Galleria. Il maggiolino

ragazza posseduta da maggiolino VW

“Sei una cretina!”, le ripeteva la madre, “Comprare un’automobile con lo stipendio che ti ritrovi! Andarsi a impiccare così con cinque anni di rate! Alla tua età, io lo trovavo sempre qualcuno che mi portava in collina a far l’amore”. “Altri tempi”, rispondeva la figlia, e la finiva lì – sua madre non avrebbe mai capito quella liaison così diversa da tutte le altre. 

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Simone Paliaga, Big data. Ecco perché le discipline umanistiche governeranno il digitale (L’Avvenire)

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“Un mondo ad altezza di algoritmi, pensiero computazionale e big data non potrebbe essere che un mondo a senso unico. Se ne avvede anche la prestigiosa rivista di management di una delle università faro del liberismo. A sottrarci a questa deriva sarebbero, secondo Oleajarz, filosofia, letteratura e poesia. Oggi in effetti non c’è azione o comportamento che non sia guidato da un algoritmo o tradotto in una serie di istruzioni meccanicisticamente risolvibili. In una realtà dove tutto è codificato, declinato in protocolli e interpretabile da algoritmi cosa resterebbe dell’uomo?” Continua a leggere:
https://www.avvenire.it/agora/pagine/algoritm-c69cd26cfb864b589e128b2611bc932f

Il linguaggio dell’odio. Nazione indiana

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Le parole di odio, lo abbiamo visto chiaramente, possono tradursi in atti di violenza omicida. Azioni che, acclamate e imitate, rischiano seriamente di innescare una spirale di violenza. Per noi è evidente che il nodo mediatico ha contribuito a produrre e legittimare lo scatenarsi delle pulsioni peggiori. Per questo chiediamo ai media di non prestare più il fianco alla propaganda d’odio, ma di compiere anzi uno sforzo nel contrastarla. Intere fette di società (per esempio i migranti e i figli di migranti) nella rappresentazione mediatica esistono pressoché solo come stereotipo o nei peggiori dei casi come bersaglio dell’odio, contraltare utile a chi fa di una propaganda scellerata il suo lavoro principale.
Sappiamo che nei media lavorano seri professionisti che come noi sono molto preoccupati per la piega degli eventi. Servono contenuti nuovi, modalità diverse, linguaggi aperti e trasparenti. Non possiamo permettere che nel 2018, ad 80 anni dalle leggi razziali, ritornino quelle parole (e quegli atti) della vergogna. Dobbiamo cambiare ora e dobbiamo farlo tutti insieme. Ne va della nostra convivenza e della nostra tenuta democratica.
Quello che chiediamo non è un superficiale politically correct. Chiediamo invece una presa in carico di un mondo nuovo, il nostro, che ha bisogno di conoscersi e non odiarsi.
Antonio Gramsci scriveva: Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. Dipende da noi non lasciar nascere questi mostri. Dipende da noi evitare che torni lo spettro del fascismo nelle nostre vite. Per farlo però dobbiamo lavorare in sinergia e cambiare i mezzi di comunicazione. E dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi.

Leggi l’intero articolo

https://www.nazioneindiana.com/2018/02/05/ai-direttori-delle-reti-televisive-delle-testate-giornalistiche/

Galleria. La coiffure

acconciatura tonda

Sarebbe andata allo scontro, era ormai necessario. Ma non in uno di quei piccoli bar semideserti e con le luci al neon dove lui le dava appuntamento; questa volta lo avrebbe affrontato in discoteca, sotto gli occhi di tutti, anche di quelle shampiste coscione con le quali gli piaceva tanto tradirla. Lei sarebbe comparsa piuttosto sul tardi, avrebbe  agganciato uno di quei bestioni del suo entourage (a quell’ora erano tutti  strafatti) e gli sarebbe passata davanti al naso senza guardarlo, come una Cleopatra. Gli avrebbe soltanto sibilato: “Metamorfosi” – e subito via, appesa al braccio di quel manzo alto due metri, come colei che ha deciso di farselo in serata.

