Neera, Il ruscello avvelenato. 1919 (frammento)

Non so se oggi i maestri si sono persuasi, che l’insegnamento a base di nomi propri e di cifre è un corpo morto, il quale entra nel cervello dell’adolescente come in una tomba e vi si adagia nel sonno eterno. Il tedio, l’ira, l’odio in me succitati dallo Skager e dal Rattegat mi durano tutt’ora mentre, sarebbe stato tanto più interessante e istruttivo farci conoscere le terre della nostra bella Italia e condurci come in un viaggio di piacere sulle sponde dei nostri laghi e dei nostri mari, prima di ingombrarci la mente con nomi ostrogoti. Occorre bandire la pedanteria istruzione primaria, alleggerirla, renderla fresca e parlare al cuore, parlare all’immaginazione, svegliare la sensibilità sana delle giovani creature che devono svilupparsi nella vita e non ammuffire sui testi. L’educatore che s’accosta alla fremente anima del fanciullo sbadigliando gli aridi spunti, che la sua indolenza gli fa ripetere d’anno in anno, senza che mai vi palpiti l’ala di un pensiero suscitatore, somiglia a colui che applicando a una cassa di legno  cartone sforacchiato e girando una manovella crede di fare della musica. Quella del maestro non è una professione, è una missione; egli è il sacerdote laico dell’umanità che sorge. Il destino di molti uomini, come ruscello avvelenato alla fonte, si guasta e si corrompe, sui banchi della scuola; molti dotati delle migliori attitudini per lo studio se ne svogliarono in causa della cretineria dell’insegnamento scolastico.
Io a scuola non mi ci potevo vedere; preferivo di gran lunga le sgridate di mia madre e il desiderio di finirla con quella oppressione degli studi era tanto che su tutti i miei quaderni scrissi questo ammonimento a me stessa: •Ricordati, se mai un giorno venissi a rimpiangere la scuola, che ne hai tu desiderata ardentemente la liberazione. Ma quel giorno non venne mai.

Neera, Una giovinezza del XIX secolo, Liberliber

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