Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Quinto capitolo

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Appuntamento obbligato, gli anni del boom. v. link introduttivo http://youtu.be/SxEsLJzGlAA

Il titolo traduce con una certa fedeltà la luce rosea che irradia le risposte degli intervistati rievocanti gli anni Sessanta. Nessuna nota critica, nessuna riserva: il passato è sempre una piacevole passeggiata rieducativa – d’altra parte, i tempi presenti non mettono in mostra un particolare appeal.
In scena, gli attori sono impegnati nell’esecuzione a più voci di uno straordinario poemetto di Elio Pagliarani, pubblicato nel 1960. Sotto la Milano compiaciuta e convulsa dei grattacieli e del Pirellone si percepisce una febbriciattola tanto euforica quanto stolida.

Elio Pagliarani, La ragazza Carla

Attore          Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all’ombra del Duomo
Attore           Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? transocean limited
qui tutto il mondo…
è certo che sarà orgogliosa.
Attore          Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il Signor Praték è molto
esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.
Attrice1          ufficio a ufficio b ufficio c
Attrice 2         Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
adesso che lavori ne hai diritto
molto di più.
Attrice1          S’è lavata nel bagno e poi nel letto
s’è accarezzata tutta quella sera.
Non le mancava niente, c’era tutta
come la sera prima – pure con le mani e la bocca
si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
di piangere di compatirsi
ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?
Attrice 2         Tira il collo all’indietro ed ecco tutto.
Attore          All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente
cento targhe d’ottone come quella
transocean limited import export company
le nove di mattina al 3 febbraio.
Attore          La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?
Attrice1          Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
Attrice 2          Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.
Attrice 1          E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
Attrice 2         sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
Attrice 1         non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?
Attrice 2         È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, Mondadori

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Quarto capitolo

UOMO DONNAhttps://www.youtube.com/watch?v=sWxMJNIDM5U

Questo è un capitolo che potrebbe sembrare un po’ scorretto, conviene dirlo subito. Qualcuno potrebbe legittimamente chiedere: perché lo avete messo in scena e poi riproposto sul blog? Risposta: al Polo del ‘900 verrà allestita una grande mostra che proporrà, fra le varie tematiche, quelle del rapporto uomo/donna. L’argomento sarà ampiamente e molto seriamente trattato, in quella sede; il nostro piccolo spettacolo procedeva per rapide pennellate e non senza una certa ironia; così è nato questo video che registra umori e pregiudizi diciamo di vecchio stampo: dell’altro secolo? forse no, e la violenza dei recenti fatti di Colonia ce lo dimostra. Un’attenuante, almeno parziale: i personaggi intervistati nel video si innestano su una cultura multisecolare, che abbiamo registrato con affetto distinguendo, come disse una voce autorevolissima, l’errante dall’errore.

Il contrappunto scenico era un minuscolo atto unico futurista del primissimo ‘900. I lettori del nostro blog lo conoscono ma lo riproponiamo per completezza:

Arnaldo Corradini e Bruno Corra, Alterazioni di carattere

Marito       No! è inutile! è ora di finirla! non mi ingannerai più perchè io ti pianto immediatamente!
Moglie        (piangendo) No! Carlo, no!… vieni qui… vieni qui… ascoltami! —
Marito       (piangendo teneramente) Perdonami, Rosetta!… perdonami!…
Moglie        (inviperita) Perdio! se non la smetti con queste sentimentalità inopportune, io ti schiaffeggio…
Marito       (al colmo della furia) Basta!… o ti scaravento fuori dalla finestra…
Moglie.       Amore! amore! come, quanto ti amo!… la tenerezza mi stringe il cuore… dimmi ancora i tuoi deliziosi rimproveri…
Marito       Ah! Rosetta… Rosetta!… amore mio infinito…
Moglie        (esasperata) Se tu lo ripeti un’altra volta, io divorzio!… precisamente, io divorzio!…
Marito       (esplodendo) Ah! sciagurata!… va via!… va via!… va via!
Moglie        Non mai ti ho amato più soavemente!
Marito       Ah! Rosetta! Rosetta!…
Moglie        Basta!… (e gli tira uno schiaffo).
Marito       Basta, dico io (e le tira due schiaffi).
Moglie        (languidissima) Dammi le labbra! dammi le labbra…
Marito       Eccole, tesoro!