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Il video della domenica. Eugène Ionesco, “L’irrealismo del reale, la realtà del teatro” (1958, doppiaggio italiano) 3’20”

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“Credo che la realtà non sia realista. Il realismo e’ una maniera come un’altra di esprimere la realtà. I realisti hanno una visione ristretta e parziale della realtà, perciò il realismo e’ diventato accademico, freddo, dogmatico, morto e, quindi addirittura una forma di irrealismo”.

http://www.teche.rai.it/2017/11/eugene-ionesco-lirrealismo-del-reale-la-realta-del-teatro/

 

Sulla sponda serena del drammatico. Horowitz suona la Sonata in F major N° 23. Adagio di Haydn. 4′

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Vladimir Horowitz nel 1936, Carnegie Hall

https://www.youtube.com/watch?v=co1ILwL607o

 

 

Galleria. A sipario chiuso

il professore, di sera

Terminato lo spettacolo rimane a lungo immobile davanti al sipario chiuso, anche quando la piccola società, compiuto il sacrificio, si è rintanata, chi in trattoria, chi subito a casa di corsa per togliersi di dosso i vestiti impregnati di teatro – come l’odore del fritto di certe trattorie, s’insinua tra le fibre dei tessuti e non va più via, ma col fritto ti diverti di più. Gli spettacoli del Professore sono la mazza periodica e irreale che si abbatte sulla piccola società all’improvviso: «Tu lo sai che è per questa sera, vero?», «No! Avevo letto ad aprile»; «Macché, a fine aprile, c’è il prossimo, Visi noti, sentimenti confusi, di un tedesco; questa sera va in scena il suo, del Professore, Antigone in soggiorno, quello scritto proprio da lui. Unica replica, come sempre.»  «Allora non c’è scampo, ci tocca.» Sospeso fra la speranza (di avere qualcuno in sala) e il timore (di percepire nella penombra il tormento degli spettatori), il Professore si chiede: «Ma perché ci vengono?» e subito dopo, con una peristalsi ansiosa: «Verranno?».
Sì, certo che andranno: tutte le volte (due, ma anche tre all’anno) la piccola società indossa i vestiti da teatro e, come i necrofori obbligati a tirare la carretta per campare la famiglia, i genitori salutano i figli sprofondati nel caldo della televisione. Andranno perché sono comandati da un sentimento oscuro: il Professore è il nano tedoforo di una Cultura che ha sede non si sa dove ma che di tanto in tanto invia tramite quel suo  subagente un messaggio perentorio al quale il borgo non può sottrarsi – peccato, si vivrebbe così bene entro quelle mura medioevali, senza messaggeri e perfino senza professori. Mentre rabbrividisce nell’estraneità del suo vestito lungo, la moglie fa un ultimo tentativo: «E se per questa volta…?».  «Non si può, non possiamo passare per dei selvaggi», tronca il marito mentre cerca di avviare l’auto refrattaria nonostante l’antigelo. La moglie annuisce. Un fremito nervoso le risale lungo la coda.

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Nunzio La Fauci, “Gettonato, la parola e le cose” (da Le parole e le cose)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=29389#more-29389

“Come quello di un primitivo robot dal movimento a scatti, il braccio prelevava il disco dalla teca. Lo sollevava, in genere ancora in posizione verticale. Lo deponeva finalmente in posizione orizzontale, sopra il piatto che frattanto aveva cominciato a ruotare. La traccia era così pronta a essere percorsa dalla testina, che un altro braccio meccanico aveva posto nella corretta linea di tangenza e aveva infine abbassato.”

QUOTIDIANA. Due ragazzi al tavolino di un bar

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Esco a fumare. Nonostante il freddo, due ragazzi sui vent’anni chiacchierano seduti a un tavolino senza far caso a me. Vestono sobriamente e si esprimono con una certa proprietà di linguaggio; uno dei due, parlando di non so chi, usa una litote (“Non è certo un genio”). Improvvisamente, non so come, la chiacchiera scivola nel racconto.:
– … Minchia, si vede che non l’avevo inquadrato…
– E l’hai tirato sotto?
– Sì, ma non mi sono mica fermato, ho tirato dritto … ho visto che si era rialzato…
– E’ capitato anche a B., ma poi è venuto fuori uno con una mazza da baseball… minchia… una vera mazza… e lui non è mica sceso… in questi casi stare chiusi dentro è l’unica…
– Non è detto… se uno sa come fare…
– Ma scherzi? Una mazza… A meno che tu non sia alto due metri e grosso così…
– Non è solo questione di fisico, se ci sai fare, stai tranquillo che gliela levi di mano, quella mazza, ci vuole la tecnica… bisogna essere preparati… Io sono preparato.

