. Si può dire (certamente) che sia nata prima della stesura del copione, quindi molto prima di questo allestimento che stiamo portando a termine; ce lo possiamo immaginare –  questo mezzobusto di donna glaciale ma allusiva, determinata ma curiosa (ecc.) – seduto sul nulla di un copione ancora da scrivere e di uno spettacolo ancora da pensare. Di questa donna (di questa attrice) è stata perduta l’identità, nessuno degli addetti ai lavori ricorda chi sia. Forse qualche amico del blog l’ha vista per caso in una maratona cinematografica dedicata alla fantascienza rétro, ma se non riusciremo a identificarla non avrà molta importanza, la conserveremo come si fa con i fossili che affiorano durante le gite in montagna: tracce di individui non conoscibili ai quali dobbiamo qualcosa.

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. Un trio di fantasmi

 

fantasmi

8 -13 dicembre Teatro Astra

http://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/

La fotografia, scattata durante una prova tecnica, non documenta un momento dello spettacolo ma rappresenta lo stato dei lavori in cui ci troviamo. I due personaggi sulla sinistra, Lord Ewald e la serva Molly, agiscono in un video realizzato col chroma  key; il personaggio sulla destra, Alicia Clary appare in semitrasparenza dietro uno specchio magico: un trio di fantasmi che fluttuano sulle pareti perimetrali della scena vuota. Fra un attimo entreranno in scena gli attori e scatterà un rapporto instabile fra il vivo e l’ectoplasma, fra la presenza e l’assenza. Su questo rapporto stiamo lavorando nell’ultima settimana di prove; sono giorni in cui all’etereo dei fantasmi si contrappone la fisicità della macchina scenica che deve essere messa a punto passaggio per passaggio.

(In scena, Rocco Rizzo, Anna Montalenti, Fiorenza Pieri)

Il video della domenica. SALVADOR DALI’, il genio gioca in tv

Schermata 2015-11-21 alle 18.31.40https://www.youtube.com/watch?v=iXT2E9Ccc8A

Il gioco è popolarissimo e funziona così: un ospite in studio, una manciata di concorrenti bendati devono indovinare la sua identità. Come in un Indovina chi dal vivo, l’individuo misterioso può rispondere soltanto sì o no. Facile.
Finché non ti si presenta qualcuno che risponde sistematicamente “yes” a tutte le domande. E che anche quando è costretto a dire no, e sono casi rarissimi, sembra che sottintenda un sì.
E peccato davvero che i concorrenti si perdano le sue facce.
“Ha a che fare con il mondo delle arti?” “Sì.”
“È già stato in televisione?” “Sì.”
“È un performer?” “Sì.”
“Può considerarsi un leader?” “Sì, certo.”
Ma anche: ““Ha a che fare con lo sport, o con atletismo di qualche genere?” No, fa il presentatore con la testa. “Sì”, dice serissimo Dalì. Di tanto in tanto il presentatore cerca di chiarire le idee, il risultato è confonderle ancora di più. “No, cioè, sì, in un certo senso. Si potrebbe dire, potremmo decidere di dire di sì”.
Intanto il pubblico se la ride. È uno scrittore, un fumettista, un disegnatore? Sì, sì, sì.
“Ha qualcosa di strano? Perché ridono tutti?” Niente di strano, succede sempre così. Certo.
“Ma è un essere umano, vero?” domanda un concorrente esasperato.
Poi, illuminazione: “Ma non è che ha dei baffi o qualcosa di simile che la renda riconoscibile?”
Yes.

Roberta Sapino

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. La Costumiera

image

8 – 13 dicembre Teatro Astra

http://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/

 Stiamo per trasferirci nello spazio in cui si svolgerà lo spettacolo. Per ora, la scena e la platea si confondono spesso, e le fotografie creano curiose commistioni; qui, la costumista Augusta Tibaldeschi si occupa del giovane Lord Ewald (Rocco Rizzo) ancora fresco di scena. L’inquadratura e la natura stessa della fotografia, che è ingannatrice, provoca un istantaneo (chissà se casuale?) teatrino, e Augusta diventa per un attimo personaggio: di sapore, direi, goldoniano. Quando ho visto la foto, mi è sembrato che sottintendesse una battuta sul genere di: “Per un Cavaliere della sua qualità, non guardo a queste piccole cose. Di queste salviette ne ho parecchie, e le serberò per Vostra Signoria illustrissima.” La Costumiera.

Nel cuore della notte. JÓZEF CZAPSKI, PROUST A GRJAZOVEC

nuovo proust

Si può parlare di Proust mentre si è immersi nell’orrore? È quanto ha fatto un gruppetto di ufficiali polacchi, internati nel gulag di Grjazovec tra il 1940 e il 1941.
Nel gelo dell’inverno sovietico, sfiancati dal lavoro della giornata, i prigionieri si ammassano nel refettorio e a turno parlano di ciò che conoscono, ciò che amano. Organizzano delle vere e proprie conferenze. Gli argomenti sono sottoposti al controllo delle guardie: tempo prima, un tentativo più clandestino ha portato alla deportazione di molti. Nessun libro sostiene le loro parole, nessuna ricerca è possibile. Solo la memoria li aiuta, la memoria capricciosa in cui i ricordi si nascondono, si mescolano, cambiano aspetto fondendosi con l’immaginazione, finché non riemergono all’improvviso, suscitando anche un po’ di sorpresa. Ci si può organizzare una conferenza intera, solo con i ricordi.
Uno degli ufficiali, Józef Czapski, si occupa di arte e letteratura. Studia la Recherche da una ventina d’anni, dopo averla scoperta durante il riposo forzato di una lunga convalescenza. E proprio a Proust dedica una serie di queste conferenze semi-clandestine, preparate con una cura meticolosa di cui gli appunti, da poco raccolti in volume, restano a testimonianza. Proust stesso, dice Czapski, “nella sua camera surriscaldata e tappezzata di sughero, si sarebbe meravigliato e forse commosso”.

