Come i pittori, anche gli scrittori, talvolta, si concedono un autoritratto.
“Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, / crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto”, scrive Foscolo; Alfieri si vede: “or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;/ irato sempre, e non maligno mai”; Montale, invece diffida: forse sarebbe tentato ma resiste perché “Basta un’occhiata allo specchio per credersi altri”.
Leonardo Sciascia, invece, dipinge il suo autoritratto ricorrendo a un raffinato espediente narrativo, diciamo a un’interposta persona, il nonno paterno, scomparso quando il piccolo Leonardo aveva sette anni, ma vivo come modello di virtuosa sicilianità.
Come ogni cosa di noi, anche la memoria spesso è inganno. Come la mia vista, che in questi ultimi anni mi fa vedere nitide le cose lontane e confuse le vicine, anche la memoria ha acquistato una specie di presbiopia: ricordo ora cose che dieci anni fa non ricordavo, ricordo sempre più cose lontane, nitidamente. Ma è possibile, mi domando, che tutti questi anni non abbiano agito sulle cose sepolte nella memoria, che non le abbiano in qualche modo alterate, intaccate? … Ed ecco un’altra cosa lontana, lontanissima, che prima non ricordavo e ora ricordo: la scoperta della scrittura, il piacere sensuale, fisico, dello scrivere; l’amore agli strumenti dello scrivere: i quaderni, le matite, le penne, l’inchiostro. Curiosamente, dell’inchiostro ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto…
Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini, dagli occhi azzurri. Come io non sono; un settentrionale. Ho trovato i suoi biglietti da visita: Leonardo-Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire “velo del capo”. Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese, si parla di “due teste in una stessa Sciascia”. Qualche anno fa c’era un governatore mi pare di Orano che si chiamava Sciascia. Durante un viaggio in Algeria, mia figlia è stata presentata all’ambasciatore d’Italia in quella capitale. E l’ambasciatore, che aveva già sentito il mio nome, ma che non sapeva dove collocarlo — nell’Africa del nord? in Libia? — ha esclamato: «Lei è la figlia dello scrittore Sciascia! Ma i suoi libri sono stati tradotti in italiano?». Giuro che l’aneddoto è vero.
Dunque, il mio è un cognome diffusissimo nel mondo arabo, in Sicilia e persino in Puglia, dove Federico II deportò tanti arabo-siculi.
Mio nonno morì nel 1928, l’anno della spedizione Nobile al Polo Nord. Io sono orgoglioso di mio nonno. Fino a qualche anno fa molti lo ricordavano, rammentavano le sue collere terribili, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia nonostante le minacce. All’epoca delle elezioni, aveva avuto persino il coraggio di dichiararsi contro il partito della mafia. Non si è mai arricchito, cosa che gli veniva rimproverata dalle figlie, che lo ammiravano al tempo stesso che lo consideravano uno stupido. Stupido a essere onesto, cocciuto e incorruttibile. Non è certo la minore delle mostruosità del vecchio matriarcato in Sicilia che le donne valutassero un uomo secondo la sua capacità di far soldi; erano capaci di spingerlo a tutte le bassezze, a tutti i compromessi. Sì, sono orgoglioso di mio nonno; un tempo mi capitava spesso di sentirmi dire: «Tu sei Leonardo, il nipote di Leonardo? Tuo nonno era una persona onesta». L’onesta, gran virtù soffocata di molti siciliani.
Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, Mondadori