 

 

Il video della domenica. Rota e Fellini. 5′

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http://www.teche.rai.it/2016/12/nino-rota-tutti-i-film-di-fellini/

“Federico mi dà qualche indicazione, molto precisa ma anche molto contraddittoria: magari dice: “Fa’ un motivo allegro ma che sia triste… un motivo vecchiotto ma che sia nuovo… un motivo spensierato ma che sia patetico… Eravamo stati tutta una giornata a cercare, cincischiare… non usciva niente… Al momento di andar via, suono un motivo (il tema della Dolce vita, N.d.R.)… Federico mi dice: Questo va bene, con questo ci facciamo tutto il film”

27 gennaio. Giorno della memoria. Liliana Segre racconta. (Ma oggi si concede spazio anche al Macabro Osceno)

Incipit:
“Faccio parte del museo, ormai, del museo di Auschwitz, perché siamo molto pochi ormai, sono rimasti meno… meno delle dita di una mano, in Italia non siamo di più. Io avevo allora tredici anni e la mia colpa di essere nata ebrea aveva fatto sì che dopo le leggi razziali, espulsa dalla scuola e poi, praticamente radiata nell’indifferenza della società – io mi batto sempre molto contro l’indifferenza – dopo un tentativo di fuga in Svizzera, rimandati, respinti dagli svizzeri, io e mio papà siamo stati arrestati al confine con la Svizzera, dietro Varese, e a tredici anni sono entrata nel carcere femminile di Varese, poi in quello di Como, e poi nel carcere di San Vittore a Milano, carcere che io, abitando in quella stessa zona, avevo sempre visto da fuori, e mai avrei pensato che io, proprio io… proprio io… proprio io… sarei entrata dentro al carcere. Era un periodo sospeso, in cui si sapeva che saremmo stati deportati per ignota destinazione, ma ancora era impensabile credere all’attuazione  di un progetto come quello dello sterminio a cui non eravamo arrivati neanche noi, che eravamo già imprigionati, pronti a essere deportati, a capire la crudeltà, la ferocia del progetto fino in fondo.”

Purtroppo in questa giornata ai affacceranno anche i testimoni del Macabro Osceno. Ad Azzano Decimo, provincia di Pordenone, si esibiranno tre band musicali delle quali diamo qualche rapido cenno – non occorrono molte parole per illustrare la loro visione del mondo.

I finlandesi Goatmoon
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Inneggiano allo sterminio dei «subumani che vogliono controllare il mondo» e al «nuovo trionfante impero ariano». Tra i loro fans c’era Anders Breivik, il terrorista norvegese che provocò la morte di settantasette persone, a Oslo, nel 1979, autodefinitosi “il salvatore del cristianesimo” e “il più grande difensore della cultura conservatrice in Europa dal 1950”

I francesi Leibstandarte

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Originari di Lione, prendono il loro nome dalla Leibstandarte-Ss Adolf Hitler, la più importante divisione delle SS. In uno degli ultimi loro brani celebrano la gioventù hitleriana.
L’Italia è rappresentata dai

Via Dolorosa

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Da un’intervista col loro leader, pubblicata sul sito della band:
“Via Dolorosa è stata creata principalmente per due motivi: dar sfogo alla nostra rabbia, creando musica violenta e grezza come la tradizione (Black Metal, N.d.R.) del genere comanda, e propagandare i più puri ideali fascisti / nazionalsocialisti.”

“È innegabile che la violenza / voglia di sopraffare sia insita nell’animo umano, chi nega ciò è uno stolto! O per difesa o per fame o per conquista o per brama di ricchezze la guerra esisterà sempre… Parafrasando un noto personaggio, direi che la guerra è la sola igiene nel mondo… ed è proprio di una guerra di questo tipo che abbiamo estremo bisogno. Stiamo vivendo in un periodo di pace fasulla ma questa fase temporanea fortunatamente presto finirà…”

 

 

Massimo Raffaeli, Comunisti sulla luna (“Le parole e le cose”)