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Terzo capitolo

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https://www.youtube.com/watch?v=VP_mxmW_ni4

Terzo capitolo dello spettacolo (v. link introduttivo)
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=6631&action=edit

Ai personaggi intervistati è stato chiesto di ricordare il passaggio del millennio, le prospettive e le incertezze del futuro. Sulla scena, un passo del romanzo di Foer, splendida costruzione sull’11 settembre. Un bambino, il cui padre è morto durante l’assalto alle Torri Gemelle, cerca di ricomporre i frammenti di una realtà indecifrabile e inaccettabile

                        Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino

Figlio     La mamma mi ha detto:
Madre    Quel giorno, papà mi ha telefonato dalla torre.
Figlio     Mi sono staccato da lei: Come?
Madre    Ha chiamato dalla torre.
Figlio     Ti ha chiamata sul telefonino?
Lei ha fatto di sì con la testa, e per la prima volta dalla morte di papà l’ho vista piangere senza cercare di trattenere le lacrime. Era sollievo? Era depressione? Gratitudine? Sfinimento? Cosa ti ha detto?
Madre    Mi ha detto che era in strada, che era uscito dalla torre. Ha detto che sarebbe tornato a casa a piedi.
Figlio     Ma non era vero
Madre    No.
Figlio     Te lo ha raccontato per non farti stare in pensiero.
Madre    Proprio così.
Figlio     Però sapeva che tu lo sapevi.
Madre    Sì.
Figlio     Si era fatto tardi, non so che ora. Probabilmente mi sono addormentato, ma non ricordo. Ho pianto tanto che tutto si è confuso, è diventato altro. A un certo punto, lei mi stava riportando in camera mia. Poi ero a letto. Lei mi osservava. Io non credo in Dio, ma credo che le cose siano complicate al massimo, e lei che mi osservava era la cosa più complicata del mondo. Ma era anche incredibilmente semplice. Nella mia sola vita, lei era la mia mamma e io suo figlio.
Le ho detto: Fa niente se ti innamori un’altra volta.
Madre    Ma io non voglio innamorarmi mai più.
Figlio     Ma io voglio che ti innamori, ho detto ancora.
Lei mi ha baciato e ha detto:
Madre    Non mi innamorerò più.
Figlio     Le ho detto: Non devi dir bugie per non farmi preoccupare.
Madre    Ti voglio bene
Figlio     Ha risposto lei. Mi sono girato su un fianco e ho ascoltato i suoi passi mentre tornava al divano.
Ho sentito che piangeva. Ho immaginato le sue maniche bagnate. I suoi occhi stanchi. Ho allungato la mano e ho trovato “Cose che mi sono capitate”. Era pieno, completo, Presto avrei dovuto comprare un altro album. Ho letto che è stata la carta a tenere acceso l’incendio nelle torri. Tutti quei quaderni, le risme di fogli per fotocopie, le stampate delle e-mail, le foto dei figli, i libri, i dollari nei portafogli, e i documenti degli archivi… Erano combustibile. Forse se vivessimo un una società senza carta, come un sacco di scienziati dicono che un giorno succederà, papà sarebbe ancora vivo.
Ho preso la torcia dal mio zaino e l’ho puntata contro il libro. Ho visto le cartine, i disegni, le foto prese da giornali e riviste e da Internet. C’era tutto il mondo lì dento. Finalmente ho trovato il corpo che cadeva.
Era papà?
Forse.
Chiunque fosse, era qualcuno.
Ho strappato le pagine dal libro.
Le ho rimesse in ordine al contrario, in modo che l’ultima fosse la prima e la prima fosse l’ultima.
Le ho sfogliate velocemente e sembrava che l’uomo stesse alzandosi in cielo.
E se avessi avuto altre fotografie, sarebbe volato dentro una finestra e dentro la torre, e il fumo sarebbe stato aspirato nel buco da cui l’aereo stava per uscire.
Papà avrebbe lasciato i suoi messaggi a rovescio finché la segreteria sarebbe stata vuota, e l’areo sarebbe volato all’indietro, fino a Boston.
Papà avrebbe preso l’ascensore per scendere in strada e schiacciato il bottone per l’ultimo piano.
Avrebbe camminato all’indietro fino al metrò e il metrò sarebbe andato indietro nel tunnel fino alla nostra fermata. Papà sarebbe tornato a casa camminando all’indietro mentre leggeva il «New York Times» da destra a sinistra. Avrebbe sputato il caffè nella tazza e si sarebbe messo i peli in faccia con il rasoio.
Sarebbe tornato a letto, la sveglia avrebbe suonato al contrario, e lui avrebbe fatto i sogni al contrario.
Poi si sarebbe alzato alla fine della sera prima del giorno più brutto.
Sarebbe indietreggiato in camera mia. Sarebbe stato nel letto con me.
Io avrei detto: Niente alla rovescia. Lui avrebbe detto:
Padre     Sì, pulce?
Figlio     Alla rovescia. Io avrei detto: Papà? Alla rovescia, che non è così diverso da papà detto normalmente.
E saremmo stati salvi.

Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda
Traduzione M. Bocchiola

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Secondo capitolo

Schermata 2016-01-07 alle 18.57.45https://www.youtube.com/watch?v=JngnCRmiGG0

Secondo frammento di APPUNTI PER UN ‘900 (v. link introduttivo)
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=6631&action=edit

Il ricordo frammentario della guerra, così come emerge dal brevissimo video, sulla scena trova un riscontro letterario nella ferocia parodistica di Gadda, che ritrae Mussolini arringante la folla

Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo

Una sorta di bugia senza riscatto veniva intessendosi in que’ raduni. Porgeva egli alla moltitudine la sua incontinenza buccale, ed ella vi metteva spola di clamori, e di folli gridi, secondo ritmi concitati e turpissimi.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
La moltitudine, che al dire di messer Nicolò amaro la è femmina, e femmina a certi momenti nottivaga, simulava a quegli ululati l’amore e l’amoroso delirio, siccome lo suol mentire una qualunque di quelle, ad «accelerare i tempi»: e a sbrigare il cliente.
Il mascelluto, tronfio a stiantare, a quelle prime strida della ragazzaglia era già ebbro d’un suo pazzo smarrimento, simile ad alcoolòmane, cui basta abbassare il bicchiere da sentirsi preso e dato alla mercè del destino. Una bugia sporca, su dalla tenebra delle anime. Dalle bocche, una bava incontenuta.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
Cuce il sacco delle sue menzogne, un gradasso: capocamorra che distribuisce le coltella a’ ragazzi, pronto sempre da issu’ poggiuolo a dismentire ogni cosa, a rimentire ogni volta.
Questo qui, Madonna bona!, non avea manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua mè son qua mè, a fò tutt mè. Venuto dalla più scipita semplicità, parolaio da raduno munitosi del più misero bagaglio di frasi fatte, prese a sbraitare, a minacciare i fochi ne’ pagliai, a concitare ed esagitare le genti: e pervenne infine, dopo le sovvenzioni del capitale e dopo una carriera da spergiuro, a depositare in càtedra il suo deretano di Pirgopolinice smargiasso sulla cadrega di Presidente del Conziglio in bombetta e guanti giallo canarino.
Pervenne, pervenne.
Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, ai guanti bianchi del commendatore e dell’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma lividamente invidiato borghese. Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano da du’ braccini corti corti: le quali non ebbero mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussero morte e di pezza.
Pervenne al pennacchione dell’emiro, del condottiero di quadrate legioni in precipitosa ritirata. (Non per colpa loro, poveri morti; poveri vivi!) Sulle trippe, al cinturone, il coltello: lo strumento osceno della rissa civile: datoché a guerra non serve: il vecchio cortello italiano de’ chiassi tenebrosi e degli insidiosi mal cantoni, la meno militare e la più abbietta delle armi. Il coltello del principe Maramaldo: argentato, dorato: perché di sul trippone figurasse, e rifulgesse: come s’indorano radianti ostensori. Sui morti, sui mummificati e risecchi dalle orbite nere contro il cielo, sui morti e dentro il fetore della morte lui ci aveva già lesto il caval bianco, il pennacchio, la spada dell’Islam, fattagli da’ maomettani di Via Durini a Milano.

Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Garzanti

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Primo capitolo

appunti

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https://www.youtube.com/watch?v=P40-y_PMEEc

Il Polo del Novecento è un progetto in via di realizzazione della Compagnia di San Paolo di Torino http://www.compagniadisanpaolo.it/Programmi/Polo-del-900, per il quale il TPE e Radiospazio si erano impegnati a mettere in scena un piccolo spettacolo, il 17 dicembre scorso. Su che cosa? La risposta non era facile: anzitutto sul fatto che nel Polo, collocato all’interno di due splendidi e austeri palazzi, confluiranno archivi, memorie, filmati, ecc. sul XX secolo, e poi sul fatto che questa istituzione intende radicarsi in città, nel quartiere in cui sorge e nella vita quotidiana dei suoi abitanti. Posto che il Novecento è un cosmo in continua ridefinizione e che lo spettacolo durata circa un’ora, l’impresa era del tutto aleatoria. Accettato l’aleatorio e l’arbitrario come presupposti, abbiamo incominciato ad annusare il quartiere registrando voci e volti. Ne sono nate sei piccole clip che abbiamo alternato a frammenti di Novecento letterario, affidati a quattro attori, in parte reduci di Eva futura. Ve ne diamo una cronaca molto pallida, che forse potrà incuriosire qualcuno.

Nei racconti degli abitanti del quartiere, la percezione del tempo passato diventa elastica, contraddittoria: i fatti sono nitidi, difficile è collocarli nella prospettiva di un passato che in certi momenti ci appare come lontano come nella lente di un cannocchiale rovesciato e in altri sembra sedere. imbarazzante, al nostro fianco.

La poesia, come il sogno, può realizzare questa compresenza inquietante di lontano/vicino. “Dalle regioni dell’aria” nelle quali Nelo Risi colloca il suo punto d’osservazione, “il mutato non sembra poi mutato”.

Nelo Risi, Di certe cose (1970)

Dalle regioni dell’aria
Visionando dall’alto la visione
visionando il visionabile in toto
come un involucro
che per meglio differenziare il prodotto
non fa che esprimere maggiormente il vuoto
il mutato non sembra poi mutato
Questo l’antico fogliame? le acque blu?
l’azzurro stemperato? le città
merlate di storia?
Questo l’idioma della quiete?
Questo il colore della totalità?
Si buca
il mansueto chiarore si va
dentro la nuvolaglia
già dove il sole scalda poco
dove il bianco candeggia
dove il verde è bruciato e dove l’acqua è scolo
dove gli uccelli vanno altrove
dove il paese è mortificato
dove i rumori esaltano i nervi come a tante rane
dove i clacson scampanano a morto
dove i polmoni hanno acini di piombo
dove non c’è immagine col suo valore giusto
non una sillaba di cui fruire
dove non si può più convincere
dove occorre sovvertire
dove la gente muore per correre in massa al mare
dove un’auto in pochi metri si mangia la nostra
quotidiana razione d’ossigeno
fate un po’ voi il conto del carbonio che disseminano!

E perché l’occhio abbia la sua parte
una ninfetta nuda dentro una sfera di cristallo
in orbita nel suo perielio pubblicitario
prova lacche rossetti deodoranti e assorbenti
tra il disordine oh! Studiato
di mini intimi indumenti.

(l’esecuzione della poesia è stata accompagnata da Poses, di Thierry de Mey e, con una certa perdita di controllo, da Sugli sugli bane bane de Le figlie del vento)

Gli attori: Charlotte Barbera, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Rocco Rizzo
Video: Francesco Ghisi e Claretta Caroppo
Drammaturgia: Alberto Gozzi

Il video della domenica. Le ragazze e gli affari. DINO RISI, IN NOME DEL POPOLO ITALIANO, 1971

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Dopo l’Italia del boom (Il sorpasso, 1962), Risi mette in scena quella, proiettata in una sconsolante modernità, degli anni Settanta. Doppia prova di bravura dei due protagonisti, Tognazzi (il giudice Mariano Bonifazi) e Gassman (l’imprenditore Renzo Santenocito), che si scontrano intorno all’oscura morte di una ragazza, navigando in un magma non meno oscuro di affaracci e di olgettine ante litteram.

La rappresentazione dell’allegria. HEINRICH BÖLL, L’UOMO CHE RIDE

zalone più x

“Parlare di Checco Zalone sta diventando complicato”, scrive Andrea Scanzi sul Fatto quotidiano. Verrebbe da dire: non sforziamoci troppo, ma poiché sembra che da “Quo vado?” dipendano le sorti del cinema italiano, della politica culturale del governo e la stessa sopravvivenza si una sia pur minima dialettica politica, parliamone. Indirettamente, per analogia, con questo breve racconto di Heinrich Böll.

Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore. Ai parruc­chieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro confes­sioni; queste professioni si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti. Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Un’ammissione simile ne richiede altre, perché anche alla seconda domanda “Vive di questo, lei?”, devo rispondere “sì”; il che è vero. Vivo realmente del mio riso e vivo bene perché il mio riso è richiesto. Rido bene, ho imparato a ridere, nessun altro ride come me, nessuno conosce come le sfumature di quest’arte. Per molto tempo – per sfuggire a noiose spiegazioni – mi sono definito attore, ma la verità è che rido. Non sono né un clown né un comico, non rallegro l’umanità, ma rappresento l’allegria. Sono diventato indispensabile, rido su di­schi, su nastri magnetici, e i registi dei radiodrammi mi trattano con ri­guardo. È una professione faticosa, tanto più che so fare anche il riso contagioso, così sono diventato indispensabile anche ai comici di terzo e quart’ordine che, a ragione, tremano per le loro battute, e quasi ogni sera vado in giro nei cabaret, per ridere contagiosamente nei punti de­boli del programma. Quando torno a casa mi aspettano dei telegrammi: “Ci occorre urgentemente il suo riso. Registrazione martedì”. E poche ore dopo mi trovo in un direttissimo surriscaldato e mi lamento della mia sorte. Potete capire che dopo il lavoro – o in vacanza – ho poca voglia di ridere, e la gente – forse a ragione – mi considera un pessimi­sta. Nei primi anni di matrimonio mia moglie mi diceva spesso: “Su, perché non ridi un po’?”, ma poi ha capito che non potevo esaudire il suo desiderio. Così il nostro matrimonio è quieto e tranquillo, perché anche mia moglie ha disimparato a ridere.
Con un viso immobile passo attraverso la mia vita; mi permetto di tanto in tanto un pallido sorriso e talvolta mi chiedo se abbia mai riso vera­mente. Credo di no. I miei fratelli raccontano che sono sempre stato un ragazzino serio. Così rido in tante maniere, ma il riso mio non lo cono­sco.

Heinrich Böll, L’uomo che ride, in “Racconti umoristici e satirici”, Bompiani
Traduzione Lea Ritter Santini

Una verità su Magritte. ERICH FRIED, MALINTESO DI DUE SURREALISTI

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MALINTESO DI DUE SURREALISTI

“piove”
disse lei
“un uomo dal cappotto nero
passa per la via”
disse lei

Magritte però
non la sentiva
più tanto bene
infatti lei lo disse soltanto anni
dopo la morte di lui

Così non sentì più
le ultime tre parole
e capì soltanto
“piove un uomo dal cappotto nero”
E lo dipinse

Erich Fried, E’ quel che è, poesie d’amore di paura di collera,
Einaudi, Traduzione Andrea Casalegno

Imitazione di Anacreonte. EROS FERITO

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Eros un giorno fra le rose
non vide un’ape che dormiva
e al dito ne fu punto;
e ferito alla mano gemeva
e tendendola alla bella Citerea:
“Madre”, disse, “è finita per me,
è finita e me ne muoio;
un piccolo serpente alato
mi ferì, che i contadini
chiamano ape.”
E quella rispose: “Se dell’ape
il pungiglione duole,
quanto pensi, o Eros,
soffrano coloro che tu ferisci?”

Poeti greci, a cura di Dario Cantarella, Nuova Accademia Editrice

Buona Epifania. NELO RISI, PENSIERI ELEMENTARI

camion neve

In tanto spreco di respiro umano
in tanti mattoni per gli ultimi piani
in tanta neve spazzata ogni tanto e con tutta la merce
portata dai camion nelle notti di gelo
gli uomini dentro, resistono bene.
Lavorano dietro i tavoli su sedie di paglia
o affondati in poltrone, hanno anche un orario
qualcosa di caldo per colazione e magari
la macchina poi che li riporti a casa.
Tutti hanno un letto. Sono due modi però
di lavorare nella stessa città.

