
Alzandomi, una mattina, osservavo mia madre vestirmi con uno sguardo insolito, e sentivo le sue mani che non avevano il ritmo degli altri giorni sul mio corpo; ma un tatto diverso. Sentivo, pure tacendo, che nulla mi apparteneva di lei, mentre le altre mattine, anche pensando ad altra cosa in quell’operazione del vestirmi, era tutta per me. Quella mattina mi era estranea tutta, assente, e s’io le avessi rivolte delle domande mi avrebbe risposto dei «sì» e dei «no» che non sarebbero stati delle risposte, e senza neppure ascoltare le mie parole. Ma io mi guardavo bene dal farle, e già fantasticavo per scoprirne il perché. Lavatomi come sempre e finitomi di vestire, fattami fare la colazione, mi mandò per la donna di servizio al piano superiore senza una parola di commento; cosa davvero insolita per mia madre che non amava cedermi a chicchessia e per nessuna ragione. Per le scale la donna si sentì in dovere di spiegarmi che andavo lassù per fare i balocchini con gli amici che mi aspettavano. Il fatto si ripeté per tre mattine, e la donna non mi veniva a riprendere che la sera, verso le dieci, all’ora di mettermi a letto. Lassù era una famiglia numerosa e accogliente, dove durante i tre giorni venni coperto di cure e tenerezze: giuochi, dolciumi, baci, affettuosità d’ogni specie. Pareva non avessero, quei buoni pigionali, che un unico pensiero: la mia felicità. Chi apriva un cassettone per cercarvi una caramella o un confetto, un gingillo che mi potesse piacere; chi improvvisava un giuocattolo con la carta e col filo; chi inventava un nuovo passatempo o diletto per rallegrarmi e farmi divertire, e a tavola tutti, grandi e piccini, facevano a gara per mettere qualcosa nel mio piatto, tanto che la madre era costretta a intervenire rivolgendo rimproveri di continuo perché mi avrebbero fatto ammalare per un eccesso di alimento. Ma io accoglievo tanta gentilezza sospettoso in quel luogo dove tardavo a divenir familiare, e mi guardavo intorno cercando d’ogni cosa un perché. Quando pregai una signorina di suonare il pianoforte, ché dal giardino ogni mattina la stavo a sentire, la vidi rimanere interdetta e consultare la madre cogli occhi, la quale più interdetta, rispose con un cenno smorzato: «no», quel giorno non si poteva suonare. Fu il solo «no» ch’io m’ebbi durante tre giorni da quelle brave persone. Il mio sospetto cresceva, e me ne stavo fra tante mani amorevoli distratto e scontento, lontano e desideroso di raggiungere le finestre nella speranza di cogliere un segno, un raggio che venisse di sotto a illuminare la mia penosa curiosità. E una volta, riuscito ad affacciarmi, potei vedere nel giardino una nostra parente, con una donna che non conoscevo, intente ad aggiustare un vestito nero femminile che tenevano disteso sulle ginocchia. Che era entrato in casa per cui io ero dovuto uscire? Quale persona si doveva vestire con tanta fretta? In quell’affetto che mi circondava era dunque un inganno, era solo per ingannarmi che si era tanto buoni con me, e il sentimento vero, nascosto, era la pietà, non l’amore. La sera del terzo giorno, sùbito dopo l’imbrunire, tutta quella famiglia si riversò alle finestre dalla parte della strada, e siccome anch’io, per quanto me ne venissero ostacolati i tentativi escogitavo ogni mezzo per potermi affacciare, e compreso che già dovevo avere riconosciuto certe luci e certe voci, la padrona di casa si sacrificò, e portatomi in un’altra stanza mi disse abbracciandomi che nella strada non c’era nulla da vedere, ma passava solamente un morticino piccino piccino, e faceva con le dita il segno di mostrare un chicco di panico in cima al polpastrello dell’indice: «piccino così». Era stata uccisa una pulce certamente, e come ammenda dell’uccisione le facevano il funerale con tanto spreco di voci e di lumi i cui bagliori sinistri avvampavano le finestre. Due ore dopo fui riportato a casa, e questa volta per non salire più al piano superiore. La casa mi apparve deserta, e l’avevo sentita tanto piena durante quei lunghissimi giorni nei quali ero rimasto assente; ebbi il senso del vuoto entrandovi. Fui condotto in cucina dove mio padre era solo e seduto sopra una seggiola impagliata. Non lo avevo mai visto a sedere in cucina, ché non ne aveva il tempo né l’abitudine; pareva vi si fosse rifugiato per essere vicino al fuoco; mi prese sulle ginocchia, prima quasi senza toccarmi, e poi poco alla volta incominciò a stringermi forte le gambe senza poter parlare, mentre gli occhi gli si facevano sempre più grandi e lucidi come diamanti che abbagliavano i miei. Lo guardai tutto addosso piano piano e posi il dito, non con l’intento di indicare veramente ma quasi per toccarla, per sentire se la cosa che vedevo esistesse veramente, sulla cravatta nera. Egli mi stringeva premendomi le gambe sempre più in su, verso l’attaccatura della coscia. Qualche cosa era stato strappato dal suo corpo materialmente, lo sentivo bene, e stringeva la mia carne per risanare materialmente la ferita, riparare a quella perdita, rifarsi del vuoto nella carne. E tutti e due senza parlare.
Aldo Palazzeschi,. Stampe dell’800, Mondadori
È un brano bellissimo
"Mi piace""Mi piace"