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“Chi oggi non è più un ragazzo può ricordare che negli anni Sessanta alle cagnette veniva imposto preferibilmente, specie nelle regioni rosse, il nome di Laika. Erano bastardine ubicate in casa di comunisti o, per meglio dire, di militanti filosovietici del Pci. La prima Laika non aveva un pedigree, pare fosse una randagia per le vie di Mosca, una bastardina e però molto sveglia, resistente, che qui a molti rammentava Flaik, il cane di Umberto D. nel film di Vittorio De Sica, che i nostri democristiani, e ovviamente filoamericani, avevano ritenuto un agente criptosovietico o un delatore sotto copertura della miseria italiana. Laika fu imbarcata nella capsula spaziale Sputnik 2 il 3 novembre del 1957 e fu il primo essere vivente ad orbitare nello spazio mentre il suo lancio festeggiava in maniera trionfale il quarantesimo anniversario dell’Ottobre rosso.”

Continua la lettura: http://www.leparoleelecose.it/?p=30596

Galleria. Il casco

 

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Fin dai suo primo sghembo gattonare, il padre aveva incominciato a chiamarlo campione, come nei film americani. “Come va, campione?”, “Il campione ne ha combinata un’altra delle sue!”; gli sembrava spiritoso e beneaugurante nei confronti di quel gamberetto che la fioca lanterna della sua immaginazione proiettava su piste imprecisate. La moglie taceva. Sembrava refrattaria a quelle euforie atletiche. “Non ha lo spirito sportivo”, masticava il padre, “perché l’ho sposata? Assomiglia ogni giorno di più a una tarma”; questo pensiero si rafforzava di sera, quando la ritrovava con una coperta grigia sulle spalle e lo sguardo fisso su una  lampadina da quaranta candele. Nemmeno gli occhi del figlio campione brillavano quando rientrava dagli allenamenti quotidiani. Aveva preso dalla madre e anche lui fissava le lampadine a quel modo. Per fortuna indossava sempre il casco, lo toglieva solo per entrare nel letto, e questo era motivo di consolazione per il padre, soprattutto quando andavano a trovare quegli stronzi dei parenti.

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Alberto Natale, Paura mediatica e propaganda (“Griseldaonline”)

Senza titolo

.http://www.griseldaonline.it/temi/paura/paura-mediatica-propaganda-natale.html

Allo spettro della guerra atomica capace di distruggere il mondo intero, che per alcuni decenni ha tenuto banco, si è succeduto un ampio repertorio di paure – a vario titolo riconducibili al paradigma della globalizzazione incalzante – connesse alle minacce dei dissesti economici su vasta scala e delle crisi finanziarie planetarie, ai rischi dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento ambientale e delle pandemie incipienti, allo spauracchio dell’impoverimento causato dalla ristrutturazione del mercato del lavoro (con conseguente fenomeno migratorio di forza lavoro incontrollata) e all’assillo dei conflitti bellici locali sempre in procinto di espandersi (da cui discendono in linea diretta il terrorismo internazionale e le ondate di profughi in fuga dagli scenari di guerra).
Paure che sembrano piuttosto concrete e che ci obbligano «a registrare l’incremento di forme di violenza relativamente inedite» e che possono essere ricomprese in tre grandi categorie: «le violenze economiche e sociali», «le violenze politiche» e «le violenze tecnologiche e naturali». I sociologi e gli antropologi che cercano di affrontare il problema sono tuttavia concordi nel ritenere che la vera novità consista nel fatto che le paure contemporanee si presentano mescolate fra loro e che sviluppano i loro effetti, come in un motore di aggregazione in cui ne viene amplificata la portata e la diffusione, combinandosi e influenzandosi a vicenda. Un’autentica ed esiziale «matassa delle paure» (l’espressione è di Marc Augé) in cui la vera novità sembra consistere nel fatto che «la paura per la prima volta nell’esperienza umana, è diventata un problema in se stessa»

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GALLERIA. Quella certa apprensione

bimbo e bimba pipì

Si sarebbero poi sposati, una ventina d’anni dopo. Dopo altri vent’anni, una sera lei gli avrebbe chiesto: “Ma tu mi ami?” Lui le avrebbe risposto che se l’aveva sposata una qualche ragione ci doveva essere. Lei pensò che era rimasto così com’era sempre stato: non cattivo, e sentì che avrebbe continuato a proteggerlo, con quella certa apprensione che l’aveva sempre accompagnata. Si consolò pensando che in fondo non era cambiato niente.

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