Carol Rama, Dorina, 1940
Altri scriveranno dell’opera di Carol Rama in questi giorni; da non addetto ai lavori, mi limiterò a un piccolo flash del nostro primo incontro che credo di poter datare al 1968. Io ero poco più di un ragazzo, lei una pittrice che aveva già vissuto due intense stagioni: negli anni Quaranta si era presentata con opere sfrontate, inaccettabili da quell’epoca buia: protesi, corpi amputati, letti di contenzione dai quali emanavano crudeltà, dolore e, ad aggravare le cose, un erotismo implicito, inevitabile come una premessa. La sua prima personale, nel 1945, fu vietata e le opere vennero sequestrate. Negli anni Sessanta, aveva scoperto il bricolage, così i suoi sfondi informali si popolarono di unghie, denti, occhi di vetro… Ma avevo detto di limitarmi al nostro primo incontro, che doveva essere di lavoro: intendevo chiederle di realizzare una scenografia per una trasmissione televisiva di una mia sceneggiatura, ed ero perplesso: non la conoscevo personalmente ma sapevo del suo rapporto conflittuale (e un po’ morboso) con ogni genere di establishment, e l’idea di proporle una collaborazione con la rai mi sembrava, se non temeraria, almeno azzardata; gliene avevo parlato per telefono e non c’erano state reazioni apprezzabili ma la tempesta avrebbe potuto scatenarsi dal vivo. Quando Carol aprì con studiata lentezza la porta del suo appartamento nel cuore della vecchia Torino, mi apparve una signora infilata in una mise che anticipava di quattro anni quella di Liza Minnelli in “Cabaret”: pagliaccetto nero e calze a rete (a rombi larghi, anch’esse nere, ovviamente). La rappresentazione era incominciata, il personaggio Carol era entrato in scena subito, ad apertura di sipario. La prima scena si decantò qualche attimo dopo quando, sulla porta del soggiorno, Carol mi indicò una dormeuse un po’ stropicciata: “Scusa il disordine, caro, ma se n’è appena andato il mio amante, un ungherese, sai come sono gli ungheresi”. Non ne avevo la minima idea ma non persi tempo in congetture; ero rapito dalla capacità che aveva Carol di creare teatro, trame e personaggi di teatro con una battuta. Quell’evocato amante ungherese, che sembrava uscito da un romanzo sentimentale del primo Novecento, tesseva la trama di una commedia, tanto possibile quanto immaginaria, nella quale eravamo, io e Carol, coinvolti; non mi sarei meravigliato se fosse entrato un arciduca, o un ammiraglio, o un principe indiano in esilio. Scoprii in seguito che l’amante ungherese era una delle molte punte di lancia con le quali Carol punzecchiava la buona società torinese divertendosi a vedere come sobbalzavano educatamente le signore sussiegose e come negli occhi dei loro mariti infilati nei completi grisaglia si accendessero inconsueti lampi di desiderio.
Parlammo, poi, della scenografia e Carol accettò l’incarico, ma il vero spettacolo lo aveva già interpretato lei.

Bellissimo il tuo ricordo teatrale; io che non ho avuto il piacere di incontrarla, ricordo da un servizio televisivo cosa rispose a chi le chiese cosa avrebbe portato nei tre giorni della Biennale di Venezia: ” Tre giorni? Tre mutande!” . Così, concisa e dissacrante.
"Mi piace""Mi piace"
Sì, è un perfetto autoritratto di Carol. Conferma il suo senso della battuta, nell’accezione più teatrale del termine.
"Mi piace""Mi piace"
ti ho risposto in modo poco chiaro: volevo dire che “Tre giorni? Tre mutande!” era un bellissimo autoritratto di Carol.
"Mi piace""Mi piace"