“Etticredo che a Carlo Levi piaceva stare ad Aliano, guarda che panorama che si vede dalla sua terrazza!” fa uno dei personaggi del film Basilicata coast to coast affacciandosi al belvedere del paese, ironicamente avvolto in una nebbia fittissima. La scena si conclude col brindisi solenne indetto da Rocco Papaleo, incappucciato sotto il k-way, in onore dell’ “uomo che ci ha spinti a indagare sulla nostra identità”: “Brindo a Carlo Levi, e se permettete pure a Gian Maria Volonté!”.
Ma perché questo brindisi? Perché ad Aliano Carlo Levi ci passa ben dieci mesi, tra il ’35 e il ’36, e ad Aliano dedica il romanzo (la cronaca? La testimonianza? Ancora se ne discute) Cristo si è fermato a Eboli, diventato poi film, nel ’79, per mano di Francesco Rosi e col volto di Gian Maria Volonté.
Ma cosa ci fa Levi in un paesino arrampicato sull’argilla franosa di quella Basilicata che Mussolini ha ambiziosamente ribattezzato Lucania, a memoria dei fasti della Roma imperiale? Il confinato politico, a seguito delle sue intense attività di intellettuale antifascista.
Ma anche il medico, su gran richiesta degli abitanti del paese fiaccati dalla malaria. E il pittore, come già era a Torino (al momento dell’arresto sta per esporre alla Biennale di Venezia). E lo scrittore, benché ancora inconsapevole: si addentra in un dedalo di tradizioni, fatiche, rapporti umani, vite e morti di un mondo in cui la gente appende sopra il letto effigi della Madonna dalla faccia nera e del Presidente Roosvelt, numi tutelari, ugualmente lontani, di una terra dove lo Stato non c’è, o non è che l’entità astratta che impone tasse sulle capre e chiama gli uomini a crepare nella guerra d’Africa.
Osserva e annota, Levi. Nessun buon selvaggio nelle sue pagine, ma ritratti così vividi da abbagliare talvolta per la loro crudezza: come il brano che vi proponiamo qui, che ha la forza dei calanchi assolati.
Roberta Sapino
A un angolo della piazzetta, dove quasi giungeva l’ombra lunga del monumento, uno zoppo, vestito di nero, con un viso secco, serio, sacerdotale, sottile come quello di una faina, soffiava come un mantice nel corpo di una capra morta. Mi fermai a guardarlo. La capra era stata ammazzata poco prima, lì sulla piazzetta, e sdraiata sopra un tavolaccio di legno su due cavalletti. Lo zoppo, senza tagliarne altrove la pelle, aveva fatto una piccola incisione in una delle zampe di dietro, vicino al piede, e all’incisione aveva posto la bocca, e a forza di polmoni andava gonfiando la capra, staccandone la pelle dalla carne. A vederlo così attaccato all’animale, che andava a mano a mano mutando e crescendo, mentre l’uomo, senza mutare contegno pareva assottigliarsi e svuotarsi di tutto il suo fiato, sembrava di assistere a una strana metamorfosi, dove l’uomo si versasse, a poco a poco, nella bestia. Quando la capra fu gonfia come una mongolfiera, lo zoppo, stringendo con una mano la zampa, staccò finalmente la bocca dal piede dell’animale, e se la pulì con la manica; poi, rapidamente, si pose a rovesciare la pelle della capra, come un guanto che si sfili, fino a che la pelle, intera, fu tutta sgusciata, e la capra, nuda e spelata come un santo, rimase sola sul tavolaccio a guardare il cielo.
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 1945