Nelo Risi, Pensieri elementari, Mondadori

GRACE PALEY, UN FILO D’ANSIA

bigodini 2MADRE     Santo cielo! Faithy, com’è che hai un foruncolo sul polso? Non ti lavi?
FIGLIA      Mamma, naturale che mi lavo. Non so, forse è per l’ansia; comunque non è un foruncolo.
MADRE     Ti prego non parlarmi dell’ansia. Sei andato all’università. Tieni le mani pulite. Hai studiato biologia. Me lo ricordo. E dunque lavati. Foruncoli sul polso sono il minimo con l’ansia. Sono le preoccupazioni che portano la malattia. I guai alla cistifellea ce li ho da quando Archie sposò quella stupida. Il sangue lento mi venne quando il signor Stein morì.
FIGLIO       Vuoi dire che è la vita che ti ha fatto ammalare?
MADRE      Così ho detto e così è.

Grace Paley, Sognatore in una lingua morta, La Tartaruga, Traduzione L. Noulian

VOLTAIRE, ELOGIO DEL POLLAIO (e di altre comunità)

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Un pollaio è chiaramente lo stato monarchico più perfetto. Non c’è re paragonabile a un gallo. Se cammina tutto fiero in mezzo al suo popolo, non è per vanità. Se il nemico si avvicina, non dà ordine ai suoi sudditi di andare a farsi ammazzare per lui; ci va lui stesso, schiera dietro di sé le sue galline e combatte fino alla morte. Se riesce vincitore, canta lui stesso il Te Deum. Nella vita civile, nessuno è tanto galante, tanto dabbene, tanto disinteressato. Se ha nel becco regale un chicco di grano, un vermicello, lo dona alla prima delle sue suddite che si presenta. Insomma, Salomone nel suo serraglio non assomigliava nemmeno di lontano a un gallo nel suo pollaio.
Se è vero che le api sono governate da una regina, con cui tutti i sudditi fanno l’amore, questo è un governo ancora più perfetto.
Le formiche passano per un’eccellente democrazia. Essa è al di sopra di tutti gli altri stati perché tutti vi sono uguali ed ogni privato lavora per la felicità di tutti. La repubblica dei castori è ancor superiore a quella delle formiche, almeno a giudicare dalle loro costruzioni.
Le scimmie assomigliano piuttosto a saltimbanchi che a un popolo ben ordinato e non sembra che siano riunite sotto leggi fisse e fondamentali, come le specie precedenti.
Noi assomigliamo più alle scimmie che ad ogni altro animale, per il dono dell’imitazione, per la leggerezza delle nostre idee, e per la nostra incostanza, che non ci ha mai permesso di avere leggi uniformi e durature.

Voltaire, Dizionario filosofico, Delle leggi, Einaudi
Traduzione Mario Bonfantini

Il video della domenica. QUI E ORA, di FABIEN WEIBEL, SANDRINE WURSTER, VICTOR DEBATISSE. 5’25”

Schermata 2015-12-18 alle 18.37.42https://www.youtube.com/watch?v=Ywcdwvk84tA

Un incubo, che si ripete tutte  le mattine, puntuale come la sveglia, come la routine che corrode a rate implacabili, giorno dopo giorno. Ma dopo cinque minuti c’è, per fortuna, il lieto fine.

JULES SUPERVIELLE, PROFEZIA

6732571_sett-ott-nov-2012-001Franco Nonnis, Uccello in gabbia


Un giorno la Terra sarà soltanto
uno spazio cieco che gira,
confondendo il giorno e la notte.
Sotto il cielo immenso delle Ande
non ci saranno più montagne,
neppure un piccolo burrone.

Di tutte le case del mondo
resisterà soltanto un balcone
e dell’umano mappamondo
solo una tristezza senza fondo.

Del defunto Oceano Atlantico
solo un piccolo gusto salato nell’aria,
un pesce magico e volante
tutto del mare ignorante.

Da un coupé del millenovecentocinque
(le quattro ruote e niente strada!)
tre ragazze dell’epoca
rimaste allo stato di vapore
guarderanno attraverso la portiera
pensando che Parigi lontana non è
e sentiranno soltanto l’odore
del cielo che vi prende alla gola.

Dove c’era la foresta
si alzerà un canto di uccello
che nessuno saprà individuare,
né preferire, neppure udire,
eccetto Dio che, lui sì, l’ascolterà
dicendo: “È un cardellino”.

Jules Supervielle, Profezia, “Poesia francese del ‘900″, Bompiani
Traduzione Vincenzo Accame