Un vento che impregna tutti i quartieri. ALBERT CAMUS, LA PESTE

orano peste

Esistono romanzi che hanno la capacità di agire, nella mente e nella coscienza di ogni lettore, come uno specchio in cui si riflettono i fantasmi della storia e quelli personali.
Ne La peste di Albert Camus (1947) si volle vedere la rappresentazione del Male, e di quello nazista in particolare. Il lettore di oggi può cogliere, anche in un frammento, le straordinarie risonanze che emanano da questa scrittura.

Fu a metà di quell’anno che il vento si levò, soffiando per parecchi giorni sulla città appestata. Il vento particolarmente temuto dagli abitanti di Orano: non incontrando nessun ostacolo naturale sul pianoro dove la città è costruita, raffiche s’ingolfano nelle strade con intatta violenza. Dopo i lunghi mesi in cui non una goccia d’acqua aveva rinfrescato la città, questa era coperta d’una patina grigia che s’incrinò al soffio del vento. E il vento sollevò nubi di polvere e di carta che battevano sulle gambe dei passanti divenuti più rari. Li si vedeva frettolosi per le strade, curvi in avanti, con un fazzoletto o la mano sulla bocca. La sera, invece degli svaghi con cui si tentavano di prolungare il più possibile quei giorni di cui ciascuno poteva essere l’ultimo, s’incontravano gruppetti di persone ansiose di rientrare a casa o di ripararsi nei caffè; sì che per alcuni giorni, al crepuscolo, che a quell’epoca giungeva più rapido, le strade erano deserte e soltanto il vento vi inoltrava i suoi continui lamenti. Dal mare agitato e sempre più invisibile saliva un odore d’alghe e di sale; e la città deserta, sbiancata dalla polvere, satura di odori marini, tutta sonora dei gridi del vento, gemeva allora come un’isola maledetta.
Nel centro stesso della città si ebbe l’idea d’isolare certi quartieri particolarmente colpiti, e di non autorizzare a uscirne che gli uomini i cui servizi fossero indispensabili. Coloro che sino allora vi erano vissuti non poterono fare a meno di considerare questa misura come una vessazione particolarmente diretta contro di loro, e in ogni caso pensavano, per contrasto, agli abitanti degli altri quartieri come a uomini liberi. Questi ultimi, in cambio, nei momenti difficili trovarono una consolazione nell’immaginare che altri erano ancora meno liberi di loro. “Vi è sempre qualcuno più prigioniero di me”, era la frase che riassumeva allora la sola speranza possibile.

 Albert Camus, La peste, Bompiani, Traduzione Beniamino Dal Fabbro

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