Roberta Sapino

Nel cuore della notte, in una Parigi completamente immersa nelle tenebre, il critico Ramon Fernandez viene svegliato da una visita inattesa; è Proust: “Perdonatemi, sono venuto solamente per chiedervi un piccolo favore. Vi prego di pronunciare per me queste due parole italiane: senza vigore”. Fernandez, che conosceva bene l’italiano, pronunciò le due parole, dopodiché Proust scomparve con la stessa rapidità con cui si era palesato. «Con quale emozione» racconta Fernandez «ho poi letto, dopo la sua morte, in uno dei volumi del romanzo, un dialogo sulle automobili nel corso del quale Albertine usa en passant quelle due parole». […]
Nell’edizione del suo epistolario ho trovato una breve missiva risalente ai suoi ultimi anni di vita, indirizzata a un critico parigino (Boulanger, mi pare) che Proust all’epoca non conosceva personalmente e che voleva incontrare per ringraziarlo di aver scritto un articolo entusiastico su di lui. In un post scriptum Proust aggiunge: “Vi prego di perdonare i due “che” consecutivi, ma sono molto di fretta”.

Józef Czapski, Proust a Grjazovec, Adelphi, Traduzione di Barbara Delfino

JULIA KRISTEVA. Non lasciamo religione e spiritualità in mano ai terroristi

solo nerohttp://www.vita.it/it/article/2015/11/18/julia-kristeva-non-lasciamo-religione-e-spiritualita-in-mano-ai-terror/137434/

 

 

 

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. Romantico o Carattere, è solo questione di trucco

eva.promo.prova costumihttp://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/

In questi giorni di chroma key, compaiono i costumi e con essi il trucco. Augusta Tibaldeschi si chiude in camerino per lunghe sedute con le attrici. Gli attori, mezzi in costume, girellano come mariti che aspettano le mogli per la messa domenicale di mezzogiorno. Non sanno che fare, il trucco degli attori maschi è ai nostri giorni essenziale o addirittura inesistente. L’attesa favorisce le memorie.
Moltissimi anni fa, fui coautore di un progetto teatrale che poteva essere concepito solo nel clima scapestrato e temerario della neoavanguardia italiana: la riscrittura de I promessi sposi basata sulla seconda stesura del romanzo, Gli sposi promessi. Come si può immaginare, la compagnia era piuttosto numerosa, anche se inevitabilmente “sotto organico” rispetto all’innumerevole folla dei personaggi manzoniani.
La truccatrice arrivò tardi, giusto un’oretta prima dello spettacolo, ma era una donna molto pratica, aveva manipolato innumerevoli nasi antichi, coevi di Sergio Tofano e annerito centinaia di sopracciglia tentacolari come quelle di Memo Benassi. Gli attori le sfilavano davanti a passettini brevi, uno dietro l’altro, in atteggiamento da penitenti del Venerdì Santo, e come certe anziane devote che si dilungano su peccati immaginari, pretendevano di coinvolgere la Confessora in maniacali indagini sulla psicologia del loro personaggio; la Manipolante, naturalmente, non ci cadeva e prima ancora che aprissero bocca li metteva sotto la doccia scozzese di una domanda perentoria: “Romantico o Carattere?”. Sparato a bruciapelo, il quesito richiedeva una prontezza critica che non tutti possedevano. Per alcuni fu relativamente facile ascrivere Don Abbondio al Carattere e l’Innominato, con i suoi tormenti, al Romantico, ma quando venne il turno dei Bravi, l’attore che impersonava il Griso cadde nella perplessità: quella ghigna ammiccava al carattere ma contrastava col personaggio che non aveva nessuna traccia di comico. La faccenda rischiava di farsi lunga, non meno della fila dei postulanti, così l’esperta truccatrice decise un supplemento d’indagine risolutivo: “Insomma, chi è questo Griso?” “Un bandito.” “Allora è romantico. Avanti il prossimo.”

Il video della domenica. MARCO FERRERI, IL BANCHETTO DI PLATONE

Schermata 2015-11-18 alle 09.45.26https://www.youtube.com/watch?v=uhYWihYWk0E

Della parola amore la nostra quotidiana contemporaneità è piena, e, come spesso accade oggi, alla ripetitività si accompagna il progressivo svuotamento di senso. Così si perde ogni suggestione o corrispondenza non soltanto con la sua natura di sentimento, per diventare quasi una semplice etichetta “commerciale” buona ad ogni uso e consumo, ma soprattutto si perde progressivamente ogni contatto con la sua essenza profonda che va oltre la stessa singola relazione con la quale siamo ormai indotti ad identificarla. Per ritornare al fondo del suo significare sincero, alla matrice della sua potenza (si sarebbe detto un tempo) è quindi utile ed efficace riascoltare le parole dell’antico filosofo che legge dalle labbra della sacerdotessa Diotima l’origine e la natura di Eros da cui tutto è nato anche se sembriamo essercene dimenticati. Marco Ferreri in un suo film del 1989 ormai dimenticato (Il Banchetto di Platone) ci accompagna, con discrezione ed insieme con grandissima efficacia narrativa e drammaturgica, a scoprire “eros” non solo come sentimento ma soprattutto come energia che ci attraversa, motore intimo dell’umanità, prevalentemente declinato nella nostra contemporaneità in desiderio, ma che si concentra e quasi si esaurisce nella “ricerca” (di ciò che non si ha o non si ha più), come movimento insieme metafisico ed esistenziale, oltre che psicologico.

Maria Dolores Pesce