Bandiere

Oggi le religioni stanno trasformandosi da magnifici sistemi cosmologici e di pensiero, da straordinari contenitori di poesia, letteratura, modi di vivere, arte di relazionarsi, in identità sempre piú politiche. Religioni che avevano fino a poco tempo fa convissuto senza problemi, ignorandosi e accettando la non traducibilità di una fede in un’altra, oggi diventano il germe dell’intolleranza perché sono investite del compito di «dare un’identità» ai propri appartenenti. Non che la storia sia priva di guerre di religione. Anzi, sappiamo bene quanto sangue è stato versato per cause “sante” a questa o a quella religione. Quello che sta cambiando oggi nel mondo, con l’accelerazione della mobilità e la mondializzazione, è che gli spazi di indifferenza che rendevano possibili certe convivenze tra fedeli di diverse religioni sono saltati. Quello che in un lavoro di alcuni anni fa ho chiamato il «malinteso», che rendeva possibile la convivenza, l’idea che lasciare in pace l’estraneità dell’altro garantisse la propria6. L’ebraismo è quasi sparito dal Maghreb con l’eccezione del Marocco. I cristiani soffrono persecuzioni in Medio Oriente e in moltissime altre parti del mondo, i musulmani sono vissuti in India come un’immensa minoranza scomoda e pericolosa. È ciò che abbiamo visto avvenire negli ultimi anni anche all’induismo; un sistema di vita che fino a qualche decennio fa non amava nemmeno essere definito religione e che oggi è diventato qualcosa da contrapporre a qualcos’altro. Lo stesso è successo al buddhismo, che si sta rivelando in molte regioni del Sud-Est asiatico una molla di violenza nei confronti di chi non appartiene alla stessa identità. E l’islam ovviamente non è da meno, in questo contrapporsi di mondi a mondi che improvvisamente avvertono il proprio sistema di vita e di organizzazione come qualcosa di minacciato dagli altri sistemi. Il mondo cristiano non ha molto da insegnare in questo campo, se non la speranza che gli stessi errori coltivati nel passato anche recente vengano superati da altri sistemi di fede come qualcosa che non può avere a che fare con un senso universale dell’umanità. Le religioni diventano qualcosa da contrapporre, una bandiera dietro la quale si nasconde una debolezza di identità nazionale, o semplicemente la caduta di un modello, quello di Stati plurireligiosi e pluriconfessionali. (Erano Paesi retti da una idea imperiale del cosmopolitismo, dall’impero ottomano a quello austro-ungarico a quello inglese, ma oggi, saltati gli imperi, il nazionalismo ha preso le forme della religione e il cosmopolitismo sembra un sogno impossibile). Perché la preghiera, allora? Appunto perché, se si va nel minuto quotidiano, se si osservano le pratiche di pietà della gente, ci si rende conto che la preghiera è un anelito comune, al di là delle differenze teologiche e ideologiche (e politiche). Pregare significa invocare la divinità fuori o dentro di noi perché ci venga incontro e migliori le nostre vite. Si tratti di monoteismi o di politeismi, si tratti di animismi o di culto degli antenati, pregare significa rivolgersi a una presenza o a piú presenze al di fuori di noi, stabilendo una reciprocità (dispari il piú delle volte) fondamentale per motivare il nostro stare al mondo. Nel proprio carattere «vocativo» di addressing, la preghiera costituisce il principio di alterità. Non solo c’è qualcosa al di fuori di me, ma c’è qualcuno al di fuori di me. Il tu della preghiera sospende l’ego all’attesa di un senso corale e di una posizione dell’io stesso come molto piú ampio di sé. I casi ancora esistenti al mondo di culti e santuari comuni a piú religioni (dall’Etiopia all’India, da Bali a Giava, alla Cina) dimostrano che quando si tratta dell’urgenza della fede nelle impellenze quotidiane gioca piú un’idea di “risonanza” comune che quella di appartenenza. Se si chiede la guarigione del proprio figlio, la salvezza da una calamità, un ristoro nelle difficoltà o una illuminazione in un momento oscuro, è la pietà popolare a mescolarsi alle pietà popolari adiacenti.

Franco La Cecla, Convincere Dio, Einaudi

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