
Federica Fracassi, Enrica Origo, Fulvio Pepe, Daria Deflorian.
Foto Luigi De Palma, TST
La vita che ti diedi al Carignano
Nella storia letteraria dell’intero Novecento, più di tutto Pirandello vale una singola pièce di Clarice Tartufari, praticamente sconosciuta ma ormai disponibile in rete (anche per chi volesse eventualmente metterla in scena, e sarebbe ora): ‘La Testa di Medusa’, un dramma del 1910 interamente incentrato sul femminicidio all’interno di una borghese famiglia patriarcale. Il testo di questo capolavoro di Tartufari è raggiungibile in pochissimi secondi a chiunque acceda al sito ‘A Celebration of Women Writers’, dove si raccolgono in progress le opere globalmente prodotte, in qualsiasi epoca storica, da tutte le scrittrici di ogni angolo del pianeta. Con questa premessa non si intende naturalmente sottovalutare l’importanza del teatro pirandelliano, che, pur non raggiungendo la vetta a cui perviene l’autrice di ‘La testa di Medusa’, non manca di offrire risultati di assoluto rilievo. Ne è prova ‘La vita che ti diedi’, opera del 1923 poco frequentata e a cui la critica (con l’eccezione di un saggio di Rosaria Lo Russo del 1994) non sembra aver riservato l’attenzione che merita: tanto più degno di lode il fatto che il Teatro Carignano abbia invitato a Torino Stéphane Braunschweig, direttore artistico dell’Odéon di Parigi, per metterlo in scena dal 9 al 28 aprile 2024 (sarà poi in tournée a Pesaro dal 2 al 5 maggio e a Bologna dal 9 al 12 maggio). Varrebbe francamente la pena vedere e rivedere questo spettacolo, a cominciare dall’anteprima, tutte le sere, sia perché la regia, operando coraggiosamente pochissimi tagli (mancano all’appello, al più, i due fanti e le donne del contado), invita a cogliere l’essenziale di questa «tragedia» (definita così da Pirandello stesso), che non è soltanto, come si è soliti ripetere (e come peraltro, a prima vista, è fin troppo evidente), il drammone tragicomico di una madre (Anna, esemplarmente interpretata da Daria Deflorian) che, addolorata fino alla follia, fatica ad accettare la morte di un figlio, bensì la rappresentazione di un universo che sembrerebbe matriarcale, costituito da madri e prole (figlie e figli), dove ogni padre ‒ questo l’aspetto decisivo, che passa inosservato ‒ è rigorosamente assente. O meglio: un padre c’è, ma don Giorgio è un padre spirituale e impotente, che, bibbia alla mano, non genera in carne ed ossa, ma dà continuamente vita, non senza imbarazzo suo e di chiunque, a timidi tentativi di prediche tanto inefficaci quanto sterili. La noiosa presenza di don Giorgio ‒ questo santo incapace di combattere il drago della follia borghese ‒ rende ancora più oscena l’invisibilità di ogni padre fecondo. I padri ci sono, naturalmente, ma restano oscenamente fuori scena: il che corrisponde (qui si cela il realismo di Pirandello) al dato storico del nostro bel paese, penisola tanto sovraffollata di poeti e santi e navigatori, quanto priva di padri minimamente presentabili, come non può che accadere del resto in un territorio perennemente occupato, dal cosiddetto Medioevo ad oggi, da forze militari straniere: longobardi o carolingi, Francia o Spagna, nazisti o nordamericani. Così, a chi ne è di volta in volta il padrone, l’Italia stessa (e con lei Pirandello) esibisce al mondo intero soltanto madri. In una sorta di girotondo, ecco: 1) madre è Anna di un adulto figlio morto; 2) madre è Fiorina (sorella di Anna) di un figlio e di una figlia adolescenti; 3) madre è Lucia, di due figli avuti dal marito, ma anche di un terzo, di cui è incinta, regalatole dall’amante (cioè dal figlio morto di Anna); 4) madre è ovviamente Francesca, che vorrebbe che la figlia Lucia ritornasse ipocritamente all’ovile borghese, cioè dal marito. E qui il cerchio si chiude, senonché, madre di tutte e di tutti, è finalmente la nutrice Elisabetta, interpretata in modo magistrale da Enrica Origo. Se dunque, con ‘La testa di Medusa’, da un lato Tartufari dà vita a un’opera universale, scavando al di là di Freud, per scoprire che il complesso edipico ‒ di padre in figlio ‒ è fenomeno di superficie, oltre il quale esiste la criminale complicità di una misoginia patriarcale borghesemente condivisa fra padre e figlio, dall’altro lato, poco più di un decennio dopo, con ‘La vita che ti diedi’, Pirandello svela un patriarcato di osceni padri fuori scena, quelli italiani, tanto duri a morire quanto di nessuna credibilità, travolti da piccoli traffici e grandi illusioni. In conclusione, meritevoli di plauso (e a lungo applaudite e applauditi), insieme ai costumi e alle scene di Lisetta Buccellato, oltre al regista, tutte le interpreti e tutti gli interpreti: Daria Deflorian, Federica Fracassi, Cecilia Bertozzi, Fulvio Pepe, Enrica Origo, Caterina Tieghi, Fabrizio Costella
Federico Sanguineti